Si va in scena

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Quando mancano tre settimane allo Spettacolo, il pensiero di andare in scena è come una specie di rumore di fondo. Non te ne accorgi subito ma, a volte, mentre sei lì che stai facendo dell’altro, percepisci chiaramente la musichetta dello Spettacolo. Quell’altro poi, di cui si stava parlando, costituisce quella cosa che si chiama Vita di Tutti i Giorni la quale, a pensarci bene, trascorre perlopiù proprio mentre si sta facendo dell’altro.

Quando mancano dieci giorni, lo Spettacolo è riuscito ad insinuarsi in ogni pertugio della Vita di Tutti i Giorni: quei piccoli spiragli che usavi per respirare adesso servono per l’organizzazione dello Spettacolo, per le prove, per le telefonate, per le varie sottocategorie di Casini che si generano dalla mescolanza deleteria di Spettacolo + Vita.

Chissà – mi chiedo a volte – se anche gli Artisti con la A maiuscola (Albano, per esempio, o Arisa) soffrono di questa mescolanza che mi avvelena le giornate, che mi rende perennemente strabico, con un occhio distratto a sorvolare le piccole cose quotidiane e un altro fisso là, allo Spettacolo. Forse sì, o forse loro possono anche permettersi di avere tutti e due gli occhi puntati là e chissà come è più semplice la vita di Albano che per campare canta in Uzbekistan….

Quando mancano quattro giorni allo Spettacolo, ti accorgi che tutte le persone che ti stanno attorno sono ammalate: c’è quello che tossicchia, quello che ha la febbre, quello col virus gastro-intestinale che sta in incubazione tre giorni per poi deflagrare improvvisamente, quello che si starnutisce in mano e poi te la porge per salutarti… Ormai lo Spettacolo è un pensiero fisso, che sta lì a disturbarti sempre, come quelli che fanno “ciao” nei servizi del Telegiornale, sempre a ricordarti che qualcosa potrebbe andare storto, che potresti non essere in forma, non avere voce, scivolare su una buccia di banana o chessò io.

Mentre decido di buttare tutte le banane, getto uno sguardo al poster di Albano e mi chiedo come se la passa lui, che magari è lì che patisce il freddo uzbeko e ha le mie stesse paranoie sugli abbassamenti di voce. La gente lo sa, Albano, quante scomodità ti impone lo Spettacolo?

Il giorno prima dello Spettacolo, ti rendi conto che questa specie di mostro è riuscito a fagocitare la normalità, incasinando la routine, trovandoti migliaia di piccole cose a cui devi pensare all’ultimo momento. Dopodomani – pensi – si riassesterà tutto, anche se dovrò pagare per chissà quanto il ritardo che la Vita di Tutti i Giorni sta accumulando per colpa dello Spettacolo. Povera Vita! Lei procedeva tranquilla, con i suoi alti e bassi certo, ma tranquilla… quando ho cominciato a perdere il controllo? Quando è stato che lo Spettacolo ha cominciato a condizionare tutto?

Il giorno dello Spettacolo è una specie di bolla. Avete presente quando aprite gli occhi sott’acqua? Ecco, così: solo tutto il giorno. La Vita di Tutti i Giorni ti si agita davanti come un rimpianto tremolante, pronta a ripresentarti l’indomani il conto di tutte le tue omissioni. Oggi però, non riesci a pensare o sentire nient’altro che non sia lo Spettacolo.

E alla fine ti ritrovi lì, nel camerino, che manca mezzora allo Spettacolo.

Il camerino, a dirla tutta, il più delle volte è una specie di sottoscala del teatrino: c’è una sedia su cui sono buttati i vestiti della Vita di Tutti i Giorni, uno specchio, un lavandino, un secchio con lo straccio per pulire. Io mi guardo nello specchio e mi chiedo – sempre, cacchio!, tutte le benedette volte – che cosa mi ha portato fino a lì e se la gente, che è la fuori pronta a giudicarmi se scivolo su una buccia di banana, riesce ad immaginarsi che cosa ho passato nelle ultime tre settimane.

In quei momenti, fortunatamente, nello specchio compare Albano. Ha il colbacco, perché è in collegamento dall’Uzbekistan, e mi chiede qual è, secondo me, il motivo che spinge gli Artisti con la A maiuscola sopra un palco. Allora capisco che mi ritrovo ancora lì non certo per soldi e tantomeno per avere la comprensione o, peggio, la compassione del mio pubblico… “l’Applauso?” – azzardo timidamente… Che sia quella la A maiuscola?

Albano sorride e anch’io. A pensarci bene, quando salirò quei tre gradini che mi portano di sopra non ci sarà niente della Vita di Tutti i Giorni che riuscirà a disturbare lo Spettacolo. In quel momento, le parti si invertono: la Vita diventa l’intrusa, il rumore di fondo, che, forse, mi aspetterà paziente in fondo ai tre gradini… L’unica cosa che conta però, stasera, il senso di tutto quello che hai fatto, la ricompensa di tutto quello che hai fatto, è solo lo Spettacolo.

Qualcuno butta una voce giù nel sottoscala: “Tutti pronti, ragazzi! Si comincia!”

Eccomi, sono pronto: si va in scena.

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Frozen

cioccolata_calda

Quando il vento avvolge i monti col suo gelido abbraccio

l’unione forma un cuore freddo dal quale nasce il ghiaccio

 

 

E alla fine cominciò a scendere dal cielo questa cosa misteriosa.

Nessuno ci credeva all’inizio o, forse, data la scarsa dimestichezza degli italiani con le lingue straniere, chissà che caspita ci aspettavamo quando parlavano di “Big Snow”.

Neve. Cribbio, un sacco di neve.

L’amministrazione comunale aveva probabilmente fatto affidamento sul solito sito internet complottista che suggeriva che “Big Snow” era in realtà un piano segreto di alcune multinazionali della cioccolata in tazza e dei piumini per scatenare il panico fra la popolazione. La scelta fu quindi quella di adottare il piano-neve di Honolulu: distribuzioni gratuite di collane di fiori e “aloha!”.

Benvenuti a Snowland, la città surgelata.

Mi incammino perplesso, a piedi, superando le banchine delle fermate degli autobus: decine di persone sembrano in attesa del rompighiaccio come fossero al porto di Vladivostok.

Molti alberi hanno ceduto: almeno la natura provvede a se stessa, visto che nessuno aveva pensato che le piante andassero potate. Il problema, semmai, sarà quello di rimuovere i rami dai tetti delle auto o dalle sedi stradali. Maledette multinazionali della cioccolata! Non vi bastava quello che già state guadagnando?!

“Chissà come fanno a Toronto o a Bolzano” – si domanda l’anziano che è uscito apposta per osservare lo spartineve bloccato nella neve (!) e che adesso, con le sue manovre da supermotard, promette di intrattenerlo per tutta la mattinata. Poi alza gli occhi al cielo, forse aspettando un Canadair…

La città surgelata è, a suo modo, un luogo comune: persone che si lamentano, persone che scivolano, persone che sostengono che “gli altri avranno magari rubato però la neve la spalavano”, persone che ricordano che ci eravamo lamentati esattamente allo stesso modo anche con gli altri, persone che, comunque, sottolineano che siamo in presenza di un evento eccezionale.

Già, “eccezionale”… La neve! D’inverno, poi! Certo che dipende da quant’è, un po’ come è capitato, non tantissimo tempo fa, per l’acqua nel torrente. Eccezionale semmai è il fatto che l’acqua, o la neve (che poi è la stessa cosa, mi dicono), ci colga sempre un po’ di sorpresa, mentre stavamo pensando o facendo altro.

Allora la città surgelata diventa un posto pieno di rabbia e tutto questo gelo attorno sembra un po’ la concretizzazione del nostro smaronamento generale, del ritardo che facciamo, di tutti gli impegni che saltano, del governo ladro, della nostra vita che scivola e cade sull’imprevisto.

Alla fine poi, l’imprevisto era ampiamente annunciato e, forse, tutta questa rabbia è un po’ il segno dell’irrigidimento glaciale che hanno preso le nostre vite, del fatto che tutto quello che non rientra nei nostri piani è “eccezionale” e che non riusciamo a pronunciare un “pazienza!” per tutto quello che, necessariamente, slitta su questo ghiaccio.

Ora, gente come me che, fortunatamente, non ha subito interruzioni di luce o acqua, che ha trascorso al calduccio buona parte dell’eccezionale “Big Snow”, che cosa ha da lamentarsi? Un altro po’ di bile su questa neve la farà sciogliere prima?

Mentre scànchero per cercare di aprirmi un varco fra la neve del marciapiede, il mio sguardo incrocia un paio di scarponi esattamente di fronte a me: alzo gli occhi e incontro il sorriso di una signora di colore che, evidentemente stupita da quello che ci circonda, mi chiede: “non è tutto bellissimo?”

Be’, sì, signora… per quanto sia retorico e scontato, in effetti è tutto molto bello e, anche se alla fine mi diverto molto a lamentarmi di tutto, a pensarci bene buona parte del freddo che ci circonda viene da dentro di noi…

Com’è che faceva quella canzone? Ah, già! Let it gooooo! Let it goooo!

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All by my selfie

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Una delle rappresentazioni più efficaci della memoria mi è sempre sembrata quella di Harvey Keitel che – nel film Smoke, se non sbaglio – si prendeva la briga di fotografare ogni mattina alla stessa ora lo stesso angolo di strada. Ecco: allora – e sto parlando del secolo scorso – quello mi sembrava uno dei modi più efficaci per tenere traccia del passaggio del tempo, delle impercettibili differenze che, da un giorno all’altro, producono poi i cambiamenti.

Ripensavo a questa cosa osservando il moltiplicarsi di selfie, di tecniche per farsi i selfie, di attrezzi per farsi i selfie, di bocche a culo di gallina nei selfie, di sguardi concentrati (come se stessero moltiplicando a mente 327 X 872) nei selfie. In pratica, pensavo ai selfie e mi chiedevo se non fossero un modo per fermare la memoria, per poter osservare, nelle nostre gallerie multimediali piene di selfie, gli impercettibili cambiamenti, le piccolissime rughe che segnano la nostra ‘duckface’ e, forse, la nostra vita.

Chissà se davvero i nostri selfie potranno essere un archivio della nostra memoria personale, una specie di nostra storia…

E però, nel nostro selfie davanti alla Tour Eiffel, o insieme a Barbara D’Urso, o in fila dal tabaccaio, l’impressione è che, alla fine, ci si concentri sempre su un solo particolare che è, forse, il meno significativo: la nostra faccia. Voglio dire, di tutte le cose che mi aspetto che cambino, quella di cui posso prevedere i cambiamenti con il maggior grado di approssimazione è proprio la mia faccia. Alla fine quella foto è un modo di concentrarci su di noi, di tenere sott’occhio l’unica cosa che ci interessa veramente e che è la protagonista di tutti i nostri “punti di vista”.

La sequenza dei miei selfie forse potrà essere una specie di memoria, ma è solo una tessera del puzzle: perché sia una storia, anche la mia storia, manca il quadro generale.

Penso ai selfie, oggi che è il settantesimo anniversario del Giorno della Memoria, perché credo che nelle nostre derive moderne, nel nostro compulsivo accumulare dati e memorie personali, ci sia proprio il rischio profondo di non riuscire a costruire una storia, di ridurre la nostra visione delle cose a quell’unica tesserina che ci interessa: la nostra foto – tessera.

C’è il rischio, insomma, di essere un po’ soli nelle nostre micro-storie, di concentrarci solo su di noi e di essere un po’ refrattari anche agli insegnamenti della Storia – con la maiuscola – che ci viene riproposta ogni anno in questi giorni. La seconda Guerra Mondiale, l’Olocausto… sono foto sbiadite di tanto tempo fa in cui, tra l’altro, manca il soggetto che più ci interessa: la nostra faccia.

Forse, azzardo timidamente, giorno della memoria non significa solo conservare la memoria degli eventi, sfogliare un album pieno di foto sbiadite, ma cercare di ricostruire la storia, conservare i tratti del quadro generale, apprendere la lezione che eventi così insensati possono averci insegnato. Significa uscire dal nostro piccolo riquadro, riuscire ad allargare la nostra visione anche ad altri particolari che non sono solo scritti nei nostri lineamenti.

Bah… abbiate pazienza! Come al solito, confondo le cose e mescolo argomenti che non c’entrano niente gli uni con gli altri. Cosa volete che ne capisca, io, di certe cose? Pensate che, a volte, invece di selfie, dico ancora “autoscatto”…

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Il mio amico Charlie

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Quelli di Charlie Hebdo erano brutti, sporchi e cattivi.

Una delle cose che non sono state, forse, a sufficienza sottolineate a proposito del barbaro episodio del 7 gennaio è che le copertine, così come molti dei contenuti del giornale satirico Charlie Hebdo, risultano, in effetti, difficilmente condivisibili e difendibili. Molte delle loro copertine, ad esempio, sono parecchio indigeste anche per gli eventuali lettori cattolici.

Questo ha generato, nella nostra Italietta sempre così attenta a non urtare la sensibilità altrui – anche e soprattutto attraverso lo strumento della satira – una serie di reazioni che potremmo riassumere con un: “be’… un po’ se la sono cercata”.

Forse questo spiega come mai, a differenza di molte altre nazioni europee, da noi non si sono viste grandi mobilitazioni di massa o manifestazioni di solidarietà con quanto accaduto: certo, sui social, nous sommes tous Charlie, ma, nei fatti, domina sempre un po’ la logica donabbondiesca secondo la quale i guai è meglio non andarseli a cercare.

Temo che, alla fine, si parlerà ancora e in maniera retorica di “difendere i nostri valori” e questi saranno rappresentati da politici in felpa che, su questa linea, condanneranno l’omosessualità come un’aberrazione contro natura oppure, forti di scorte pagate dallo stato, mangeranno provocatoriamente mortadella nei pressi di qualche moschea italiana.

Molti propaleranno le vignette di Charlie relative all’Islam, difendendo il diritto di Satira, e, probabilmente, saranno gli stessi che cacciarono Luttazzi dalla televisione italiana perché troppo volgare o irritante. (E io tra parentesi penso al mio amato Wolinski, ebreo, comunista, appassionato di vita e di f**a e alle grasse risate che si starà facendo di fronte a queste prese di posizione…).

Io credo invece che, quando parliamo di difesa dei nostri valori, dobbiamo riferirci a tutta una serie di cosucce che ci sono costate tempo e fatica come la Democrazia, la Tolleranza, la Libertà di Pensiero, la Libertà di Parola e la Libertà d’Espressione.

Queste cose sono entrate a far parte della nostra Cultura attraverso un percorso molto faticoso e sanguinoso fatto di cacce alle streghe, stragi di ugonotti, roghi di intellettuali, inquisizione spagnola, massacri di ebrei e zingari. Faticosamente, ripeto, e ad un prezzo molto alto, ci siamo conquistati quei “valori” che hanno permesso ad una rivista come Charlie Hebdo, così come a chiunque altro volesse, di esprimere la propria opinione liberamente, provocatoriamente, in modi o forme che possiamo non condividere ma che ci sentiamo comunque di difendere.

Il cammino che ci ha portato alla Tolleranza e alla Libertà è stato tortuoso e accidentato perché questi Valori non sono cose facili. La nostra civiltà ha subito un lunghissimo e doloroso percorso di Educazione a questi valori.

Certo, è molto più facile seguire l’istinto piuttosto che l’educazione, è molto più facile rispondere ad un pugno con un pugno, ad una provocazione con la violenza, ad un’azione insensata e violenta come quella di mercoledì con l’esclusione, l’intolleranza e la mortadella.

La nostra Storia però ci ha dato una lezione diversa e più difficile da mettere in pratica: ci ha insegnato che difendere i nostri valori non significa contrapporre, calcisticamente, uno pseudocristianesimo di facciata al fanatismo fondamentalista islamico, ma passare attraverso la Ragione e la Cultura.

L’Educazione che abbiamo ricevuto dalla nostra Storia – e che è ciò che dobbiamo preservare ad ogni costo per le generazioni future – ci ha insegnato che dobbiamo cercare di capire quello che non conosciamo e, sulle prime, ci fa paura; ci ha insegnato ad opporci agli eccessi irrazionali di ogni tipo; ci ha insegnato anche ad utilizzare la forza, se necessario, per preservare la Libertà e quei valori che sono tanto costati, ci ha insegnato a non cedere all’intolleranza, all’odio, al razzismo, alle provocazioni di ogni genere, facendo parecchi passi indietro sul nostro cammino di formazione, rinunciando alla nostra intelligenza e facendoci guidare dall’istinto.

Su quel cammino siamo stati accompagnati da Socrate, Francesco d’Assisi, Erasmo da Rotterdam, Martin Lutero, Giordano Bruno, Galileo Galilei, Voltaire, Gandhi, Don Milani, Martin Luther King, Nelson Mandela… e la società imperfetta che abbiamo faticosamente costruito permette la convivenza di Musulmani, Sentinelle in piedi, Omosessuali, Salvini, Cattolici e Autori di Satira.

Forse, pensandoci razionalmente e fuori dall’emozione del momento, io non sono Charlie: quelli di Charlie Hebdo erano brutti, sporchi e cattivi e dicevano cose che facevano arrabbiare la gente di ogni credo religioso. Siamo tutti diversi da Charlie e, fortunatamente, siamo tutti diversi perché siamo il prodotto di una società pluralista in cui c’è libertà di proliferazione di idee, anche scomode.

Questa è la nostra forza, non dimentichiamocelo: non dimentichiamoci della nostra educazione.

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Presente natalizio

Kabaré Voltaire

Alla fine un regalo è una scusa come un’altra.

Io quest’anno, per esempio, ho deciso di farvi un piccolo regalo: in allegato (in fondo) a questo post trovate testo e accordi del nostro primo album Kabaré Voltaire del 2003 (!) con un po’ di paginette che ho scritto per accompagnarli. Non so quanti gradiranno o apprezzeranno la cosa: nel corso degli anni, alcuni fan ci avevano chiesto una roba del genere e io sto, lentissimamente, provvedendo… Tra non molti anni usciranno anche i “canzonieri” dei lavori successivi, non temete!

Comunque, si diceva, un regalo alla fine è una scusa come un’altra. E’ un modo per dire: “ehi! ci sono anch’io!”, un “presente”, appunto, che rispondiamo all’appello degli affetti di ogni anno.

L’idea era appunto quella del nostro piccolo “presente!” per rispondere al vostro affetto, consapevoli, del resto, che ci sono cose che non si possono impacchettare e regalare.

Alla fine, forse, un regalo è qualcosa che parla di noi più di quello che vorremmo: dentro a un pacchetto facciamo finire quello che siamo e che siamo diventati. Impacchettiamo la nostra ansia, le nostre corse per la città, il nostro desiderio di essere amati o ringraziati o gratificati dagli altri. Cerchiamo di impacchettare quello che vorremmo diventare, mentre invece trascuriamo sempre un po’ quello che siamo stati.

Ecco: il nostro piccolo presente è un po’ una foto del passato, che in questa sede dedico a due di noi: a chi quest’anno ha perso una persona cara e a chi invece ha fatto esperienza di una nascita. Due eventi opposti, che cambiano le persone che vi vengono in contatto e che forse rappresentano il senso più pieno del tempo che passa.

Conservare i nostri ricordi, condividerli, anche versarci una piccola lacrima, è un modo discreto di vincere il tempo, di rendere presente anche quello che non c’è più o che ci sarà.

Auguri a tutti!

[copertina del CD di Miriam Giuberti]

Canzoniere Kabare Voltaire 2003

ascolta le canzoni

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Filastrocca populista

filastrocca_populista

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Cose che avrei voluto dire

G.D. Romagnosi

I sintomi della vecchiaia possono essere di varia natura: uno di questi, per esempio, è la progressiva sfiducia che la gente che ti ascolta capisca poi bene e fino in fondo quello che avevi intenzione di dire. Questo fa sì che i vecchi ripetano le stesse cose – il più delle volte senza significative variazioni – forse sperando che il messaggio, ripetuto tante volte, diventi più chiaro.

Mercoledì scorso, per esempio, siamo stati ospiti di un’assemblea d’Istituto al Liceo Classico “G.D.Romagnosi” di Parma e i ragazzi mi chiedevano come scrivo le canzoni, perché parlo di determinati temi, cosa voleva dire questa o quella cosa… Io non so se ho risposto: cioè, so che ho parlato tanto ma il rischio è sempre un po’ quello di giocare a fare l’artista, di nascondersi dietro alle parole, di non riuscire a spiegare chiaramente cosa ci stai a fare lì. E allora – e qui subentra l’anzianità – è una settimana che rimugino sulle cose che avrei dovuto dire e che forse non ho detto bene. Approfitto di questo spazio, sperando che qualcuno di quei ragazzi magari capiti qui e dica: “ma questa cosa l’aveva già detta! probabilmente ha già i primi sintomi di Alzheimer…!”

  • Avrei voluto parlare di più dell’importanza del gruppo, del fatto che ero lì con, e grazie a, Mirco e Eugenio (e col sostegno morale di Marcello, Luca ed Emanuele), ché se non avessi persone che mi supportano, sopportano e sostengono non farei un metro. Il gruppo è il luogo in cui ci si smussa scontrandosi e si è sempre un po’ scontenti fino a che, una volta che riesci a realizzare qualcosa, ti rendi conto che quella cosa lì rappresenta davvero un po’ tutti nel modo migliore.
  • Avrei voluto parlare dell’essere “artista”, perché questa è la peggiore fregatura che ti possa capitare. Al massimo, e per noi vale assolutamente, sei un artigiano: una persona che produce un bene di consumo con particolare dedizione e amore… che se essere artista invece vuol dire essere stronzo o lunatico o irritante, non avevo certo bisogno di fare canzoni per esserlo.
  • Avrei voluto parlare, appunto, della credibilità. La credibilità – che è il vero miraggio in ogni ambito – è quella strana coerenza per cui la gente ascolta le cose che dici e capisce che sono tue nel modo più sincero possibile. Cercare la credibilità significa accettare la propria vulnerabilità o il fatto che quello che fai sarà sempre di “nicchia” o condannato a piacere a poche persone.
  • Avrei voluto parlare del “corollario del cantautore”. Non è che se la gente non ti considera, se fai musica “pesante” o pseudocolta, se, insomma, il mercato discografico non ti ha neanche in nota, allora, automaticamente, sei un Cantautore e questo mondo schifo non ti merita. Credibilità significa constatare che tu fai quello che sai fare e che, per fortuna o purtroppo, non sei Kekko dei Modà o Gigi D’Alessio o Jovanotti, che fanno quello che sanno fare e quella roba, in più, piace a milioni di persone. Non esiste una musica “buona” (e invenduta) e una musica “cattiva” (e, peggio, commerciale): esiste musica fatta bene e musica fatta male, musica credibile e musica non credibile, musica che la gente decide di ascoltare e musica che la gente decide di non ascoltare. Soprattutto, esiste la tua musica e il fatto che tu ti riconosca in quello che stai facendo.
  • Avrei voluto parlare di tristezza e delusioni in maniera migliore. Noi abbiamo scherzato sulle nostre ma, nonostante tutto, siamo ancora lì a suonare perché questo è un modo di essere vivi che ci piace molto. Piangersi addosso va bene solo se fa sorridere qualcuno ma il messaggio che volevamo passare non è certo quello di chi sostiene che “fanno successo solo i raccomandati”, “la politica è tutta corrotta”, “di mamma ce n’è una sola ma io, comunque, non mi fido”. Lavorate e cogliete le vostre occasioni, per quanto questo possa sembrarvi un ulteriore luogo comune. Il lavoro serio, la costanza, la perseveranza e la qualità vengono sempre premiate (prima o poi).
  • Avrei voluto parlare di più di poesia e musica e di come queste due cose, in fondo, bastino a se stesse. Quando ti tuffi in un lago – diceva Shelley parlando della poesia – non lo fai necessariamente per arrivare dall’altra parte ma ti godi l’acqua che hai intorno. Credo che questo valga per tutte le cose inutili e creative che occupano la nostra vita: non ho mai chiesto alla musica di portarmi da qualche parte, semmai le ho chiesto qualche volta di tenermi a galla…

Ecco… tutto qui. Solo alcune piccole sottolineature da vecchio. Forse l’ultima cosa importante era proprio far notare che posto bello può essere la scuola, un posto così pieno di vita e di curiosità e di attenzione (a volte!) che quando ricevi un applauso ti sembra più forte e sincero di tutti gli altri che hai ricevuto. Un posto, insomma, che è un po’ come il lago che si diceva sopra, dove si sguazza fra poesia, matematica, arte, filosofia, e dove, alla fine, si ragiona di tutto quello che al mondo fuori interessa poco o niente. E’ l’unico posto, credo, dove ci si può anche prendere una mattina intera per fare una cosa inutile come “parlare di musica”, operazione che – come faceva notare quel gran genio di Frank Zappa – ha lo stesso senso di “ballare d’architettura”.

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