Settori

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“Il settore sbagliato della parte giusta” è un’espressione che viene da Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio. Il protagonista, Johnny appunto, entra a far parte di una brigata partigiana per prendere parte alla resistenza e si accorge che gli ideali che animano quel gruppo di combattenti non hanno niente a che vedere con i suoi, anche se li accomuna l’obiettivo di liberare l’Italia. Ripensavo a quest’espressione – “il settore sbagliato della parte giusta” ma anche il suo contrario “il settore giusto della parte sbagliata” – come particolarmente adatta a descrivere l’atteggiamento di molti nei confronti del referendum prossimo. E’ come se qualcuno avesse tracciato una riga casuale che ha messo insieme i personaggi più improbabili: l’ANPI con Casapound, Travaglio con Brunetta, Grillo con Berlusconi e via così…

Qualcuno di voi magari avrà deciso di votare sì e si renderà conto di trovarsi schierato con una serie di personaggi che considera impresentabili e inaccettabili. Stessa sorte se avete optato per il no.

Questo intanto ci dice che, in Italia, per quanti possano essere i nostri ideali, ci sarà sempre un numero infinitamente superiore di personaggi impresentabili.

Siccome non sarò certo io a consigliarvi cosa votare né a dirvi per cosa ho intenzione di votare – all’endorsement fatto da molti personaggi su internet, del tipo io voto sì/no per questo, questo e quest’altro motivo, rispondo il mio discreto “esticazzi?” – vorrei spostare il discorso su questa roba dei settori e della divisione casuale.

Comunque vadano le cose, l’Italia risulta spaccata in due parti molto equilibrate fra loro. Qualunque parte vinca, avrà comunque al suo interno una percentuale costante k di impresentabilità. Sia che vinca il sì, sia che vinca il no, dovremo subire l’arroganza della parte impresentabile che canterà vittoria. Gli impresentabili, di solito, risultano molto molesti quando vincono. Questa cosa, in genere, fa molto incavolare quelli dell’altro schieramento i quali, oltretutto, percepiranno di essere stati sconfitti da degli impresentabili. Allo stesso tempo però i moderati dello schieramento vincente si dissoceranno dai toni decisamente troppo accesi adottati dagli impresentabili.

Insomma: la mia visione apocalittica finale è che – come ha detto qualcuno – sicuramente il sole sorgerà lo stesso il 5 dicembre ma saremo tutti, vincitori e vinti, irritati secondo varie sfumature (dalla leggera irritazione all’incacchiatura pesante) e decisamente più divisi.

Una volta tolta la battaglia comune infatti, non ci sarà più niente che terrà insieme impresentabili e motivati per il sì o per il no e, pur avendo vinto (o perso), torneremo a scannarci su mille altre questioni: partigiani e neofascisti, europeisti e regionalisti, neoliberisti e piduisti.

Sicuramente andrò a votare. E’ un dovere di buon cittadino: mi sono informato, mi sono confuso, mi sono ri-informato, sono stato disinformato, mi sono ri-confuso… ma alla fine voterò. Qualcuno ci ha ripetuto – da entrambi gli schieramenti – che andiamo a votare, in questo caso, anche per i nostri figli.

Forse dovevano ricordarcelo anche in tutte le altre occasioni: avremmo limitato la costante di impresentabilità presente nella nostra politica.

Tutto quello che invece potremo dire ai nostri figli in questa occasione sarà invece, per l’ennesima volta, “scusate, credevo solo di essere nel settore sbagliato della parte giusta”.

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L’improbabile

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E adesso gli Stati Uniti si ritrovano un improbabile presidente con una pettinatura improbabile. Noi, in Italia, facciamo spallucce, ridiamo sotto i baffi con la tacita soddisfazione di avere, per una volta, preceduto gli americani: noi infatti il miliardario con i capelli finti al potere lo abbiamo già avuto. Sarà per questo forse che la vittoria di Trump non è che ci faccia molto caldo o freddo: noi ci siamo già passati, tranquilli!, e alla fine si sopravvive. Col tempo, anzi, abbiamo sviluppato una particolare forma d’immunità contro i timori del cambiamento. Anche noi avevamo una certa puzza sotto il naso allora, ma è scientificamente provato che il naso umano si può adattare a qualsiasi tipo di odore nel giro di due minuti, figuratevi in quattro o vent’anni! Noi, per esempio, abbiamo avvezzato le narici a molte cose. Il verbo esatto, utilizzato sui giornali, è “sdoganare”: prima abbiamo sdoganato un po’ di fascismo, poi un po’ di xenofobia, poi un po’ di intolleranza, poi un po’ di intransigenza religiosa… E’ stata un’operazione fortemente democratica, perché alla fine abbiamo dato voce a tutti quelli che non l’avevano, anche quando questi ne hanno approfittato per dire cose violente o irripetibili. Ad ogni piccolo sdoganamento, siamo riusciti a spostare un po’ più in là la nostra soglia di tolleranza, ogni volta che abbiamo sentito una puzza strana, siamo sempre stati accusati di avere noi la puzza sotto il naso e allora abbiamo inspirato forte e ci siamo abituati. Col tempo le cose cambiano, i miliardari vanno e vengono e non è poi neanche tutta colpa loro a ben vedere: il problema è quello sdoganamento che si diceva, riuscire a dare voce ai veri umori della gente, a quella che i giornali chiamano la “pancia del paese”. Ecco, negli ultimi anni abbiamo avuto un sacco di politici improbabili che hanno dato voce alla pancia del paese, molto spesso dimenticandosi che una pancia, il più delle volte, si esprime a rutti e scorregge. Ad ogni puzza espulsa, ci è stato detto che abbiamo i nasi troppo delicati – chic o radical chic –, che siamo scollegati dalla realtà, che viviamo in un mondo ideale. Tranquilli: quei tempi sono passati! Ci siamo abituati da un sacco di tempo a questa politica finalmente basata sulle vere esigenze della vera gente.

Se prima consideravamo impossibili una serie di azioni o di affermazioni in politica, col tempo abbiamo capito che sono solamente improbabili: tutto può accadere e tutto possiamo, alla fine dei conti, sopportare, pur di non passare per l’ennesima volta per degli snob ancora legati a certi vecchi valori o, Dio non voglia!, alla buona educazione. A pensarci bene, anche l’elezione di Trump era, in fondo, fortemente improbabile.

Questa volta non ci ha colto impreparati: abbiamo abbozzato un sorrisino e abbiamo allargato le braccia: “è la democrazia, ragazzi, è la pancia del paese!”. Abbiamo avuto magari solo un piccolo brivido pensando alle sue affermazioni xenofobe, al pugno di ferro mostrato contro i nemici degli USA, al fatto che questo signore, insieme a Vladimir Putin e a quel simpatico giovanottone di Kim Jong-Un, abbia le mani sul 90% dell’arsenale nucleare mondiale. E se un giorno questo decidesse di…?

Ma no! Ecco i soliti timori snob e radical chic… Pensiamo davvero che questo tizio possa espellere tutti gli immigrati, sdoganare la propria personale misoginia, rendere normale la scorrettezza verbale, violare i diritti civili delle minoranze etniche o sessuali, scagliarsi contro tutti i nemici interni ed esterni dell’America e, oltretutto, scatenare guerre termonucleari su scala globale?

Impossibile! Direte voi.

Ecco, magari impossibile no: improbabile.

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Io, Dino e Dylan

Quando a Bob Dylan hanno dato il premio Nobel, al mio amico Dino si è intasato il telefono di notifiche, manco fosse stato lui il vincitore. Ha ricevuto congratulazioni, telefonate da capi di stato, messaggi Facebook e lui stesso si è prodigato in un post in cui ringraziava l’Accademia di Svezia. Dovete sapere infatti che Dino non solo è il più grande fan di Dylan che io conosca ma, con buona probabilità, è anche il più grande fan di Dylan che conosciate voi. Questo per due motivi: 1. probabilmente conoscete anche voi Dino, dato che lui conosce veramente un sacco di gente e tutti sono amici di Dino (il corollario è che a Dino non si può non volere bene); 2. se anche voi conoscete un fan di Dylan che non sia Dino, sappiate che Dino può sconfiggere il vostro fan con una mano legata dietro alla schiena (il corollario è che Dino con l’argomento “Dylan” può annichilire chiunque, anche il più paziente dei suoi amici).

Ora, se tralasciamo l’evidente contraddizione fra i due corollari – che ha come ulteriore conclusione che si può frequentare Dino purché non si nomini mai Bob Dylan o non si fischietti una sua canzone (tanto comunque lo farà lui) -, tutto questo mi serviva per commentare l’assegnazione del Nobel per la letteratura a un cantante. Quando mi hanno chiesto infatti cosa ne pensassi del premio a Dylan ho detto: “sono felice, come se l’avessero dato ad un mio amico!”. (Tra l’altro, vista la latitanza di Bob, è probabile che deleghino proprio Dino a ritirare il premio a Stoccolma: sarebbe il giusto coronamento di una vita di sacrifici.)

Comunque: è giusto? Sbagliato? Chissenefrega? A chi mi chiede come la penso sul rapporto fra poesia e canzonette rispondo sempre con una bella immagine di Valerio Magrelli: poesia e canzone sono come gli scacchi e la dama. Il campo di gioco è lo stesso ma cambia il grado di complicazione. Oltretutto, con i pezzi degli scacchi puoi farci una partita a dama, ma con le damine non giocherai mai a scacchi. Il che equivale a dire che puoi rubacchiare un po’ di poesia e farci una canzone (chi scrive queste righe ne sa qualcosa…), ma non puoi fare il contrario, cioè prendere una canzone e spacciarla per poesia.

Quindi, il mio primo assunto è che Dylan NON è un poeta: prova ne è il fatto che voi conoscete Bob (e Dino) mentre non avete idea di chi sia Valerio Magrelli.

Detto questo, non mi accoderò alla schiera di quelli che hanno gridato allo scandalo per quest’assegnazione (che probabilmente sono gli stessi che hanno detto “chi?!?” quando il premio l’ha vinto Tranströmer…), perché sono convinto che Dylan l’abbia ricevuto per quello che ha sempre fatto, cioè le canzoni.

Bob ha sempre fatto – molto bene – quella che è diventata una delle forme d’arte più rappresentative della seconda metà del secolo passato, cioè la scrittura di canzoni, e non ha mai cercato di spacciarsi per poeta. [A questo punto ricordiamo – con un minuto di silenzio – la pubblicazione dell’abominevole libro di poesie di Luciano Ligabue, Lettere d’amore nel frigo]. Ha semplicemente scritto e descritto, con una povertà di mezzi incredibile (pensate alla sua semplicità e traducibilità rispetto, ad esempio, a Leonard Cohen) ma con altrettanto incredibile esattezza, i sentimenti, i sogni e i pensieri di più di una generazione.

D’altra parte, diciamocelo: ha sempre suonato e cantato malissimo, se le sue canzoni non avessero una forza particolare non staremmo nemmeno a parlare di lui.

Credo quindi che l’Accademia di Svezia – che non ha a disposizione tutte le cinquanta sfumature di premio degli Academy Awards – abbia semplicemente messo nello scatolone “Letteratura” quella che invece è la vera arte di Bob: la Canzone.

La Canzone – e qui sta il punto – può essere una forma d’arte solo se la si interpreta per quella che è: la lezione di Bob è che chi scrive canzoni deve scrivere canzoni, non credersi un poeta. La poesia è una cosa diversa, non migliore né peggiore.

Per chi, come me, qualche canzone l’ha scritta, è una bella soddisfazione pensare che, anche grazie a Bob, questa attività ha una sua dignità in sé e per sé (non perché assomiglia a una poesia) e che ogni cantautore si colloca su una retta immaginaria che parte da Rovazzi e va su su fino a Dylan.

Una bella soddisfazione, dicevo… ma mai quanto quella di immaginarmi la faccia di Dino quando leggerà che, giusto qualche riga più su, sono finalmente riuscito a scrivere che Dylan canta malissimo.

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Il talento di Veronica

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Vi dirò: quando ho visto Veronica salire sul palco di XFactor sono stato contento.

E questo nonostante tutti coloro che praticano (o credono di praticare) una qualche attività artistica siano sempre ipercritici verso tutti i loro colleghi, in particolare verso quelli che, ovviamente svendendosi al mercato e sporcando per sempre la loro purissima arte, vanno a tentare la fortuna in televisione. Confesso di aver aderito anche io alla categoria in più di un’occasione: mi piace ridere di Sanremo, criticare i nuovi rapper, sfottere i partecipanti di Amici… Tutto questo grazie alla sicurezza che mi trasmette il mio divano; la stessa sicurezza che mi fa sbraitare le risposte corrette in tutti i quiz televisivi e poi comunicare a mia moglie: “anche stasera avrei vinto centomila euro!”.

Comunque, invece, quando ho visto Veronica sono stato subito contento. Intanto perché l’ho conosciuta personalmente, è una cantautrice molto dotata e poi, soprattutto, perché ho avuto modo di vedere dal vivo quant’è brava (ne avevo scritto, un po’ di corsa, qui) ed ero sicuro che “avrebbe spaccato” anche sul palco di XFactor.

Le cose sono andate esattamente così: Veronica canta, accompagnandosi con la sua chitarrina, e il pubblico impazzisce, i giudici si alzano in piedi ad applaudire e io guardo mia moglie con la stessa espressione soddisfatta di quando vinco i centomila euro.

A quel punto mando un messaggio a Mirco descrivendogli quello che ho appena visto in TV e lui ribatte: “Avevi bisogno del giudizio dei giudici di XFactor per sapere che era brava?”. In effetti… “No – gli rispondo – certo che no. E lei? Perché lei aveva bisogno del giudizio dei giudici di XFactor?”.

Che fosse bravissima io l’avevo constatato nel 2009. Da allora, con alti e bassi, ha continuato a scrivere e cantare (di professione è “cantautrice”), a suonare in giro, a farsi conoscere… Eppure – bam! – basta il provino a XFactor e me la ritrovo nella mia homepage di Youtube (“Veronica commuove i giudici”) segnalata fra le tendenze: tre minuti di apparizione televisiva fanno più effetto di cinque anni in giro per i localetti di mezza Italia.  Il nocciolo della questione è appunto la “visibilità”: per riconoscere il talento dobbiamo poterlo vedere.

Eppure, mi domando perché e da quando la musica abbia la necessità di essere “visibile”. Se ci pensate bene, tutto quello che dovrebbe essere richiesto alla musica è di essere “ascoltabile”. Oggi, invece, si richiede una sorta di valore aggiunto: il cantante di bell’aspetto, il video musicale (senza il quale la canzone, semplicemente, “non esiste”) e tutto un contorno di cose che vanno dalla storia strappalacrime della famiglia, alla diversità sessuale, alla polemica coi vicini di casa, al pianto dirotto ascoltando un videomessaggio di qualche parente. Tutti elementi che rendono il nuovo artista e/o la nuova canzone pronti per il mercato, anche se non sono sempre direttamente collegati con la sua musica.

La musica invece avrebbe bisogno di un po’ di pazienza, attenzione e, soprattutto, ascolto; anzi, direi “ascolti”, dato che non è così scontato – e non è nemmeno così giusto, se non in termini puramente economici – che un pezzo “arrivi” subito e venga capito immediatamente. L’arte, se è davvero tale, ha bisogno di un avvicinamento graduale che comporta sempre un po’ di fatica da parte nostra.

Il talento di Veronica è purissimo e abbastanza evidente per tutti quelli che la conoscono. Mi auguro, e le auguro, che non finisca in un meccanismo interessato solo alle sue storie private, che non venga utilizzato per vendere i wurstel negli stacchi pubblicitari della prossima edizione, che non si trasformi nell’ennesimo racconto confezionato per commuoverci nella trama-soap del talent show.

Giovedì si svolgerà la grande liturgia dei bootcamp, con i giudici che dovranno decidere chi è degno di passare al livello successivo: nel frattempo, il pubblico dell’arena fischia, alza o abbassa i pollici verso questo o quel cantante – gladiatore. Io sarò sul divano e, probabilmente, mi divertirò molto a guardare lo show ma, quando apparirà Veronica, forse sarò un po’ in ansia nel vederla esposta al frettoloso giudizio popolare.

La sua musica – e mi spingerei persino a dire la musica in generale, se questa non sembrasse la solita consolazione degli artisti del divano – ha forse soltanto bisogno di una cosa molto più semplice: la pazienza di essere ascoltata.

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Il mostro ha paura

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Non c’è nessuna età come l’adolescenza che riesca ad unire l’assoluta liquidità della nostra forma esterna, di un corpo precario in continuo cambiamento, alla imperturbabile immutabilità della nostra forma interna. Gli adolescenti sono dogmatici, hanno passioni definitive. Magari per pochi mesi, ma in quei pochi mesi sono convinti che non esista cantante o attore migliore di Tizio o Caio e che le cose saranno così nei secoli dei secoli. I ragazzi hanno riti rigidissimi, si aggrappano alla sicurezza della ripetitività forse proprio per compensare la transitorietà del loro stato.

Fra i miei riti di adolescente c’era Dylan Dog. Avevo cominciato per caso, comprando un paio di numeri usati in una fumetteria dove un amico mi aveva portato perché si potevano leggere gratis le Storie brevi di Manara. Avevo quindici anni e non permetterò a nessuno – come Monsieur Radiguet – di dire che sono un’età felice e spensierata: iniziai a collezionare Dylan Dog – proprio così: gli adolescenti hanno passioni totali e ambiscono alla completezza – soprattutto perché non piaceva a nessuno dei miei amici.

Qualche anno fa, parlando con un gruppo di ragazzi, mi ritrovai a dire che era abbastanza evidente l’identificazione dei giovani con i protagonisti di Twilight: in fin dei conti i vampiri sono dei disadattati immortali, esattamente come gli adolescenti, con poteri nascosti che terrorizzano in primo luogo proprio chi li possiede. I ragazzi mi guardarono come se fossi un alieno: non erano questi i motivi per cui andavano pazzi per quel tonno di Pattinson e per l’inespressiva Stewart. A loro piacevano e basta. Anche io, in tutta sincerità, non so dire di preciso perché mi piacesse tanto Dylan Dog. Certo, il personaggio aveva un suo fascino, ma lo riconoscevo anche come un inaffidabile cazzone, un detective dalle intuizioni geniali e dalle formidabili insicurezze, un ex alcolista che doveva stare molto attento a non scivolare nelle sue debolezze, uno che incontrava una ragazza al mese e le urlava un disperato “ti amo!” (che, come per il soldato de La Storia, sottintendeva un “Mein Mutter!” sussurrato in ginocchio). Forse a sedici anni ero proprio così. O forse no e anch’io avrei negato tutto, dicendo che mi piaceva perché era pieno di citazioni da De André, Guccini, Dick, Buñuel, Romero, Coppola e tutto il cinema e la musica che mi bevevo allora.

In realtà non mi sono mai identificato con Dylan, perché sapevo che era un personaggio dei fumetti, ma sentivo molto vicino Tiziano Sclavi, il suo autore, che invece è un personaggio reale ed era uno dei miei migliori amici (lui non lo sa, ovviamente, ma è così…). Di Sclavi non c’erano allora fotografie e non si voleva fare intervistare: diceva cose strane ed era pieno di paranoie. Ecco: io allora avevo la chiara percezione che il successo di Dylan Dog fosse del tutto sproporzionato, perché la gente non capiva che quella non era altro che la trascrizione fedele della sofferenza di Tiziano. Tutti quelli che – come me – si sono letti i suoi romanzi, passando dall’indigesto Delllamorte Dellamore giù giù fino a Le etichette delle camicie se ne sono resi conto. Io quindi gli volevo bene e lo capivo benissimo quando alla domanda: “in quale personaggio del suo fumetto si riconosce?” rispondeva serio: “il mostro”.

Già, forse era quello l’elemento di Dylan Dog con il quale ci si identificava: il freak, il diverso, il deforme, il tizio che incute timore a quelli che gli stanno vicino. Esseri che cercano di non farsi notare troppo nella paurosa normalità che li circonda, fatta di camicie bianche e cravatte, di impieghi rispettabili, di violenza sfogata nelle gomitate al bancone di un bar o nei clacson ai semafori. Il mostro, quello a cui tutti danno la caccia, è la vittima.

Non vi racconterò quindi gli anni del collezionismo, dei fumetti imbustati, del rarissimo numero tredici, del mio amico Federico che mi chiedeva di recitare a memoria i titoli degli albi con autori e disegnatori. Non era quella la “passione” per Dylan Dog. Forse erano i brufoli o i miei capelli o la mia faccia o il desiderio di un “ti amo” che si specchiavano nelle pagine di quel fumetto. O forse era qualcos’altro e semplicemente, come si fa coi ricordi, sto cercando di dare un senso alle cose.

Ora non leggo più Dylan Dog, se non in alcune occasioni, e Sclavi non scrive più Dylan Dog, se non in alcune occasioni. So che si è sposato e che vive felicemente isolato con la moglie, i libri e i dischi, e una cosa simile posso dire di me. Dopo un po’, in effetti, gli adolescenti cambiano: cambiano forma e idee e diventano più relativisti e possibilisti a mano a mano che assumono il loro aspetto definitivo.

Adesso che Dylan Dog compie trent’anni, sotto la mia maschera da adulto ripenso con nostalgia a quando ero un adolescente dogmatico, definitivo ed immortale. Ripenso, per esempio, alle ultime parole di Ghor, il bambino deforme segregato in cantina dai suoi genitori che, accoltellato a morte dal padre che vuole liberarsi di lui, esce sanguinando per la strada fino ad essere trascinato ad una festa in maschera. E’ la notte di Halloween: gli invitati lo vedono accasciarsi e cercano di togliergli il travestimento ma si accorgono che è il suo vero volto. Per la prima volta Ghor vede il mondo fuori dalla sua cantina e si ritrova circondato da zombie e licantropi e vampiri. Ghor pensa subito ai suoi genitori e, prima di morire, sussurra: “Oh, prego… non fate loro soffrire… non ditegli che loro… è mostri”.

Già, per favore, non dite agli adulti che i veri mostri sono loro.

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Rispondi Corvo!

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«Caposquadra chiama Corvo. Rispondi Corvo. Caposquadra chiama Corvo. Rispondi Corvo. Johnny… lo so che mi senti… Rispondi! Caposquadra chiama Corvo…».

Prima il dovere e poi il piacere. Mia nonna prima, e poi le suore e la scuola dei preti (con buona pace di Albinati), mi hanno sempre ripetuto questa cosa. Prima quello che devi fare e dopo quello che vuoi fare. Io, che sono stra-pigro, ho cercato negli anni di adeguarmi sempre a questo comandamento, sforzandomi di finire le cose, di farle in tempo… Il lavoro, la musica, questo stesso post: c’è poi il rischio che anche quello che ti piace, che sei bravo a fare, prenda la piega del dovere, coprendo del tutto, o facendoti dimenticare, il piacere.

Negli anni, il mio senso del dovere si è ipersviluppato ed ha assunto le fattezze del Colonnello Trautman, sì, proprio lui, quello di Rambo, il vecchio addestratore di berretti verdi che arriva nella cittadina di Hope e dice allo sceriffo coglione che non è venuto a difendere Rambo da loro ma semmai il contrario e dopo si attacca alla radiolina e rassicura tutti che a lui, solo a lui, Rambo risponderà.

«Caposquadra chiama Corvo. Rispondi Corvo. Caposquadra chiama Corvo. Rispondi Corvo. Johnny… lo so che mi senti… Rispondi! Caposquadra chiama Corvo…».

E Rambo, lo sventurato, risponde. Non c’è niente da fare. È più forte di lui: Trautman è il suo capitano e quella risposta è la sua rovina. Per tutti i film successivi Trautman chiama e a Rambo gli tocca andare: ci sarebbe da salvare dei soldati dai viet-cong, ci sarebbe da aiutare dei mujahidin in Afghanistan, ci sarebbe da bombardare mezza Indocina… I doveri si susseguono uno dietro l’altro e per il povero reduce non c’è mai spazio per il piacere. Rambo vorrebbe solo fare il barcarolo in Birmania, compensare i traumi subiti in Viet-Nam sposando una donna orientale, e invece deve andare dove gli dice il Colonnello. D’altra parte – come ha capito anche lo sceriffo coglione del primo film – Rambo sa fare bene una cosa ed è meglio che si dedichi a quella. Nelle sue sopracciglia spioventi però vediamo chiaramente che, mentre sta facendo esplodere l’ennesimo fortino militare con mezza tonnellata di napalm, in realtà tutto quello che gli passa per la testa è: “sono stanco di questa fottuta guerra”.

Ecco, in questo periodo dell’anno, gli inizi di settembre, quando tutti dicono che tutto ricomincia, mi sento esattamente come Rambo. Capelli lunghi, barba incolta, sono lì che mi faccio i fatti miei finché non sento gracchiare la radiolina e so che è Trautman: sorriderà, mi chiederà come me la passo qui in Birmania, e poi infilerà nella conversazione, quasi casualmente, se sono ancora capace di fare esplodere i fortini col napalm… “no, perché, vedi, ci sarebbe un lavoretto da fare…”

Quando hai un senso del dovere come il mio, che si veste da Colonnello dei Berretti Verdi, c’è poco da fare: ti tagli i capelli, ti fai la barba e ricominci ad armeggiare col napalm. E però dentro ti rimane il languore del Piacere che non arriva mai.

[Se esistesse, il mio senso del Piacere – sempre frustrato – avrebbe le sembianze di Kelly Le Brock ne La signora in rosso, quando, adagiata sul suo materasso ad acqua, si scosta leggermente le lenzuola dal fianco e rivolgendosi a Gene Wilder – bonanima! – gli sussurra: “Serviti il pasto, cowboy…” e io, a quel punto, avrei la stessa faccia istupidita di Gene quando fa per avvicinarsi e]

«Caposquadra chiama Corvo. Rispondi Corvo. Caposquadra chiama Corvo. Rispondi Corvo. Johnny… lo so che mi senti… Rispondi! Caposquadra chiama Corvo…».

Uff! Va bene! Va bene! Arrivo Colonnello… Ricominciamo questo giro di giostra anche questo settembre. Facciamoci coraggio, pilotiamo elicotteri e tutta la consueta routine fino alla prossima estate quando, per un brevissimo periodo, potrò confondermi fra la popolazione indocinese e fingere di essere un barcarolo qualunque. Mi taglierò i capelli, mi raderò la barba e tornerò ad essere… “produttivo”. Sì, ecco: produttivo. Così che quando verrà la sera potrò dire “ho fatto esplodere questo e quest’altro” e le mie giornate sembreranno avere un senso.

Voi, magari, non guardatemi troppo in faccia. Non vorrei mai che vi faceste idee sbagliate: per carità, mi piace quello che faccio e maneggiare il napalm non è poi così male. Quando poi cominci qualcosa – maledetto Trautman – devi sempre cercare di portarla in fondo e di farla meglio che puoi. Solo che a volte, molto velocemente, mi passa per gli occhi un piccolo bagliore, un pensiero veloce veloce che sembra dire: “sono stanco di questa fottuta guerra”.

BOOOOOOOOOOOOOOOOOM!

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Certe occasioni

Terremoto 3

“Peccato vederci sempre e soltanto in queste occasioni…”

Retorica per retorica, la prima cosa che mi viene in mente mentre scorrono sullo schermo le immagini del terremoto è proprio la frase che di solito si pronuncia ai funerali, quando improvvisamente ti ritrovi vicino un sacco di gente insospettabile che è venuta a condividere con te un pezzetto di dolore.

Peccato vederci sempre e soltanto in queste occasioni.

Di solito è la frase dei sensi di colpa: chissà dove eravamo prima e se ci saremmo potuti vedere con più calma e meno dolore, mentre invece eravamo persi chissà dove dietro ai fatti nostri.

I commenti dei primi giorni, dopo il terremoto di mercoledì mattina, riguardavano proprio la mobilitazione di buona parte della popolazione civile, pronta e disposta a dare aiuti concreti ai paesi colpiti dal sisma: dai volontari partiti per partecipare al soccorso e agli scavi, a coloro che semplicemente offrivano posti letto o cibo, o offerte a distanza. Manifestazioni sorte spontaneamente per dare una mano. È una di quelle situazioni in cui tutti sanno istintivamente cosa fare, in cui – nelle varie corsie parallele che ci vedono correre all’inseguimento delle nostre vite – andiamo tutti stranamente dalla parte giusta.

“Basta aiuti, sono troppi!” dicevano in televisione e “Siamo un grande paese”, proprio per sottolineare che, messe a tacere le polemiche inutili, siamo bravissimi ad aiutarci a vicenda.

Certo è più facile, quando succede un disastro o qualcosa di irreparabile, cogliere immediatamente cosa sarebbe giusto fare, soprattutto quando l’Inevitabile capita in testa a qualcuno e mostra la fragilità di tutti: il terremoto è la disgrazia più ingiusta e imprevedibile e rappresenta bene quella precarietà a cui tutti, volenti o nolenti, siamo appesi. Come la morte e i funerali, anche il terremoto ti fa pensare che, alla fine, nessuno è veramente al sicuro o esentato dal male, e certo possiamo anche mormorare che “si sarebbe potuto” o “si sarebbe dovuto” ma, alla fine, di fronte a certe cose, sai benissimo che devi soltanto esserci e rimboccarti le maniche, perché potevi essere tu al posto della persona che stai aiutando.

Peccato però – dico io – vederci sempre e soltanto in queste occasioni.

Con la stessa retorica dei funerali, mi rendo conto che è già la terza volta che scrivo di terremoti (l’ho già fatto qui e qui) e che tutte le volte rimango colpito dalla solidità del nostro tessuto sociale: siamo persone che sanno aiutarsi fra loro, siamo sensibili di fronte alle disgrazie altrui… Tutte le volte però mi chiedo dove sparisca questo “tessuto” una volta finita l’emergenza, una volta passata l’onda emotiva che ci ha travolto tutti.

Siamo testimoni, quasi tutti i giorni, di tanti piccoli e grandi crolli: persone colpite dalla crisi, persone emarginate, disgraziati che arrivano da paesi martoriati, vicini di casa che scivolano sotto la soglia di povertà. Ci sono movimenti sismici silenziosi che possiamo percepire con un po’ d’attenzione in più e in noi è presente la stessa capacità di essere solidali e di prestare aiuto che siamo capaci di tirare fuori nelle Grandi Occasioni.

Ecco, con gli stessi sensi di colpa con cui la Disgrazia Inevitabile ci mette al muro, mi chiedo se non potremmo essere capaci di mostrare questo tessuto sociale anche nell’ordinario, se non potremmo essere ben disposti e generosi tutti i giorni, aiutandoci l’un l’altro, con la stessa consapevolezza che il male, anche piccolo, che colpisce un altro, potrebbe prima o poi cadere anche sulla nostra testa.

Sarebbe bello. Sarebbe bello, dico, se non ci vedessimo solo in certe occasioni.

 

nella foto: coppia passeggia fra le macerie di Vito d’Asio, terremoto del Friuli (1976)
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