Pulire i piatti

poldo

Der Mensch ist was er isst (L.Feuerbach)

Non darei la colpa di tutto a suor Caterina: lei si è solo trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato. No, in realtà la cosa era sicuramente più profonda e veniva da mia mamma.

Suor Caterina era la nostra maestra dell’asilo, era una suora (appunto) e non l’ho mai vista sorridere: non mi ero stupito tanto quando mi avevano detto che non era sposata. Comunque, lei non ti lasciava andare in cortile a giocare se non finivi tutto quello che avevi nel piatto. Allora io, senza farmi vedere, semplicemente prelevavo quello che avevo nel piatto e lo scagliavo sotto la tavola. Coi bastoncini di pesce funzionava benissimo, per dire. Con le polpette no: le polpette rotolano. E la polpetta che avevo scagliato sotto il tavolo aveva rotolato, percorrendo il pavimento del refettorio, fino alla scarpa di suor Caterina. Per lei era stato abbastanza semplice scoprire chi era l’unico che aveva il piatto vuoto: mi fece alzare dalla tavola e mi fece mangiare in piedi, davanti a tutti, la polpetta che avevo buttato. Giusto per la cronaca, posso aggiungere che era un po’ impolverata.

Comunque, certe libertà me le prendevo solo all’asilo e a casa non avrei mai osato neanche pensare qualcosa di simile a quello che avevo fatto. Come dicevo, era stata mia mamma a insegnarmelo. Per lei c’erano due norme fondamentali: 1. tutto quello che hai nel piatto va finito; 2. non esiste pietanza che “faccia schifo” o che, con un po’ di buona volontà, non possa essere ingurgitata. In più, rispetto all’asilo, non esisteva neanche la prospettiva del cortile o del gioco: “perché devo finire questa cosa? Fa schifo!” “Perché sì. E poi non fa schifo: se dici ancora che fa schifo, te la do anche stasera a cena”.

Ricordo rarissime eccezioni: una volta mi venne concesso di sputare un pezzo di fegato che avevo masticato per due giorni e un’altra mi diede il permesso di lasciare una cosa cucinata da una sua cugina perché “non faceva schifo ma ci andava molto vicino”.

Mi sono sempre chiesto da dove venissero le due norme fondamentali: nessuno sarebbe andato in rovina per un pezzo di fegato buttato – che oltretutto era “mio”: fate finta che l’abbia mangiato! – o nel constatare che una pietanza non mi piaceva – che la mangiasse qualcun altro, caspita!

Eppure, su queste cose mia mamma non accettava compromessi.

Come tutte le cose che fanno le mamme, era una forma di educazione. Le madri ti passano, insieme al cibo, tutto quello che è stata la famiglia prima di loro, impastano la roba che ti viene messa nel piatto di insegnamenti più o meno scoperti. Quello che mangi, in un modo o nell’altro “ti farà bene”.

Io allora mi trovavo a mangiare per tutte le generazioni precedenti che non ne avevano avuto a sufficienza: dovevo avere rispetto del cibo, perché ero molto fortunato ad averlo nel piatto, perché la mia era forse soltanto la seconda buttata della mia famiglia che poteva mangiare regolarmente e tranquillamente.

E poi mangiavo perché se ti sei tirato nel piatto troppa roba è una tua responsabilità e devi finirla.

Ma se le cose fanno schifo? Intanto non fanno schifo: tutto il cibo ti nutre in qualche modo e il tuo fisico troverà il modo di gestire le cose che ingerisci. Il piatto va pulito, quello che inizi deve essere terminato. Pulire il piatto è una modalità particolare di approccio alla vita: avere la capacità di inghiottire e terminare anche quello che non ci piace, pulire bene il fondo, non lasciare traccia, nemmeno delle brutte esperienze, mandare giù fino all’ultimo boccone quello che hai iniziato, senza tirarsi indietro.

Mi rendo conto adesso che mia madre ha vissuto così e che, quando mi insegnava come mangiare, come fanno tutte le mamme semplicemente mi insegnava a vivere e a sopravvivere. Non so se è vero che, come diceva qualcuno, l’uomo è ciò che mangia; sicuramente, ogni uomo assomiglia un po’ a chi gli ha dato da mangiare.

Ancora oggi non riesco a non pulire bene i piatti in cui mangio e, a volte, ho ricevuto gomitate da mia moglie che sibilava “guarda che se non ti va tutto, puoi anche lasciarlo”.

Ma non posso farci niente – ripeto – mi hanno insegnato a vivere così: mia mamma mi ha insegnato che non c’è niente nella vita che faccia schifo, ci sono solo cose che vanno molto masticate e finite per bene.

Alla fine, ogni volta che mi specchio nel mio piatto pulito mi scappa un sorriso.

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Attenzione e Liberazione

attenzioneeliberazione

“Come andiamo?” – chiedo all’amico che non vedo da un po’ di tempo.

“Resistiamo” – mi fa lui, e io non posso evitare di sorridere mentre me lo immagino – complice l’atmosfera di questi giorni – sulle balze dell’Appennino col moschetto a tracolla, nonostante il trench e la borsa d’avvocato.

La resistenza di cui mi parla lui, però, è quella che quotidianamente esercitiamo per riuscire ad andare per la nostra strada, badare ai nostri interessi, non farci fagocitare più di tanto dalle cose che ci circondano.

A volte mi chiedo se la nostra resistenza quotidiana non sia altro che una forma iper-raffinata di indifferenza e rimango molto colpito quando penso a come settant’anni fa un avvocato appunto, o un insegnante o un meccanico o uno studente, potessero decidere di averne avuto abbastanza e ritirarsi in montagna a sparare a delle persone, a combattere per quello che a loro sembrava giusto.

Mio nonno mi diceva che bisognava trovarsi in quella situazione, che in effetti non si poteva fare altro e pure lui, che era un soldato fascista sorpreso dall’8 settembre, si era ritrovato un po’ perplesso in montagna a minare i ponti su cui transitavano i tedeschi.

Già, “non si poteva fare altro”: e mi stupisco di come invece oggi abbiamo un sacco di altre cose da fare, molto più importanti.

Allora può capitare che muoiano centinaia di disperati nel canale di Sicilia proprio a ridosso della nostra festa della Liberazione, persone che cercavano una loro forma di libertà e lottavano, a modo loro, per una vita migliore, e l’”unanime cordoglio” possa essere espresso e metabolizzato nel giro di 48 ore. Può capitare anche di trovare persone che irridono a quella tragedia, persone che invocano nuove forme d’ordine, dai rastrellamenti in mare alle ruspe nei campi rom. Può capitare che si tolleri tranquillamente che, proprio i rom ad esempio, vivano in ghetti lontani dalla nostra vista. Può capitare che ogni forma di revisionismo venga legittimata, come se la parola ‘liberazione’ fosse inquinata da sovrastrutture politiche e non sia stata invece il denominatore comune che ha fatto combattere dalla stessa parte comunisti, cattolici, socialisti e monarchici. Può capitare che ci venga a noia sentirci ripetere tutti gli anni che ci sono state delle persone che sono morte per consentirci di vivere in uno stato libero e che, insomma, non c’è bisogno di ripetercela tutti gli anni questa storia della Resistenza….

Tutte queste cose possono capitare e capitano, proprio perché non stiamo attenti o, meglio, siamo distratti da un sacco di altre cose.

Credo invece che la cosa su cui occorre riflettere tutti gli anni, quando si celebra la Liberazione, sia proprio l’attenzione. Attenzione per le cose veramente importanti, quelle sulle quali non siamo disposti a scendere a compromessi: valori come la Libertà, la Dignità delle persone, la Vita. Se siamo attenti a queste cose allora sì che, quando le vediamo in pericolo, “non abbiamo altro da fare” che preservarle.

Il contrario dell’attenzione è l’indifferenza, che è il terreno su cui proliferano i piccoli e grandi soprusi, i piccoli e grandi spostamenti della nostra sensibilità.

“Quanti sono morti questa volta? 900? Però… è una bella cifra… certo che se non si mettevano per mare….”

“Adesso che sono radunati nei loro campi, dovremmo raccoglierli, espellerli dall’Italia e al posto delle loro baracche costruire dei parcheggi, che c’è tanto bisogno…”

“Perché c’è il centro bloccato oggi? Ancora quei vecchi che sfilano? Ma non l’hanno capita che il comunismo è morto? Almeno l’Esselunga è aperta oggi…?”

 

“Come andiamo?” – “Resistiamo” ma ognuno per sé, ognuno insensibile o indifferente a quello che capita intorno, ognuno assorbito da un sacco di cose molto più importanti da fare.

Ecco, mentre festeggiamo la Liberazione forse dovremo cercare di fare attenzione: attenzione a riconoscere un terreno comune – chiamatela Patria, ideale o reale – di valori e convinzioni da difendere dalla quale non siamo disposti a retrocedere.

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Il Dio degli ultimi cinque minuti

time goes by

Aprile, dolce dormire… e il pomeriggio trascorre languido mentre osservo dalla finestra lo sbadiglio dei fiori che si aprono. Chissà come faceva Conrad a convincere sua moglie che in realtà stava lavorando… Non voglio neanche pensare a tutte le cose che dovrei fare io, mentre me ne sto qua a guardare le giornate che si allungano come la mia “to do list”…

Per porre un rimedio, mi allungo anch’io sul divano. E’ il rituale che esige la divinità a cui sono devoto: il Dio degli ultimi cinque minuti, il cui unico comandamento è “non fare mai oggi, quello che puoi fare domani (preferibilmente verso sera)”.

Alla fine – penso fra me e me mentre sprimaccio il cuscino – non siamo forse la patria degli ultimi cinque minuti? Dovevo compilare un modulo on-line la settimana scorsa: la scadenza era fissata per lunedì a mezzogiorno e io, verso le undici e mezza, alle prese con il sito ministeriale, ero quasi convinto di non farcela… E’ bastato sdraiarmi sul divano per chiedere l’intervento del Dio degli ultimi cinque minuti (d’ora in poi, per brevità, D.d.u.c.m.): il sito della Pubblica Amministrazione si è impallato e il Ministero si è visto costretto a concedere una settimana di proroga per la compilazione del documento! E sapete perché? Perché tutti stavamo compilando il documento nell’ultima mezz’ora disponibile!

E quando mi sono accorto che quell’altra domanda che stavo compilando recava nelle righe piccole come “ultimo e inderogabile termine di consegna” la data di cinque (5) giorni prima? E’ bastato allegare una lettera di scuse e, devotamente, sdraiarmi, perché il D.d.u.c.m. intervenisse: “Non si preoccupi: Lei è comunque uno dei primi ad averci inviato la domanda compilata”. Ah, l’Italia! Adoro questo paese…! Non sarà forse la “terra delle opportunità” come l’America ma è sicuramente la terra degli ultimi cinque minuti, collocata nella zona Cesarini dell’Europa. D’altra parte, dico, si è mai visto un paese in cui fanno una pubblicità del tipo: “Quindici giorni fa è scaduto il termine per pagare il canone televisivo… Ma siete ancora in tempo!” “Ahhh…. – esclamo stiracchiandomi sul divano – e io che mi stavo quasi preoccupando…”

Il D.d.u.c.m. interviene per salvarmi mentre Aprile, come un Donkey Kong impazzito, ogni giorno mi scaglia contro un barile di cose da fare… E io – ooop! –, come Mario, saltello felice confidando nell’assistenza celeste: tutto s’aggiusterà, tutto si sistemerà.

Quando il timer della bomba è a meno di un minuto dall’esplosione, il D.d.u.c.m. mi sussurra all’orecchio: “prenditela comoda… quanto ci vorrà a tagliare il filo rosso? Due secondi? Allora comincia quando il timer segna 00:00:03…”

DRIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIINNNNNNNNNN!!!!!!!!!!!

“Pronto?… (Yawn!)… No, no, non mi disturbi… Stavo… ehm… lavorando… Cosa? Oggi è il giorno della pubblicazione del post?!? Ma no, no… certo che non me l’ero dimenticato… è che volevo scrivere una cosa complicata e… No, no, tranquillo… Te lo mando subito… Certo! Dammi… dammi cinque minuti!”

Oddìo, oddìo! E se stavolta non funzionasse? E se stavolta non ce la facessi? Sarà pur capitato qualche volta che la bomba esplode e il film finisce subito, no? Solo perché mi è andata bene fino ad ora non significa che mi andrà bene per sempre… E adesso cosa mi invento? Cribbio, maledette scadenze! Cinque minuti… come se fosse facile inventarsi qualcosa in cinque minuti…

… forse posso sdraiarmi un attimo – ma solo un attimo, eh! – per raccogliere le idee…

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[foto: cimitero monumentale di Genova]
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Libera scelta

conchiglia

Giuseppe al telefono mi chiede se uso il telefono anche per le telefonate: “Ma lei usa il telefono anche per le telefonate?” Proprio così, giuro: “No, in effetti lo accosto all’orecchio per sentire il rumore del mare…”

Giuseppe è l’operatore di una grossa compagnia telefonica che ha avuto la sventura di svegliarmi durante la mia pennichella domenicale: “No, intendevo dire se lei fa molte chiamate o se lo usa solo per internet…”. Povero Giuseppe! Dato che mi ha svegliato improvvisamente è costretto a subire battutine e malumore: “Guardi, avevo capito: è solo che se non sento il verso dei gabbiani riattacco subito la cornetta…”. Sono sarcastico: d’altra parte quante telefonate ho ricevuto da tipi come Giuseppe? Offerte irripetibili, occasioni uniche e io ormai gioco con gli operatori dei call- center… Con che diritto? Mentre il poveretto mi sta decantando gli incredibili vantaggi della fibra superveloce (“apperò! – intervengo – viva la fibra!”) mi sovviene che,in questa tranquilla domenica pomeriggio, il Giuseppe sta passando il suo tempo al lavoro: la mia intransigenza allora si incrina un po’ e questo errore, come vedrete, mi sarà fatale.

“Se vuole può visionare il contratto e solo in seguito sarà contattato per finalizzarlo… se acconsente, glielo mando tramite corriere…” Massì!, penso fra me e me, che mi costa in fondo? Lui mi manda il contratto, io gli dò un’occhiata… “Senza impegno?” “Ma certo! Mi dia i suoi dati…” Quando mi accorgo che mi sta chiedendo anche i risultati delle ultime analisi del sangue, mi insospettisco un po’ e tronco la conversazione… In quel momento realizzo che il contratto è partito, affidato a un corriere tipo Michele Strogoff che, agli ordini della Compagnia Telefonica, sta spronando il suo cavallo dalla tundra fino a casa mia. Vi è mai capitato di trovarvi in questa situazione? E’ tutto così facile per telefono: voi dite un mezzo sì e subito mettete in moto cose che sfuggono al vostro controllo: ettolitri di olio che partono dalla Liguria, materassi antiacaro, pay tv… “Oddìo – esclamo tenendomi le tempie fra le mani – cosa ho fatto?!?”

Il giorno dopo il corriere è già lì: “per ritirare il contratto deve mettere una firmetta qui”. Il “qui” sarebbe su una copia del contratto: qualcosa mi dice che gli eventi sono già precipitati… “Ma… ma… Giuseppe mi ha detto… che non c’è niente di ufficiale… nessun impegno…” “Se le hanno detto così…” – sogghigna il corriere , che intanto però mi invita a firmare – e alla svelta – che ha lasciato il cavallo della Strogoff Delivery in doppia fila e un altra volta i dubbi me li faccio venire prima di fargli attraversare la Siberia…

Vabbé – mi dico – chessarammai! Giuseppe non può avermi mentito fino a questo punto… mi sembrava un ragazzo sincero, lavorava di domenica… Mentre risalgo le scale per appoggiare il contratto sulla mia scrivania, che è per me l’equivalente del tritarifiuti, mi arriva un sms: “Congratulazioni per aver sottoscritto il contratto! Benvenuto nella nostra compagnia telefonica: il suo nuovo modem è già in viaggio con il nostro corriere”. Oh, no! urlo e in quel momento sento suonare il campanello: è lui! è già qui! Sento il nitrito del cavallo che schiuma in strada, stanco del lungo viaggio da Irkutsk…

Ci metto un po’ a convincerlo che non volevo nessun modem e a pregarlo di riportarlo indietro. Il corriere mi sibila qualcosa in un dialetto della Tartaria e riparte scuotendo la polvere dai calzari. Io mi attacco al telefono affannatissimo e parlo con un tale Flavio, gentilissimo!, che mi spiega che Giuseppe si è comportato molto male e che io posso recedere dal contratto semplicemente con una registrazione.

La liturgia della registrazione prevede che io risponda alle domande di Flavio senza inflessioni e con la dizione di Albertazzi. Alla fine, dopo aver ribadito che non ero in grado di intendere e di volere, Flavio mi rassicura sull’esito positivo dell’annullamento del contratto. Grazie Flavio, cacca a Giuseppe.

Il giorno dopo rientro in casa e trovo un sospetto pacco anonimo ad attendermi: “è arrivato un corriere con il pacco che avevi richiesto…” mi dicono. All’interno, il modem della compagnia telefonica: dalla strada sento un nitrito di cavallo e una risata fragorosa…

“Ma… ma…” – provo a ricontattare Flavio e una voce registrata mi dice di pazientare: la mia linea sarà attivata in 15 giorni. Sul telefono compare un sms che mi dà il benvenuto nella compagnia.

“La ringraziamo d’averci scelto…” – già, scelto. Ripongo il mio modem nuovo nell’armadio dei modem: una pila di errori fatti uno dopo l’altro, appoggiati su latte d’olio ligure. E’ così, è più forte di me… purtroppo esercito la mia libertà di scelta senza rendermene conto fino in fondo. Forse alla fine gran parte dei nostri problemi si possono ricondurre al fatto che compiamo le nostre scelte senza rifletterci sopra più di tanto.

Perdonatemi, perdonatemi quindi se cercherò di evitarvi, se non vi risponderò al telefono o se, quando lo farò, ve lo riattaccherò in faccia: ho paura, passando troppo tempo a parlare con voi, di essere poi costretto a scegliere.

foto: Hawaiian Marine Shell Reference Collection
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Parma a volo d’uccello

rondinina_E forse quest’anno tornerà dalle vacanze in Africa la nostra rondinina – avete presente? quella “bianca, nera e snella” di Stornellata parmigiana… – e planando sui tetti della nostra città e appoggiandosi su una delle nostre torri magari percepirà un po’ di mugugni e di tristezza provenire dai nostri borghi.

Già, l’ultima delusione, in ordine di apparizione, è questa brutta storia del Parma F.C.: una storia di fallimenti, soldi mangiati e umiliazioni eccessive, come le panchine degli spogliatoi vendute all’asta su internet.

Ma non è certo questa la storia peggiore accaduta negli ultimi anni e la rondanen’na si ricorda bene gli altri episodi: in fin dei conti siamo il comune più indebitato d’Italia, arrivato ad una vera e propria bancarotta fraudolenta provocata dall’ultima amministrazione, e siamo stati il teatro del peggiore crack finanziario dopo Lehman Bros. Forse, non è il caso di dispiacersi più di tanto per una squadra di calcio, no?

Be’, certo che è un altro segnale preoccupante: la città vive un malessere che si sta protraendo da alcuni anni, da quando i debiti e la crisi economica si sono trasformati in crisi sociale e ci siamo accorti che molti negozi chiudevano, che aziende che consideravamo sane dichiaravano fallimento e che, insomma, dopo anni e anni che ci avevano raccontato la favola della petite capitale, ci stavamo dolorosamente risvegliando.

La rondinina un po’ ci ride su queste cose: Parma è una città in cui è sempre tornata volentieri, appena il sole usciva e il cielo di marzo sembrava messo lì, azzurro azzurro, steso ad asciugare fra le torri dei Paolotti. E’ una città non tanto grande – anche gli uccelli migratori dicono “a misura d’uomo” – messa lì, fra il Po e l’Appennino, a godersi un po’ le zanzare del fiume e il fresco dei monti, a metà strada fra l’iperattività di Milano e la paciosità di Bologna.

A vedere le cose dall’alto, la rondinina si è resa conto di come, gradualmente, le cose sono un po’ cambiate: questa era una città ai primi posti per la qualità della vita in Italia e, forse, le cose hanno cominciato a prendere una piega un po’ godereccia… Gente fuori dai bar, in una brutta copia di quella che doveva essere una movida all’italiana, SUV con le doppie frecce parcheggiati sui marciapiedi: la forma, poco per volta, ha preso un po’ il posto della sostanza.

Da un anno all’altro, da una migrazione all’altra, il nostro uccellino ha potuto apprezzare tanti piccoli cambiamenti: i nuovi e costosissimi uffici comunali, le rotatorie con le aiuole e le fontane, le piste ciclabili, i progetti che pensavano una Parma diversa, erede di quella grandeur ducale che veniva strombazzata nella propaganda ufficiale…

“Certo, voi – pensa la rondine – che eravate in mezzo alle cose, facevate più fatica ad accorgervi di tutto: eppure la nuova stazione, lo scempio del mercato della Ghiaia, l’avveniristico e inutilissimo ponte nord, la metropolitana leggera, gli appalti per la cura del verde pubblico, le società partecipate, la ‘ndrangheta… davvero non vi siete accorti di niente?

Se ci pensate bene, certe cose le sapevano tutti: i debiti di Tizio e Caio, le spese di Sempronio… eravate tutti in fila al buffet dell’aperitivo, chiedendovi chi di voi avrebbe saldato il conto. Be’, adesso il conto è arrivato ma, forse, non dovete preoccuparvi troppo…

Sapete, a vedervi da quassù facevo fatica a riconoscere la città in cui mi piaceva ritornare. Mi sembrava una di quelle vostre ragazze carine, che eccedono un po’ troppo con il trucco e risultano un po’ goffe con il tacco 12. Non dovete preoccuparvi se adesso perderete un po’ di cose superflue: è necessario per tornare ad essere quello che siete veramente. Ogni “crisi” dovrebbe essere l’opportunità di fare un po’ di pulizia, eliminare tutto quello che non conta. La bellezza di una città non è certo nelle cose che si mettono addosso, ma nella gente… E questa, se non sbaglio, è pur sempre la città degli Arditi del popolo, di Guido Picelli, di Giacomo Ulivi, della Resistenza: non bisogna essere una capitale di Ducato perché ci siano coesione sociale e valori condivisi fra le persone. Siete ancora la città di Antelami e Correggio, di Bertolucci e Guareschi, di Bottego e Verdi… E poi siete la città dei loggionisti intransigenti, della satira sui muri, dei personaggi caratteristici come Stopaj o il mat Sicuri, delle osterie dell’Oltretorrente, dei “capannoni” del Cinghio; siete stati solidali spalatori di macerie, di fango e di neve… Spalare un po’ di merda cosa volete che sia!? E’ la gente a fare la città! La gente! ”

Chissà: forse penserebbe questo la rondinina, mentre dal loggione di un qualche pinnacolo osserva la città in cui è ritornata come ogni anno. Fra mugugni, tristezza e depressione, qualche decina di metri più in basso, la “gente”, con uno spritz in mano, riflette la sua immagine davanti alla vetrina di un bar.

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Si va in scena

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Quando mancano tre settimane allo Spettacolo, il pensiero di andare in scena è come una specie di rumore di fondo. Non te ne accorgi subito ma, a volte, mentre sei lì che stai facendo dell’altro, percepisci chiaramente la musichetta dello Spettacolo. Quell’altro poi, di cui si stava parlando, costituisce quella cosa che si chiama Vita di Tutti i Giorni la quale, a pensarci bene, trascorre perlopiù proprio mentre si sta facendo dell’altro.

Quando mancano dieci giorni, lo Spettacolo è riuscito ad insinuarsi in ogni pertugio della Vita di Tutti i Giorni: quei piccoli spiragli che usavi per respirare adesso servono per l’organizzazione dello Spettacolo, per le prove, per le telefonate, per le varie sottocategorie di Casini che si generano dalla mescolanza deleteria di Spettacolo + Vita.

Chissà – mi chiedo a volte – se anche gli Artisti con la A maiuscola (Albano, per esempio, o Arisa) soffrono di questa mescolanza che mi avvelena le giornate, che mi rende perennemente strabico, con un occhio distratto a sorvolare le piccole cose quotidiane e un altro fisso là, allo Spettacolo. Forse sì, o forse loro possono anche permettersi di avere tutti e due gli occhi puntati là e chissà come è più semplice la vita di Albano che per campare canta in Uzbekistan….

Quando mancano quattro giorni allo Spettacolo, ti accorgi che tutte le persone che ti stanno attorno sono ammalate: c’è quello che tossicchia, quello che ha la febbre, quello col virus gastro-intestinale che sta in incubazione tre giorni per poi deflagrare improvvisamente, quello che si starnutisce in mano e poi te la porge per salutarti… Ormai lo Spettacolo è un pensiero fisso, che sta lì a disturbarti sempre, come quelli che fanno “ciao” nei servizi del Telegiornale, sempre a ricordarti che qualcosa potrebbe andare storto, che potresti non essere in forma, non avere voce, scivolare su una buccia di banana o chessò io.

Mentre decido di buttare tutte le banane, getto uno sguardo al poster di Albano e mi chiedo come se la passa lui, che magari è lì che patisce il freddo uzbeko e ha le mie stesse paranoie sugli abbassamenti di voce. La gente lo sa, Albano, quante scomodità ti impone lo Spettacolo?

Il giorno prima dello Spettacolo, ti rendi conto che questa specie di mostro è riuscito a fagocitare la normalità, incasinando la routine, trovandoti migliaia di piccole cose a cui devi pensare all’ultimo momento. Dopodomani – pensi – si riassesterà tutto, anche se dovrò pagare per chissà quanto il ritardo che la Vita di Tutti i Giorni sta accumulando per colpa dello Spettacolo. Povera Vita! Lei procedeva tranquilla, con i suoi alti e bassi certo, ma tranquilla… quando ho cominciato a perdere il controllo? Quando è stato che lo Spettacolo ha cominciato a condizionare tutto?

Il giorno dello Spettacolo è una specie di bolla. Avete presente quando aprite gli occhi sott’acqua? Ecco, così: solo tutto il giorno. La Vita di Tutti i Giorni ti si agita davanti come un rimpianto tremolante, pronta a ripresentarti l’indomani il conto di tutte le tue omissioni. Oggi però, non riesci a pensare o sentire nient’altro che non sia lo Spettacolo.

E alla fine ti ritrovi lì, nel camerino, che manca mezzora allo Spettacolo.

Il camerino, a dirla tutta, il più delle volte è una specie di sottoscala del teatrino: c’è una sedia su cui sono buttati i vestiti della Vita di Tutti i Giorni, uno specchio, un lavandino, un secchio con lo straccio per pulire. Io mi guardo nello specchio e mi chiedo – sempre, cacchio!, tutte le benedette volte – che cosa mi ha portato fino a lì e se la gente, che è la fuori pronta a giudicarmi se scivolo su una buccia di banana, riesce ad immaginarsi che cosa ho passato nelle ultime tre settimane.

In quei momenti, fortunatamente, nello specchio compare Albano. Ha il colbacco, perché è in collegamento dall’Uzbekistan, e mi chiede qual è, secondo me, il motivo che spinge gli Artisti con la A maiuscola sopra un palco. Allora capisco che mi ritrovo ancora lì non certo per soldi e tantomeno per avere la comprensione o, peggio, la compassione del mio pubblico… “l’Applauso?” – azzardo timidamente… Che sia quella la A maiuscola?

Albano sorride e anch’io. A pensarci bene, quando salirò quei tre gradini che mi portano di sopra non ci sarà niente della Vita di Tutti i Giorni che riuscirà a disturbare lo Spettacolo. In quel momento, le parti si invertono: la Vita diventa l’intrusa, il rumore di fondo, che, forse, mi aspetterà paziente in fondo ai tre gradini… L’unica cosa che conta però, stasera, il senso di tutto quello che hai fatto, la ricompensa di tutto quello che hai fatto, è solo lo Spettacolo.

Qualcuno butta una voce giù nel sottoscala: “Tutti pronti, ragazzi! Si comincia!”

Eccomi, sono pronto: si va in scena.

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Frozen

cioccolata_calda

Quando il vento avvolge i monti col suo gelido abbraccio

l’unione forma un cuore freddo dal quale nasce il ghiaccio

 

 

E alla fine cominciò a scendere dal cielo questa cosa misteriosa.

Nessuno ci credeva all’inizio o, forse, data la scarsa dimestichezza degli italiani con le lingue straniere, chissà che caspita ci aspettavamo quando parlavano di “Big Snow”.

Neve. Cribbio, un sacco di neve.

L’amministrazione comunale aveva probabilmente fatto affidamento sul solito sito internet complottista che suggeriva che “Big Snow” era in realtà un piano segreto di alcune multinazionali della cioccolata in tazza e dei piumini per scatenare il panico fra la popolazione. La scelta fu quindi quella di adottare il piano-neve di Honolulu: distribuzioni gratuite di collane di fiori e “aloha!”.

Benvenuti a Snowland, la città surgelata.

Mi incammino perplesso, a piedi, superando le banchine delle fermate degli autobus: decine di persone sembrano in attesa del rompighiaccio come fossero al porto di Vladivostok.

Molti alberi hanno ceduto: almeno la natura provvede a se stessa, visto che nessuno aveva pensato che le piante andassero potate. Il problema, semmai, sarà quello di rimuovere i rami dai tetti delle auto o dalle sedi stradali. Maledette multinazionali della cioccolata! Non vi bastava quello che già state guadagnando?!

“Chissà come fanno a Toronto o a Bolzano” – si domanda l’anziano che è uscito apposta per osservare lo spartineve bloccato nella neve (!) e che adesso, con le sue manovre da supermotard, promette di intrattenerlo per tutta la mattinata. Poi alza gli occhi al cielo, forse aspettando un Canadair…

La città surgelata è, a suo modo, un luogo comune: persone che si lamentano, persone che scivolano, persone che sostengono che “gli altri avranno magari rubato però la neve la spalavano”, persone che ricordano che ci eravamo lamentati esattamente allo stesso modo anche con gli altri, persone che, comunque, sottolineano che siamo in presenza di un evento eccezionale.

Già, “eccezionale”… La neve! D’inverno, poi! Certo che dipende da quant’è, un po’ come è capitato, non tantissimo tempo fa, per l’acqua nel torrente. Eccezionale semmai è il fatto che l’acqua, o la neve (che poi è la stessa cosa, mi dicono), ci colga sempre un po’ di sorpresa, mentre stavamo pensando o facendo altro.

Allora la città surgelata diventa un posto pieno di rabbia e tutto questo gelo attorno sembra un po’ la concretizzazione del nostro smaronamento generale, del ritardo che facciamo, di tutti gli impegni che saltano, del governo ladro, della nostra vita che scivola e cade sull’imprevisto.

Alla fine poi, l’imprevisto era ampiamente annunciato e, forse, tutta questa rabbia è un po’ il segno dell’irrigidimento glaciale che hanno preso le nostre vite, del fatto che tutto quello che non rientra nei nostri piani è “eccezionale” e che non riusciamo a pronunciare un “pazienza!” per tutto quello che, necessariamente, slitta su questo ghiaccio.

Ora, gente come me che, fortunatamente, non ha subito interruzioni di luce o acqua, che ha trascorso al calduccio buona parte dell’eccezionale “Big Snow”, che cosa ha da lamentarsi? Un altro po’ di bile su questa neve la farà sciogliere prima?

Mentre scànchero per cercare di aprirmi un varco fra la neve del marciapiede, il mio sguardo incrocia un paio di scarponi esattamente di fronte a me: alzo gli occhi e incontro il sorriso di una signora di colore che, evidentemente stupita da quello che ci circonda, mi chiede: “non è tutto bellissimo?”

Be’, sì, signora… per quanto sia retorico e scontato, in effetti è tutto molto bello e, anche se alla fine mi diverto molto a lamentarmi di tutto, a pensarci bene buona parte del freddo che ci circonda viene da dentro di noi…

Com’è che faceva quella canzone? Ah, già! Let it gooooo! Let it goooo!

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