L’insostenibile leggerezza

nuvola

Il “Rat Park” era una specie di paradiso per i topi: un sacco di formaggio, tunnel da percorrere ed esplorare, un sacco di amici topi con cui condividere esperienze e, secondo l’usanza tipica dei topi, riprodursi a ritmi forsennati. Il “Rat Park” era la seconda fase di un esperimento, condotto negli anni ’70, dal prof. Bruce Anderson. Anderson lavorava sulla droga e sulle dipendenze e aveva già condotto l’esperimento classico: metti un topo in una gabbia con due distributori d’acqua, uno di acqua normale e uno di acqua contenente sostanze derivate dalla morfina, e, tempo un paio di giorni, constati che il topo beve solo l’acqua con la droga: è diventato un tossicodipendente destinato a morire di overdose nelle ore successive.

Anderson si era chiesto che cosa avrebbe fatto il topo se avesse avuto delle alternative e così aveva inventato il Rat Park. Anche nel Rat Park c’erano i due distributori d’acqua, quella normale e quella “speciale”, ma i topi, che magari le assaggiavano entrambe, non diventavano dipendenti e non morivano d’overdose: preferivano l’acqua normale e continuavano a divertirsi.

Pensavo ai topi e al loro parco divertimenti un paio di settimane fa, mentre mi trovavo sulla riviera romagnola e condividevo l’autobus con due ragazzi che, mentre si recavano in discoteca, cercavano di bere più vodka all’arancia possibile per arrivare “belli carichi” ed evitare consumazioni all’interno del locale. In quegli stessi giorni, come capita ormai quasi tutti gli anni, c’era stato il solito parlamentare che proponeva di legalizzare le droghe leggere, scatenando, oltretutto, le solite polemiche.

Io, con il mio braccio appeso al tubo dell’autobus, guardavo quei ragazzi che parlavano a voce molto alta e pensavo ai topi e alle droghe e al parco di divertimenti per topi.

Mi chiedevo se, alla fine dei conti, il nostro errore non sia tutto qui: crediamo di essere in un enorme Rat Park e invece, a ben vedere, siamo in una gabbia piuttosto noiosa. Ognuno di noi ha bisogno di qualche tipo di dipendenza: i social per socializzare, l’alcool per essere disinvolti, la droga per divertirsi, gli stimolanti per essere produttivi… Forse, continuando a demonizzare soltanto le sostanze, non abbiamo puntato abbastanza l’attenzione sulla leggerezza con cui viviamo le cose: non facciamo esperienze abbastanza interessanti, abbiamo bisogno di “pomparle” con qualcos’altro.

Se vivessimo veramente le cose che facciamo, non ci sarebbe bisogno d’altro e la droga o l’alcool o la codeina o la pornografia o i centomila amici virtuali sarebbero soltanto diversivi estemporanei e non ripieghi per una vita che non ci basta. Se ci impegnassimo a rendere la nostra gabbia più vivibile e divertente, forse potrebbe essere legale anche il crack, perché tanto soltanto un imbecille preferirebbe stordirsi con una droga artificiale piuttosto che vivere veramente. Forse se il nostro sforzo fosse quello di impegnarci sulle persone, capire di cosa hanno bisogno e come potrebbero stare meglio, senza dividerli sempre in categorie come “drogati”, “alcolizzati”, “vandali”, “giovinastri”, allora potremmo cambiare lo scenario in cui ci muoviamo. Invece, passiamo sopra alle cose come se non avessimo peso e le esperienze, le amicizie, i divertimenti, scivolano sotto di noi senza lasciare traccia.

Forse – pensavo, mentre l’autobus si dirigeva verso lo scintillante e rumoroso Rat Park della riviera – non sono le droghe ad essere leggere. Siamo noi.

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Aspettando i barbari

poker

“Che leggi devon fare i senatori? / Quando arriveranno le faranno i barbari” (C.Kavafis, Aspettando i barbari)

Mi ritrovo – per uno strano caso di sincronicità – a leggere un libro su Erodoto proprio nei giorni in cui la Grecia viene chiamata a pronunciarsi sul suo destino europeo. La sovrapposizione fra gli eventi non è solo colpa mia e delle mie letture: gli stessi quotidiani hanno più volte richiamato il collegamento con le guerre Persiane, con le piccole polis greche che si oppongono all’avanzata del Gran Re.

“I greci sono soliti ingaggiare guerra con la massima sconsideratezza, spinti da stoltezza e follia” afferma il generale persiano Mardonio per convincere Serse ad intraprendere la guerra che lo vedrà sconfitto.

Insomma, è parso a tutti particolarmente eroico il fatto che la Grecia si sia opposta ai diktat dei barbari Germani che venivano a imporre ulteriori regole e riforme: molti politici italiani si sono imbarcati per sostenere il No, come Lord Byron che andò a morire per l’indipendenza ellenica. (Con la piccola differenza che George una pistolettata la rischiava davvero, mentre gli italiani sono specialisti nel fare gli eroi con i referendum degli altri…)

Sarà… Ma le cose in realtà sono molto più prosaiche: parliamo di uno stato in gravissima crisi economica a cui è stato posto il quesito: “volete continuare a fare i pesantissimi sacrifici che vi sono stati imposti negli ultimi cinque anni?” Non dovrebbe stupirci la vittoria del No e del semplice buonsenso che porta con sé: la reazione della Grecia è quella di chi, dopo aver perso a poker per un’intera nottata ed essersi reso conto che non c’è speranza di recuperare, decida di rovesciare il tavolo. Il buon senso in realtà avrebbe richiesto di non sedersi nemmeno a giocare…

Io stavo leggendo di Leonida e delle Termopili e mi è sembrato tutto un po’ meno convincente. La Grecia, patria della democrazia e culla dell’Europa, di fatto si sottraeva alle regole comuni dimostrando che la via della “ribellione” può essere intrapresa da chiunque non trovi più vantaggi nel seguire le regole: alla fine dei conti, se io ho mille euro di debito sono un problema mio ma se ho un miliardo di euro di debiti sono un problema del mio creditore…

I barbari, i cattivi, adesso hanno una bella gatta da pelare e cercheranno di salvare il salvabile a fronte di una situazione economicamente insostenibile. Concordo su fatto che l’Unione Europea non debba essere solo un’unione bancaria ed economica ma fondarsi sui valori costituenti della nostra civiltà, però queste questioni di principio vanno poste, appunto, al principio, non dopo aver usufruito dei prestiti dell’unione bancaria in questione…

Sono un po’ deluso insomma che si confonda il presente con il passato raccontatoci da Erodoto: Leonida si sacrificò per il bene degli altri greci, gli ateniesi lasciarono distruggere la loro città per mettere in salvo i cittadini, i cittadini stessi rinunciarono a dividersi i proventi delle miniere d’argento per costruire la flotta che poi avrebbe sconfitto il Gran Re…

Anche oggi la Grecia è riuscita a dimostrare che in fondo il Re non fa così paura e che l’Europa è più un ideale di chi legge Erodoto che non un matrimonio che funziona a furia di parametri fiscali.

Cosa succederà adesso non lo sa nessuno, per quanto tutti si spendano nell’immaginare scenari di tutti i tipi. Forse non lo sanno per primi gli stessi greci: finché c’era un nemico comune era tutto più chiaro, finché si era ipotizzata una schiavitù economica si poteva anche ribadire la propria libertà e indipendenza. Adesso ci si rende conto che forse i barbari non verranno, che anche loro conoscono la democrazia e ne rispettano le convenzioni. Della democrazia adesso rimane la conseguenza più inevitabile: il peso della nostra libertà.

“E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi? / Era una soluzione, quella gente” (id.)

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La mia libertà

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Sono un artista / per questo mi basta / la mia libertà (F.Califano)

Molte volte ho pensato che, per produrre qualcosa di artistico, la prima condizione fosse essere libero dalla scadenza, dall’ossessione di consegnare il lavoro in tempo e/o di rispettare il vincolo contrattuale.

Vagheggiavo lo stato di Gino Paoli che, secondo la descrizione che me ne aveva dato Luca (che era capitato a casa sua per un intervento di manutenzione ad un enorme vetrata che si affacciava sul mar Ligure), pendolava fra il divano e il pianoforte – segnalati entrambi da due bicchieri contenenti un dito di whisky – a testa bassa, fermandosi ogni tanto alla tastiera a suonare le solite quattro (4!) note. Plan – plan – plan – plan: tutto il giorno. Ah, che vita beata! – pensavo io. La dedizione totale alla propria arte, la libertà assoluta di consumare il tempo fino ad essere completamente soddisfatto di quelle quattro (4!) note.

Molto spesso ho provato ad immaginare che cosa avrei fatto io della stessa libertà… Sprofondato sul divano, al mio fianco una moka da 12 e due confezioni di cornetti alla crema del Mulino Bianco, intento a guardare tutto il giorno Breaking Bad o Il trono di spade: alle mie spalle, la tastiera e la chitarra ricoperte da quattro (4!) dita di polvere.

Io, che artista non sono, probabilmente abuserei della mia libertà, mentre invece i Grandi sono proprio quelli che hanno la capacità di produrre due o tre pezzi solo per finire l’album… Chissà quante volte Vasco si è trovato a dover terminare un testo, a cercare disperatamente la rima con “me” e “perché” e non ha trovato niente di meglio che un bel vocalizzo “eeeehhh!”? Così come De André, che magari – con un po’ più di tempo – due brani come Franziska e Verdi pascoli non li avrebbe mai scritti… Oppure De Gregori, costretto a cantare i propri pezzi sempre in maniera diversa, così da poter fare uscire un disco live ogni sei mesi (nei quali magari recupera robe come Un guanto o Cercando un altro Egitto)…

Forse alla fine, l’Arte vera ha bisogno di difficoltà, di ritmi pressanti: quando hai qualcosa da dire la libertà è quasi una condizione limitante, ti toglie l’urgenza, ti rende possibilista, ti provoca ripensamenti. Avere poco tempo invece ti obbliga a dire ciò che ti sta a cuore, a dirlo in maniera efficace… e pazienza se per dirlo sono costretto a cantare anche «verdi pascolì» (con l’accento sulla “i”, come Max Pezzali, cribbio!).

La libertà dell’artista consiste già nel potere sterminato di dire delle cose e, a volte, magari delle cose si dicono solo per tenere il canale comunicativo aperto, consapevoli che – vabbé (come direbbe Vasco) – magari stavolta non avevi proprio un argomento importantissimo da toccare, però…

Allora questo post – scritto, come spesso accade, la mattina stessa della pubblicazione, a causa di una serie di casini che non sto qui a dirvi – doveva parlare proprio di questo: avevo chiesto al nostro Intransigente Webmaster di prendermi una pausa quest’estate, di non avere l’ossessione della scadenza e, magari, salutarci fino a settembre… In fin dei conti, stiamo registrando il nostro disco, stiamo pensando ad un nuovo spettacolo, abbiamo in cantiere – come sempre, del resto – almeno altri due progetti irrealizzabili: per tutte queste attività, io di solito procedo all’acquisto di un quaderno e una biro nuova e sogno giornate meditative in cui posso dedicarmi alla Creazione.

Tutto questo però non accade mai e subito mi è balzata davanti agli occhi l’immagine di me e Gino Paoli che, stesi al sole – la moka dal mio lato, il J&B dal suo – fissavamo vuotamente l’orizzonte. So già che il mio quadernino rischia fortemente di arrivare bianco fino a settembre…

Se proprio voglio giocare all’artista fino in fondo, la prima cosa da fare è rispettare le scadenze: continueremo a vederci fino a settembre per i nostri due appuntamenti mensili e pazienza se qualche volta vi beccherete cose tipo “me – te – se – cioè” …

La mia libertà – come la libertà, in fondo, di tutti quelli che rubano ore alla loro vita per dedicarsi all’estrema inutilità della musica o della scrittura – è proprio l’obbligo di dover scrivere o suonare.

(Tutto il resto è noia).

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Road Trippin’

road_trippin

L’incubo è che un giorno tutti i navigatori satellitari connessi in rete decidano insieme di creare un enorme ingorgo a croce uncinata (cioè quello in cui ogni vettura si ritrova con due vetture perpendicolari allo pneumatico anteriore destro e posteriore sinistro o viceversa) solo così, per vedere l’effetto che fa. Un baco, un terribile baco del sistema che ride sotto i baffi: un baco baffuto con la passione per gli ingorghi.

Pensavo a questa cosa la settimana scorsa quando, per andare da A a C, il mio navigatore mi suggeriva, invece di passare da B, di fare un lunghissimo giro retrogrado che da H mi avrebbe portato via via, attraversando G, F, E e D, fino alla meta prevista. Sentivo, nel silenzio dell’abitacolo, le risate virtuali del baco baffuto.

Forse il baco è una forma di autodifesa del mio navigatore, una deviazione strana della fuzzy logic per punire tutte le mie piccole ribellioni alle sue indicazioni: “Girare a destra” dice lui e io, imperterrito, che giro a sinistra… “Ricalcolo percorso…” sospira e io “Sì, sì… taci che ti ci porto io fino a C!” “Appena possibile effettuare un’inversione a U” “Anche da U vuoi farmi passare?!? Maledetto…”

Credo che le nostre piccole resistenze ai suggerimenti del navigatore provochino la sua reazione… Il navigatore è probabilmente programmato per educarci gradualmente e, quando vede che noi continuiamo imperterriti per la nostra strada, allora si vendica infilandoci in cul de sac informatici, in perdite di segnale del gps, facendo veleggiare (come mi è capitato: ed è una sensazione stranissima) la freccia che rappresenta la nostra vettura come un aereoplanino di carta sopra la cartina di pixel, cambiando i punti di vista e le prospettive.

Eppure sono state proprio queste intemperanze del mio aggeggino che mi hanno fatto capire come potevo utilizzare veramente il navigatore: vedermi sullo schermo mentre sorvolavo l’autostrada e i centri abitati mi ha dato una singolare sensazione di libertà. Non può capire il navigatore che il viaggio è esattamente questo e che noi viaggiamo principalmente con la testa.

Adesso faccio così: gli chiedo quanto tempo ci vuole per arrivare a Vladivostok. Lui calcola il percorso e mi dice che ci vorranno circa 159 ore di viaggio, dovrò pagare qualche pedaggio e probabilmente caricare la macchina su un traghetto per un breve tratto. Dopodiché parto per andare all’Esselunga con la sua voce sotto che mi dice che mi sto allontanando da Vladivostok e che la steppa si trova da un’altra parte.

“Lo so, lo so… tranquillo”… Certo che lo so che non farò mai la transiberiana in auto: però mi diverte pensarlo, mi diverte pensare che tutte queste strade che si incrociano ci porteranno alla fine in posti impensati, che la nostra immaginazione riesce a tracciare percorsi avventurosi anche nella banalità quotidiana, mi piace pensare che basterebbe un bivio imboccato al momento giusto per portarmi sulla strada di Baku o Samarcanda.

Non importa quanto tempo ci vorrà: il viaggio è una singolare inversione della vita di tutti i giorni, in cui non sempre conta che il percorso scelto sia quello più breve ed efficiente. Chissà se lo capisce il mio navigatore: adesso che l’ho programmato per Casablanca, in Marocco, mi rendo conto che la strada che percorro verso Piacenza è stranamente corretta: basterebbe uscire a Piacenza sud, deviare per Genova e poi Monaco, Barcellona, Valencia, Granada, Malaga e Gibilterra… 26 ore di viaggio e il coraggio di fare una deviazione.

Il navigatore mi segnala che invece ho deciso di proseguire verso la triste Piacenza, che anche oggi ho deciso di rimanere sul binario consueto della mia vita.

Non è un problema: si viaggia con la testa, dicevamo, e tutta la vita, in fondo, è un continuo ricalcolo del percorso.

Il viaggio di ritorno sarà per Nairobi: 9950 Km per 140 ore di percorso anche se forse mi fermerò un po’ prima.

Sei pronto, aggeggino? “Guida verso”!

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L’ottimo post

bravo

In un suo recente intervento sulla “Buona Scuola” il nostro impagabile Presidente del Consiglio ha detto che, se non altro, le polemiche sul provvedimento riportano al centro del dibattito popolare il problema della scuola. Che è un po’ come dire che la vicenda di Olindo e Rosa, quelli della strage di Erba, ha avuto il grande merito di far parlare dei problemi di buon vicinato. Tant’è: purché se ne parli.

E allora ne parlo anch’io perché, per spiegare la riforma, il nostro Premier ha fatto un video: io me lo sono guardato e, senza entrare nei particolari tecnici della legge (che – in Italia – non interessano a nessuno), vorrei fare un paio di riflessioni sulla comunicazione.

Intanto dirò che il video mi ha fatto molto ridere: Renzi, in maniche di camicia, ha spiegato la legge di fronte ad una lavagna di ardesia sbiadita, indicandone i punti principali con i gessetti colorati. Ho subito pensato che la trovata fosse una parodia… voglio dire: sarebbe come spiegare la riforma della Sanità indossando un camice bianco e tenendo al collo lo stetoscopio di plastica della dottoressa Peluche. Nessuna tecnologia, nessun ammiccamento alla modernità: la Treccani sullo sfondo (molti studenti si saranno chiesti di cosa si tratta: è la nonna di Wikipedia) e la fatica di vergare col gesso sullo sfondo imperfetto.

Insomma, sembrava un po’ come quando gli esploratori cercano di comunicare con i selvaggi e si sforzano di adottarne le inflessioni e le movenze: il tono era decisamente paternalistico e un po’ supponente. Mi sono chiesto se questo non fosse controproducente per il messaggio che si voleva passare ma poi mi sono ricordato che il Premier stava mettendo in scena la parodia di un docente e che, come tutte le parodie, ne accentuava i difetti e i tratti ridicoli.

Quella roba lì era proprio come “la Gente” (scusate: “Laggente”) vede l’insegnante: paternalistico e supponente, un po’ pieno di sé e, soprattutto, irrimediabilmente vecchio, chiuso in uno studio foderato di libri che non ha niente a che vedere con la realtà: un personaggio che ancora si impolvera di gesso mentre il resto del mondo diteggia su un touch-screen.

Questo tipo di rappresentazione avrà rassicurato i molti non-insegnanti che hanno visto il video: la legge, avranno sperato, andrà a colpire proprio questi fossili interpretati magistralmente dal nostro Presidente del Consiglio.

Chissà se qualcuno si ricorderà di aver studiato a scuola che una delle leggi della parodia e dell’ironia è proprio l’utilizzo del linguaggio dell’avversario, il riferimento al vocabolario che si intende “sgonfiare” e demolire… La scuola, in fondo, dovrebbe essere uno dei posti in cui ti danno gli strumenti per evitare le fregature.

D’altra parte, che ci si stesse muovendo su un piano “metalinguistico” era abbastanza evidente fin dal nome “Buona Scuola”: se chiami così una riforma, etichetti subito ogni obiezione come “non – Buona” e “non – buoni” coloro che vi si oppongono.

Anche questa è, in fondo, una questione di marketing e comunicazione, esattamente come se uno intitolasse un lungo e sconnesso sproloquio sul suo blog “l’ottimo post”.

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Pulire i piatti

poldo

Der Mensch ist was er isst (L.Feuerbach)

Non darei la colpa di tutto a suor Caterina: lei si è solo trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato. No, in realtà la cosa era sicuramente più profonda e veniva da mia mamma.

Suor Caterina era la nostra maestra dell’asilo, era una suora (appunto) e non l’ho mai vista sorridere: non mi ero stupito tanto quando mi avevano detto che non era sposata. Comunque, lei non ti lasciava andare in cortile a giocare se non finivi tutto quello che avevi nel piatto. Allora io, senza farmi vedere, semplicemente prelevavo quello che avevo nel piatto e lo scagliavo sotto la tavola. Coi bastoncini di pesce funzionava benissimo, per dire. Con le polpette no: le polpette rotolano. E la polpetta che avevo scagliato sotto il tavolo aveva rotolato, percorrendo il pavimento del refettorio, fino alla scarpa di suor Caterina. Per lei era stato abbastanza semplice scoprire chi era l’unico che aveva il piatto vuoto: mi fece alzare dalla tavola e mi fece mangiare in piedi, davanti a tutti, la polpetta che avevo buttato. Giusto per la cronaca, posso aggiungere che era un po’ impolverata.

Comunque, certe libertà me le prendevo solo all’asilo e a casa non avrei mai osato neanche pensare qualcosa di simile a quello che avevo fatto. Come dicevo, era stata mia mamma a insegnarmelo. Per lei c’erano due norme fondamentali: 1. tutto quello che hai nel piatto va finito; 2. non esiste pietanza che “faccia schifo” o che, con un po’ di buona volontà, non possa essere ingurgitata. In più, rispetto all’asilo, non esisteva neanche la prospettiva del cortile o del gioco: “perché devo finire questa cosa? Fa schifo!” “Perché sì. E poi non fa schifo: se dici ancora che fa schifo, te la do anche stasera a cena”.

Ricordo rarissime eccezioni: una volta mi venne concesso di sputare un pezzo di fegato che avevo masticato per due giorni e un’altra mi diede il permesso di lasciare una cosa cucinata da una sua cugina perché “non faceva schifo ma ci andava molto vicino”.

Mi sono sempre chiesto da dove venissero le due norme fondamentali: nessuno sarebbe andato in rovina per un pezzo di fegato buttato – che oltretutto era “mio”: fate finta che l’abbia mangiato! – o nel constatare che una pietanza non mi piaceva – che la mangiasse qualcun altro, caspita!

Eppure, su queste cose mia mamma non accettava compromessi.

Come tutte le cose che fanno le mamme, era una forma di educazione. Le madri ti passano, insieme al cibo, tutto quello che è stata la famiglia prima di loro, impastano la roba che ti viene messa nel piatto di insegnamenti più o meno scoperti. Quello che mangi, in un modo o nell’altro “ti farà bene”.

Io allora mi trovavo a mangiare per tutte le generazioni precedenti che non ne avevano avuto a sufficienza: dovevo avere rispetto del cibo, perché ero molto fortunato ad averlo nel piatto, perché la mia era forse soltanto la seconda buttata della mia famiglia che poteva mangiare regolarmente e tranquillamente.

E poi mangiavo perché se ti sei tirato nel piatto troppa roba è una tua responsabilità e devi finirla.

Ma se le cose fanno schifo? Intanto non fanno schifo: tutto il cibo ti nutre in qualche modo e il tuo fisico troverà il modo di gestire le cose che ingerisci. Il piatto va pulito, quello che inizi deve essere terminato. Pulire il piatto è una modalità particolare di approccio alla vita: avere la capacità di inghiottire e terminare anche quello che non ci piace, pulire bene il fondo, non lasciare traccia, nemmeno delle brutte esperienze, mandare giù fino all’ultimo boccone quello che hai iniziato, senza tirarsi indietro.

Mi rendo conto adesso che mia madre ha vissuto così e che, quando mi insegnava come mangiare, come fanno tutte le mamme semplicemente mi insegnava a vivere e a sopravvivere. Non so se è vero che, come diceva qualcuno, l’uomo è ciò che mangia; sicuramente, ogni uomo assomiglia un po’ a chi gli ha dato da mangiare.

Ancora oggi non riesco a non pulire bene i piatti in cui mangio e, a volte, ho ricevuto gomitate da mia moglie che sibilava “guarda che se non ti va tutto, puoi anche lasciarlo”.

Ma non posso farci niente – ripeto – mi hanno insegnato a vivere così: mia mamma mi ha insegnato che non c’è niente nella vita che faccia schifo, ci sono solo cose che vanno molto masticate e finite per bene.

Alla fine, ogni volta che mi specchio nel mio piatto pulito mi scappa un sorriso.

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Attenzione e Liberazione

attenzioneeliberazione

“Come andiamo?” – chiedo all’amico che non vedo da un po’ di tempo.

“Resistiamo” – mi fa lui, e io non posso evitare di sorridere mentre me lo immagino – complice l’atmosfera di questi giorni – sulle balze dell’Appennino col moschetto a tracolla, nonostante il trench e la borsa d’avvocato.

La resistenza di cui mi parla lui, però, è quella che quotidianamente esercitiamo per riuscire ad andare per la nostra strada, badare ai nostri interessi, non farci fagocitare più di tanto dalle cose che ci circondano.

A volte mi chiedo se la nostra resistenza quotidiana non sia altro che una forma iper-raffinata di indifferenza e rimango molto colpito quando penso a come settant’anni fa un avvocato appunto, o un insegnante o un meccanico o uno studente, potessero decidere di averne avuto abbastanza e ritirarsi in montagna a sparare a delle persone, a combattere per quello che a loro sembrava giusto.

Mio nonno mi diceva che bisognava trovarsi in quella situazione, che in effetti non si poteva fare altro e pure lui, che era un soldato fascista sorpreso dall’8 settembre, si era ritrovato un po’ perplesso in montagna a minare i ponti su cui transitavano i tedeschi.

Già, “non si poteva fare altro”: e mi stupisco di come invece oggi abbiamo un sacco di altre cose da fare, molto più importanti.

Allora può capitare che muoiano centinaia di disperati nel canale di Sicilia proprio a ridosso della nostra festa della Liberazione, persone che cercavano una loro forma di libertà e lottavano, a modo loro, per una vita migliore, e l’”unanime cordoglio” possa essere espresso e metabolizzato nel giro di 48 ore. Può capitare anche di trovare persone che irridono a quella tragedia, persone che invocano nuove forme d’ordine, dai rastrellamenti in mare alle ruspe nei campi rom. Può capitare che si tolleri tranquillamente che, proprio i rom ad esempio, vivano in ghetti lontani dalla nostra vista. Può capitare che ogni forma di revisionismo venga legittimata, come se la parola ‘liberazione’ fosse inquinata da sovrastrutture politiche e non sia stata invece il denominatore comune che ha fatto combattere dalla stessa parte comunisti, cattolici, socialisti e monarchici. Può capitare che ci venga a noia sentirci ripetere tutti gli anni che ci sono state delle persone che sono morte per consentirci di vivere in uno stato libero e che, insomma, non c’è bisogno di ripetercela tutti gli anni questa storia della Resistenza….

Tutte queste cose possono capitare e capitano, proprio perché non stiamo attenti o, meglio, siamo distratti da un sacco di altre cose.

Credo invece che la cosa su cui occorre riflettere tutti gli anni, quando si celebra la Liberazione, sia proprio l’attenzione. Attenzione per le cose veramente importanti, quelle sulle quali non siamo disposti a scendere a compromessi: valori come la Libertà, la Dignità delle persone, la Vita. Se siamo attenti a queste cose allora sì che, quando le vediamo in pericolo, “non abbiamo altro da fare” che preservarle.

Il contrario dell’attenzione è l’indifferenza, che è il terreno su cui proliferano i piccoli e grandi soprusi, i piccoli e grandi spostamenti della nostra sensibilità.

“Quanti sono morti questa volta? 900? Però… è una bella cifra… certo che se non si mettevano per mare….”

“Adesso che sono radunati nei loro campi, dovremmo raccoglierli, espellerli dall’Italia e al posto delle loro baracche costruire dei parcheggi, che c’è tanto bisogno…”

“Perché c’è il centro bloccato oggi? Ancora quei vecchi che sfilano? Ma non l’hanno capita che il comunismo è morto? Almeno l’Esselunga è aperta oggi…?”

 

“Come andiamo?” – “Resistiamo” ma ognuno per sé, ognuno insensibile o indifferente a quello che capita intorno, ognuno assorbito da un sacco di cose molto più importanti da fare.

Ecco, mentre festeggiamo la Liberazione forse dovremo cercare di fare attenzione: attenzione a riconoscere un terreno comune – chiamatela Patria, ideale o reale – di valori e convinzioni da difendere dalla quale non siamo disposti a retrocedere.

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