In fondo in fondo

infondo

Giù giù, sotto il flusso dei nostri condizionamenti, della buona educazione, della semplice censura sociale c’è il fondo.

Lo si raggiunge per caso, quando ci attacchiamo istintivamente ad un’emozione, quando pensiamo di non essere ascoltati da nessuno, oppure, al contrario, quando ci ritroviamo anonimi in una massa che sembra esprimere quella nostra stessa idea repressa.

C’è un racconto di Dino Buzzati in cui una coppia di giovani capita in un paesino. La ragazza parla in un italiano corretto e gli abitanti del paese, che si esprimono solo in dialetto, la percepiscono come una straniera. Poi, un banale incidente: la ragazza si bagna nella fontana del parco che, di solito, era utilizzata solo dai bambini. Qualche urlo, incomprensibile, da parte degli abitanti e la ragazza riceve uno schizzo di fango in faccia da uno dei presenti. In un attimo tutti ripetono quel gesto, coprendo la “straniera” di fango. Buzzati dice che in quel momento ognuno tira fuori “il fondo dell’animo”, quel torbido carico di male che ognuno di noi ha dentro di sé e non sa di avere.

Mi è venuto in mente quel racconto quando, nei giorni scorsi, si è saputo della vicenda di Emmanuel Chidi Namdi a Fermo. Una coppia che forse armeggia intorno ad un’auto e un passante che urla all’indirizzo della donna: “scimmia africana”. Per quanto si possa discutere all’infinito sul successivo svolgimento dei fatti, quest’insulto, insieme alla morte di Emanuel, rimane uno dei pochi punti fermi.

Per una strana sincronicità degli eventi, in tv e su internet noi di Parma abbiamo rivisto le vicende di un altro Emmanuel, quel Bonsu che venne trattenuto e picchiato dai Vigili Urbani qualche anno fa con l’accusa di essere uno spacciatore. Nel racconto di Andrea Alongi – che adesso tutti si riguardano su Youtube per farsi quattro risate – si ricorda che i vigili si rivolgevano a quel ragazzo pestato chiamandolo “scimmia” e facendogli il verso “uh! Uh!”.

Immagino che si possa ridere di questa cosa, come quando un noto politico, riferendosi ad una donna di colore disse: “non posso non pensare ad un orango”. Ricordo, nei bar, le risatine complici e l’idea che avesse espresso ad alta voce quello che molti, in fondo in fondo, pensavano senza dire.

Il fondo è quel groviglio inespresso di odio, intolleranza e rancore che, il più delle volte, cerchiamo di tenere nascosto sotto una patina di civiltà, sotto il corso normale delle nostre buone intenzioni: “scimmia” è l’insulto che giace sul fondo, quello che va a colpire le persone di colore, se ci aggrediscono, se pensiamo che stiano disturbando la nostra città, se pensiamo che ci vogliano far del male, quando ci indicano dove parcheggiare, quando cercano di venderci della roba, quando ricevono benefici che pensavamo riservati a noi…

Improvvisamente, tutto si intorbida e le nostre emozioni si rimescolano, facendo venire a galla la nostra parte peggiore.

Chissà, a quel punto, se abbiamo ancora il coraggio di specchiarci nelle nostre consuete convinzioni, nelle buone intenzioni sulle quali abbiamo sempre galleggiato per abitudine: chissà che immagine ci restituiscono adesso e come invece appare cambiata la nostra faccia una volta che abbiamo toccato il fondo.

Forse, come di consueto, faremo dei passi indietro, chiederemo scusa, faremo appello a quelli che sono i valori fondanti della nostra società, cercheremo, insomma, di cancellare il ricordo di quel fango che, per poco (pochissimo, in fondo), si è sovrapposto ai nostri consueti lineamenti.

Da qualche parte, però, dovrebbe rimanere l’immagine di quello che siamo stati: sarebbe una specie di avvertimento per ricordarci che, in fondo in fondo, la civiltà è una scelta quotidiana e nessuno di noi è veramente al sicuro dal fango che si porta dentro.

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O la va o…

pallone

Chi, come me, è vissuto sotto quattro (4!) governi Berlusconi ha una certa dimestichezza con l’idea – sicuramente snob, ne convengo – che gli elettori possano “votare le cose sbagliate”. E’ uno degli effetti collaterali della democrazia, in fondo, e non è il caso di lamentarsene. Tuttavia, mi ritrovo anch’io a giocarmi i miei due penny sull’evento di Brexit, finché siamo ancora tutti politologi: il tempo stringe e già stasera dovremo ritornare tutti commissari tecnici…

Pur capendone pochissimo quindi di politica e di economia internazionale, mi sono ritrovato a leggere molti articoli sull’evento. Orbene, molti commentatori hanno considerato il voto per l’uscita della Gran Bretagna dall’UE come un voto della destra xenofoba: sarebbe stata l’irritazione per la presenza degli immigrati nel Regno Unito a motivare il Leave contro il Remain.

Qualcuno ha però osservato che il voto esprime anche un dissenso preciso nei confronti dell’austerity neoliberista imposta dai tedeschi a tutta l’UE. Sarebbe quindi un voto di sinistra contro un’Europa percepita in primo luogo come un’unione finanziaria e bancaria che vessa i propri cittadini.

Gli analisti del voto hanno poi fatto notare che a votare per l’uscita sono stati soprattutto gli anziani rispetto ai giovani. È forse naturale – hanno osservato – che chi ha trascorso parte della sua vita fuori dall’UE, non si trovi meglio adesso che forme di controllo di varia natura vengono imposte a tutti i cittadini.

Da ultimo, qualcuno è tornato a parlare di lotta di classe: questo voto rappresenta una fascia di popolazione giovane che non può essere intimorita da messaggi come “se uscirete dall’UE perderete questo e quest’altro” perché, molto semplicemente, ha già perso tutto e non ha prospettive. Sarebbe quindi un voto dei poveri contro i ricchi.

Capirete la mia confusione… Si tratta di un voto di destra-anziano-xenofobo/sinistra-giovane-deluso. Quello che posso osservare – prima di mettermi a fare la formazione dell’Italia per stasera – è che si tratta di un voto contro e quello che mi spaventa è che il voto venga utilizzato senza nessun intento costruttivo ma semplicemente per colpire, creare disagio. Che si tratti di un voto di destra o di sinistra, Brexit rappresenta una molotov lanciata trasversalmente contro le banche o contro le barche di immigrati, contro le Mercedes dei ricchi o contro le case popolari piene di pakistani.

E’ legittimo e il voto serve anche a questo, ad esprimere cioè quello che non si vuole… L’impressione però è che non si abbia un’idea chiara di cosa ci attenda dopo, se è vero che gli Inglesi hanno googolato “Cosa significa Brexit” fino al 23 giugno e “Conseguenze di Brexit” dal 24 in poi.

Insomma, ci hanno un po’ provato, secondo una logica, prettamente italica, che potremmo definire “’ndo cojo, cojo”.

Un bel po’ di anni fa, mi divertivo con i miei amici a tradurre, storpiandole, in inglese, espressioni tipicamente italiane: stay in a bell (“sta’ in campana”), neither the dogs (“manco li cani”), to be at the fruit (“essere alla frutta”)… Per quest’occasione, mi sembra particolarmente adatto il nostro “o la va o la spacca”: or it goes, or it breaks it!

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La mancanza dei figli

livewithpassion[Ho raggiunto un’età in cui le chiacchierate con i miei amici sembrano capitoli scritti da Fabio Volo: stessa prosa sciatta, qualche parolaccia o paragone ad effetto ogni tanto, stesse paranoie esistenziali, ogni tanto qualche perla di saggezza che abbiamo letto su internet, nei cioccolatini o in un precedente libro di Fabio Volo. Se le righe che seguono suonano così, me ne scuso: c’è già tantissima cattiva letteratura in giro.]

Ieri, ad esempio, si parlava di figli e di cosa si debba passare ai figli e agli enormi privilegi che avranno i nostri figli. “Io – diceva Ernesto che non ha figli – sono già invidioso di mio figlio: io sono un musicista e lui crescerà in un ambiente in cui si pratica la musica… Io mi sono fatto un culo così per imparare a suonare e lui invece sarà un enfant prodige di cui scriveranno su Wikipedia: inizia lo studio dello strumento a tre anni grazie al padre musicista…”. Gli ho fatto notare che non c’è nulla da invidiare nel futuro pargoletto, dato che suo padre gli sta già rovinando la vita prima che sia nato. “I genitori – gli dicevo – devono dare delle opportunità ai figli, non passargli il fardello delle loro aspirazioni…”

Già, le opportunità. Fare in modo che mio figlio abbia tutto quello che io non ho mai avuto. Questo sembrava essere l’imperativo dei nostri genitori e dei nostri nonni, quando il tempo, l’economia, la situazione internazionale sembravano promettere un progresso virtualmente infinito…

Ogni generazione è tenuta a dare qualcosa di più e noi cosa dovremmo dare ai figli? Il rischio è quello di provare a dargli tutto, riempire le loro piccole vite con tutto quello che a noi è mancato: tantissimi oggetti del desiderio, i più disparati corsi sportivi o di creatività…

Chissà invece se i genitori sono in grado di passare la mancanza, l’idea cioè che la tua soddisfazione non passi esclusivamente attraverso le cose che hai o che sai fare… La mancanza di qualcosa d’altro: dovremmo passare la convinzione che la felicità non è immediatamente a loro disposizione. Dovremmo dare a loro il desiderio continuo di cercare, invece di riempirli di risposte preconfezionate che vanno dall’ultimo modello di cellulare al corso di controfagotto che io non sono mai riuscito a fare.

“Forse non dovremmo dargli proprio niente” – ho detto alla fine ad Ernesto – “così si metterebbero a cercare ciò di cui hanno veramente bisogno…”

“Bravo! Ti candidi al premio di Padre dell’anno… In pratica, stai dicendo di passargli solo il senso di frustrazione. Almeno potrò pagare l’analista a mio figlio?”

Come al solito, questa cosa non è molto facile da spiegare… Dando il nostro “tutto” ai figli, gli passiamo il messaggio che sia “tutto” lì. Cerchiamo di riempire il vuoto di cose che i nostri genitori e i nostri nonni avvertivano ma, così facendo, corriamo il rischio di lasciare pochissimo spazio perché i nostri figli lo riempiano con le loro aspirazioni. “Alla fine, – ho detto ad Ernesto – non hai cominciato a suonare perché sentivi che ti mancava qualcosa?”

“Capisco – dice lui – è un po’ il ragionamento di Bill Gates che ha deciso di lasciare soltanto 10 milioni di dollari a testa ai suoi figli, invece dell’intero cucuzzaro di 79 miliardi…! Ho capito che questa cosa dei figli è troppo complicata e sicuramente è una cosa che non mi manca!.”

Vabbé, con Ernesto non si può finire seriamente un discorso e poi, a quell’ora, dovevo portare mia figlia a pianoforte. I dubbi però ronzavano e: “Senti…” – ho chiesto alla piccola – “ma ti piace veramente suonare il piano?”

Lei ha scrollato le spalle: “Non è male..” – ha detto – “ma quando non lo faccio non ne sento la mancanza..”

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Volere volare

mongolfiera

Sicuramente Eugenio ha sempre avuto dei vicini di casa singolari. Trascurando il precedente, che è in attesa di processo finché gli inquirenti non avranno raccolto tutte le prove a suo carico, l’ultimo arrivato è un personaggio piuttosto strano. “E’ un sognatore” – dice Eugenio non senza un velo di ironia – “ha il sogno di aprire un locale: lo ha preso in affitto e sta lavorando per l’apertura”. La fantomatica apertura dovrebbe avvenire fra quindici giorni: il Sognatore si è rimboccato le maniche e ha cominciato a sistemare le cose: c’era l’erba da tagliare, le pulizie da fare… “Abbiamo un decespugliatore?” – chiede il Sognatore ad Eugenio. “Come abbiamo? Ho un decespugliatore… se vuoi te lo presto”. La scena si ripete altre tre o quattro volte: “abbiamo una scopa? uno straccio? un secchio?”. Da ultimo, dopo qualche ora di lavoro: “non è che avresti qualcosa da bere, per favore?”.

Alle sempre più irritate risposte di Eugenio, il nostro ribatte il suo entusiasmo, il suo sogno da realizzare contrapposto al materialismo, alla gretta concretezza del vicino di casa, così restio a condividere con lui lo slancio ideale e, soprattutto, il materiale.

Certo che è facile fare i sogni così, mi dice Eugenio: tu ci metti solo l’idea e poi il resto del mondo deve provvedere agli aspetti pratici. Già, dico io, che però, sotto sotto, ammiro l’assoluta sprovvedutezza del Sognatore, il suo trascurare inezie come l’acquisto di una scopa o di una bottiglia d’acqua, il suo delegare a noi terricoli tutti gli aspetti materiali, compresi – forse – i futuri conti da pagare, mentre lui si libra alto sopra di noi.

Mi rendo conto che io, per realizzare i miei di sogni, sono partito tutte le volte dal decespugliatore, con il rischio che poi cominci a concentrarti solo su quello, sulla sua manutenzione eccetera, e va a finire che il tuo sogno si limita a tagliare un po’ d’erba. D’altra parte, mi fa notare Eugenio, il nostro Sognatore aprirà il locale fra quindici giorni ma fra quarantacinque o sessanta sarà già avviato al fallimento.

Allora penso che la leggerezza che ci consente di volare è sempre il frutto della pesantezza che abbiamo dovuto affrontare. Un po’ come le mongolfiere che devono essere sempre piene di pesanti sacchetti di sabbia per decollare, per stabilizzare la rotta… Ecco: le mongolfiere riescono a volare perché portano con sé sempre qualcosa di pesante. Forse i veri sognatori devono essere così: con il loro fardello di scope, decespugliatori e tutto il resto. Si vola, insomma, perché si è pesanti.

Io però, ossessionato da tutto quello che mi serve per volare, dal continuo accumulo di materiale nella stiva, mi rendo conto di come sia difficile il decollo: preparare tutto per il volo, significa anche avere il coraggio di continuare a guardare in alto e, prima o poi, sicuramente a malincuore, lasciare a terra tutto quello che non serve per far alzare la nostra traballante mongolfiera.

Quindi finisce così: con i sognatori che devono essere pesanti e con i terricoli che devono alzare il naso in alto, con Eugenio che – con una serie di scuse – sta cercando di recuperare tutta l’attrezzatura che il vicino di casa gli ha sottratto, con me che, invece, ascolto questa storia e capisco che dovrei essere un po’ meno legato a terra…

“Abbiamo ancora dei sogni?” si chiedono ogni tanto i miei amici. “Be’ – dico io – abbiamo… Ho dei sogni!”

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Le mamme oggi

le-mamme-di-oggi

Le mamme oggi sono sempre di corsa.

A volte le vedi che sostano per brevi momenti, tipo quando aspettano i figli fuori dalle scuole. Le mamme di oggi sono molto diverse da quelle di una volta: hanno i tacchi – che, in effetti, non sono la calzatura migliore per la corsa – e alcune di loro hanno dei tatuaggi con il nome dei figli. Forse è un sistema per velocizzare il recupero dei pargoli, così le riconoscono subito, come negli aeroporti.

Recuperati i bambini infatti continua la corsa, senza un attimo di noia: i figli infatti frequentano corsi di equitazione porcellana balli latini americani scuole di calcio catechismo… (A volte si incasinano un po’ anche i bambini e al catechismo, per esempio, cominciano a nitrire e poi il prete li esorcizza.)

Le mamme oggi, comunque, trasportano: trasportano prole ad ipervelocità, guidano come pazze automobili e carrelli della spesa (perché per fare la spesa, ad esempio, ci sono i 42 minuti fra il corso di nuoto e il rientro scolastico per la gara di nausea), scandiscono il tempo ticchettando forsennate sui loro tacchi: un occhio all’orologio, un occhio allo specchietto retrovisore per vedere se il trucco tiene.

Già, il trucco: quale sarà il trucco? Le mamme oggi prendono integratori specifici per l’organismo femminile e hanno creme con effetto filler che contrastano i sette segni del tempo.

A pensarci bene, in effetti, le mamme oggi sono molto più vecchie di quelle di una volta anche se, fra creme integratori e vestiti, in confronto alle mamme degli anni ’70 sembrano ragazzine.

Le mamme, oggi, sono più vecchie perché per diventare mamme, hanno dovuto trovare un lavoro – “perché oggi con dei figli uno stipendio non basta più” – tenerselo, passare attraverso contratti che autorizzano il licenziamento in caso di gravidanza, guadagnare abbastanza da permettersi una tagesmutter, un asilo privato (al pubblico non c’è posto) o qualcuno che badasse ai figli nel caso, frequentissimo, di straordinari.

Molte hanno dovuto scusarsi quando sono rimaste incinta, andando a lavorare fino all’ultimo giorno consentito (alcune hanno firmato liberatorie per andare anche dopo…): “Scherzi?! Lo faccio volentieri… io amo il mio lavoro…”. Molte hanno dovuto anticipare il rientro dopo la gravidanza perché altrimenti il loro posto sarebbe stato assegnato a qualcun altro. Da quel momento, dal dopo-figlio intendo, la maggior parte di loro ha vissuto sul lavoro col senso di colpa e la palla al piede della maternità: “Arrivo più tardi perché mio figlio ha vomitato… Esco prima perché ha la recita a scuola… “ E da lì sono cominciate le corse, quelle che dicevamo all’inizio, per rimanere al passo con tutto – ovviamente coi tacchi – e non perdersi niente.

Perdersi i primi passi del pargoletto, ad esempio, o la prima volta che pronuncia “tagesmutter” senza impappinarsi… Non farcela – in una società che considera contro-natura uscire dal lavoro alle 5 del pomeriggio – a dedicare “tempo di qualità” ai propri figli, come dice Cosmopolitan, è il fallimento delle mamme di oggi. Da qui, la corsa.

Ma allora, mi domando, chi glielo fa fare alle mamme oggi di diventare mamme? La società, in fondo, ha fatto di tutto e ha mandato loro dei messaggi molto chiari, gli ha messo i bastoni fra le ruote prima e dopo la maternità, le ha caricate di attese altissime sul posto di lavoro, sulla gestione della casa, sull’equilibrio psico-fisico futuro dei loro figli. Perché lo hanno fatto?

Forse perché c’è qualcosa nell’essere mamma che soltanto le mamme capiscono, mentre la gente da fuori si domanda come possa stare miracolosamente insieme quel casino ambulante che loro chiamano “vita con figli”.

Forse basta crederci. Ecco: alla fine dei conti, le mamme oggi sono persone che credono ai miracoli: lo testimonia l’abbonamento annuale alla palestra che, nonostante tutto, tutti gli anni si ostinano a sottoscrivere.

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Post in cerca d’autore

snoopy800

Tecnicamente un fill-in sarebbe, in ogni prodotto seriale che si rispetti, un “riempitivo”, qualcosa che all’ultimo momento viene buttato dentro per rispettare le scadenze e completare l’uscita. Pare che alla Marvel, se l’autore principale del fumetto non riesce a rispettare la consegna – e la certezza di questo di solito si ha 24 ore prima di andare in stampa… – abbiano l’usanza di chiudere negli uffici per tutta la notte un team creativo di rimpiazzo (autore + disegnatore + inchiostratore, probabilmente tutti e tre con co.co.pro o varie forme interinali di schiavitù, in attesa della grande occasione nella Casa delle Idee). La mattina dopo, come per miracolo, compare la storia a fumetti pronta per andare in stampa: il più delle volte è scritta, disegnata e inchiostrata malissimo.

Vabbé, cosa volete farci? E’ un riempitivo, no? Un po’ come quelle puntate dei telefilm dove i protagonisti stanno per tutto il tempo seduti su una poltrona e dicono cose come: “ti ricordi quella volta? Al mare…?” e a quel punto, sui loro sguardi sognanti, parte la dissolvenza e ti rifilano, per tutta la puntata, spezzoni preistorici della serie con i protagonisti al mare… A cosa credete che servano quelle puntate? Fill-in: d’altra parte, non è che puoi essere sempre in palla e creativamente pronto a scadenze prefissate.

Io per esempio, non so se ne avevate già avuto il sentore, non è che abbia tantissimo da dire oggi. E però mi ritrovo a dover rispettare una scadenza e non ho un team creativo da schiavizzare al posto mio, non posso rifilarvi qualcosa di vecchio (anche se avevo pensato a una roba tipo “i dieci post meno letti” o “cose intelligenti che comunque non ha cagato nessuno” o “i dieci post peggio scritti”) ché per quello avete l’archivione qui a destra, ed ho già telefonato a tutti gli amici disponibili chiedendo cose del tipo “tu di cosa mi suggerisci di scrivere?” (Risposte: “di f**a”, “cuccioli di coniglio nano”, “ma devi proprio scrivere anche stavolta?”).

Allora qui di seguito ho deciso di darvi l’abbozzo di tre storie, tre scene scartate dal telefilm, tre piccole cose che ho osservato fra ieri e oggi e che sarebbero anche potuti diventare dei testi scritti bene o dei racconti interessanti, e invece rimangono lì, sulla soglia della narrazione, per colpa della mia pigrizia e della vita incasinata: voi potete farne quello che volete, rubarli, svilupparli o, più semplicemente, immaginare tutto il resto.

  1. Seduto su una panchina del parco osservo tre bambini (età 8 – 10 anni) giocare: giocano ai videogiochi. Nel senso che loro sono i videogiochi. Il più grandicello fa il capo e trascina gli altri da un capo all’altro del parco dicendo: “sotto quel foglio di giornale ci sono i diamanti!” . E allora tutti corrono verso il foglio di giornale e ci saltano sopra (e magari sotto c’è una cacca di cane) e il capo fa con la bocca un verso tipo suono elettronico (“blelelelelel!”) e poi dice: “ecco: io ho passato lo schema e sono al livello 30, tu sei al 26 e tu [la femmina n.d.r.] sei al 16…”. Dopo un po’ arriva un bimbo più piccolo e capisco che è il fratello minore del capo: “Tu invece – dice il capo con disprezzo – sei al livello 8!”. A quel punto il piccolo fa una pernacchia fortissima e comincia a correre per il parco per i fatti suoi facendo un sacco di versi “elettronici” con la bocca…
  2. Alla fermata del bus c’è di fianco a me una signora con una borsina di carta (una di quelle da boutique, con le manigliette di corda). Mi rendo conto che è una borsa che la signora sta riciclando: è spiegazzata e sopra ci sono delle scritte a pennarello. Guardando meglio mi accorgo che sulla busta c’è scritto: “per la mamma” e c’è una data del 2014. Forse è il suo compleanno – penso. Guardando meglio mi rendo conto che la data segnata è domani e comincio a farmi una serie di viaggi mentali sul fatto che domani è il compleanno della signora sconosciuta e quasi quasi potrei farle gli auguri. Poi penso che la borsa è riciclata e magari non è detto che sia lei la “mamma” della scritta. Comincio una nuova serie di viaggi mentali sulla storia della busta. Per poco non perdo l’autobus.
  3. Scendo dal treno e mi muovo per uscire dalla stazione. Indeciso fra scale mobili e scale normali, opto per le prime. Quando sono arrivato in alto, vedo che, in senso contrario al mio, stanno scendendo per le scale normali due cari amici che non vedo da molto tempo. Mi rendo conto di aver fatto la scelta sbagliata: ma io ormai sto uscendo e loro si avviano veloci al treno. Mi infilo le cuffiette nelle orecchie e cerco sul telefono musica da ascoltare: sono indeciso fra Jeff Buckley e Billie Holiday. Mi risolvo dopo lunga meditazione per Billie, proprio prima di entrare in un bar per bere un caffè. Nel bar – a tutto volume – stanno ascoltando Jeff Buckley. Mi rendo conto di aver fatto per la seconda volta la scelta sbagliata. Uscito dal bar, realizzo che c’è una specie di meccanismo karmico che sto inceppando: le cose dovrebbero andare in un certo modo e io mi ostino a fare scelte sbagliate. A quel punto sono davanti ad un bivio per tornare a casa mia: una via breve e una più lunga. Ormai ho capito come funzionano queste cose e scelgo la via più lunga aspettandomi dal karma chissà quali meravigliose sorprese. E non succede nulla. Assolutamente nulla. La via giusta era quella breve.
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La cronologia del tempo perduto

noia

Tre minuti e quarantacinque. Tanto durava il video che ho visto a proposito de Le collezioni più strane del mondo e che ha immediatamente seguito I personaggi più violenti nelle serie TV, Gli errori più clamorosi nei tg, Persone che vogliono assomigliare a bambole e Incredibili mutazioni genetiche.

Tre minuti e quarantacinque: solo l’ultimo video è durato tre minuti e quarantacinque. Tre minuti e quarantacinque della mia vita che non ritorneranno più!

Se poi faccio la somma – cronologia alla mano – di tutti i video che ho guardato, ho l’esatto minutaggio del Nulla che lentamente ha rosicchiato la mia giornata di oggi.

Caspita! Non posso neanche pensare a tutto quello che avrei potuto fare con quel tempo che se n’è andato: un dipinto a olio, imparare la Qabbalah, leggere, finalmente!, tutta la Recherche di Proust… (e invece sei di nuovo nello youtunnel de I selfie più pericolosi del mondo, 10 foto inspiegabili della storia, Epic fails sul red carpet: minuti su minuti che si sommano).

Se penso a quant’era schizzinoso il signor Alfred Humblot, uno che s’è permesso di dire proprio a Proust (!) che non avrebbe pubblicato il libro di uno scrittore che per trenta pagine descrive il suo rigirarsi nelle coperte. Già: a chi può interessare uno che, semplicemente, si rigira nelle coperte? Ah, Humblot, lei è un ottuso passatista – penso, mentre dal divano osservo cose infami come Chirurgia estrema, Matrimoni gipsy e le vicende di una serie di nane litigiose a Los Angeles… A chi può interessare che la signora abbia una protesi mammaria da 350 cc ma ambisca ad una da 500? A me, Alfred, a me: annoiatissimo davanti ad uno schermo guardo schifezze internettiane e televisive rigorosamente da solo.

(Già, da solo: c’è una qualche plica del nostro cervello che ancora conserva la vergognosa sensazione del tempo perduto e ci obbliga a questo voyeurismo rigorosamente in solitaria. Nessuno di noi chiamerebbe un amico o un conoscente a condividere la visione di una nana che vuole rifarsi il naso a tutti i costi….)

Il senso di colpa però rimane. Un conto sarebbe concentrarsi e leggere dei rigirìi di Marcel Proust, un altro passare annoiati da un video brutto ad uno pessimo (un occhio al video e l’altro allo specchietto laterale delle schifezze correlate verso le quali volerai come un’allodola).

Forse avrei bisogno di un po’ di noia vera.

Per noia vera intendo il vuoto rispetto al pieno a cui sono abituato. Il niente di sottofondo e nessuna alternativa, come quando da bambino chiedevo a mia madre se potevo guardare la tv (che sia cominciato tutto da lì?) e lei rispondeva che i programmi per ragazzi sarebbero iniziati dopo un’ora (ah! il vuoto televisivo di una volta!). Come quando al mare mi ritrovavo ad essere l’unico sveglio in casa di pomeriggio, con l’obbligo assoluto di non fare rumore. Ecco, una cosa così.

Se avessi la possibilità della noia vera, forse combinerei qualcosa degno di nota. Forse sarei attento alle cose, esattamente come Marcel che, – voglio dire – si sarà anche un po’ dilungato sui suoi problemi d’insonnia e sul suo rigirarsi nel letto, però qualcosa di serio l’ha combinato. E penso che Humblot alla fine si sia ricreduto su quel tipo che aveva giudicato un perdigiorno: la noia, il vuoto è la componente essenziale della creatività, è l’unico modo per produrre il “pieno”.

Io invece – che sarei un potenziale perdigiorno, cribbio! – resto qui, in un tempo sempre pieno però di cose inutili, di passa-tempi fatti di nani e ballerine, foto incredibili, foto imbarazzanti, video di gattini & cetrioli, video di cadute, musiche di sottofondo, sfondi colorati, notifiche e fatti privati altrui…

Forse anche voi, se siete arrivati a leggere fino a qui, siete un po’ nella mia stessa condizione… Delusi da quello che avete letto? Tranquilli, capita a tutti: non aspettatevi niente di importante da uno che perde tempo su internet. Nessun capolavoro. Tutt’al più posso darvi soltanto la mia Cronologia del tempo perduto.

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