Malattie misteriose

L’avresti mai detto che saremmo scomparsi per colpa di un virus? Proprio come i Maya o gli Atzechi, uccisi dal raffreddore dei conquistadores, o gli ingenui uomini del medioevo o del Seicento decimati dalla peste nera, o come gaudenti europei della Belle Epoque rastrellati dalla Spagnola. Tutto questo proprio quando pensavamo di avere sotto controllo ormai le malattie, le loro origini e conseguenze.

I virus invece si rafforzano, si adeguano ai nostri sforzi di eliminarli, proprio come le zanzare d’estate.

Ultimamente addirittura i virus hanno imparato ad utilizzare i giornali come veicoli di contagio: non tutti poi hanno l’accortezza di lavarsi bene le mani dopo aver letto certi giornali e le malattie hanno gioco facile a passare dall’uno all’altro.

Una delle malattie peggiori diffuse dai giornali ultimamente si chiama Paura. La paura è una malattia irrazionale, il che significa che chi viene contagiato mostra evidenti sintomi di mancanza di ragionamento o approfondimento: ripete continuamente i titoli dei giornali, li utilizza come slogan, a fronte di obiezioni argomentate risponde alzando la voce e via così.

Il malato di Paura è fondamentalmente convinto che gli portino via le cose, che ci sia un complotto internazionale che abbia come scopo fondamentale il turbamento del suo tranquillo stile di vita. Nelle sue forme più acute, la Paura si manifesta come timore di diventare esattamente come le persone che disprezziamo di più: poveri, malati, esclusi dalla nostra bella società.

Un effetto collaterale del morbo è la miopia, intesa come incapacità di vedere al di là del proprio naso. In un mondo che rischia, nelle ultime settimane, di trovarsi in una pericolosa escalation nucleare per colpa di due o tre capi di governo non troppo equilibrati, in un ecosistema che reagisce con violenza alla nostra indifferenza sui cambiamenti climatici scatenando tifoni e uragani mai visti, in una biosfera contaminata ai massimi livelli dall’uso di sostanze plastiche e dalla loro diffusione nelle acque, il miope pauroso è intimorito soprattutto dal fatto che sull’autobus qualche immigrato possa starnutirgli vicino.

Come biasimarlo? Forse è meglio avere paura delle cose piccole che delle cose grandi, senza contare che, al giorno d’oggi, perfino la lebbra è curabile con una scatola di antibiotici. Anche per gli altri timori poi ci sono svariate cure: la più efficace e definitiva è quella di informarsi, leggere, studiare. (Sì, scomodiamo anche “studiare” – dato che è settembre – un verbo che pensavamo di non dovere più utilizzare finita la scuola.) In effetti, per rendere la cura definitiva, bisogna assimilare notizie, verificarle, provarle con il ragionamento, confrontarle con altre notizie, approfondire le cose…

Perché allora il malato di Paura continua a restare malato? Be’, innanzitutto perché gli hanno detto di non fidarsi dei vaccini e poi perché questi comportano una serie di effetti collaterali sgradevoli. Anche studiare le cose in effetti presenta delle conseguenze piuttosto serie: è decisamente più faticoso che non ripetere cose già dette e presuppone che la gente utilizzi per pensare la propria testa.

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Algoritmi

IMG_20170828_111831.jpgL’ideale sarebbe non farsi mai prendere dalle emozioni: offuscano la tua capacità di giudizio e non sempre si riesce poi ad essere equanimi ed equilibrati di fronte a quello che succede
Siamo in un mondo che produce formule magiche – ora si chiamano “algoritmi” – che permettono di misurare i nostri comportamenti, le nostre abitudini, quello che tendenzialmente compriamo in determinati periodi o come reagiamo davanti a determinate situazioni. Chissà se esistono anche algoritmi che possano evitarmi di scaldarmi troppo di fronte alle scene che vedo in tv in questi giorni e possano garantirmi di prendere la posizione più razionale nei confronti di quello che succede.

Su internet ho scovato il progetto Moral Machine del MIT. Si tratta di un problema informatico di non piccola portata: supponiamo che un’automobile a guida automatica abbia un’avaria ai freni e che si stia dirigendo a tutta velocità verso un muro. L’unico modo per salvare i due occupanti dell’automobile sarebbe sterzare sul marciapiedi dove la vettura però probabilmente falcerebbe cinque persone. Che fare?
La questione, sul sito del MIT, è stata lungamente dibattuta e portata avanti da programmatori o semplici curiosi: ci può essere un criterio puramente statistico (cinque sono più di due) o qualitativo (quale dei due insiemi ha la maggiore aspettativa di vita?) oppure legati alla composizione dei passeggeri della vettura (marito e moglie, madre e figlio) e del gruppo che passeggia lungo la strada.
Cosa dovrebbe fare l’automobile “intelligente”? Si possono programmare scelte morali? Si può creare un algoritmo che ci dica come comportarci di fronte ad una scelta di carattere morale?

Io ho ripensato subito alle leggi della robotica di Asimov:
1. Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.
2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.
3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge
Mi sembrano, alla fine dei conti, una buona base di partenza: l’idea morale principale che Asimov sottintende nella programmazione dei propri robot è la sacralità della vita umana. Certo, se si deve scegliere fra due vite umane, anche la macchina probabilmente non saprebbe cosa fare e sospenderebbe il giudizio: forse si spegnerebbe o – in virtù della terza legge – si autodistruggerebbe per evitare di infrangere le prime due norme.

A questo punto, a puro scopo speculativo, vi propongo qualche scenario che forse ci è un po’ più vicino rispetto a quello della macchina robotica: provate ad immaginare cosa farebbe il robot preposto ad intervenire in queste situazioni.
Scenario 1: La guardia costiera robotizzata individua al largo delle coste italiane un barcone carico di migranti clandestini che sta cercando di attraccare sulle nostre sponde. L’ordine principale è quello di respingere il barcone ma questo metterebbe a repentaglio la vita dei viaggiatori.
Scenario 2: La polizia robotizzata deve sgomberare uno stabile occupato abusivamente da famiglie di rifugiati. L’ordine è quello di liberare il palazzo ma i rifugiati oppongono resistenza: si tratta soprattutto di donne e bambini.
Chissà cosa farebbero i robot in queste situazioni? Chissà che tipo di algoritmo dovrebbero adottare?

Mi stupisco un po’ quando sento parlare in tv persone che hanno tutte le risposte in tasca, che ci dicono di affrontare razionalmente i problemi e di non essere emotivi, di non essere, insomma, troppo “umani”: io credo che anche le macchine avrebbero qualche problema a dirimere razionalmente queste situazioni.
Capita, a volte, che le mie idee vengono tacciate di “buonismo”. In effetti, spesso prendo posizione sulla base di criteri meramente quantitativi (il benessere di molti contro il benessere di pochi) oppure qualitativi (persone che stanno male contro persone che stanno bene) mentre invece – mi viene obiettato – le variabili sono ben altre.
Che cosa volete farci? Il mio sarà un bug di programmazione.

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Storie di stelle

a J.M.Barrie

Sarebbe troppo lungo e complicato e, vi dico la verità, non così piacevole a distanza di tanto tempo, rivangare i motivi per cui le stelle furono punite. Fatto sta che da allora – e quando dico “allora” mi riferisco all’epoca del fattaccio, ossia veramente un sacco di tempo fa – sono costrette a stare lì, immerse nel buio, a guardare giù in terra. Non è una cosa piacevole credetemi: gli esseri umani si vedono poco durante la notte e hanno poi questa spiacevole caratteristica di correre sempre da qualche parte. Le stelle provano a seguirli ma sono veramente difficilissimi da osservare: corrono, si muovono come lucciole impazzite. Un tempo, raccontano le stelle più anziane, si muovevano sì, ma nel buio, e dopo un po’ riuscivi a riconoscere i loro percorsi, adesso invece sono sempre illuminati, accendono luci ovunque. Certe notti sono luminosissime e disegnate da lunghissime strisce di luce: gli uomini a volte vanno tutti da una parte o dall’altra o semplicemente girano in tondo nelle loro città. In quelle notti le stelle devono strizzare tantissimo gli occhi e fanno fatica a vedere. Per chi le osserva da lontano sembrano un po’ tremolanti, soprattutto le più vecchie; in realtà è la fatica di continuare a guardare giù.

Poco dopo la metà dell’estate però succede un fenomeno strano. C’è una notte in cui molti umani si fermano e si fanno vedere: si sdraiano sui prati e guardano in su. Spengono le luci e stanno lì, fermi.

Per le stelle è una cosa molto insolita quella di guardare in faccia gli esseri umani. Le più vecchie ci sono abituate e fra loro si domandano come mai gli uomini si fermino a guardare per aria così di rado: loro non sono mica condannati a guardare per terra come le stelle e possono permettersi il privilegio di stare fermi a guardare tutto il cielo. Perché mai non lo faranno?

Poi, tutti gli anni, succede sempre: qualcuna delle stelle più giovani non riesce a sostenere lo sguardo di tutti quegli esseri umani e – zic! – cerca di scansarsi velocissima nel buio. A quel punto – e gli anziani lo sanno – gli uomini reagiscono sempre nello stesso modo: fanno un lunghissimo “ooooh!” e indicano il cielo.

Per chi le osserva da lontano sembrano un po’ tremolanti: in realtà sono le stelle più anziane che stanno ridendo.

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Questa cosa dei cani

 

 

Ogni tanto scrivo del mio cane ma non è che io o il mio cane facciamo una vita particolarmente emozionante. Cioè: se il tuo cane si chiama Rin Tin Tin o Lassie, ti può capitare magari che sventi una rapina al treno o soccorra delle ragazze in pericolo – e allora come padrone del cane hai un po’ di gloria riflessa (come Rusty, per esempio, che aveva come unico ruolo quello di dire “Bravo Rintie!” e accarezzarlo con energia, mentre il cane probabilmente pensava “ho salvato il fortino per l’ennesima volta e tutto quello che mi tocca sono i complimenti da questo nanerottolo…”) – ma nel mio caso il massimo dell’emozione è quando incrociamo sul pianerottolo Enea, il cane del piano di sopra, e i cani si ringhiano mentre io e l’altro padrone ci scambiamo sorrisi di circostanza.

Ecco: volevo parlare di questa cosa qui dei cani. Quando passeggi con il cane, lui, il cane, ha come unico pensiero quello di dosare la pipì come si deve per farla bastare per tutti gli angoli della via. A volte il mio cane non ce la fa, sbaglia le misure o si lascia un po’ andare nel secondo o terzo cespuglio, e alle ultime tappe del giro alza solo la gamba e simula la pisciata mentre mi guarda come per dire “oggi non ce l’ho fatta: questo sarà il nostro piccolo segreto…”. Il padrone invece deve stare molto concentrato sugli altri cani. Quando gli altri cani si avvicinano, tu devi tenere forte il tuo cane e urlare a squarciagola al padrone dell’altro: “è un maschio?!”. E’ una specie di rito. Secondo la logica dei padroni, due cani maschi litigano fra loro mentre maschio e femmina si fidanzano. Allora, quando uno ti urla “è un maschio?”, tu gridi forte “sì!” oppure “no!” e l’altro molla un po’ la presa oppure cambia strada a seconda del sesso del suo cane. Sinceramente, non so cosa fanno due femmine.

Io, il rito, non l’ho mai rispettato, perché il mio cane litiga con tutti, maschi e femmine. Quando mi chiedono “è un maschio”, io rispondo “sì, ma non importa…” e cambio strada lo stesso. I padroni si offendono un po’ delle volte e insistono a venirci sotto, se sono padroni di femmine, per vedere l’effetto che fa. Io glielo dico di lasciare perdere ma loro se la prendono come a dire “che c’è? la mia cagna non è abbastanza per il tuo botolo…?” finché il mio cane ringhia e morde e loro vanno via ancora più offesi.
Una volta pensavo che il mondo dei cani fosse più semplice e sincero di quello degli uomini: si parte dal presupposto che ogni maschio incontrato è un potenziale coglione, mentre ogni femmina un’affidabile compagna. Molti cani (e padroni di cani) ragionano così: cambiano strada con altri maschi, mentre ridono compiaciuti quando maschio e femmina si accoppiano senza ritegno sul marciapiede (“guarda come vanno d’accordo!”).

Mi è capitato di pensare che se avessimo la sincerità dei cani potremmo incontrarci in corridoio con i colleghi che ci stanno antipatici e urlargli “cambia strada, cretino!” e ci abbaieremmo dietro un po’ di insulti finché non ci siamo superati. Quello che capiterebbe con le donne lo potete immaginare: anzi, delle volte forse lo avete immaginato e vi siete avvicinati con le froge dilatate e l’espressione charmant del setter irlandese a qualche ignara ragazza alla fermata dell’autobus.

Il mio cane però mi ha spiegato che non sempre funzionano questi schemi: a lui stanno sulle balle tutti mentre Fellini, il cane del palazzo di fronte, va d’accordo con maschi, femmine, gatti e tutto quello che gli capita d’incontrare. Forse, a pensarci bene, ci sono un sacco di cani che non rispettano gli schemi e siamo noi padroni a incaponirci sul fatto che maschio e femmina devono andare d’accordo e i maschi litigare fra loro (un po’ come quando tua madre da bambino ti portava in casa di sconosciuti, ti presentava il loro orribile figlio e ti diceva “adesso tu ed Evaristo andate di là a fare amicizia”…).
Il problema nostro è quando ci affidiamo troppo agli schemi e crediamo che valgano in tutte le situazioni, soprattutto quando poi li trasportiamo dal mondo animale a quello umano e cominciamo a categorizzare le persone sulla base del pelo, della razza, della toelettatura e via così, oppure quando pensiamo che in certe situazioni dobbiamo volerci bene e rispettarci eccetera eccetera.
I cani, che sono molto più semplici di noi, ci dicono che le cose sono decisamente più complicate.

Ecco, l’altro giorno parlavo di questa cosa qui dei cani con il mio cane, di come sono difficili i rapporti con gli altri, di come non sempre ci si capisca e di come, in fondo, non ci sia un sistema di regole per capirci e andare d’accordo.
“Non me ne parlare – ha detto lui – io ho già un sacco di problemi a far bastare la piscia fino alla fine del giro…”

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A casa loro

Sulla spiaggia questi signori continuavano a dire che non ci stavamo più e che in Italia non c’era più posto per altra gente. Come potevo dargli torto? Eravamo tutti pigiati sotto gli ombrelloni, con le sdraio che rischiavano di accavallarsi fra di loro. “Perché continuano ad arrivare coi barconi? Non vedono che non c’è posto?”. E io mi immaginavo questi barconi, carichi di persone, che avvistano l’Italia da lontano e dicono: “No ragazzi, niente da fare… anche questa spiaggia è piena!”.

Eh, già: siamo al completo. Come gli alberghi della riviera. Quindi, dicevano i signori sotto gli ombrelloni attorno al mio, questa gente va aiutata “a casa loro”. Son finiti i tempi del buonismo, con gli italiani che accolgono tutti volentieri, danno asilo e un lavoro a questi disperati, li integrano perfettamente nel loro tessuto sociale… Siamo passati al buonsensismo: e il buon senso ci invita ad aiutare questa gente “a casa loro”.

Però – pensavo sdraiato sul lettino – per aiutare qualcuno a casa sua, bisognerebbe prima sapere dove abita e quindi dovremmo sapere innanzitutto da dove viene di preciso questa gente. Poi, per aiutare qualcuno, devi pure sapere bene che problemi ha: quindi dovresti conoscerla veramente, informarti su quali sono le situazioni da cui, eventualmente, decide di scappare ed evitare che succeda (quindi risolvere questioni abbastanza complesse…). Da ultimo, bisognerebbe vedere se queste persone effettivamente hanno una casa presso la quale essere aiutate. In caso contrario, bisognerebbe dargliela.

Uff…! Mentre prendo il sole mi rendo conto di come è complicata questa faccenda di aiutare le persone a casa loro… Presuppone che io mi alzi da questo lettino, mi occupi di problemi internazionali, di fame nei paesi del terzo mondo, di sfruttamento politico, di guerre etniche o di religione, che provveda a rifornire popolazioni lontanissime di mezzi per la loro sussistenza, di risorse economiche o, addirittura, di case vere e proprie. E tutto questo senza che mi venga in tasca niente: neanche un braccialettino o un paio di finti ray-ban, senza che questa gente raccolga i miei pomodori o lavori nei miei cantieri o mi dica dove parcheggiare.

La buona volontà dei miei vicini di ombrellone mi colpiva profondamente: possibile – mi dicevo – che siano disposti a sciropparsi migliaia di chilometri per andare ad aiutare perfetti sconosciuti in paesi lontani? E che io sia così pigro da non rendermi conto di come questa sia sempre stata, in effetti, la soluzione migliore? Occuparsi di tutti i problemi del pianeta, risolvere guerre e fame nel mondo: aiutare tutti a casa loro, come Superman.

E io, invece, sdraiato sul lettino, inchiodato alle mie vecchie posizioni di buonismo, mi rendevo conto che, per anni e anni, avevo semplicemente scelto la soluzione più comoda: ero rimasto fermo qui ad aspettare che che i problemi venissero a cercare me, piuttosto che il contrario, e che queste persone, con tutte le complicazioni del caso, mi facessero il favore di portare la loro richiesta d’aiuto proprio qui, a casa mia.

Mentre ascoltavo le loro chiacchiere, fissavo placido la linea dell’orizzonte: tranquilli ragazzi! Stavolta veniamo noi…

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Sensi di colpa

Io ci ho i Sensi di Colpa.

Se fossi Baglioni direi che io e i miei Sensi di Colpa siamo diventati grandi insieme.

Io però Baglioni non lo sono e devo dire che, nel mio piccolo, questa cosa non la vivo benissimo. Cioè, voglio dire, se mi fossi dato più da fare, se avessi sfruttato di più le occasioni… Ma non stavo parlando di questo.

Stavo dicendo che io ci ho i Sensi di Colpa. Ce ne ho tanti. Da sempre.

Credo che loro con me si trovino bene. Io li saluto. Quando mi sveglio gli dico: buongiorno! siete ancora qui? Tutto bene?

Loro mi dicono: buongiorno a te, noi tutto bene. Tu?

Ma insomma, gli dico, non è che abbia dormito proprio bene… (i Sensi di Colpa delle volte mi svegliano di notte).

Grazie ai Sensi di Colpa ho perso cinque chili. Mi sembrava giusto impormi delle sofferenze e allora ho mangiato un po’ meno, ho rinunciato a questo e a quello. Alla fine ero quasi contento. Gli ho detto: grazie a voi ho perso cinque chili.

Bravo, mi hanno detto i Sensi di Colpa. Certo che però se mangiassi un po’ meglio o se facessi un po’ di esercizio fisico costante… Eh, ho detto io, e ho lasciato cadere il discorso perché ero già un po’ meno contento.

Comunque alla mattina mi sveglio e non è che dormo bene e ci sono sempre i Sensi di Colpa. Mi sento sempre come se dovessi fare delle cose che poi non riesco a fare. Ma non è che mi ricordo tutte le cose che devo fare e quando le salto mi sento in colpa.

Non ti preoccupare, mi dicono loro, ci siamo noi. Noi siamo qui a ricordarti le cose che non hai fatto.

E allora mi ricordano che magari non ho fatto delle telefonate o non ho mandato dei messaggi e non ho fatto gli auguri o le condoglianze o semplicemente non mi son fatto sentire per un po’. Questa cosa potrebbe anche avere una sua utilità.

Grazie che me lo ricordate, gli dico, adesso cercherò di rimediare.

Poi però queste cose qui che non ho fatto me le ricordano nel cuore della notte – lo dicevo sopra che mi rompono quando dormo – e sempre quando non posso farci niente. Ma vi sembra il momento? gli dico, Non potevate dirmelo prima?

Ma guarda che noi ti ricordiamo le cose mica perché le devi fare, dicono i Sensi di Colpa. E’ solo per far due chiacchiere, che stasera non avevamo tanto sonno. Ma anche tu sei sveglio alla fine. Guarda, la cosa migliore è non fare niente, soprattutto se una cosa ti ha fatto stare male. Ricordati che chi non fa non sbaglia. Tu non fai, noi te lo ricordiamo e via così. E’ sempre stata così fra di noi… Cosa c’è, non stai bene con noi?

Ma no, gli dico, perché alla fine sono proprio degli anni che stiamo insieme e mi sentirei un po’ in colpa a dirgli che magari starei meglio senza di loro. Loro poi con me si trovano proprio bene. Forse sono io che sono sbagliato, non è detto che sia tutta colpa loro.

Ieri però stavamo passeggiando davanti a un negozio e io pensavo che potevo comprare una cosa che mi piaceva. Loro hanno cominciato a chiedermi se mi serviva davvero e cose così. Io avevo già capito un po’ l’antifona e gli ho detto se volevano venire con me a dare un’occhiata al centro commerciale che magari costava un po’ meno.

Quando siamo entrati al centro commerciale c’era il bel freschino dell’aria condizionata e io gli ho detto aspettatemi qui che vado a dare un’occhiata dentro a un paio di negozi, è inutile che venite anche voi.

Loro sono rimasti lì ad attaccare bottone con alcuni anziani che passavano lì il pomeriggio.

Io mi sono allontanato piano piano e sono uscito dal retro del centro commerciale.

Non si erano accorti di niente e io ho preso la macchina e via.

Quest’anno provo ad andare in vacanza senza di loro e vediamo cosa succede. Magari dormo meglio o magari dormono tranquilli anche loro. Poi magari li passo a riprendere quando torno.

Mentre mi allontanavo con la macchina però, guardavo il centro commerciale nello specchietto e pensavo che non mi sentivo per niente in colpa ad averli lasciati là a godersi il fresco.

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L’ultimo giorno di scuola

Gioiscono i fanciulli al suono dell’ultima campanella scolastica: esultano i loro piccoli cuoricini che però contengono – misteri dell’infanzia – una piccola stilla di nostalgia e di dolore. Troppo azzurra e lunga è per loro l’estate, senza i consueti impegni scolastici e i giochi con i compagnucci. Come i piccoli, anche io ed Eugenio – eterni studenti che abbiamo scelto la via della merenda di metà mattina e delle vacanze lunghe a Natale piuttosto che la vera vita là fuori – ci scambiamo messaggi commossi in occasione dell’ultimo giorno di scuola.

Non così però l’adolescente, che vedo uscire dall’istituto nella postura di Marco Tardelli al Mundial ’82 vomitando insulti all’indirizzo della scuola e dei suoi docenti. Alberga anche nel suo cuore la nostalgia? Non credo: il giovane parte impennando e smarmittando come una specie di Lone Ranger con i brufoli verso le praterie di libertà che giugno gli distende innanzi.

Mentre odo il suo barbarico “yahoooo!” che riecheggia nel tramonto, mi domando perché egli soffra tanto la sua permanenza nella scuola. In fin dei conti, non è manco scuola dell’obbligo: è proprio lo smarmittante ad averla scelta e dovrebbe, quantomeno, avere una qualche forma di rispetto verso il destino che si è procurato con le sue mani. Voglio dire: chi fra questi giovani virgulti frequenta allenamenti sportivi o corsi di sax o di pittura con le mani, non se ne va spernacchiando quando il Mister o il Maestro ordina il “rompete le righe” prima della pausa estiva… E’ anzi dispiaciuto e, se capita, si mantiene in allenamento nel periodo d’inattività, giocando con gli amici o suonando o dipingendo nella sua cameretta.

Ci siamo mai chiesti invece perché tutto questo non avvenga per la scuola (che il giovine ha scelto per il suo futuro bla bla bla…)? La risposta andrebbe sussurrata piano piano nelle orecchie dell’insegnante che fissa i motorini che si allontanano gracidanti verso il sole: perché il giovane si è accorto che di quello che impara a scuola non gliene frega niente. Niente. E, soprattutto, che tutto quello che sta imparando avrà pochissimo a che vedere con la famosa vita reale.

La situazione che trovo più simile alla scuola è quella che viene descritta nel film Ufficiale e gentiluomo: sì, proprio quello con Richard Gere che alla fine porta in spalla Debra Winger fuori dalla fabbrica. In quel film abbiamo una serie di aspiranti piloti di jet che si sottopongono ad un allenamento massacrante di 14 settimane. Quasi tutti lo fanno per lo stipendio successivo o per poter riutilizzare il brevetto ottenuto nelle compagnie civili: a nessuno frega della carriera militare che pure è il passaggio obbligato per il conseguimento del brevetto. Le divise procurano le ragazze del luogo ma tutte le buffonate – compresa la marcetta con il sergente Foley che inventa strofette in metrica – sono solo strumentali all’obiettivo finale.

Significativo poi il fatto che, in tutto il film, nessuno degli aspiranti piloti appoggi mai le natiche su un aereo: fanno esercizi assurdi come venire immersi in una piscina per simulare inabissamenti improvvisi o fanno solitari con le carte in assenza di ossigeno, oppure percorsi di guerra in cui bisogna correre su delle travi o infilando i piedi in copertoni d’auto. Capite il collegamento con la scuola? Cosa c’entra tutto questo con quello che veramente mi ha spinto ad iscrivermi a questo cacchio di corso?

A noi rimangono impresse le vessazioni che il sergentone infligge al povero Zack “Maionese” Mayo il quale, come tutti gli studenti, campa di mezzucci tipo mettere in piedi un sistema clandestino di lucidatura fibbie (!). Il culmine dell’ironia è raggiunto dalla colonna sonora: Up where we belong, quasi a richiamare un cielo che si riesce a vedere solo al termine della formazione, fuori dalla scuola, quando questo teatrino di finti marine sarà finito.

In tutto questo, rimane la frustrazione del sergente Foley che, come il docente di qualche paragrafo prima, vede allontanarsi i propri studenti verso quello che vogliono (finalmente!) fare sul serio. Tutti gli fanno il saluto militare, sibilando uno “stramaledìsa” all’indirizzo di questo grottesco figuro che da anni (e a tutti i corsi!) ripete la stessa battutina sui tori e le checche.

Forse, in quel momento del saluto militare, il sergente Foley è attraversato dal dubbio che tutto quello che fa, alla fine, abbia senso solo all’interno di quel campo d’addestramento: tutte le marcette, le flessioni, i “sissignore”, sono stati ingurgitati dai suoi studenti solo pensando a qualcos’altro che vorranno ottenere là fuori. A nessuno importa veramente del percorso di guerra e, probabilmente, quando piloteranno un volo Pan-Am, penseranno alla triste e ripetitiva vita di Foley facendosi quattro risate.

“Grazie signore!” – dice compìto il nostro Zack – “non ce l’avrei mai fatta qui dentro senza di lei…”

Ma Foley lo sa che “qui dentro” non ha nessuna importanza e che Mayo ha fatto solo il possibile per sopravvivere, come ogni studente in una scuola, mentre lui ha fatto solo quel che doveva fare, facendogli desiderare disperatamente di essere altrove, di poter finalmente volare libero dal quel teatrino.

“Maionese!” – risponde lui – “Levati subito dalle palle!”. La recita è finita: buone vacanze.

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