Il chip

Praticamente ci sarebbe questa specie di consapevolezza che hanno i nuovi apparecchi elettrici ed elettronici. Si chiama “obsolescenza programmata” ed è quella roba per cui un telefonino smette di aggiornarsi e si lascia morire lentamente. La prima volta che mi è capitato io lo tenevo fra le mani e gli sussurravo “non lasciarmi” mentre lui mi faceva un lunghissimo discorso sui raggi beta che balenavano oltre i bastioni di Tannhaüser. Ricordo che pioveva e quel giorno imparai a non affezionarmi troppo agli apparecchi elettronici perché vivono poco, un po’ come i criceti per capirci.

Questa roba però ce l’hanno anche gli elettrodomestici, dalla lavastoviglie alla televisione. Qualcuno dice che c’è una specie di chip segreto che fa morire improvvisamente l’elettrodomestico, la stampante o, perché no?, l’automobile, perché altrimenti adesso la tecnologia sarebbe talmente avanzata da produrre macchinari eterni e dopo nessuno comprerebbe più niente. Questo microchip segretissimo invece entrerebbe in azione facendo morire il macchinario e costringendoti a comprane uno nuovo. Io il chip non l’ho mai visto ma secondo me ormai li fanno supersofisticati, del tipo che la stampante, per esempio, mi si pianta sempre quando devo stampare un documento importantissimo per il giorno dopo e, guarda caso, proprio quando mi arriva a casa il volantino del SuperMediaMarket che ha un’offerta speciale di stampanti. Un caso, dite? Io non credo.

(Io, a volte, cerco di ingannare il chip. Se la lavastoviglie si pianta io infilo dentro la testa – così se c’è il chip misterioso mi sente meglio – e dico a voce alta: “Ormai è ora di prenderne un’altra”. Di solito, quando dico così, la lavastoviglie riparte, forse perché il chip si convince di aver fatto il suo dovere e si è tranquillizzato. Anche con la mia macchina funziona e, prima di un viaggio in autostrada, le dico sempre: “probabilmente è il tuo ultimo viaggio”, mentre – senza farmi vedere dal chip – mi tocco i genitali.)

Comunque non era proprio di questa cosa che volevo parlare, anche se tutta questa storia dell’obsolescenza programmata come soluzione tecnologica del tardo capitalismo, mi ha reso, alla fine, molto più simpatici gli apparecchi elettronici e gli elettrodomestici. Alla fine, non c’è nessun apparecchio che sfida i secoli e che – come la lavatrice di mia nonna – si ostina a funzionare anche quando il suo padrone si è un po’ acciaccato: tutti i tuoi dispositivi sono dei precari e delicati compagni di alcuni mesi.

No, la cosa di cui volevo parlare è se non fosse il caso di mettere quel chip famoso anche negli esseri umani (pagando s’intende). Un piccolo segnale interno che ti dice: “guarda, non è cosa…” quando ti ostini ad andare a correre o a giocare a calcetto dopo anni d’inattività, un piccolo tintinnio di pericolo che ti dice: “ è da troppo che non scarico aggiornamenti o non faccio il backup. Sei sicuro di continuare?”. Forse a volte sarebbe salutare rendersi conto che non si è abbastanza aggiornati per competere in tutti i campi con chi ha venti anni di meno, che, al massimo, puoi essere robusto come la sferragliante lavatrice di tua nonna, ma non sei multifunzione, non sei smart e, molto probabilmente, non hai neanche il bluetooth.

Io ho questi dolori lombari quando vado a correre; ho male alle spalle se faccio esercizi per i lombari e mi sveglio con un dolore pulsante dietro l’occhio destro se il giorno prima ho fatto esercizi per le spalle. A queste cose aggiungerei il fatto che non riesco più a lavorare di notte come un tempo e che, anche questa roba che sto scrivendo, l’ho rimandata a questa mattina perché ieri sera mi sono addormentato sul divano.

“Vede – dice il mio medico – con tutti questi dolori il suo corpo le sta mandando dei segnali molto chiari che lei deve ascoltare…”

Segnali?! Cacchio, mi sono detto, vuoi vedere che, senza saperlo, ce l’avevo davvero il chip?!

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Je suis comme je suis

Questa settimana sono Anna.

Qualche problema d’identità, in effetti, ce l’ho. Prima ero stato Charlie, poi parigino, londinese e adesso Anna. Io cambio sempre, gli altri mai. Voglio dire, per quanto io possa cambiare, lo stupido rimane stupido con, in più, l’aggravante di essere uno stupido nell’epoca della riproducibilità tecnica.

Ogni “cagata” – scusate, ma ho cercato inutilmente un sinonimo – segue la curva sinusoidale dello scandalo crescente, giunge alla massima tensione dell’unanime condanna social per poi esaurire la sua parabola narrativa nella pancia concava del disinteresse eterno che accompagnerà l’argomento.

Lo stesso è capitato per questa cosa di Anna Frank in maglia giallorossa. Io, che sono molto limitato, non riesco ad inquadrare bene l’offesa: Anna Frank è offensivo? Ebreo è offensivo? Forse “romanista” può essere offensivo… L’unico che si sarebbe dovuto risentire per questa “cagata” (non goliardata, non ragazzata… niente di spiritoso ma atto ignorante e inutile compiuto da ignoranti) è il Ministero dell’Istruzione che spende – secondo le statistiche – tra i sette e gli ottomila euro annui per studente, evidentemente fallendo nel suo intento di dare ad ognuno un’adeguata consapevolezza intellettuale nonché storica.

Il problema della “cagata” mediatizzata è che questa stimola soluzioni mediatiche che non possono che essere sullo stesso livello: Anna Frank à la Andy Warhol declinata nelle varie maglie di squadre italiane, proposta di calciatori con la stella di David, gite ad Auschwitz – immagino il disappunto dei tifosi: “ma come? Non è in funzione?” -, libri (!) ai calciatori (!!), presidenti pagliacci che omaggiano la sinagoga di Roma.

Così, a freddo, non saprei dire davvero se la povera Anna è stata maggiormente vilipesa dal gesto idiota o dai goffissimi tentativi di riparazione.

Credo che il tono dominante di tutto sia – come ha giustamente messo in rilievo qui Alessandro Piperno – quello del grottesco. Il grottesco però è generato dal fatto che le nostre risposte, più o meno social, non sono mai sulla stessa lunghezza d’onda dei nostri “interlocutori”.

Ecco allora una serie di gesti riparatori più incisivi, che umilmente propongo all’attenzione delle autorità:

  1. La pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale riconosciuta dalle tifoserie sportive, ossia la Gazza dello Sport, di Che Guevara a tutta pagina in maglia laziale accompagnato dalla didascalia: “Laziale libberatore (sic) di boliviani”.
  2. La lettura negli stadi del Mein Kampf e dei discorsi di Mussolini ad opera di Nino Frassica, con opportune storpiature, per mettere in risalto la ridicolaggine di quelle pagine.
  3. La messa in cartellone al Sistina di Roma con obbligo di visione per la tifoseria del musical Yentl interpretato da Anna Falchi.
  4. Una copia omaggio dei Cantos di Ezra Pound (questa basta così…).
  5. Una distribuzione casuale di manganellate nelle varie curve italiane, mentre gli altoparlanti diffondono il mantra: “Quando c’era Lui sarebbe andata esattamente così”.

Dite che non sono rimedi seri o praticabili?

Forse allora basterebbe soltanto che la polizia facesse un giro per le curve e punisse chi saluta col braccio teso, chi intona cori razzisti, chi, insomma, commette il reato di apologia di fascismo o di nazismo. Forse basterebbe smettere di essere ciechi e sordi, di non essere tacitamente conniventi perché – se in una società laica ci ostiniamo a punire i bestemmiatori di varia natura – non possiamo tollerare che certi infami si nascondano dietro una presunta “libertà d’opinione” che era peraltro proibita sotto i regimi che loro rimpiangono.

Come dite?

Ah, sì… capisco. Alla fine non bisogna farla tanto lunga: è più comodo che cambi io per una settimana, piuttosto che intervenire seriamente per ripulire la cloaca di molte curve italiane.

Vabbè: questa settimana sono Anna. Per fortuna, è già venerdì.

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Steccati

Caspita, pare che il pueblo de Catalunya non voglia più restare unido al resto dell’España!

Una frattura che – qualora avvenisse – infliggerebbe un duro colpo alle mie già frammentate conoscenze geografiche.

D’altra parte, considerate che io mi sono maggiormente dedicato allo studio della geografia – come, immagino, molti dei miei lettori – soprattutto nel quinquennio elementare. Allora, con la spocchia tipica dei bambini di dieci anni, potevo dire di conoscere tutte le capitali europee e buona parte di quelle mondiali. Facile! Gli stati del mondo, allora, erano soltanto 150 ed erano già aumentati di un terzo rispetto ai 100 stati in cui era diviso il mondo nel 1945.

La mia maestra, allora, diceva ancora cose tipo “Congo Belga” e non aveva idea di cosa fosse il Suriname. Ci diceva però che eravamo in un mondo fondamentalmente diviso in due: stati che stavano con gli USA da una parte, stati che stavano con l’URSS dall’altra e poi, a fare un po’ da sfondo ché tanto non contava nulla, c’era il Terzo Mondo, che era praticamente tutto quello che non c’era nella cartina che avevamo in classe. Allora avevamo paura che il primo e il secondo mondo si bombardassero e speravamo che questa contrapposizione finisse.

Quando poi sono crollati il muro di Berlino e il mondo bipolare, si sono aggiunti altri 20 nuovi stati.

In seguito c’è stata l’Europa Unita, la moneta unica, il crollo delle frontiere, una serie di trattati mondiali di commercio ed alleanza fra Cina ed Europa, Sud-Est asiatico e Australia, Australia e Stati Uniti, Stati Uniti ed Europa… In tutto questo, in questo mondo molto più unito, siamo saliti a circa 206 stati (anche se, come qualcuno di voi ben saprà, lo status di Abcasia e Transnistria è ancora dibattuto).

Nella mia ingenuità geografica, io credevo che saremmo andati verso una situazione di ordine sempre maggiore: grandi federazioni e grandi alleanze fra stati, pace mondiale, fine delle contrapposizioni. Invece, nonostante una sempre più evidente globalizzazione, sono i vecchi stati di una volta a sbriciolarsi sempre di più. A mano a mano che si allargano gli orizzonti, amiamo rinchiuderci nei nostri giardini. Gli steccati sono i più diversi: lingua, cultura, economia e vengono innalzati sulla base del desiderio (di chi, poi? di quanti?) di preservare la nostra identità, in un mondo che rischia di annacquare i vari localismi nell’omologazione globale.

Insomma, in questo tempo in cui – alla faccia di Phileas Fogg – ci sono agenzie di viaggi che vendono pacchetti per il giro del mondo, ci sono anche migliaia di piccoli territori che rivendicano l’autonomia: tirolesi, abitanti del Quebec, dell’Ossezia del sud, della Scozia, desiderano la loro porzione di indipendenza nonostante tutti si siano comunque abituati a pranzare da McDonald’s.

Sembra, insomma, che la storia vada da una parte e la geografia dall’altra: per chi, come me, ha conoscenze che risalgono alla scuola elementare, questo crea un po’ di sgomento.

Ora, assisto come tutti alle legittime rivendicazioni del popolo di Catalogna e constato che – senza entrare nel merito delle proteste – all’interno dell’Europa si sta innalzando un ulteriore steccato per preservare un piccolo orticello. Il futuro delle nostre grandi unioni sovranazionali forse è quello di trasformarsi in supercondomini divisi in tantissimi appartamenti, i cui padroni si ritrovano una/due volte all’anno per litigare sul taglio della siepe o la pulizia del cortile.

Magari è solo un passaggio necessario. Forse gli stati di una volta si devono tutti sbriciolare per poi potersi unire su nuove basi.

Peccato però. Da bambino speravo che tutti gli steccati fra le nazioni sarebbero stati abbattuti e che, magari, tutti i popoli sarebbero stati tenuti insieme da qualcosa di più significativo di un panino Big Mac o un volo low-cost.

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Gli aperitivi

La gente fanno gli aperitivi.

Camerieri, vestiti da toreri – gilet strettissimo su pantaloni strettissimi, camicia bianca d’ordinanza – si muovono affannati fra tavoli strettissimi.

Quando finalmente arrivano al tuo tavolo, nemmeno ti guardano: le loro attenzioni sono già tutte prese dal tablet delle comande, sul quale hanno già cominciato a bi-blippare col pennino. “Prego!” intimano, oppure “Ditemi!”, saltano i preliminari inutili dei saluti: tanto tutti sanno che si è qui per l’aperitivo e quello si vuole. L’unica domanda è quanto, quando anche la tipologia dipende dalle stagioni o dalle settimane: “spritz!” uggiola il primo del tavolo che è uscito dalla falsa concentrazione che sottintende un retorico “uhmm vediamo cosa potrei bere stasera…”, oppure “hugo!” oppure “mojito!”, al quale segue immancabile solo il numerale quantitativo scandito dai compagni di tavolino: “due!”, “tre!” e via così fino ad esaurimento.

Raggiunta la quota dei seduti, il cameriere s’invola, preso da altro, svicolando fra gli strettissimi tavoli, riponendo il tablet, artigliando bicchieri vuoti, sibilando insulti a questo o quello che, reclinati sulla sedia, impediscono il suo percorso.

Ah! Gli aperitivi!

Quando arrivano, sono bicchieroni enormi, sovradimensionati rispetto all’esiguo contenuto liquido: due generose palettate di ghiaccio sbadilate dal barista, un goccetto di bitter, un po’ di prosecco e, infine, una significativa sifonata di selz gasatissimo, proveniente da un doccino sbucato da sotto il bancone. Lo sguardo si perde un po’, contemplando il grande balloon che contiene, come una palla di vetro, la danza dei cubetti e degli umori alcoolici.

Il bicchiere è poi il lasciapassare per il Grande Buffet sul quale, con simulata ritrosia (“Ah… ma si può anche prendere da mangiare?” il sottotesto delle varie espressioni noncalanti) ci si avventa velocemente: i piattini di plastica si stipano, si soppalcano, in una sorta di millefoglie che parte dalle pizzette, ai rotolini mozzarella e prosciutto cotto, verdurine, penne al sugo e riso freddo, e vengono riportati in equilibrio precario fino ai tavoli di partenza, in uno sbordare continuo dai lati dell’oberato piattino di pomodorini, brandelli di salume, schizzi di salsa, sui quali transiteranno altri clienti aperitivanti e, velocissimi, pattineranno i camerieri.

E’ luccicante e abbondante il mondo dell’aperitivo: fuggiti dall’ufficio o sopravvissuti al lavoro, ci si allenta la cravatta per la meritata ricompensa. Non è per questo che si lavora? Lo stress, si dice, l’aperitivo allenta lo stress. Ognuno, in fondo, butta giù il pesante boccone di una professione che non soddisfa in pieno e il rituale dell’aperitivo serale serve a digerire questa parte della vita. Si sgomita, in fila per il Buffet, come del resto si è fatto per tutta la giornata, ma qui almeno ci attende un enorme tagliere di salumi, pizze filanti ed altro bendiddìo sul quale buttarsi a babbo morto, in una specie di compensazione per tutto quello che il lavoro vero, invece, ci ha negato.

Qui forse, fra il tinnare dei bicchieri e le esplosioni di risate dai tavoli, tocca anche a noi poveri di spirito la nostra parte di ricchezza, ed è il tavolo del buffet.

A volte, ma solo a volte, sembra affacciarsi il pensiero che l’aperitivo dovrebbe essere solo un’introduzione, un piacevole preludio a qualcosa di più serio, chessò, una cena come si deve, un incontro davvero importante. Che tutto si esaurisca qui, in una premessa che già contiene la sua conclusione, in appetizer ingollati come soluzione definitiva, è la maledizione di chi non aspetta mai un seguito dalle cose belle, di chi si è abituato, nel tempo, ad ingozzarsi voracemente del momento presente.

Resta una specie di languore, come un bicchiere che si è vuotato troppo presto, e la constatazione che pure il ghiaccio che faceva volume, alla fine, era vuoto all’interno.

Tutto intorno, continua il carosello dei camerieri che raccolgono i soldi dai tavoli: l’obolo per l’ora d’aria, per la nostra felicità gonfia di ghiaccio e di selz.

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Malattie misteriose

L’avresti mai detto che saremmo scomparsi per colpa di un virus? Proprio come i Maya o gli Atzechi, uccisi dal raffreddore dei conquistadores, o gli ingenui uomini del medioevo o del Seicento decimati dalla peste nera, o come gaudenti europei della Belle Epoque rastrellati dalla Spagnola. Tutto questo proprio quando pensavamo di avere sotto controllo ormai le malattie, le loro origini e conseguenze.

I virus invece si rafforzano, si adeguano ai nostri sforzi di eliminarli, proprio come le zanzare d’estate.

Ultimamente addirittura i virus hanno imparato ad utilizzare i giornali come veicoli di contagio: non tutti poi hanno l’accortezza di lavarsi bene le mani dopo aver letto certi giornali e le malattie hanno gioco facile a passare dall’uno all’altro.

Una delle malattie peggiori diffuse dai giornali ultimamente si chiama Paura. La paura è una malattia irrazionale, il che significa che chi viene contagiato mostra evidenti sintomi di mancanza di ragionamento o approfondimento: ripete continuamente i titoli dei giornali, li utilizza come slogan, a fronte di obiezioni argomentate risponde alzando la voce e via così.

Il malato di Paura è fondamentalmente convinto che gli portino via le cose, che ci sia un complotto internazionale che abbia come scopo fondamentale il turbamento del suo tranquillo stile di vita. Nelle sue forme più acute, la Paura si manifesta come timore di diventare esattamente come le persone che disprezziamo di più: poveri, malati, esclusi dalla nostra bella società.

Un effetto collaterale del morbo è la miopia, intesa come incapacità di vedere al di là del proprio naso. In un mondo che rischia, nelle ultime settimane, di trovarsi in una pericolosa escalation nucleare per colpa di due o tre capi di governo non troppo equilibrati, in un ecosistema che reagisce con violenza alla nostra indifferenza sui cambiamenti climatici scatenando tifoni e uragani mai visti, in una biosfera contaminata ai massimi livelli dall’uso di sostanze plastiche e dalla loro diffusione nelle acque, il miope pauroso è intimorito soprattutto dal fatto che sull’autobus qualche immigrato possa starnutirgli vicino.

Come biasimarlo? Forse è meglio avere paura delle cose piccole che delle cose grandi, senza contare che, al giorno d’oggi, perfino la lebbra è curabile con una scatola di antibiotici. Anche per gli altri timori poi ci sono svariate cure: la più efficace e definitiva è quella di informarsi, leggere, studiare. (Sì, scomodiamo anche “studiare” – dato che è settembre – un verbo che pensavamo di non dovere più utilizzare finita la scuola.) In effetti, per rendere la cura definitiva, bisogna assimilare notizie, verificarle, provarle con il ragionamento, confrontarle con altre notizie, approfondire le cose…

Perché allora il malato di Paura continua a restare malato? Be’, innanzitutto perché gli hanno detto di non fidarsi dei vaccini e poi perché questi comportano una serie di effetti collaterali sgradevoli. Anche studiare le cose in effetti presenta delle conseguenze piuttosto serie: è decisamente più faticoso che non ripetere cose già dette e presuppone che la gente utilizzi per pensare la propria testa.

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Algoritmi

IMG_20170828_111831.jpgL’ideale sarebbe non farsi mai prendere dalle emozioni: offuscano la tua capacità di giudizio e non sempre si riesce poi ad essere equanimi ed equilibrati di fronte a quello che succede
Siamo in un mondo che produce formule magiche – ora si chiamano “algoritmi” – che permettono di misurare i nostri comportamenti, le nostre abitudini, quello che tendenzialmente compriamo in determinati periodi o come reagiamo davanti a determinate situazioni. Chissà se esistono anche algoritmi che possano evitarmi di scaldarmi troppo di fronte alle scene che vedo in tv in questi giorni e possano garantirmi di prendere la posizione più razionale nei confronti di quello che succede.

Su internet ho scovato il progetto Moral Machine del MIT. Si tratta di un problema informatico di non piccola portata: supponiamo che un’automobile a guida automatica abbia un’avaria ai freni e che si stia dirigendo a tutta velocità verso un muro. L’unico modo per salvare i due occupanti dell’automobile sarebbe sterzare sul marciapiedi dove la vettura però probabilmente falcerebbe cinque persone. Che fare?
La questione, sul sito del MIT, è stata lungamente dibattuta e portata avanti da programmatori o semplici curiosi: ci può essere un criterio puramente statistico (cinque sono più di due) o qualitativo (quale dei due insiemi ha la maggiore aspettativa di vita?) oppure legati alla composizione dei passeggeri della vettura (marito e moglie, madre e figlio) e del gruppo che passeggia lungo la strada.
Cosa dovrebbe fare l’automobile “intelligente”? Si possono programmare scelte morali? Si può creare un algoritmo che ci dica come comportarci di fronte ad una scelta di carattere morale?

Io ho ripensato subito alle leggi della robotica di Asimov:
1. Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.
2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.
3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge
Mi sembrano, alla fine dei conti, una buona base di partenza: l’idea morale principale che Asimov sottintende nella programmazione dei propri robot è la sacralità della vita umana. Certo, se si deve scegliere fra due vite umane, anche la macchina probabilmente non saprebbe cosa fare e sospenderebbe il giudizio: forse si spegnerebbe o – in virtù della terza legge – si autodistruggerebbe per evitare di infrangere le prime due norme.

A questo punto, a puro scopo speculativo, vi propongo qualche scenario che forse ci è un po’ più vicino rispetto a quello della macchina robotica: provate ad immaginare cosa farebbe il robot preposto ad intervenire in queste situazioni.
Scenario 1: La guardia costiera robotizzata individua al largo delle coste italiane un barcone carico di migranti clandestini che sta cercando di attraccare sulle nostre sponde. L’ordine principale è quello di respingere il barcone ma questo metterebbe a repentaglio la vita dei viaggiatori.
Scenario 2: La polizia robotizzata deve sgomberare uno stabile occupato abusivamente da famiglie di rifugiati. L’ordine è quello di liberare il palazzo ma i rifugiati oppongono resistenza: si tratta soprattutto di donne e bambini.
Chissà cosa farebbero i robot in queste situazioni? Chissà che tipo di algoritmo dovrebbero adottare?

Mi stupisco un po’ quando sento parlare in tv persone che hanno tutte le risposte in tasca, che ci dicono di affrontare razionalmente i problemi e di non essere emotivi, di non essere, insomma, troppo “umani”: io credo che anche le macchine avrebbero qualche problema a dirimere razionalmente queste situazioni.
Capita, a volte, che le mie idee vengono tacciate di “buonismo”. In effetti, spesso prendo posizione sulla base di criteri meramente quantitativi (il benessere di molti contro il benessere di pochi) oppure qualitativi (persone che stanno male contro persone che stanno bene) mentre invece – mi viene obiettato – le variabili sono ben altre.
Che cosa volete farci? Il mio sarà un bug di programmazione.

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Storie di stelle

a J.M.Barrie

Sarebbe troppo lungo e complicato e, vi dico la verità, non così piacevole a distanza di tanto tempo, rivangare i motivi per cui le stelle furono punite. Fatto sta che da allora – e quando dico “allora” mi riferisco all’epoca del fattaccio, ossia veramente un sacco di tempo fa – sono costrette a stare lì, immerse nel buio, a guardare giù in terra. Non è una cosa piacevole credetemi: gli esseri umani si vedono poco durante la notte e hanno poi questa spiacevole caratteristica di correre sempre da qualche parte. Le stelle provano a seguirli ma sono veramente difficilissimi da osservare: corrono, si muovono come lucciole impazzite. Un tempo, raccontano le stelle più anziane, si muovevano sì, ma nel buio, e dopo un po’ riuscivi a riconoscere i loro percorsi, adesso invece sono sempre illuminati, accendono luci ovunque. Certe notti sono luminosissime e disegnate da lunghissime strisce di luce: gli uomini a volte vanno tutti da una parte o dall’altra o semplicemente girano in tondo nelle loro città. In quelle notti le stelle devono strizzare tantissimo gli occhi e fanno fatica a vedere. Per chi le osserva da lontano sembrano un po’ tremolanti, soprattutto le più vecchie; in realtà è la fatica di continuare a guardare giù.

Poco dopo la metà dell’estate però succede un fenomeno strano. C’è una notte in cui molti umani si fermano e si fanno vedere: si sdraiano sui prati e guardano in su. Spengono le luci e stanno lì, fermi.

Per le stelle è una cosa molto insolita quella di guardare in faccia gli esseri umani. Le più vecchie ci sono abituate e fra loro si domandano come mai gli uomini si fermino a guardare per aria così di rado: loro non sono mica condannati a guardare per terra come le stelle e possono permettersi il privilegio di stare fermi a guardare tutto il cielo. Perché mai non lo faranno?

Poi, tutti gli anni, succede sempre: qualcuna delle stelle più giovani non riesce a sostenere lo sguardo di tutti quegli esseri umani e – zic! – cerca di scansarsi velocissima nel buio. A quel punto – e gli anziani lo sanno – gli uomini reagiscono sempre nello stesso modo: fanno un lunghissimo “ooooh!” e indicano il cielo.

Per chi le osserva da lontano sembrano un po’ tremolanti: in realtà sono le stelle più anziane che stanno ridendo.

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