Resistenza & pazienza

festadaprile

Giacomino ha quasi 15 anni e dice di essere fascista. E’ fascista perché ha letto i libri di Renzo De Felice, perché è convinto che sotto il fascismo in Italia si stesse bene e perché, allora sì, c’era un certo tipo di ordine e non le ruberie dei politici di oggigiorno.

Io gli chiedo se è proprio sicuro che allora si stesse così bene. Lui risponde che quasi tutti gli italiani stavano bene, anzi, molto bene, dal momento che quasi tutti gli italiani erano fascisti e, di conseguenza, in perfetta sintonia con il regime. Provo a ribattere che, tuttavia, chi dissentiva dal regime non stava così bene, dato che veniva incarcerato o manganellato o messo al confino. Il pragmatico Giacomino concorda con me e lo sa benissimo (ha letto i libri di De Felice mentre io, in effetti, no), però osserva che, sacrificando una trascurabile minoranza – e ribadisce che per la maggior parte del ventennio l’opposizione al regime fu comunque trascurabile -, si garantiva il benessere a tutta la nazione mentre oggi, in democrazia, stiamo tutti male. Poi – aggiunge – con atteggiamento tutto italiano, sono improvvisamente diventati tutti antifascisti e oggi – sottolinea polemicamente – ci tocca festeggiare il 25 aprile.

I vincitori alla fine decidono: non mi stupisce che Giacomo pensi che fino a qualche anno prima della sua nascita (ossia fino alla fine del secolo scorso), ci sia stata una specie di dittatura comunista che ha inculcato la retorica di questa celebrazione, con questi partigiani che, alla walking dead, sfilano lenti lenti per le vie del centro, con tanto di odiose bandiere rosse.

Provo a spiegare a Giacomo che i partigiani non erano esclusivamente comunisti, c’erano dei cattolici, c’erano i badogliani e c’erano pure dei fascisti pentiti, e che è abbastanza naturale che la sinistra politica abbia fatto proprio un valore come l’antifascismo e che comunque, almeno in Italia, uno può dire più o meno tranquillamente di essere un comunista (dato che i bambini mangiati sono stati molto pochi) mentre dire di essere fascista significa essere ideologicamente complice di pestaggi, uccisioni, supporto alla politica di Hitler, leggi razziali e una guerra disastrosa contro le democrazie occidentali e come ultima cosa, vivaddio!, lui può pure dire di essere fascista nel 2017 anche grazie all’antifascismo e al regime democratico mentre, a parti invertite, io non so se avrei avuto tutta questa libertà di parlare male del Duce.

Ecco: gli dico così. Praticamente tutto d’un fiato. E lui mi sorride un po’ di traverso e mi dice “sì, sì” con una certa accondiscendenza, come a dire che ognuno alla fine rimarrà della propria opinione e che le mie idee sono valide quanto le sue. E io a insistere che questa cosa che le nostre idee hanno lo stesso valore è dovuta anche al fatto che ragazzini anche della sua età, circa settant’anni fa, si sono fatti ammazzare per costruire una società in cui ogni opinione avesse una voce.

“Sì, sì” mi dice. E questa volta accompagna il suo “sì, sì” con un sorriso benevolo a labbra serrate e un leggero ondeggiamento del capo. Compatimento. Capisco che sto suscitando il suo compatimento.

Vi confesso che, a questo punto del racconto, sono stato preso dalla fortissima tentazione di dare al giovane una prova tangibile di fascismo e, magari, gonfiarlo di botte finché non avesse cambiato idea. Potevo magari, colpendo lui, educare cento di questi fascistelli che sono cresciuti in un clima cripto-revisionista, condito da editoriali di Vittorio Feltri e da un relativismo culturale per cui “hanno tutti ragione”.

A quel punto ho capito che il fascismo è la via più facile, mentre la resistenza comporta sempre una certa fatica. Resistenza significa anche rimanere coerente con i propri valori e i propri principi democratici anche quando si viene sottoposti a violenza o provocazioni o quando, più semplicemente, una piccola deroga sarebbe una via più facile per conseguire i nostri obiettivi. Resistenza è anche ascoltare le opinioni altrui e cercare di rispettarle e smontarle con la ragione e con il buon senso. Forse tutta la democrazia ha bisogno, in fondo, di una certa dose di resistenza.

Insomma, anch’io ho resistito. Ho detto a Giacomino che non è tanto facile spiegare questi concetti senza cadere nella retorica e nel già-sentito: gli ho detto che magari potevo prestargli qualche libro che gli desse un’idea un po’ diversa su quel periodo. Lui forse mi presterà De Felice.

Gli ho confessato che mi sembrava strano insistere tanto per difendere cose che a me sembravano scontate: mi sentivo un po’ come uno di quei vecchi giapponesi rimasto a difendere la posizione anche dopo la fine della guerra.

“Bene, – ha sorriso lui – allora siamo alleati!”

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Il Ragno

Ieri, giorno 9 aprile, stavo seduto al parco ed osservavo la mia figlia più piccola che, con la sua amica Giulia, si arrampicava sul “Ragno”. Il “Ragno” sarebbe una struttura di ferro, formata da quattro mezzi archi uniti al vertice – a ricordare appunto le zampe di un enorme ragno – dalla quale partono una serie di corde che si intrecciano fra di loro, permettendo ai bambini di arrampicarsi e di passare da una corda all’altra. La mia piccola e l’altrettanto piccola Giulia, detta Giugi, si sforzavano di arrivare al punto più alto, con le loro ossute braccine e le altrettanto ossute gambette.

In quelle stesse ore, o poco prima, mentre io mi bevevo il sole di aprile come un gatto sonnolento, scoppiavano attentati in due chiese copte egiziane nelle città di Tanta e Alessandria, provocando 47 vittime e circa il doppio di feriti. Gli attentati sono stati rivendicati dall’ISIS.

Un paio di giorni prima, il 7 aprile, un camion si era scagliato sulla folla in un centro commerciale di Stoccolma. L’attacco terroristico ha provocato 4 vittime e 15 feriti, fra cui 2 bambini.

Il giorno 6 aprile, in risposta all’utilizzo di quello che era probabilmente gas sarin da parte del governo siriano, il presidente americano Trump – senza il consenso del Congresso degli USA – ha deciso un attacco missilistico (consistito nel lancio di ben 59 Tomahawk) contro la base di Al Shayrat. Il bilancio dei morti conta 6 militari della base, 9 civili, fra cui 4 bambini.

Il giorno 4 aprile infatti si era verificato a Khan Sheikun, nella provincia nordoccidentale di Idlib, in Siria, un attacco aereo in cui sono stati utilizzati gas tossici. L’attacco è stato voluto dal governo di Assad contro una città che è sotto il controllo delle forze ribelli. In quell’occasione sembra  che siano morte almeno 72 persone, fra cui 20 bambini.

In tutto questo, io stavo seduto al parco, al sole, e guardavo due bambine che si arrampicavano sul Ragno.

Pare che Assad fosse consapevole della portata del suo gesto e contasse sull’appoggio di Putin che, in seguito all’attacco americano, non si è fatto attendere, intimando a Trump di evitare interventi di questo genere. Nel frattempo ‘The Donald’ ha recuperato consenso in patria – e questo pare fosse uno degli obiettivi dell’attacco – ma ha cominciato a provocare anche la Corea del Nord che, in seguito all’ingerenza americana, è tornata a minacciare il territorio del Sud. In tutto questo, si inserisce l’ISIS che, insieme ai Qaedisti e ai curdi, costituisce una parte dei ribelli al regime di Assad – e forse anche uno dei motivi della sua conservazione. Sono stati avanzati anche dubbi sull’Osservatorio Siriano che ha denunciato l’uso dei gas che, in questo caso, è stata la miccia che ha fatto deflagrare questa reazione a catena. Forse basterebbe concedere alla Russia il controllo dell’Ucraina o forse il Consiglio di Sicurezza dell’Onu dovrebbe…

Io stavo seduto al parco e cercavo inutilmente di rimettere in ordine le cose. Ero proprio come le due bimbe, perso in un reticolo di notizie, contronotizie, opinioni, fake news, post-verità rivelate. Mi rendevo conto di come la “normalità” fosse distante anni-luce da questi eventi e come, allo stesso tempo, questi eventi non fossero altro che fili sottilissimi intrecciati fra loro che ormai confondono il legame con la loro causa iniziale, con il motivo principale che li ha provocati. Forse non è più così chiaro il motivo per cui una cosa succede e ogni incidente, ogni strage, ogni bomba che esplode è “una strage insensata”. Capivo di essere lì, sospeso, intrappolato nel ragno delle notizie e delle loro interpretazioni, incapace di dare una spiegazione compiuta di quello che era successo.

“Se un camion piombasse su questo parco – mi dicevo – non saprei spiegare a questi bambini il perché. La mia vita normale si troverebbe all’incrocio di uno di quei fili partiti da lontanissimo e tutto sarebbe, ancora una volta, folle e insensato.”

Sono tempi veramente strani questi, in cui siamo connessi a tutto e collegati ad ogni evento del pianeta; eppure, la connessione e il collegamento è talmente labile che fatichiamo a capire di essere parte di un sistema e che tutto quello che facciamo ha, probabilmente, una qualche forma di conseguenza a livello globale. Forse mi servirebbe un cattivo tedesco o un partigiano o Hitler o Pol Pot per orientarmi, per capire cosa succede: invece questi tempi richiedono un’intelligenza diversa, la nostra capacità di muoverci sui vari fili, di avere la pazienza di riannodarli, di capire da dove partono e dove vanno.

Il sole comunque era veramente molto caldo e aprile ci sorrideva filtrando dalle foglie degli alberi.

Ho detto alle bimbe di scendere dal Ragno e siamo andati a prendere un gelato. Le piccole hanno insistito per il gusto “puffo”. Siamo tornati a casa, scortati da un vento caldo che sembrava voler ristorare un po’ la faccetta sudata di mia figlia.

Ho pensato a come tutto fosse bello e normale su quel sottilissimo filo di ragnatela sul quale stavamo camminando.

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I miei nuovi vicini

Questa è la storia inventata più vera che conosco e parla dei miei nuovi vicini di casa. Date le conseguenze di questa storia non posso darvi troppi dettagli: sono sicuro tuttavia che riuscirete a distinguere il vero dal falso e a non farvi fuorviare dalle maldicenze.

I miei nuovi vicini si sono trasferiti nell’appartamento sotto al mio intorno a Natale e, da allora, non hanno mai tirato su le tapparelle, con l’unica eccezione di quella che dà sul balcone della cucina, che rappresenta, per loro, l’unico oblò sul mondo. Questo particolare, come vedremo, non è di secondaria importanza.

Avendo una certa praticaccia del mondo e avendo visto molti film e serie televisive, ho cercato di formulare una serie di ipotesi per questa cosa delle tapparelle abbassate:

 

  1. sono vampiri e detestano la luce del sole: questa rimane, come vedrete in seguito, l’ipotesi più plausibile ma comunque si sono fatti vedere da me sempre alla luce, anche in giorni soleggiati. Io, per precauzione, quando li incontro, alzo sempre il bavero della giacca.
  2. producono metanfetamina: data la praticaccia di cui sopra però, dovrebbero uscire dei pesanti fumi dal balcone della cucina. Invece niente: neanche puzza di fritto. Niente. Forse non mangiano (vd. ipotesi 1).
  3. organizzano tornei di nascondino clandestini. Mi aspetterei però un certo via-vai di appassionati di nascondino, gente che chiede indicazioni: “scusi, per il torneo?”. Invece niente neanche in questo caso: niente amici (vd. ipotesi 2). O forse sono nascosti benissimo.
  4. sono appassionati di cinema d’essai e proiettano vecchie pellicole in salotto. Ho cercato di verificare l’ipotesi con l’orecchio incollato al pavimento ma poi ho pensato che probabilmente vedevano film muti. Le due ore e passa però di Greatest Hits di Madonna che hanno ascoltato l’altro pomeriggio a tutto volume hanno fatto cadere l’ipotesi dei film d’essai.
  5. hanno una macelleria halal clandestina. Ho provato a verificare l’ipotesi bussando e chiedendo se avevano un manzo da prestarmi o un coltello affilato da sgozzamento. Niente: “ho le forbici, vanno bene lo stesso?” “Halam! Halam!” – ho esclamato – e me ne sono andato via indignato.

 

Dal loro buco del balcone tuttavia, captano con estrema sensibilità tutto quello che succede. Se cadono briciole dal mio balcone, riescono a suonare al mio campanello ancora prima che le briciole abbiano toccato terra. “Lei sta buttando briciole dal balcone”

“Forse mi saranno cadute, ma non ci tenevo particolarmente…”

“Le briciole attirano i piccioni”

“Voi…” – e alzo il bavero della giacca – “…avete paura dei piccioni?”

“I piccioni portano le malattie”

“Può essere… ma non sarà mai come un paletto di frassino nel cuore, non trova?”

“Non capisco cosa c’entri adesso!”

“Era per dire… conosce Jesse Pinkman?”

 

Hanno cominciato a dire che sono strano. L’altro giorno, ad esempio, innaffiavo i fiori sul balcone della mia cucina, che è esattamente sopra il loro: dopo un minuto è suonato il campanello.

“Lei sta sgocciolando acqua sul nostro balcone”

“Sempre meglio del sangue di quei poveri manzi!”

“Ma cosa dice?! Chiamo l’amministratore!”

“No, non sono mai stato a Fredrichstadt. O forse era l’anno scorso a Marienbad?”

 

Hanno messo in giro la voce che io li disturbo e che non sono molto equilibrato, solo perché adesso, ogni tanto, mi affaccio dal balcone della cucina e grido fortissimo “Tana libera tutti!!” aspettandomi di vedere scappare tutti i loro ospiti come topi dall’appartamento. Dicono che questo comportamento è inammissibile e che va contro le leggi del buon vicinato. Sicuramente però, non è da buoni vicini essere dei vampiri o dei supercriminali in incognito: io cercavo solo di preservare il buon nome del condominio facendomi i fatti loro.

Tutto qui.

Quindi non fidatevi di quello che vanno dicendo in giro su di me e datemi retta: se tutti i vicini fossero come me, a parte le briciole sui balconi, vivremmo tutti molto più tranquilli.

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La Piccola Donna

Forse dovevo scrivere qualcosa sulle donne e sulla festa della donna, fatto sta che me ne stavo lì a guardare per aria (come faccio di solito quando devo scrivere qualcosa e non so cosa scrivere) e pensavo che, alla fine dei conti, io le donne mica le conosco. Cioè: ho un’idea generale, come tanti, ma su cosa significhi essere una donna o sulle eventuali difficoltà che comporta, credo di non sapere molto. Certo le donne mi piacciono (a chi non piacciono?), ma in generale non mi fido tanto degli uomini che si lanciano in proclami femministi perché mi suonano sempre un po’, non dico falsi, ma di maniera. Si dicono sempre un po’ le solite cose, insomma, ma poi le donne mica le conosciamo davvero.

Forse non era per niente una buona idea questa cosa di scrivere sulle donne. Cosa ne so io delle donne? Anzi, se i miei amici dovessero consultare qualcuno per sapere delle cose sulle donne, forse sarei fra gli ultimi che chiamerebbero. Chissà cosa vuol dire, mi chiedevo, diventare una donna…

A quel punto mi sono reso conto che io convivo da una vita (la sua, non la mia) con un essere che potrei chiamare la Piccola Donna. Fino a qualche anno fa, in effetti, la chiamavo Bambina e non è che ci sia una grande differenza fra Bambino e Bambina: a parte tutta la retorica di genere, parliamo di creature piuttosto semplici, rumorose, appiccicaticce – seppure in misure diverse –, che mangiano le patatine tuffando la mano ad artiglio nel contenitore, che piangono, corrono eccetera. Insomma: Bambini e Bambine sono come un grande gruppo. Poi però succede che le differenze si accentuano un po’ e, ad esempio, le Bambine si evolvono in questa forma intermedia che non è ancora la Donna, ma è la Piccola Donna.

La Piccola Donna ha tante Grandi Insicurezze: si guarda nello specchio e non è del tutto convinta. Forse, alla fine dei conti, sta meglio con gli occhiali, ché dietro agli occhiali ci si può nascondere un po’. A guardarla, si muove in maniera strana: a volte si accorge che il corpo non risponde come vorrebbe o come dovrebbe; è un po’ goffo, insomma, questo corpo strano che si sta assottigliando e, da fuori, comincia proprio ad assomigliare a un corpo di donna ma, ogni tanto, risponde come un corpo di Bambina e sembra ribellarsi ai vestiti da grandi, alle mosse degli adulti, alle pose che dovrebbe assumere nelle varie situazioni.

Il volto della Piccola Donna, così come la sua voce, comincia ad avere una profondità diversa, nella quale ogni tanto, ti sembra di vedere quello che diventerà: allora in quegli spiragli (in certe inflessioni di tono, in certi movimenti degli occhi, in certe pieghe della bocca), intuisci la Donna che sarà e dentro di te, un po’, sorridi.

Le mani sono come una zona di confine, con le dita che stanno diventando lunghe e le unghie perfettamente smaltate, e il loro maneggiare ancora un po’ bambino, appiccicaticcio di colla vinilica e sporco di biro blu.

E’ una cosa molto strana da guardare, la Piccola Donna. A volte vorrei andarle vicino e dirle semplicemente stai tranquilla che tutto andrà bene, che sei bella anche con gli occhiali e non aver paura di muoverti così o cosà e, in generale, non aver paura. Non aver paura del giudizio degli altri, Piccola Donna, che loro cosa vuoi che ne sappiano di cosa vuol dire essere una Piccola Donna? Non permettere alle loro risate o ai loro sguardi strani di intaccare la tua sicurezza, il piccolo miracolo senza fine fatto dai tuoi sguardi o dalle tue dita sporche di biro blu. Cerca di andare in giro a testa alta, con questa forza incredibile che hai dentro, che a volte balena dai tuoi occhi e spaventa (perché le Donne hanno questa Vita che ogni tanto si affaccia dietro alle pupille e quando gli uomini riescono a vederla si rendono conto di quanto gli manca).

Chi può avere il coraggio di farti del male, Piccola Donna? Chi può avere il coraggio di trattarti male? Se gli uomini vedessero il mistero di una Piccola Donna forse non avrebbero più nemmeno il coraggio di aprire bocca.

Ecco: a volte le vorrei dire così, soprattutto quando mi parla in fretta in fretta, alzando la voce ogni tanto per le cose che la fanno preoccupare o ridendo per quello che le succede. Invece la guardo e dico “eh, però… davvero?” e mi resta tutto lì, in gola, che non va né su né giù.

Forse direi la cosa sbagliata e allora è meglio che me stia zitto: d’altra parte, come vi dicevo, cosa ne so io delle donne?

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Scissionismo

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Non devi prenderla così. Non è colpa mia se sono costretto ad andarmene né, tantomeno, lo puoi considerare un gesto di viltà. Sarei rimasto volentieri, davvero… ma “le condizioni ambientali” – è così che si dice, no? – non me l’hanno permesso.

Non è detto che la mia uscita sia un fatto esclusivamente negativo. In fondo, le divisioni producono energia e, forse, quest’energia rivitalizzerà un po’ tutto il sistema.

Sicuramente, il fatto che io me ne vada dovrebbe farti riflettere. Forse ti interrogherai su alcune tue certezze che consideri incrollabili, su alcune posizioni che consideri non negoziabili. Allora, vedi, la mia partenza non sortirà soltanto effetti negativi se riuscirà a farti pensare, anche se per poco, a come ti comporti, se servirà a domandarti se davvero hai sempre ragione su tutto.

Chi se ne va è sempre il più debole, questo lo so anch’io. E certamente non sono io che lascio sola la maggioranza: non sarete indeboliti dalla mia partenza, a meno che non riusciate a capire che sono io che sono stato lasciato solo da tutti voi. Non è un piagnisteo inutile: ogni persona che se ne va è anche un bisogno non ascoltato, è il mancato riconoscimento di un’identità, di un punto di vista.

Comunque, la faccio breve: lo so anch’io che la porta è aperta e sono libero di andarmene se le cose non mi vanno bene così come sono. Il mio rammarico semmai è proprio legato al fatto che a voi le cose vadano bene proprio così.

Me ne sono dovuto andare per riuscire a lavorare, per avere opportunità che da voi mi erano negate. Me ne sono dovuto andare per riuscire a sposarmi con chi volevo e perché questa cosa fosse riconosciuta da uno stato. Me ne sono dovuto andare per avere dei figli quando lì da voi non ci riuscivo.

Insomma, me ne sono dovuto andare per vivere come volevo.

Non ti sembra ironico che adesso, alla fine, abbia deciso di andarmene anche per morire?

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Il colpo di tacco

piccione

Nel teatrino sanremese di tutti gli anni – la rigida liturgia del Festivàl da una parte e noi sul divano a parlarne male dall’altra – capita che, a volte, si apra un piccolo foro sul fondale, uno strappo, nella carta velina azzurra che fa da cielo sullo sfondo, a ricordarci la forza dell’inatteso.

È la fantasia che scarta rispetto alle attese: il fuoriclasse circondato dai difensori che, lo sguardo dall’altra parte, libera il compagno con un colpo di tacco. Non tutti ce l’hanno – per questo il fuoriclasse è detto così, per la sua capacità di uscire fuori dai soliti schemi: tac! senza pensare, ché certi colpi non si pensano, sono i piedi o il corpo che fanno tutto da soli. Palla da una parte, difensori dall’altra.

Allora nel teatrino di Sanremo – dove ognuno recita la sua parte di marionetta: il presentatore solitamente spigliato che diventa inspiegabilmente ingessato, il comico che non fa più ridere, le canzoni che fanno tutte schifo, salvo poi inserirle nella nostra playlist per gli undici mesi successivi, i vincitori che si dimenticano, i giovani che ringraziano dell’opportunità, i superospiti imbranati… – ogni piccolo segno di vita diventa uno squarcio di verità, ogni infrazione del rigido protocollo ci ricorda che stiamo assistendo ad una rappresentazione.

Vasco Rossi che, dopo l’esibizione, si infila il microfono in tasca per andare via (“se provi a rinfilarlo sull’asta e non ci riesci fai la figura dello sfigato”), oppure Cavallo Pazzo che tenta il suicidio e Pippo Baudo (!) che va a salvargli la vita, Patty Pravo che entra sul palco col chewing-gum e, non sapendo dove metterlo, lo appiccica sul microfono (per poi staccarlo a fine canzone).

Un altro chewing-gum che mi ricordo è quello di Alessandro Bono quando cantò Oppure no: era stonato e leggermente off-beat eppure la sua esibizione quasi mi commosse. Quando se ne andò dal palco, il presentatore mise il piede su un chewing-gum e diede la colpa a Bono. Sembrava che non gliene fregasse niente di quel palco, salvo cantare la sua canzone. Quando, tre mesi dopo, morì (era ammalato di AIDS in fase terminale) mi resi conto che avevo assistito ad uno di quei piccoli momenti di verità, in cui ti accorgi che il contenitore è finto e prova a omogeneizzare tutto, ma che alcune persone riescono a scartare tutte le attese.

Ecco: da allora, io aspetto questo: che succeda qualcosa, qualsiasi cosa, un guizzo di fantasia, a rompere lo schema di quello che già so. Un po’ come allo zoo-safari, insomma, nel quale non capisci se sei tu a guardare le bestie o loro che guardano te e basterebbe un solo un cenno dell’orangutan per convincerti che stai guardando qualcosa di vero.

Sonnacchioso sul divano, stavo biasimando la partecipazione di Francesco Totti che, forte dei circa 84 milioni di euro guadagnati in carriera, non aveva certo bisogno di partecipare al Festival per farsi trattare come un mezzo scemo. Aveva già frainteso il nome dell’autore della canzone di Michele Bravi, il trombonissimo Cheope, figlio di Mogol e nipote di Calibi, storpiandolo in Sciopè, e adesso stava rispondendo alle domande incrociate di Conti e De Filippi che cercavano di misurare il suo grado di naïvetè. Mi sembrava un po’ una di quelle scene di bullismo inverso, quando i laureati in certi film chiedono all’operaio la sua opinione sulla Critica della ragion pura. Il tormento si doveva chiudere con l’ultima domanda di rito, fatta a tutti gli ospiti precedenti: qual è la tua canzone preferita di Sanremo? L’ospite dà la risposta prevedibilissima e parte lo spezzone della canzone in sottofondo.

“Allora, Francesco Totti, qual è la tua canzone preferita di Sanremo?”

Il nostro si guarda intorno e poi sbotta: “Povia! Il piccione!” Il panico e l’ilarità che si diffonde sul palco risultano tutto sommato eccessivi, lo spezzone di canzone non parte e Totti, fra risate e agitazione viene allontanato dal palco. Fine del siparietto.

Il giorno dopo sui giornali pubblicano lo stralcio della scaletta della serata che, più o meno, recita: “Il presentatore chiede a Totti la sua canzone preferita; Totti risponde Si può dare di più (Morandi – Tozzi – Ruggeri); parte la base della canzone”.

Il teatrino prevedeva una parte precisa, una finta spontaneità dell’ospite e una finta sorpresa dei conduttori, ma il corpo del fantasista ha deciso di procurarci un inaspettato momento di verità, con vera spontaneità e vera sorpresa dei conduttori.

Povia. Il piccione. Colpo di tacco: palla da una parte, Festival dall’altra.

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Meno ventiquattro

meno24

Fra un anno esatto questo blog chiuderà.

Mancano quindi – escluso il presente – ventiquattro post esatti alla fine di quest’esperienza: questo per giustificare il titolo che non era, evidentemente, un riferimento al freddo di questo periodo.

Se qualcuno si sta chiedendo il perché, potrei rispondere semplicemente “perché sì”: le cose iniziano e finiscono senza un motivo preciso. Questo, in particolare, vale per la scrittura: le storie si raccontano e poi, un giorno, magari ti stanchi di raccontarle… ma non è che finiscono. Io, ad esempio, non penso che smetterò di scrivere. Scriverò cose diverse magari, spero più divertenti o interessanti, o magari continuerò a scrivere cose che mi rileggerò solo io.

Se invece il vostro perché era legato alla scadenza, a quello è un po’ più facile rispondere. Intanto bisogna scegliere un momento preciso per finire le cose, come quando dici “studio o corro fino alle 18:30” e potrebbero essere anche le 18:36 (se vi piace l’idea che il secondo numero sia un multiplo del primo) o le 18:18 o le 18:29 (con una doppia progressione)… insomma, sono cose legate ai gusti personali. Personalmente, appunto, ho pensato che da qualche parte dovevo pure finire e che il 27 gennaio prossimo arriverò al duecentesimo articolo di questo blog. Ho riflettuto che era una strana casualità… le uscite dei post non sono state affatto regolari nei primi tempi ed era singolare che l’articolo 200 cadesse proprio il 27 gennaio 2018: come i più affezionati lettori sapranno, il blog ha aperto proprio un 27 gennaio, quello del 2009. Da allora – in coincidenza con il compleanno di mia nonna e con la giornata della Memoria – ho sempre festeggiato il compleanno anche di questa piccola finestra. L’anno prossimo, questa finestra la chiuderò.

Un po’ – visto che li ho nominati – mi dispiace per gli “affezionati lettori”: quelli che, quando meno me lo aspetto, mi dicono “ti leggo sempre”. Non è un espressione strana “ti leggo”? A volte mi capita di pensarci e mi vedo sotto i loro occhi. Non so se mi guardano “come fossi un libro aperto”: sicuramente sono un libro scritto in piccolo e ad alto rischio di fraintendimento. (Quando mi dicono così, io di solito abbasso il mio di sguardo, non vorrei che vedessero più o meno di quello che hanno visto fra le righe, che rimanessero delusi magari…)

Forse per alcuni di loro, quando poi non mi leggeranno più, smetterò di esistere, come quando si chiude un libro e si passa a un altro. A quel punto forse capirò cosa succede ai personaggi del libro quando il libro è chiuso.

Comunque, chiuso un libro, sicuramente ne aprirò un altro e magari di queste cose ne riparleremo fra un anno: cambiare è sempre un modo di mettersi alla prova e di sopravvivere senza ripetersi.

Nel frattempo, mi ritrovo a scrivere per l’ottava volta nel giorno della Memoria: davanti alle scuole quest’anno distribuiscono volantini di Casa Pound e vedo ragazzi che sono seriamente convinti che le esperienze totalitarie di nazismo e fascismo sono state fraintese ed eccessivamente demonizzate.

Forse, tutto quello che sto cercando di scrivere è che sono stupito e stanco di queste ripetizioni, di chi crede che rimanere fermi sia una forma di coerenza e che riproporre idee di un secolo fa sia la soluzione al nostro presente. Chissà se davvero, un giorno, capiremo che Memoria significa proprio il coraggio di cambiare, di continuare a vivere senza ripetere sempre gli stessi errori.

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