A casa loro

Sulla spiaggia questi signori continuavano a dire che non ci stavamo più e che in Italia non c’era più posto per altra gente. Come potevo dargli torto? Eravamo tutti pigiati sotto gli ombrelloni, con le sdraio che rischiavano di accavallarsi fra di loro. “Perché continuano ad arrivare coi barconi? Non vedono che non c’è posto?”. E io mi immaginavo questi barconi, carichi di persone, che avvistano l’Italia da lontano e dicono: “No ragazzi, niente da fare… anche questa spiaggia è piena!”.

Eh, già: siamo al completo. Come gli alberghi della riviera. Quindi, dicevano i signori sotto gli ombrelloni attorno al mio, questa gente va aiutata “a casa loro”. Son finiti i tempi del buonismo, con gli italiani che accolgono tutti volentieri, danno asilo e un lavoro a questi disperati, li integrano perfettamente nel loro tessuto sociale… Siamo passati al buonsensismo: e il buon senso ci invita ad aiutare questa gente “a casa loro”.

Però – pensavo sdraiato sul lettino – per aiutare qualcuno a casa sua, bisognerebbe prima sapere dove abita e quindi dovremmo sapere innanzitutto da dove viene di preciso questa gente. Poi, per aiutare qualcuno, devi pure sapere bene che problemi ha: quindi dovresti conoscerla veramente, informarti su quali sono le situazioni da cui, eventualmente, decide di scappare ed evitare che succeda (quindi risolvere questioni abbastanza complesse…). Da ultimo, bisognerebbe vedere se queste persone effettivamente hanno una casa presso la quale essere aiutate. In caso contrario, bisognerebbe dargliela.

Uff…! Mentre prendo il sole mi rendo conto di come è complicata questa faccenda di aiutare le persone a casa loro… Presuppone che io mi alzi da questo lettino, mi occupi di problemi internazionali, di fame nei paesi del terzo mondo, di sfruttamento politico, di guerre etniche o di religione, che provveda a rifornire popolazioni lontanissime di mezzi per la loro sussistenza, di risorse economiche o, addirittura, di case vere e proprie. E tutto questo senza che mi venga in tasca niente: neanche un braccialettino o un paio di finti ray-ban, senza che questa gente raccolga i miei pomodori o lavori nei miei cantieri o mi dica dove parcheggiare.

La buona volontà dei miei vicini di ombrellone mi colpiva profondamente: possibile – mi dicevo – che siano disposti a sciropparsi migliaia di chilometri per andare ad aiutare perfetti sconosciuti in paesi lontani? E che io sia così pigro da non rendermi conto di come questa sia sempre stata, in effetti, la soluzione migliore? Occuparsi di tutti i problemi del pianeta, risolvere guerre e fame nel mondo: aiutare tutti a casa loro, come Superman.

E io, invece, sdraiato sul lettino, inchiodato alle mie vecchie posizioni di buonismo, mi rendevo conto che, per anni e anni, avevo semplicemente scelto la soluzione più comoda: ero rimasto fermo qui ad aspettare che che i problemi venissero a cercare me, piuttosto che il contrario, e che queste persone, con tutte le complicazioni del caso, mi facessero il favore di portare la loro richiesta d’aiuto proprio qui, a casa mia.

Mentre ascoltavo le loro chiacchiere, fissavo placido la linea dell’orizzonte: tranquilli ragazzi! Stavolta veniamo noi…

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Sensi di colpa

Io ci ho i Sensi di Colpa.

Se fossi Baglioni direi che io e i miei Sensi di Colpa siamo diventati grandi insieme.

Io però Baglioni non lo sono e devo dire che, nel mio piccolo, questa cosa non la vivo benissimo. Cioè, voglio dire, se mi fossi dato più da fare, se avessi sfruttato di più le occasioni… Ma non stavo parlando di questo.

Stavo dicendo che io ci ho i Sensi di Colpa. Ce ne ho tanti. Da sempre.

Credo che loro con me si trovino bene. Io li saluto. Quando mi sveglio gli dico: buongiorno! siete ancora qui? Tutto bene?

Loro mi dicono: buongiorno a te, noi tutto bene. Tu?

Ma insomma, gli dico, non è che abbia dormito proprio bene… (i Sensi di Colpa delle volte mi svegliano di notte).

Grazie ai Sensi di Colpa ho perso cinque chili. Mi sembrava giusto impormi delle sofferenze e allora ho mangiato un po’ meno, ho rinunciato a questo e a quello. Alla fine ero quasi contento. Gli ho detto: grazie a voi ho perso cinque chili.

Bravo, mi hanno detto i Sensi di Colpa. Certo che però se mangiassi un po’ meglio o se facessi un po’ di esercizio fisico costante… Eh, ho detto io, e ho lasciato cadere il discorso perché ero già un po’ meno contento.

Comunque alla mattina mi sveglio e non è che dormo bene e ci sono sempre i Sensi di Colpa. Mi sento sempre come se dovessi fare delle cose che poi non riesco a fare. Ma non è che mi ricordo tutte le cose che devo fare e quando le salto mi sento in colpa.

Non ti preoccupare, mi dicono loro, ci siamo noi. Noi siamo qui a ricordarti le cose che non hai fatto.

E allora mi ricordano che magari non ho fatto delle telefonate o non ho mandato dei messaggi e non ho fatto gli auguri o le condoglianze o semplicemente non mi son fatto sentire per un po’. Questa cosa potrebbe anche avere una sua utilità.

Grazie che me lo ricordate, gli dico, adesso cercherò di rimediare.

Poi però queste cose qui che non ho fatto me le ricordano nel cuore della notte – lo dicevo sopra che mi rompono quando dormo – e sempre quando non posso farci niente. Ma vi sembra il momento? gli dico, Non potevate dirmelo prima?

Ma guarda che noi ti ricordiamo le cose mica perché le devi fare, dicono i Sensi di Colpa. E’ solo per far due chiacchiere, che stasera non avevamo tanto sonno. Ma anche tu sei sveglio alla fine. Guarda, la cosa migliore è non fare niente, soprattutto se una cosa ti ha fatto stare male. Ricordati che chi non fa non sbaglia. Tu non fai, noi te lo ricordiamo e via così. E’ sempre stata così fra di noi… Cosa c’è, non stai bene con noi?

Ma no, gli dico, perché alla fine sono proprio degli anni che stiamo insieme e mi sentirei un po’ in colpa a dirgli che magari starei meglio senza di loro. Loro poi con me si trovano proprio bene. Forse sono io che sono sbagliato, non è detto che sia tutta colpa loro.

Ieri però stavamo passeggiando davanti a un negozio e io pensavo che potevo comprare una cosa che mi piaceva. Loro hanno cominciato a chiedermi se mi serviva davvero e cose così. Io avevo già capito un po’ l’antifona e gli ho detto se volevano venire con me a dare un’occhiata al centro commerciale che magari costava un po’ meno.

Quando siamo entrati al centro commerciale c’era il bel freschino dell’aria condizionata e io gli ho detto aspettatemi qui che vado a dare un’occhiata dentro a un paio di negozi, è inutile che venite anche voi.

Loro sono rimasti lì ad attaccare bottone con alcuni anziani che passavano lì il pomeriggio.

Io mi sono allontanato piano piano e sono uscito dal retro del centro commerciale.

Non si erano accorti di niente e io ho preso la macchina e via.

Quest’anno provo ad andare in vacanza senza di loro e vediamo cosa succede. Magari dormo meglio o magari dormono tranquilli anche loro. Poi magari li passo a riprendere quando torno.

Mentre mi allontanavo con la macchina però, guardavo il centro commerciale nello specchietto e pensavo che non mi sentivo per niente in colpa ad averli lasciati là a godersi il fresco.

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L’ultimo giorno di scuola

Gioiscono i fanciulli al suono dell’ultima campanella scolastica: esultano i loro piccoli cuoricini che però contengono – misteri dell’infanzia – una piccola stilla di nostalgia e di dolore. Troppo azzurra e lunga è per loro l’estate, senza i consueti impegni scolastici e i giochi con i compagnucci. Come i piccoli, anche io ed Eugenio – eterni studenti che abbiamo scelto la via della merenda di metà mattina e delle vacanze lunghe a Natale piuttosto che la vera vita là fuori – ci scambiamo messaggi commossi in occasione dell’ultimo giorno di scuola.

Non così però l’adolescente, che vedo uscire dall’istituto nella postura di Marco Tardelli al Mundial ’82 vomitando insulti all’indirizzo della scuola e dei suoi docenti. Alberga anche nel suo cuore la nostalgia? Non credo: il giovane parte impennando e smarmittando come una specie di Lone Ranger con i brufoli verso le praterie di libertà che giugno gli distende innanzi.

Mentre odo il suo barbarico “yahoooo!” che riecheggia nel tramonto, mi domando perché egli soffra tanto la sua permanenza nella scuola. In fin dei conti, non è manco scuola dell’obbligo: è proprio lo smarmittante ad averla scelta e dovrebbe, quantomeno, avere una qualche forma di rispetto verso il destino che si è procurato con le sue mani. Voglio dire: chi fra questi giovani virgulti frequenta allenamenti sportivi o corsi di sax o di pittura con le mani, non se ne va spernacchiando quando il Mister o il Maestro ordina il “rompete le righe” prima della pausa estiva… E’ anzi dispiaciuto e, se capita, si mantiene in allenamento nel periodo d’inattività, giocando con gli amici o suonando o dipingendo nella sua cameretta.

Ci siamo mai chiesti invece perché tutto questo non avvenga per la scuola (che il giovine ha scelto per il suo futuro bla bla bla…)? La risposta andrebbe sussurrata piano piano nelle orecchie dell’insegnante che fissa i motorini che si allontanano gracidanti verso il sole: perché il giovane si è accorto che di quello che impara a scuola non gliene frega niente. Niente. E, soprattutto, che tutto quello che sta imparando avrà pochissimo a che vedere con la famosa vita reale.

La situazione che trovo più simile alla scuola è quella che viene descritta nel film Ufficiale e gentiluomo: sì, proprio quello con Richard Gere che alla fine porta in spalla Debra Winger fuori dalla fabbrica. In quel film abbiamo una serie di aspiranti piloti di jet che si sottopongono ad un allenamento massacrante di 14 settimane. Quasi tutti lo fanno per lo stipendio successivo o per poter riutilizzare il brevetto ottenuto nelle compagnie civili: a nessuno frega della carriera militare che pure è il passaggio obbligato per il conseguimento del brevetto. Le divise procurano le ragazze del luogo ma tutte le buffonate – compresa la marcetta con il sergente Foley che inventa strofette in metrica – sono solo strumentali all’obiettivo finale.

Significativo poi il fatto che, in tutto il film, nessuno degli aspiranti piloti appoggi mai le natiche su un aereo: fanno esercizi assurdi come venire immersi in una piscina per simulare inabissamenti improvvisi o fanno solitari con le carte in assenza di ossigeno, oppure percorsi di guerra in cui bisogna correre su delle travi o infilando i piedi in copertoni d’auto. Capite il collegamento con la scuola? Cosa c’entra tutto questo con quello che veramente mi ha spinto ad iscrivermi a questo cacchio di corso?

A noi rimangono impresse le vessazioni che il sergentone infligge al povero Zack “Maionese” Mayo il quale, come tutti gli studenti, campa di mezzucci tipo mettere in piedi un sistema clandestino di lucidatura fibbie (!). Il culmine dell’ironia è raggiunto dalla colonna sonora: Up where we belong, quasi a richiamare un cielo che si riesce a vedere solo al termine della formazione, fuori dalla scuola, quando questo teatrino di finti marine sarà finito.

In tutto questo, rimane la frustrazione del sergente Foley che, come il docente di qualche paragrafo prima, vede allontanarsi i propri studenti verso quello che vogliono (finalmente!) fare sul serio. Tutti gli fanno il saluto militare, sibilando uno “stramaledìsa” all’indirizzo di questo grottesco figuro che da anni (e a tutti i corsi!) ripete la stessa battutina sui tori e le checche.

Forse, in quel momento del saluto militare, il sergente Foley è attraversato dal dubbio che tutto quello che fa, alla fine, abbia senso solo all’interno di quel campo d’addestramento: tutte le marcette, le flessioni, i “sissignore”, sono stati ingurgitati dai suoi studenti solo pensando a qualcos’altro che vorranno ottenere là fuori. A nessuno importa veramente del percorso di guerra e, probabilmente, quando piloteranno un volo Pan-Am, penseranno alla triste e ripetitiva vita di Foley facendosi quattro risate.

“Grazie signore!” – dice compìto il nostro Zack – “non ce l’avrei mai fatta qui dentro senza di lei…”

Ma Foley lo sa che “qui dentro” non ha nessuna importanza e che Mayo ha fatto solo il possibile per sopravvivere, come ogni studente in una scuola, mentre lui ha fatto solo quel che doveva fare, facendogli desiderare disperatamente di essere altrove, di poter finalmente volare libero dal quel teatrino.

“Maionese!” – risponde lui – “Levati subito dalle palle!”. La recita è finita: buone vacanze.

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Ci sono anch’io?

Fra le grandi sciagure del genitore contemporaneo rientra sicuramente l’inserimento nelle chat scolastiche di WhatsApp, quelle – per intenderci – in cui si programmano le cene di classe, i regali alle maestre prima e alle prof.’s poi, e in cui, di fatto, si svolgono i veri consigli di classe. Talvolta, in casi eccezionali e per sommare sciagura a sciagura, sono inseriti in questa chat anche i ragazzi e questo, a furia di centinaia di notifiche al giorno, consente al genitore di seguire gli sgrammaticati scambi di richieste di compiti o chiarimenti, le migliaia di saluti trasversali, le comunicazioni ideogrammatiche a base di emoticon.

Orbene, io – che sono stato forzosamente inserito in una chat del genere in occasione di una gita – ho cominciato a ricevere nella serata del 24 maggio una serie di messaggi che riportavano 22 piccole icone di rosa. Il testo recitava: “22 rose in onore delle 22 vittime dell’attentato a Manchester. Stasera alle 21:30 spegneremo il cellulare per ricordare le ragazzine che ieri notte hanno perduto tutto. Fai girare se hai un cuore” (segue, immancabile, l’icona del cuore). Il messaggio è arrivato più volte, ricondiviso da tutte le compagne di classe che “hanno un cuore”: molte di loro hanno anche cambiato la loro immagine-profilo con la frase “Pray for Manchester”, scritta negli stessi caratteri e con la stessa disposizione del testo dei vari “Keep calm and…” (tant’è che mi aspettavo, seppure di pessimo gusto, un “Keep calm and pray for Manchester”).

Nei giorni successivi ho controllato su internet se questo invocato spegnimento collettivo avesse lasciato qualche traccia. Niente. Magari qualche “ragazzina” (per utilizzare lo stesso gergo del misterioso estensore del messaggio) lo avrà pure spento ma così, in solitudine, forse credendo di prendere parte ad un grande gesto di solidarietà contro il terrorismo.

Tutto questo mi ha fatto un po’ riflettere su due o tre aspetti. Il primo è che la risonanza dei fatti di Manchester è stata proporzionalmente più breve degli analoghi attentati precedenti. Il secondo è che il “mondo social” ha ormai delle modalità di reazione abbastanza collaudate che vanno dalle catene alle modifiche del profilo, alla sovrimpressione di bandiere etc. Il terzo è che tutto questo rappresenta una specie di esorcismo silenzioso che non ha nessuna incidenza sul “fuori”, sul mondo reale.

Forse le “ragazzine” spengono il telefono dalle 21:30 alle 21:35, forse noi ritwittiamo il post di Ariana Grande o di Pep Guardiola, forse modifichiamo la nostra “pic”… sono piccoli gesti di solidarietà, certo, ma “invisibili”, limitati ad un mondo che è quello dei nostri amici o conoscenti. Forse sono tanti piccoli (piccolissimi) modi per dire “ci sono anch’io”, anch’io condivido quel dolore e voglio farvelo sapere.

Il pericolo è che questo “esserci” diventi sempre più automatico ed autoreferenziale, un po’ come quando la nostra amica posta la sua foto in abito da sera e ognuno di noi deve mettere un like, un “sei bellissima”, “wow!” e così via.

Esserci insomma perché non c’è alternativa, perché non esserci è maleducazione, indipendentemente da cosa realmente pensiamo dei fatti di Manchester o della nostra amica.

Quello che temo è che la nostra coscienza civile diventi alla fine una questione di netiquette, un’abitudine consolidata che viene svolta con la stessa partecipazione delle migliaia di pollici in su che dispensiamo quotidianamente. Un’abitudine che, oltretutto, diventa sempre più rapida nei tempi di risposta, senza che le emozioni o i pensieri decantino veramente e ci diano la possibilità di risposte più articolate o intelligenti.

Temo poi che ci si sporchi sempre meno le mani con la realtà e che tutto quello che capita venga silenziato e assopito nel nostro mondo virtuale.

Alla fine, forse più di tutto, temo il torpore che subentra a queste abitudini: un torpore dal quale nemmeno le bombe ci possono svegliare.

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Legittima offesa

Almeno agli inizi sembrava che il problema fosse lo Stato, poi – come spesso capita – quelli che sembrano essere problemi si rivelano opportunità.

La gente si sentiva insicura, poco protetta, la paura serpeggiava: movimenti politici basavano la loro campagna sul tema della sicurezza delle città e dei cittadini. La decisione dello Stato fu il classico esempio di “pensiero laterale”: delegò ai cittadini la loro sicurezza individuale. Ognuno poteva esercitare, all’interno del proprio spazio (domicilio o attività) una forma di violenza verso le persone ritenute potenzialmente pericolose. Questo da un lato andava contro le prerogative dello Stato: da sempre infatti, lo Stato detiene il monopolio della violenza. E’ l’unico ente che può infliggere pene ai cittadini. Nell’ottica del liberismo tuttavia, si decise di privatizzare – o, meglio, di individualizzare – alcune piccole zone di violenza.

Nei confronti di ladri, invasori, persone violente o moleste, il padrone di casa poteva adottare pene adeguate per allontanarne il pericolo o la presenza. Tutto questo si rivelò molto efficace. Di giorno e di notte si sentivano cani abbaiare all’inseguimento di qualcuno, colpi di pistola fischiare nei giardini. Ci fu certo qualche danno collaterale: molti testimoni di Geova, molti venditori di folletto, molti agenti immobiliari e rappresentanti di assicurazioni caddero sul campo, ma la gente si dichiarò più sicura e soddisfatta.

Si decise allora di adottare il sistema dei “frontisti”, esattamente come capitava in caso di neve. Ogni cittadino era tenuto a mantenere sicura anche la zona di strada antistante la propria abitazione. Anche qui vi fu un periodo di assestamento che vide la morte accidentale di alcuni netturbini di colore, di alcuni distributori di volantini, di alcuni appassionati di giardinaggio della domenica mattina, dopodiché la popolazione si sentì ancora più sicura.

Il sistema risultò talmente vantaggioso che lo Stato decise di fare un passo indietro completo e consegnò ai singoli cittadini la custodia della propria incolumità. In alcune zone della città sorsero spontaneamente associazioni che – unendo fra loro le singole porzioni di strada antistanti le abitazioni – mantenevano la sicurezza di intere strade o di quartieri. Gli abitanti decidevano chi entrava o usciva, chi poteva camminare per strada e in quali orari. Tutto era molto più sicuro (fatta salva la morte di alcuni appassionati di jogging particolarmente lenti, che risolsero, una volta per tutte, i loro problemi di peso).

Lo Stato ormai non si occupava più della sicurezza dei cittadini ma aveva comunque dato loro ciò che volevano: la possibilità di pensarci da soli, secondo le loro regole, proporzionando il grado di violenza al loro grado di tolleranza. Poteva capitare quindi che in alcuni quartieri di alcune città non fosse consigliabile andare: tutto era talmente sicuro che, semplicemente passeggiando, potevi anche venire colpito da un proiettile vagante come a Kabul, a seconda dell’estro dei custodi.

Nelle zone dello Stato più tranquille invece, i cittadini si annoiavano. Verso chi potevano esercitare il loro legittimo diritto alla violenza? Una volta che la città era pacificata, che erano stati allontanati o sterminati i potenziali pericoli, che cosa rimaneva da fare?

Fu in quell’occasione che lo Stato ebbe il massimo vantaggio con la cosiddetta “Impresa di Chiasso”.

Un manipolo di audaci provenienti dai tranquilli comuni di Ronago, Colverde e Cavallasca decise di superare il confine in armi e annettere allo Stato il comune svizzero di Chiasso, garantendo così agli abitanti dei comuni succitati un approvvigionamento di cioccolata, tabacchi e sigarette sottocosto. Il bottino, come si diceva, venne diviso solo fra i comuni aderenti all’impresa ed eventuali scrocconi provenienti da comuni limitrofi (alcuni odiati confinanti di San Fermo della Battaglia, ad esempio, o di Pomirolo) vennero allontanati a suon di schioppettate.

Garantitosi uno sbocco verso la mitteleuropa, lo Stato non solo brindò alla ritrovata sicurezza, ma toccò con mano che, proprio come si auspicava nelle battaglie elettorali di alcuni anni prima, questa medesima sicurezza costituiva la base della felicità dei cittadini e il rilancio dell’intera nazione. Ovunque si plaudì alla prima iniziativa privata di legittima offesa.

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Resistenza & pazienza

festadaprile

Giacomino ha quasi 15 anni e dice di essere fascista. E’ fascista perché ha letto i libri di Renzo De Felice, perché è convinto che sotto il fascismo in Italia si stesse bene e perché, allora sì, c’era un certo tipo di ordine e non le ruberie dei politici di oggigiorno.

Io gli chiedo se è proprio sicuro che allora si stesse così bene. Lui risponde che quasi tutti gli italiani stavano bene, anzi, molto bene, dal momento che quasi tutti gli italiani erano fascisti e, di conseguenza, in perfetta sintonia con il regime. Provo a ribattere che, tuttavia, chi dissentiva dal regime non stava così bene, dato che veniva incarcerato o manganellato o messo al confino. Il pragmatico Giacomino concorda con me e lo sa benissimo (ha letto i libri di De Felice mentre io, in effetti, no), però osserva che, sacrificando una trascurabile minoranza – e ribadisce che per la maggior parte del ventennio l’opposizione al regime fu comunque trascurabile -, si garantiva il benessere a tutta la nazione mentre oggi, in democrazia, stiamo tutti male. Poi – aggiunge – con atteggiamento tutto italiano, sono improvvisamente diventati tutti antifascisti e oggi – sottolinea polemicamente – ci tocca festeggiare il 25 aprile.

I vincitori alla fine decidono: non mi stupisce che Giacomo pensi che fino a qualche anno prima della sua nascita (ossia fino alla fine del secolo scorso), ci sia stata una specie di dittatura comunista che ha inculcato la retorica di questa celebrazione, con questi partigiani che, alla walking dead, sfilano lenti lenti per le vie del centro, con tanto di odiose bandiere rosse.

Provo a spiegare a Giacomo che i partigiani non erano esclusivamente comunisti, c’erano dei cattolici, c’erano i badogliani e c’erano pure dei fascisti pentiti, e che è abbastanza naturale che la sinistra politica abbia fatto proprio un valore come l’antifascismo e che comunque, almeno in Italia, uno può dire più o meno tranquillamente di essere un comunista (dato che i bambini mangiati sono stati molto pochi) mentre dire di essere fascista significa essere ideologicamente complice di pestaggi, uccisioni, supporto alla politica di Hitler, leggi razziali e una guerra disastrosa contro le democrazie occidentali e come ultima cosa, vivaddio!, lui può pure dire di essere fascista nel 2017 anche grazie all’antifascismo e al regime democratico mentre, a parti invertite, io non so se avrei avuto tutta questa libertà di parlare male del Duce.

Ecco: gli dico così. Praticamente tutto d’un fiato. E lui mi sorride un po’ di traverso e mi dice “sì, sì” con una certa accondiscendenza, come a dire che ognuno alla fine rimarrà della propria opinione e che le mie idee sono valide quanto le sue. E io a insistere che questa cosa che le nostre idee hanno lo stesso valore è dovuta anche al fatto che ragazzini anche della sua età, circa settant’anni fa, si sono fatti ammazzare per costruire una società in cui ogni opinione avesse una voce.

“Sì, sì” mi dice. E questa volta accompagna il suo “sì, sì” con un sorriso benevolo a labbra serrate e un leggero ondeggiamento del capo. Compatimento. Capisco che sto suscitando il suo compatimento.

Vi confesso che, a questo punto del racconto, sono stato preso dalla fortissima tentazione di dare al giovane una prova tangibile di fascismo e, magari, gonfiarlo di botte finché non avesse cambiato idea. Potevo magari, colpendo lui, educare cento di questi fascistelli che sono cresciuti in un clima cripto-revisionista, condito da editoriali di Vittorio Feltri e da un relativismo culturale per cui “hanno tutti ragione”.

A quel punto ho capito che il fascismo è la via più facile, mentre la resistenza comporta sempre una certa fatica. Resistenza significa anche rimanere coerente con i propri valori e i propri principi democratici anche quando si viene sottoposti a violenza o provocazioni o quando, più semplicemente, una piccola deroga sarebbe una via più facile per conseguire i nostri obiettivi. Resistenza è anche ascoltare le opinioni altrui e cercare di rispettarle e smontarle con la ragione e con il buon senso. Forse tutta la democrazia ha bisogno, in fondo, di una certa dose di resistenza.

Insomma, anch’io ho resistito. Ho detto a Giacomino che non è tanto facile spiegare questi concetti senza cadere nella retorica e nel già-sentito: gli ho detto che magari potevo prestargli qualche libro che gli desse un’idea un po’ diversa su quel periodo. Lui forse mi presterà De Felice.

Gli ho confessato che mi sembrava strano insistere tanto per difendere cose che a me sembravano scontate: mi sentivo un po’ come uno di quei vecchi giapponesi rimasto a difendere la posizione anche dopo la fine della guerra.

“Bene, – ha sorriso lui – allora siamo alleati!”

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Il Ragno

Ieri, giorno 9 aprile, stavo seduto al parco ed osservavo la mia figlia più piccola che, con la sua amica Giulia, si arrampicava sul “Ragno”. Il “Ragno” sarebbe una struttura di ferro, formata da quattro mezzi archi uniti al vertice – a ricordare appunto le zampe di un enorme ragno – dalla quale partono una serie di corde che si intrecciano fra di loro, permettendo ai bambini di arrampicarsi e di passare da una corda all’altra. La mia piccola e l’altrettanto piccola Giulia, detta Giugi, si sforzavano di arrivare al punto più alto, con le loro ossute braccine e le altrettanto ossute gambette.

In quelle stesse ore, o poco prima, mentre io mi bevevo il sole di aprile come un gatto sonnolento, scoppiavano attentati in due chiese copte egiziane nelle città di Tanta e Alessandria, provocando 47 vittime e circa il doppio di feriti. Gli attentati sono stati rivendicati dall’ISIS.

Un paio di giorni prima, il 7 aprile, un camion si era scagliato sulla folla in un centro commerciale di Stoccolma. L’attacco terroristico ha provocato 4 vittime e 15 feriti, fra cui 2 bambini.

Il giorno 6 aprile, in risposta all’utilizzo di quello che era probabilmente gas sarin da parte del governo siriano, il presidente americano Trump – senza il consenso del Congresso degli USA – ha deciso un attacco missilistico (consistito nel lancio di ben 59 Tomahawk) contro la base di Al Shayrat. Il bilancio dei morti conta 6 militari della base, 9 civili, fra cui 4 bambini.

Il giorno 4 aprile infatti si era verificato a Khan Sheikun, nella provincia nordoccidentale di Idlib, in Siria, un attacco aereo in cui sono stati utilizzati gas tossici. L’attacco è stato voluto dal governo di Assad contro una città che è sotto il controllo delle forze ribelli. In quell’occasione sembra  che siano morte almeno 72 persone, fra cui 20 bambini.

In tutto questo, io stavo seduto al parco, al sole, e guardavo due bambine che si arrampicavano sul Ragno.

Pare che Assad fosse consapevole della portata del suo gesto e contasse sull’appoggio di Putin che, in seguito all’attacco americano, non si è fatto attendere, intimando a Trump di evitare interventi di questo genere. Nel frattempo ‘The Donald’ ha recuperato consenso in patria – e questo pare fosse uno degli obiettivi dell’attacco – ma ha cominciato a provocare anche la Corea del Nord che, in seguito all’ingerenza americana, è tornata a minacciare il territorio del Sud. In tutto questo, si inserisce l’ISIS che, insieme ai Qaedisti e ai curdi, costituisce una parte dei ribelli al regime di Assad – e forse anche uno dei motivi della sua conservazione. Sono stati avanzati anche dubbi sull’Osservatorio Siriano che ha denunciato l’uso dei gas che, in questo caso, è stata la miccia che ha fatto deflagrare questa reazione a catena. Forse basterebbe concedere alla Russia il controllo dell’Ucraina o forse il Consiglio di Sicurezza dell’Onu dovrebbe…

Io stavo seduto al parco e cercavo inutilmente di rimettere in ordine le cose. Ero proprio come le due bimbe, perso in un reticolo di notizie, contronotizie, opinioni, fake news, post-verità rivelate. Mi rendevo conto di come la “normalità” fosse distante anni-luce da questi eventi e come, allo stesso tempo, questi eventi non fossero altro che fili sottilissimi intrecciati fra loro che ormai confondono il legame con la loro causa iniziale, con il motivo principale che li ha provocati. Forse non è più così chiaro il motivo per cui una cosa succede e ogni incidente, ogni strage, ogni bomba che esplode è “una strage insensata”. Capivo di essere lì, sospeso, intrappolato nel ragno delle notizie e delle loro interpretazioni, incapace di dare una spiegazione compiuta di quello che era successo.

“Se un camion piombasse su questo parco – mi dicevo – non saprei spiegare a questi bambini il perché. La mia vita normale si troverebbe all’incrocio di uno di quei fili partiti da lontanissimo e tutto sarebbe, ancora una volta, folle e insensato.”

Sono tempi veramente strani questi, in cui siamo connessi a tutto e collegati ad ogni evento del pianeta; eppure, la connessione e il collegamento è talmente labile che fatichiamo a capire di essere parte di un sistema e che tutto quello che facciamo ha, probabilmente, una qualche forma di conseguenza a livello globale. Forse mi servirebbe un cattivo tedesco o un partigiano o Hitler o Pol Pot per orientarmi, per capire cosa succede: invece questi tempi richiedono un’intelligenza diversa, la nostra capacità di muoverci sui vari fili, di avere la pazienza di riannodarli, di capire da dove partono e dove vanno.

Il sole comunque era veramente molto caldo e aprile ci sorrideva filtrando dalle foglie degli alberi.

Ho detto alle bimbe di scendere dal Ragno e siamo andati a prendere un gelato. Le piccole hanno insistito per il gusto “puffo”. Siamo tornati a casa, scortati da un vento caldo che sembrava voler ristorare un po’ la faccetta sudata di mia figlia.

Ho pensato a come tutto fosse bello e normale su quel sottilissimo filo di ragnatela sul quale stavamo camminando.

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