Colpa delle stelle

L’anno non è cominciato nel migliore dei modi. Per colpa dell’atroce attentato di Istanbul, la mattina del 1 gennaio è stato mandato in onda uno speciale sul terrorismo invece del consueto oroscopo annuale di Paolo Fox. Le proteste dei telespettatori non hanno tardato a farsi sentire, bersagliando la RAI per tutta la giornata del primo dell’anno. Il tenore delle lamentele era all’incirca: “vabbé, sono morte 39 persone… ma come va per l’Acquario in amore?”.

L’episodio, che potrebbe giustificare parte degli attentati rivolti contro la nostra società occidentale, è invece sintomatico di come viviamo l’ansia del nuovo inizio e di quanto abbiamo bisogno del conforto zodiacale. Non preoccupatevi: quest’anno sarà meraviglioso per tutti voi.

Prima che pensiate che io stia usando un tono sarcastico, vi rassicuro sul fatto che la presenza di Nettuno in quarta casa nel mio tema natale (in corrispondenza del segno del Sagittario e in preoccupante opposizione con Venere in Toro), sommata ad un’inquietante somiglianza fisica col succitato Paolo Fox, mi rende particolarmente sensibile alla dimensione della trascendenza e dei misteri dell’esistenza.

Sono però altrettanto consapevole di almeno un altro paio di cose. La prima è legata al fatto che, dato che i cieli si muovono (questa roba si chiama “precessione degli equinozi”: googolatelo!), nessuno di noi è nato precisamente nel suo segno zodiacale ma, probabilmente, in quello precedente; la seconda è che un oroscopo di inizio d’anno ha lo stesso valore di una previsione meteorologica annuale: la primavera sarà piovosa con schiarite, l’estate sarà calda con punte di afa, l’autunno sarà bigio e così via.

Quindi, tranquilli: quest’anno, se proprio ci tenete a quella previsione, sarà all’incirca come tutti gli altri. Mediamente, alcune cose andranno bene e altre andranno male: il problema sarà decidere quali vorrete ricordare. Alcuni di voi si troveranno a fare scelte importanti: fate attenzione e rifletteteci bene, potreste pentirvi di alcune decisioni mentre altre si dimostreranno decisive per il vostro futuro. Quelli di voi che cercheranno l’amore lo troveranno. State attenti però: nella maggior parte dei casi, troverete esattamente quello che state cercando e questo potrebbe deludere qualcuno fra voi.

Se poi ci tenete a sentirvi dire che siete persone sensibili o volitive o caparbie, che avete grandi potenzialità inespresse che possono essere valorizzate da un transito di Saturno, che il successo è alla vostra portata, purché decidiate di darvi una mossa…  be’, sono tutte cose che sapete già: che bisogno c’è di ripetervele ancora?

Cercate piuttosto di stare un po’ più attenti a quello che vi circonda (attentati compresi), di essere informati, di essere più disponibili e gentili con le persone che avete attorno, di essere consapevoli insomma di tutta la realtà intorno a voi, di guardare un po’ più per terra e un po’ meno il cielo.

Forse a quel punto vi renderete conto che i nostri fallimenti, i nostri contrattempi, le nostre delusioni e le nostre arrabbiature, la congiuntura sfavorevole che ci ha penalizzato, l’occasione buona che non abbiamo sfruttato e via via fino alla nostra immutabile e testarda stupidità, non sono sempre e inevitabilmente colpa delle stelle.

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Condono natalizio

puzzle

Una delle caratteristiche del Natale è il tentativo di rimediare, con un unico gesto risolutivo, a tutte quelle omissioni che hanno caratterizzato l’anno precedente. Così c’è quello che si veste elegante, quello che va a messa, quello che vi telefona solo il giorno di Natale. Non sono fra quelli che dicono “se non l’hai fatto nel resto dell’anno, perché farlo a Natale?”, intanto perché credo che una volta sia meglio di niente (è comunque un segno di buona volontà), poi perché il senso del Natale sta anche nel farti fare una serie di cose che nel resto dell’anno vorresti evitare, che vanno dal trascorrere tempo con certi parenti, al giocare a Mercante in fiera: lo faccio adesso e poi per un anno non se ne parla più.

Io, in questa categoria, avrei un sacco di cose da inserire: azioni non fatte, dimenticanze, scuse… e non sarebbe male impacchettarle una volta per tutte e non pensarci più. Invece di un dono, sarebbe una specie di condono natalizio.

Per esempio vorrei scusarmi con tutte le persone che, per la fretta, ho fatto finta di non riconoscere fissando un punto lontano all’orizzonte in modo da non incrociare il loro sguardo: vorrei solo rassicurarvi sul fatto che non siete invisibili.

In questa categoria dovrei inserire il sottogruppo di quelli che era impossibile non vedere e che ho salutato, per strada o in bicicletta, con grandi sorrisi ma proseguendo per la mia strada, torcendo il busto verso di loro come se la marea inesorabile mi stesse trascinando lontano. In effetti, non avevo tutta questa fretta e potevo pure fermarmi a fare due chiacchiere.

Poi mi vorrei scusare con quelli che mi hanno telefonato e ai quali ho detto subito “pensa che stavo proprio per chiamarti anch’io!”.

Poi con quelli che ho incontrato tre anni fa e ai quali ho detto “oh, adesso non facciamo passare tre anni prima di rivederci ancora!”, oppure con quelli del “allora ci organizziamo a brevissimo per vederci” ed era tipo l’aprile 2015.

Poi ci sarebbe la vastissima categoria delle persone alle quali ho tirato un pacco all’ultimo momento: quelli che mi aspettavano per una cena o per un aperitivo e con i quali ho accampato scuse tipo che casa mia stava andando a fuoco o che dovevo lavorare fino a tardi mentre invece ero sul divano a guardare il finale di stagione di qualche serie.

Ecco: scusatemi tutti, anzi, scusiamoci tutti: mi sono accorto che anche voi fissavate lontano o non potevate fermarvi o avevate la casa in fiamme… Natale alla fine  è anche questa illusione di rimediare, con la consapevolezza che rifaremo le stesse identiche cose.

Alla fine, vorrei pure fare un nome e un cognome e scusarmi pubblicamente con Luca Bonato (uff… se non sapete chi è Luca Bonato, leggete qui). Oltre a quello che avevo già scritto di lui, dovrei aggiungere che è la persona che ci ha spinto a fare del teatro-canzone, che ha collaborato alla scrittura e alla messa in scena dei nostri due spettacoli e mezzo (Scusate devo scappare, Potrebbe piovere e, appunto, lo spettacolo sui sensi di colpa di questo periodo: Fantasmi di Natale), che ci ha fatto esibire a San Vittore e in altre due date milanesi, che ha sempre rotto le scatole a destra e sinistra per farci conoscere, mentre noi restavamo ostinatamente fermi a fargli da zavorra. Per tutto quello che lui è riuscito ad ottenere, io ho sempre ricevuto degli applausi e dei ringraziamenti che mi hanno fatto molto piacere. Luca invece, da me, non ha ricevuto spesso neanche il “grazie!” che ho sempre riservato al tecnico del suono, all’usciere del teatro, al ragazzo delle pizze…

Forse il condono natalizio, questa grande sanatoria delle omissioni, serve anche a rendersi conto – almeno una volta l’anno – non solo di tutto quello che non c’è stato o che è mancato, ma anche di tutto quello che c’è e abbiamo sempre dato per scontato: compresa l’amicizia.

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Warheit macht Frei

water mirror

Poi ci sono quelli che ti dicono: “Perché io sono fatto/a così: le cose le dico in faccia!”. E il più delle volte le cose che ti dicono sono di una sincerità imbarazzante, tipo che puzzi o che sei un maleducato o sputi quando parli… Sono fatti così: le cose le dicono in faccia e, in una società come la nostra, costruita su una serie di convenzioni e di apparenze che vanno dal non ruttare a tavola al dare del Lei alle persone più anziane, questi personaggi credono di muoversi controcorrente come branchi di salmoni, portatori della loro disarmante sincerità che si scontra con il tuo essere, alla fine dei conti, un falso.

Già, nel “io le cose le dico in faccia”, c’è sottinteso quasi sempre il tuo silenzio, il tuo non essere in grado di esprimere apertamente il tuo pensiero. E mai nessuno che pensi che invece un pensiero ce l’hai, forte e chiaro, e magari non lo esprimi perché non è bello sentirsi dire nei denti che puzzi o che sei un maleducato o sputi quando parli. Alla fine dei conti tu sei una persona che si censura, che si adegua alle convenzioni e ti ostini a dire cose tipo “bella giornata, vero?” oppure “Che piacere rivederti!”, anche se avresti preferito persino una visita proctologica a quell’incontro. Eppure, continui a muoverti, inspiegabilmente, sulla linea della convenzione mentre loro, che le cose le dicono in faccia, scuotono la testa di fronte alla tua finzione. (Ma credete davvero che tutto mi vada così bene? Credete davvero che sia sempre contento di rivedervi? Cosa ho scritto in fronte? “Giocondo”?! … Ma anche su questo sono tranquillo: se avessi qualcosa scritto in fronte loro me lo direbbero in faccia).

Loro invece hanno questa specie di licenza che prevede che tutto quello che gli esce di bocca non venga filtrato; una sorta di mancato controllo su quanto hanno dentro – come se qualcuno di noi si lasciasse andare a pesantissime flatulenze in ascensore e poi dicesse: “io sono fatto così: non ho il controllo dello sfintere!”. E tu rimani così, abbozzi e, il più delle volte, oltretutto, ringrazi: “grazie davvero… se fossero tutti sinceri come te….!”.

Già, se fossero tutti sinceri come te ci manderemmo a quel paese quotidianamente, diremmo a Tizio o a Caio di non starci troppo vicino perché il suo odore è insostenibile, diremmo a Sempronio che quello che ha scritto / detto / fatto fa schifo, sputeremmo in faccia giudizi come ceffoni. Che mondo migliore sarebbe! Ad opporsi a questo mondo ideale – il cui tasso di litigiosità sarebbe superiore alle giornate migliori della striscia di Gaza – ci siamo noi falsi, noi che ci ostiniamo a dire “che piacere rivederti!” e “quello che hai scritto / detto / fatto mi è piaciuto molto (anche se…)” solo per non ferire le persone. Alla fine dei conti, la nostra falsità è una forma di attenzione: cerchiamo di preservare la vostra faccia dai ceffoni della verità. Noi siamo il cuscinetto che consente a voi sinceri di muovervi senza fare troppo danno. Credetemi: la verità probabilmente farà liberi voi ma la falsità fa sopravvivere tutti.

Probabilmente, leggendo questa cosa, alcune persone che conosco si riconosceranno e verranno presi dal dubbio che sto parlando di loro. Forse capiteranno sull’argomento per caso e, girandoci un po’ intorno, mi chiederanno a chi mi riferivo: “Non è che… parlavi di me per caso?”. “Mannò!” – dirò io – “era un discorso così, in generale…”.

Be’… non fidatevi e pensateci su. Io NON sono uno che dice le cose in faccia.

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Settori

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“Il settore sbagliato della parte giusta” è un’espressione che viene da Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio. Il protagonista, Johnny appunto, entra a far parte di una brigata partigiana per prendere parte alla resistenza e si accorge che gli ideali che animano quel gruppo di combattenti non hanno niente a che vedere con i suoi, anche se li accomuna l’obiettivo di liberare l’Italia. Ripensavo a quest’espressione – “il settore sbagliato della parte giusta” ma anche il suo contrario “il settore giusto della parte sbagliata” – come particolarmente adatta a descrivere l’atteggiamento di molti nei confronti del referendum prossimo. E’ come se qualcuno avesse tracciato una riga casuale che ha messo insieme i personaggi più improbabili: l’ANPI con Casapound, Travaglio con Brunetta, Grillo con Berlusconi e via così…

Qualcuno di voi magari avrà deciso di votare sì e si renderà conto di trovarsi schierato con una serie di personaggi che considera impresentabili e inaccettabili. Stessa sorte se avete optato per il no.

Questo intanto ci dice che, in Italia, per quanti possano essere i nostri ideali, ci sarà sempre un numero infinitamente superiore di personaggi impresentabili.

Siccome non sarò certo io a consigliarvi cosa votare né a dirvi per cosa ho intenzione di votare – all’endorsement fatto da molti personaggi su internet, del tipo io voto sì/no per questo, questo e quest’altro motivo, rispondo il mio discreto “esticazzi?” – vorrei spostare il discorso su questa roba dei settori e della divisione casuale.

Comunque vadano le cose, l’Italia risulta spaccata in due parti molto equilibrate fra loro. Qualunque parte vinca, avrà comunque al suo interno una percentuale costante k di impresentabilità. Sia che vinca il sì, sia che vinca il no, dovremo subire l’arroganza della parte impresentabile che canterà vittoria. Gli impresentabili, di solito, risultano molto molesti quando vincono. Questa cosa, in genere, fa molto incavolare quelli dell’altro schieramento i quali, oltretutto, percepiranno di essere stati sconfitti da degli impresentabili. Allo stesso tempo però i moderati dello schieramento vincente si dissoceranno dai toni decisamente troppo accesi adottati dagli impresentabili.

Insomma: la mia visione apocalittica finale è che – come ha detto qualcuno – sicuramente il sole sorgerà lo stesso il 5 dicembre ma saremo tutti, vincitori e vinti, irritati secondo varie sfumature (dalla leggera irritazione all’incacchiatura pesante) e decisamente più divisi.

Una volta tolta la battaglia comune infatti, non ci sarà più niente che terrà insieme impresentabili e motivati per il sì o per il no e, pur avendo vinto (o perso), torneremo a scannarci su mille altre questioni: partigiani e neofascisti, europeisti e regionalisti, neoliberisti e piduisti.

Sicuramente andrò a votare. E’ un dovere di buon cittadino: mi sono informato, mi sono confuso, mi sono ri-informato, sono stato disinformato, mi sono ri-confuso… ma alla fine voterò. Qualcuno ci ha ripetuto – da entrambi gli schieramenti – che andiamo a votare, in questo caso, anche per i nostri figli.

Forse dovevano ricordarcelo anche in tutte le altre occasioni: avremmo limitato la costante di impresentabilità presente nella nostra politica.

Tutto quello che invece potremo dire ai nostri figli in questa occasione sarà invece, per l’ennesima volta, “scusate, credevo solo di essere nel settore sbagliato della parte giusta”.

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L’improbabile

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E adesso gli Stati Uniti si ritrovano un improbabile presidente con una pettinatura improbabile. Noi, in Italia, facciamo spallucce, ridiamo sotto i baffi con la tacita soddisfazione di avere, per una volta, preceduto gli americani: noi infatti il miliardario con i capelli finti al potere lo abbiamo già avuto. Sarà per questo forse che la vittoria di Trump non è che ci faccia molto caldo o freddo: noi ci siamo già passati, tranquilli!, e alla fine si sopravvive. Col tempo, anzi, abbiamo sviluppato una particolare forma d’immunità contro i timori del cambiamento. Anche noi avevamo una certa puzza sotto il naso allora, ma è scientificamente provato che il naso umano si può adattare a qualsiasi tipo di odore nel giro di due minuti, figuratevi in quattro o vent’anni! Noi, per esempio, abbiamo avvezzato le narici a molte cose. Il verbo esatto, utilizzato sui giornali, è “sdoganare”: prima abbiamo sdoganato un po’ di fascismo, poi un po’ di xenofobia, poi un po’ di intolleranza, poi un po’ di intransigenza religiosa… E’ stata un’operazione fortemente democratica, perché alla fine abbiamo dato voce a tutti quelli che non l’avevano, anche quando questi ne hanno approfittato per dire cose violente o irripetibili. Ad ogni piccolo sdoganamento, siamo riusciti a spostare un po’ più in là la nostra soglia di tolleranza, ogni volta che abbiamo sentito una puzza strana, siamo sempre stati accusati di avere noi la puzza sotto il naso e allora abbiamo inspirato forte e ci siamo abituati. Col tempo le cose cambiano, i miliardari vanno e vengono e non è poi neanche tutta colpa loro a ben vedere: il problema è quello sdoganamento che si diceva, riuscire a dare voce ai veri umori della gente, a quella che i giornali chiamano la “pancia del paese”. Ecco, negli ultimi anni abbiamo avuto un sacco di politici improbabili che hanno dato voce alla pancia del paese, molto spesso dimenticandosi che una pancia, il più delle volte, si esprime a rutti e scorregge. Ad ogni puzza espulsa, ci è stato detto che abbiamo i nasi troppo delicati – chic o radical chic –, che siamo scollegati dalla realtà, che viviamo in un mondo ideale. Tranquilli: quei tempi sono passati! Ci siamo abituati da un sacco di tempo a questa politica finalmente basata sulle vere esigenze della vera gente.

Se prima consideravamo impossibili una serie di azioni o di affermazioni in politica, col tempo abbiamo capito che sono solamente improbabili: tutto può accadere e tutto possiamo, alla fine dei conti, sopportare, pur di non passare per l’ennesima volta per degli snob ancora legati a certi vecchi valori o, Dio non voglia!, alla buona educazione. A pensarci bene, anche l’elezione di Trump era, in fondo, fortemente improbabile.

Questa volta non ci ha colto impreparati: abbiamo abbozzato un sorrisino e abbiamo allargato le braccia: “è la democrazia, ragazzi, è la pancia del paese!”. Abbiamo avuto magari solo un piccolo brivido pensando alle sue affermazioni xenofobe, al pugno di ferro mostrato contro i nemici degli USA, al fatto che questo signore, insieme a Vladimir Putin e a quel simpatico giovanottone di Kim Jong-Un, abbia le mani sul 90% dell’arsenale nucleare mondiale. E se un giorno questo decidesse di…?

Ma no! Ecco i soliti timori snob e radical chic… Pensiamo davvero che questo tizio possa espellere tutti gli immigrati, sdoganare la propria personale misoginia, rendere normale la scorrettezza verbale, violare i diritti civili delle minoranze etniche o sessuali, scagliarsi contro tutti i nemici interni ed esterni dell’America e, oltretutto, scatenare guerre termonucleari su scala globale?

Impossibile! Direte voi.

Ecco, magari impossibile no: improbabile.

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Io, Dino e Dylan

Quando a Bob Dylan hanno dato il premio Nobel, al mio amico Dino si è intasato il telefono di notifiche, manco fosse stato lui il vincitore. Ha ricevuto congratulazioni, telefonate da capi di stato, messaggi Facebook e lui stesso si è prodigato in un post in cui ringraziava l’Accademia di Svezia. Dovete sapere infatti che Dino non solo è il più grande fan di Dylan che io conosca ma, con buona probabilità, è anche il più grande fan di Dylan che conosciate voi. Questo per due motivi: 1. probabilmente conoscete anche voi Dino, dato che lui conosce veramente un sacco di gente e tutti sono amici di Dino (il corollario è che a Dino non si può non volere bene); 2. se anche voi conoscete un fan di Dylan che non sia Dino, sappiate che Dino può sconfiggere il vostro fan con una mano legata dietro alla schiena (il corollario è che Dino con l’argomento “Dylan” può annichilire chiunque, anche il più paziente dei suoi amici).

Ora, se tralasciamo l’evidente contraddizione fra i due corollari – che ha come ulteriore conclusione che si può frequentare Dino purché non si nomini mai Bob Dylan o non si fischietti una sua canzone (tanto comunque lo farà lui) -, tutto questo mi serviva per commentare l’assegnazione del Nobel per la letteratura a un cantante. Quando mi hanno chiesto infatti cosa ne pensassi del premio a Dylan ho detto: “sono felice, come se l’avessero dato ad un mio amico!”. (Tra l’altro, vista la latitanza di Bob, è probabile che deleghino proprio Dino a ritirare il premio a Stoccolma: sarebbe il giusto coronamento di una vita di sacrifici.)

Comunque: è giusto? Sbagliato? Chissenefrega? A chi mi chiede come la penso sul rapporto fra poesia e canzonette rispondo sempre con una bella immagine di Valerio Magrelli: poesia e canzone sono come gli scacchi e la dama. Il campo di gioco è lo stesso ma cambia il grado di complicazione. Oltretutto, con i pezzi degli scacchi puoi farci una partita a dama, ma con le damine non giocherai mai a scacchi. Il che equivale a dire che puoi rubacchiare un po’ di poesia e farci una canzone (chi scrive queste righe ne sa qualcosa…), ma non puoi fare il contrario, cioè prendere una canzone e spacciarla per poesia.

Quindi, il mio primo assunto è che Dylan NON è un poeta: prova ne è il fatto che voi conoscete Bob (e Dino) mentre non avete idea di chi sia Valerio Magrelli.

Detto questo, non mi accoderò alla schiera di quelli che hanno gridato allo scandalo per quest’assegnazione (che probabilmente sono gli stessi che hanno detto “chi?!?” quando il premio l’ha vinto Tranströmer…), perché sono convinto che Dylan l’abbia ricevuto per quello che ha sempre fatto, cioè le canzoni.

Bob ha sempre fatto – molto bene – quella che è diventata una delle forme d’arte più rappresentative della seconda metà del secolo passato, cioè la scrittura di canzoni, e non ha mai cercato di spacciarsi per poeta. [A questo punto ricordiamo – con un minuto di silenzio – la pubblicazione dell’abominevole libro di poesie di Luciano Ligabue, Lettere d’amore nel frigo]. Ha semplicemente scritto e descritto, con una povertà di mezzi incredibile (pensate alla sua semplicità e traducibilità rispetto, ad esempio, a Leonard Cohen) ma con altrettanto incredibile esattezza, i sentimenti, i sogni e i pensieri di più di una generazione.

D’altra parte, diciamocelo: ha sempre suonato e cantato malissimo, se le sue canzoni non avessero una forza particolare non staremmo nemmeno a parlare di lui.

Credo quindi che l’Accademia di Svezia – che non ha a disposizione tutte le cinquanta sfumature di premio degli Academy Awards – abbia semplicemente messo nello scatolone “Letteratura” quella che invece è la vera arte di Bob: la Canzone.

La Canzone – e qui sta il punto – può essere una forma d’arte solo se la si interpreta per quella che è: la lezione di Bob è che chi scrive canzoni deve scrivere canzoni, non credersi un poeta. La poesia è una cosa diversa, non migliore né peggiore.

Per chi, come me, qualche canzone l’ha scritta, è una bella soddisfazione pensare che, anche grazie a Bob, questa attività ha una sua dignità in sé e per sé (non perché assomiglia a una poesia) e che ogni cantautore si colloca su una retta immaginaria che parte da Rovazzi e va su su fino a Dylan.

Una bella soddisfazione, dicevo… ma mai quanto quella di immaginarmi la faccia di Dino quando leggerà che, giusto qualche riga più su, sono finalmente riuscito a scrivere che Dylan canta malissimo.

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Il talento di Veronica

veronica marchi

Vi dirò: quando ho visto Veronica salire sul palco di XFactor sono stato contento.

E questo nonostante tutti coloro che praticano (o credono di praticare) una qualche attività artistica siano sempre ipercritici verso tutti i loro colleghi, in particolare verso quelli che, ovviamente svendendosi al mercato e sporcando per sempre la loro purissima arte, vanno a tentare la fortuna in televisione. Confesso di aver aderito anche io alla categoria in più di un’occasione: mi piace ridere di Sanremo, criticare i nuovi rapper, sfottere i partecipanti di Amici… Tutto questo grazie alla sicurezza che mi trasmette il mio divano; la stessa sicurezza che mi fa sbraitare le risposte corrette in tutti i quiz televisivi e poi comunicare a mia moglie: “anche stasera avrei vinto centomila euro!”.

Comunque, invece, quando ho visto Veronica sono stato subito contento. Intanto perché l’ho conosciuta personalmente, è una cantautrice molto dotata e poi, soprattutto, perché ho avuto modo di vedere dal vivo quant’è brava (ne avevo scritto, un po’ di corsa, qui) ed ero sicuro che “avrebbe spaccato” anche sul palco di XFactor.

Le cose sono andate esattamente così: Veronica canta, accompagnandosi con la sua chitarrina, e il pubblico impazzisce, i giudici si alzano in piedi ad applaudire e io guardo mia moglie con la stessa espressione soddisfatta di quando vinco i centomila euro.

A quel punto mando un messaggio a Mirco descrivendogli quello che ho appena visto in TV e lui ribatte: “Avevi bisogno del giudizio dei giudici di XFactor per sapere che era brava?”. In effetti… “No – gli rispondo – certo che no. E lei? Perché lei aveva bisogno del giudizio dei giudici di XFactor?”.

Che fosse bravissima io l’avevo constatato nel 2009. Da allora, con alti e bassi, ha continuato a scrivere e cantare (di professione è “cantautrice”), a suonare in giro, a farsi conoscere… Eppure – bam! – basta il provino a XFactor e me la ritrovo nella mia homepage di Youtube (“Veronica commuove i giudici”) segnalata fra le tendenze: tre minuti di apparizione televisiva fanno più effetto di cinque anni in giro per i localetti di mezza Italia.  Il nocciolo della questione è appunto la “visibilità”: per riconoscere il talento dobbiamo poterlo vedere.

Eppure, mi domando perché e da quando la musica abbia la necessità di essere “visibile”. Se ci pensate bene, tutto quello che dovrebbe essere richiesto alla musica è di essere “ascoltabile”. Oggi, invece, si richiede una sorta di valore aggiunto: il cantante di bell’aspetto, il video musicale (senza il quale la canzone, semplicemente, “non esiste”) e tutto un contorno di cose che vanno dalla storia strappalacrime della famiglia, alla diversità sessuale, alla polemica coi vicini di casa, al pianto dirotto ascoltando un videomessaggio di qualche parente. Tutti elementi che rendono il nuovo artista e/o la nuova canzone pronti per il mercato, anche se non sono sempre direttamente collegati con la sua musica.

La musica invece avrebbe bisogno di un po’ di pazienza, attenzione e, soprattutto, ascolto; anzi, direi “ascolti”, dato che non è così scontato – e non è nemmeno così giusto, se non in termini puramente economici – che un pezzo “arrivi” subito e venga capito immediatamente. L’arte, se è davvero tale, ha bisogno di un avvicinamento graduale che comporta sempre un po’ di fatica da parte nostra.

Il talento di Veronica è purissimo e abbastanza evidente per tutti quelli che la conoscono. Mi auguro, e le auguro, che non finisca in un meccanismo interessato solo alle sue storie private, che non venga utilizzato per vendere i wurstel negli stacchi pubblicitari della prossima edizione, che non si trasformi nell’ennesimo racconto confezionato per commuoverci nella trama-soap del talent show.

Giovedì si svolgerà la grande liturgia dei bootcamp, con i giudici che dovranno decidere chi è degno di passare al livello successivo: nel frattempo, il pubblico dell’arena fischia, alza o abbassa i pollici verso questo o quel cantante – gladiatore. Io sarò sul divano e, probabilmente, mi divertirò molto a guardare lo show ma, quando apparirà Veronica, forse sarò un po’ in ansia nel vederla esposta al frettoloso giudizio popolare.

La sua musica – e mi spingerei persino a dire la musica in generale, se questa non sembrasse la solita consolazione degli artisti del divano – ha forse soltanto bisogno di una cosa molto più semplice: la pazienza di essere ascoltata.

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