Certe occasioni

Terremoto 3

“Peccato vederci sempre e soltanto in queste occasioni…”

Retorica per retorica, la prima cosa che mi viene in mente mentre scorrono sullo schermo le immagini del terremoto è proprio la frase che di solito si pronuncia ai funerali, quando improvvisamente ti ritrovi vicino un sacco di gente insospettabile che è venuta a condividere con te un pezzetto di dolore.

Peccato vederci sempre e soltanto in queste occasioni.

Di solito è la frase dei sensi di colpa: chissà dove eravamo prima e se ci saremmo potuti vedere con più calma e meno dolore, mentre invece eravamo persi chissà dove dietro ai fatti nostri.

I commenti dei primi giorni, dopo il terremoto di mercoledì mattina, riguardavano proprio la mobilitazione di buona parte della popolazione civile, pronta e disposta a dare aiuti concreti ai paesi colpiti dal sisma: dai volontari partiti per partecipare al soccorso e agli scavi, a coloro che semplicemente offrivano posti letto o cibo, o offerte a distanza. Manifestazioni sorte spontaneamente per dare una mano. È una di quelle situazioni in cui tutti sanno istintivamente cosa fare, in cui – nelle varie corsie parallele che ci vedono correre all’inseguimento delle nostre vite – andiamo tutti stranamente dalla parte giusta.

“Basta aiuti, sono troppi!” dicevano in televisione e “Siamo un grande paese”, proprio per sottolineare che, messe a tacere le polemiche inutili, siamo bravissimi ad aiutarci a vicenda.

Certo è più facile, quando succede un disastro o qualcosa di irreparabile, cogliere immediatamente cosa sarebbe giusto fare, soprattutto quando l’Inevitabile capita in testa a qualcuno e mostra la fragilità di tutti: il terremoto è la disgrazia più ingiusta e imprevedibile e rappresenta bene quella precarietà a cui tutti, volenti o nolenti, siamo appesi. Come la morte e i funerali, anche il terremoto ti fa pensare che, alla fine, nessuno è veramente al sicuro o esentato dal male, e certo possiamo anche mormorare che “si sarebbe potuto” o “si sarebbe dovuto” ma, alla fine, di fronte a certe cose, sai benissimo che devi soltanto esserci e rimboccarti le maniche, perché potevi essere tu al posto della persona che stai aiutando.

Peccato però – dico io – vederci sempre e soltanto in queste occasioni.

Con la stessa retorica dei funerali, mi rendo conto che è già la terza volta che scrivo di terremoti (l’ho già fatto qui e qui) e che tutte le volte rimango colpito dalla solidità del nostro tessuto sociale: siamo persone che sanno aiutarsi fra loro, siamo sensibili di fronte alle disgrazie altrui… Tutte le volte però mi chiedo dove sparisca questo “tessuto” una volta finita l’emergenza, una volta passata l’onda emotiva che ci ha travolto tutti.

Siamo testimoni, quasi tutti i giorni, di tanti piccoli e grandi crolli: persone colpite dalla crisi, persone emarginate, disgraziati che arrivano da paesi martoriati, vicini di casa che scivolano sotto la soglia di povertà. Ci sono movimenti sismici silenziosi che possiamo percepire con un po’ d’attenzione in più e in noi è presente la stessa capacità di essere solidali e di prestare aiuto che siamo capaci di tirare fuori nelle Grandi Occasioni.

Ecco, con gli stessi sensi di colpa con cui la Disgrazia Inevitabile ci mette al muro, mi chiedo se non potremmo essere capaci di mostrare questo tessuto sociale anche nell’ordinario, se non potremmo essere ben disposti e generosi tutti i giorni, aiutandoci l’un l’altro, con la stessa consapevolezza che il male, anche piccolo, che colpisce un altro, potrebbe prima o poi cadere anche sulla nostra testa.

Sarebbe bello. Sarebbe bello, dico, se non ci vedessimo solo in certe occasioni.

 

nella foto: coppia passeggia fra le macerie di Vito d’Asio, terremoto del Friuli (1976)
Pubblicato in posts | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

I piedi e l’estate

piede

Tutti questi piedi in giro mi danno una sensazione un po’ strana. Io giro, con lo sguardo basso, e loro sono lì – i piedi dico – che, come effetto collaterale della calura estiva, spuntano dappertutto: fasciati da sandali d’austerità francescana, o in ibridi hi-tech – semmai qualcuno in sandalo si mettesse a scalare l’Adamello – fino ad arrivare a più prosaiche ciabatte (o “ciavatte”, direbbe il mio amico Giovanni); infradito ormai sdoganate anche per le serate di gala, o vere e proprie ciabattone intrecciate, di quelle che mai si sarebbero sognate di calpestare altro suolo che non fosse quello del percorso bagno – camera da letto, che adesso addirittura calcano le vie del centro.

E piedi, piedi dappertutto: e io li osservo nei locali pubblici, dove io – io! – sto mangiando una brioche e loro, i piedi, entrano impunemente, con le loro unghione dell’alluce screziate da ambrature fungine, con i peli sulla pianta, con le dita accavallate a occupare meno spazio. Piedoni di donna disegnati di nero, con lo smalto colorato che scaglia in piccole particole iridescenti…

Io non mostro i miei piedi! Fin da bambino il mio incubo ricorrente era quello di correre a scuola in ritardo e, una volta entrato nell’atrio, vedere lo sguardo dei bidelli abbassarsi sulle mie estremità: in ciabatte! Nella fretta ero uscito di casa in ciabatte e adesso sarei dovuto rimanere così fino alla campanella del pomeriggio, mentre le mie ciabattine di panno si mescolavano alla segatura dei corridoi… Mi svegliavo di soprassalto e tutto sudato. Inutile dire che ho sempre indossato calzature chiuse in pubblico.

In spiaggia, restavo assorto sulla sdraio con i piedi sepolti dalla sabbia, al sicuro da sguardi indiscreti: il calore mi faceva sognare di essere Pinocchio con i piedi nel camino.

Io ho piedi brutti e i piedi dicono tutto di una persona. Prendete le dita, ad esempio… Come? Non sapete il nome delle dita dei piedi? Alluce, illice, trillice, pondulo e mellino. Ripetete: è molto facile. Alluce illice trillice pondulo e mellino.

Un illice più lungo dell’alluce è segno inequivocabile di bellezza, ma non deve essere così sfacciato da sbordare dalla calzatura: a quel punto beccheggia dal sandalo, quasi a controllare la strada, e non può più essere preso sul serio. Il mellino – esatto: il mignolino che colpisce gli spigoli dei mobili – che si nasconde sotto il pondulo è segno di una persona riflessiva e timorosa. A quel punto però il pondulo s’incallisce e gli cresce una gobba rossastra insopportabile alla vista. L’alluce è poi il dito più esplicito di tutti: largo e ridanciano, con quella sua volgarità da grosso camminatore, oppure valgo e fintamente timido, con la prima testa metatarsale a costituire quasi un sesto dito.

Fisso i piedi della gente in questa stagione e così riesco a farmi un’idea molto più precisa di quello che sono veramente. Mi accorgo però che loro notano il mio sguardo e tendono ad evitarmi, a farsi forse idee sbagliate su di me…

Mirco dice che mi vede strano e che non gli sembro concentrato. Mi dice che forse sto soffrendo troppo il caldo e mi chiede come mai mi ostino ad indossare scarpe da ginnastica. E certo – penso – parli bene tu che indossi dei sandali e cammini come se niente fosse…

“Hai scritto il post? Sbrigati che lo devo pubblicare… Ci sono un sacco di temi: le olimpiadi, il referendum… Scrivi qualcosa, così, su due piedi…”

Su due piedi? – gli dico. Sarà fatto! E scoppio in una spaventosa risata isterica.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Storie di paura

FOTO POST

Ieri mattina, proprio mentre stavo scrivendo un post simile a questo (anzi diremmo, proprio questo che avrebbe dovuto essere pubblicato oggi) e discettavo, un po’ come tutti in questi giorni, sulle varie storie di paura che dalla Promenade des Anglais si sono via via succedute fino ad Ansbach, mentre, dicevo, mi sforzavo di trovare un tono medio che riuscisse a ricondurre questa sensazione primordiale della paura ai binari più ragionevoli della scrittura – ché scrivere di qualcosa è sempre in qualche modo ricercarne il senso o, almeno, sforzarsi di rimettere tutto in ordine -, ecco, mentre facevo tutto questo, due terroristi islamici sono entrati in una chiesa di Saint Etienne du Rouvray e hanno sgozzato il sacerdote al grido di “Daesh” e “Allah Akbar”.

Allora mi sono mancate le parole. E non perché questo delitto fosse sostanzialmente più orribile o spietato di quelli che hanno visto bambini travolti da un camion dei gelati o ignari cittadini feriti da vari pazzi nelle città della Germania, quanto per l’ulteriore e vigliacca dose di violenza gratuita e teletrasmessa, sbandierata come un’incredibile conquista per le sorti del Califfato, filmata, rivendicata e rimbalzata sui siti ufficiali dell’IS. Un altro capitolo, in questa narrazione collettiva della paura, a cui hanno voluto dare fattivo contributo quelli che probabilmente erano solo due ragazzini socialmente pericolosi.

Sì, perché questa “radicalizzazione” – e questa è la nuova parola che i media hanno attribuito al fenomeno secondo il quale un cittadino francese o tedesco, perché di questo in sostanza si tratta, si accorge di essere islamico e magari di essere un immigrato di seconda generazione, al quale forse stanno un po’ stretti il ruolo sociale e le prospettive che lo stato, francese o tedesco che sia, gli può riservare, e decide di dedicarsi alla lotta armata in nome di uno stato fittizio distante qualche migliaio di chilometri – questa radicalizzazione, questo scendere terra-terra a contrapposizioni base che sono poi le vere radici, appunto, dell’odio, non è priva di meccanismi di sovraesposizione, in una perversione che diventa quasi una sorta di franchising della paura, in cui il primo sfigato ambisce ad inserire la sua micro-storiellina di violenza nell’orizzonte più vasto della grande Storia di Paura che ci stanno raccontando.

Righe insignificanti o noterelle a piè di pagina, i radicalizzati – coloro che poi, a voler giocare con le parole, hanno messo radici e sono cresciuti in un terreno occidentalissimo e, in linea di massima, talmente libero che gli ha concesso di coltivare anche l’idea più stupida, come ad esempio che il loro dio possa essere particolarmente soddisfatto del sangue di un vecchio prete inerme – sono alla ricerca di una platea, di loro pari o di “nemici”, alla quale gridare “ehi ragazzi! guardatemi! ci sono anch’io!”, ricercando il loro varco per entrare nella Storia, attraverso una non-guerra che è talmente velleitaria (conquisteranno mai l’Occidente sgozzando ad uno ad uno i vecchi? o uccidendo i turisti in vacanza? stiamo veramente parlando di questo?) da risultare ancora più inutile e insensata.

Ecco perché oggi mi sono rimesso a scrivere: perché questa Storia di Paura che mi stanno raccontando è assolutamente stupida e semplice e io sento il dovere di contrapporle un pensiero più complesso e una storia più articolata: perché mettere in fila delle parole è anche provare a rimettere in fila le cose come dovrebbero essere e più mi sforzo di farlo più mi rendo conto della pochezza di questa grande storiaccia mediatizzata che, con modalità oltretutto squisitamente occidentali, ci propinano dai loro siti farcita di proclami farneticanti.

Questa Storia, questo racconto della paura al quale abbiamo assistito in questi giorni, era tutta basata, a ben vedere, sulla debolezza delle vittime, sulla vigliaccheria dei carnefici, sulla scelta di situazioni di vulnerabilità, passeggiate, concerti, celebrazioni (questa cosa qui non è una guerra, santa o meno, e non ci vuole molto a vedere la pochezza, anche ideologica, che ci sta dietro): nessuno, nemmeno chi ci è voluto entrare, può essere soddisfatto di questo tipo di narrazione.

Questo è il motivo per cui oggi continuo a scrivere, aggrappandomi con più forza del solito a queste frasi complicate, cercando di dipanare questa matassa insensata della realtà con delle parole in fila, con i periodi complessi che sono quelli del ragionamento, dell’argomentazione e della dimostrazione e che rappresentano poi l’unico vero antidoto che possiedo (che possediamo, direi) nei confronti di queste storie rozze e mal raccontate: perché sono queste parole che mi hanno formato. Sono figlio di una cultura fatta di pensieri – complicati, contorti se volete – che però cercano di accumularsi in argomenti e si contrappongono alle ideuzze da quattro soldi della brutalità e della disumanità, che giocano a dividerci nelle categorie infantili dei buoni e dei cattivi, dei fedeli e degli infedeli, con l’unica forza della propria violenza e delle urla ripetute su YouTube.

Continuo a scrivere perché questa è la Storia a cui sento di appartenere.

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

In fondo in fondo

infondo

Giù giù, sotto il flusso dei nostri condizionamenti, della buona educazione, della semplice censura sociale c’è il fondo.

Lo si raggiunge per caso, quando ci attacchiamo istintivamente ad un’emozione, quando pensiamo di non essere ascoltati da nessuno, oppure, al contrario, quando ci ritroviamo anonimi in una massa che sembra esprimere quella nostra stessa idea repressa.

C’è un racconto di Dino Buzzati in cui una coppia di giovani capita in un paesino. La ragazza parla in un italiano corretto e gli abitanti del paese, che si esprimono solo in dialetto, la percepiscono come una straniera. Poi, un banale incidente: la ragazza si bagna nella fontana del parco che, di solito, era utilizzata solo dai bambini. Qualche urlo, incomprensibile, da parte degli abitanti e la ragazza riceve uno schizzo di fango in faccia da uno dei presenti. In un attimo tutti ripetono quel gesto, coprendo la “straniera” di fango. Buzzati dice che in quel momento ognuno tira fuori “il fondo dell’animo”, quel torbido carico di male che ognuno di noi ha dentro di sé e non sa di avere.

Mi è venuto in mente quel racconto quando, nei giorni scorsi, si è saputo della vicenda di Emmanuel Chidi Namdi a Fermo. Una coppia che forse armeggia intorno ad un’auto e un passante che urla all’indirizzo della donna: “scimmia africana”. Per quanto si possa discutere all’infinito sul successivo svolgimento dei fatti, quest’insulto, insieme alla morte di Emanuel, rimane uno dei pochi punti fermi.

Per una strana sincronicità degli eventi, in tv e su internet noi di Parma abbiamo rivisto le vicende di un altro Emmanuel, quel Bonsu che venne trattenuto e picchiato dai Vigili Urbani qualche anno fa con l’accusa di essere uno spacciatore. Nel racconto di Andrea Alongi – che adesso tutti si riguardano su Youtube per farsi quattro risate – si ricorda che i vigili si rivolgevano a quel ragazzo pestato chiamandolo “scimmia” e facendogli il verso “uh! Uh!”.

Immagino che si possa ridere di questa cosa, come quando un noto politico, riferendosi ad una donna di colore disse: “non posso non pensare ad un orango”. Ricordo, nei bar, le risatine complici e l’idea che avesse espresso ad alta voce quello che molti, in fondo in fondo, pensavano senza dire.

Il fondo è quel groviglio inespresso di odio, intolleranza e rancore che, il più delle volte, cerchiamo di tenere nascosto sotto una patina di civiltà, sotto il corso normale delle nostre buone intenzioni: “scimmia” è l’insulto che giace sul fondo, quello che va a colpire le persone di colore, se ci aggrediscono, se pensiamo che stiano disturbando la nostra città, se pensiamo che ci vogliano far del male, quando ci indicano dove parcheggiare, quando cercano di venderci della roba, quando ricevono benefici che pensavamo riservati a noi…

Improvvisamente, tutto si intorbida e le nostre emozioni si rimescolano, facendo venire a galla la nostra parte peggiore.

Chissà, a quel punto, se abbiamo ancora il coraggio di specchiarci nelle nostre consuete convinzioni, nelle buone intenzioni sulle quali abbiamo sempre galleggiato per abitudine: chissà che immagine ci restituiscono adesso e come invece appare cambiata la nostra faccia una volta che abbiamo toccato il fondo.

Forse, come di consueto, faremo dei passi indietro, chiederemo scusa, faremo appello a quelli che sono i valori fondanti della nostra società, cercheremo, insomma, di cancellare il ricordo di quel fango che, per poco (pochissimo, in fondo), si è sovrapposto ai nostri consueti lineamenti.

Da qualche parte, però, dovrebbe rimanere l’immagine di quello che siamo stati: sarebbe una specie di avvertimento per ricordarci che, in fondo in fondo, la civiltà è una scelta quotidiana e nessuno di noi è veramente al sicuro dal fango che si porta dentro.

Pubblicato in posts | Lascia un commento

O la va o…

pallone

Chi, come me, è vissuto sotto quattro (4!) governi Berlusconi ha una certa dimestichezza con l’idea – sicuramente snob, ne convengo – che gli elettori possano “votare le cose sbagliate”. E’ uno degli effetti collaterali della democrazia, in fondo, e non è il caso di lamentarsene. Tuttavia, mi ritrovo anch’io a giocarmi i miei due penny sull’evento di Brexit, finché siamo ancora tutti politologi: il tempo stringe e già stasera dovremo ritornare tutti commissari tecnici…

Pur capendone pochissimo quindi di politica e di economia internazionale, mi sono ritrovato a leggere molti articoli sull’evento. Orbene, molti commentatori hanno considerato il voto per l’uscita della Gran Bretagna dall’UE come un voto della destra xenofoba: sarebbe stata l’irritazione per la presenza degli immigrati nel Regno Unito a motivare il Leave contro il Remain.

Qualcuno ha però osservato che il voto esprime anche un dissenso preciso nei confronti dell’austerity neoliberista imposta dai tedeschi a tutta l’UE. Sarebbe quindi un voto di sinistra contro un’Europa percepita in primo luogo come un’unione finanziaria e bancaria che vessa i propri cittadini.

Gli analisti del voto hanno poi fatto notare che a votare per l’uscita sono stati soprattutto gli anziani rispetto ai giovani. È forse naturale – hanno osservato – che chi ha trascorso parte della sua vita fuori dall’UE, non si trovi meglio adesso che forme di controllo di varia natura vengono imposte a tutti i cittadini.

Da ultimo, qualcuno è tornato a parlare di lotta di classe: questo voto rappresenta una fascia di popolazione giovane che non può essere intimorita da messaggi come “se uscirete dall’UE perderete questo e quest’altro” perché, molto semplicemente, ha già perso tutto e non ha prospettive. Sarebbe quindi un voto dei poveri contro i ricchi.

Capirete la mia confusione… Si tratta di un voto di destra-anziano-xenofobo/sinistra-giovane-deluso. Quello che posso osservare – prima di mettermi a fare la formazione dell’Italia per stasera – è che si tratta di un voto contro e quello che mi spaventa è che il voto venga utilizzato senza nessun intento costruttivo ma semplicemente per colpire, creare disagio. Che si tratti di un voto di destra o di sinistra, Brexit rappresenta una molotov lanciata trasversalmente contro le banche o contro le barche di immigrati, contro le Mercedes dei ricchi o contro le case popolari piene di pakistani.

E’ legittimo e il voto serve anche a questo, ad esprimere cioè quello che non si vuole… L’impressione però è che non si abbia un’idea chiara di cosa ci attenda dopo, se è vero che gli Inglesi hanno googolato “Cosa significa Brexit” fino al 23 giugno e “Conseguenze di Brexit” dal 24 in poi.

Insomma, ci hanno un po’ provato, secondo una logica, prettamente italica, che potremmo definire “’ndo cojo, cojo”.

Un bel po’ di anni fa, mi divertivo con i miei amici a tradurre, storpiandole, in inglese, espressioni tipicamente italiane: stay in a bell (“sta’ in campana”), neither the dogs (“manco li cani”), to be at the fruit (“essere alla frutta”)… Per quest’occasione, mi sembra particolarmente adatto il nostro “o la va o la spacca”: or it goes, or it breaks it!

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

La mancanza dei figli

livewithpassion[Ho raggiunto un’età in cui le chiacchierate con i miei amici sembrano capitoli scritti da Fabio Volo: stessa prosa sciatta, qualche parolaccia o paragone ad effetto ogni tanto, stesse paranoie esistenziali, ogni tanto qualche perla di saggezza che abbiamo letto su internet, nei cioccolatini o in un precedente libro di Fabio Volo. Se le righe che seguono suonano così, me ne scuso: c’è già tantissima cattiva letteratura in giro.]

Ieri, ad esempio, si parlava di figli e di cosa si debba passare ai figli e agli enormi privilegi che avranno i nostri figli. “Io – diceva Ernesto che non ha figli – sono già invidioso di mio figlio: io sono un musicista e lui crescerà in un ambiente in cui si pratica la musica… Io mi sono fatto un culo così per imparare a suonare e lui invece sarà un enfant prodige di cui scriveranno su Wikipedia: inizia lo studio dello strumento a tre anni grazie al padre musicista…”. Gli ho fatto notare che non c’è nulla da invidiare nel futuro pargoletto, dato che suo padre gli sta già rovinando la vita prima che sia nato. “I genitori – gli dicevo – devono dare delle opportunità ai figli, non passargli il fardello delle loro aspirazioni…”

Già, le opportunità. Fare in modo che mio figlio abbia tutto quello che io non ho mai avuto. Questo sembrava essere l’imperativo dei nostri genitori e dei nostri nonni, quando il tempo, l’economia, la situazione internazionale sembravano promettere un progresso virtualmente infinito…

Ogni generazione è tenuta a dare qualcosa di più e noi cosa dovremmo dare ai figli? Il rischio è quello di provare a dargli tutto, riempire le loro piccole vite con tutto quello che a noi è mancato: tantissimi oggetti del desiderio, i più disparati corsi sportivi o di creatività…

Chissà invece se i genitori sono in grado di passare la mancanza, l’idea cioè che la tua soddisfazione non passi esclusivamente attraverso le cose che hai o che sai fare… La mancanza di qualcosa d’altro: dovremmo passare la convinzione che la felicità non è immediatamente a loro disposizione. Dovremmo dare a loro il desiderio continuo di cercare, invece di riempirli di risposte preconfezionate che vanno dall’ultimo modello di cellulare al corso di controfagotto che io non sono mai riuscito a fare.

“Forse non dovremmo dargli proprio niente” – ho detto alla fine ad Ernesto – “così si metterebbero a cercare ciò di cui hanno veramente bisogno…”

“Bravo! Ti candidi al premio di Padre dell’anno… In pratica, stai dicendo di passargli solo il senso di frustrazione. Almeno potrò pagare l’analista a mio figlio?”

Come al solito, questa cosa non è molto facile da spiegare… Dando il nostro “tutto” ai figli, gli passiamo il messaggio che sia “tutto” lì. Cerchiamo di riempire il vuoto di cose che i nostri genitori e i nostri nonni avvertivano ma, così facendo, corriamo il rischio di lasciare pochissimo spazio perché i nostri figli lo riempiano con le loro aspirazioni. “Alla fine, – ho detto ad Ernesto – non hai cominciato a suonare perché sentivi che ti mancava qualcosa?”

“Capisco – dice lui – è un po’ il ragionamento di Bill Gates che ha deciso di lasciare soltanto 10 milioni di dollari a testa ai suoi figli, invece dell’intero cucuzzaro di 79 miliardi…! Ho capito che questa cosa dei figli è troppo complicata e sicuramente è una cosa che non mi manca!.”

Vabbé, con Ernesto non si può finire seriamente un discorso e poi, a quell’ora, dovevo portare mia figlia a pianoforte. I dubbi però ronzavano e: “Senti…” – ho chiesto alla piccola – “ma ti piace veramente suonare il piano?”

Lei ha scrollato le spalle: “Non è male..” – ha detto – “ma quando non lo faccio non ne sento la mancanza..”

Pubblicato in posts | Lascia un commento

Volere volare

mongolfiera

Sicuramente Eugenio ha sempre avuto dei vicini di casa singolari. Trascurando il precedente, che è in attesa di processo finché gli inquirenti non avranno raccolto tutte le prove a suo carico, l’ultimo arrivato è un personaggio piuttosto strano. “E’ un sognatore” – dice Eugenio non senza un velo di ironia – “ha il sogno di aprire un locale: lo ha preso in affitto e sta lavorando per l’apertura”. La fantomatica apertura dovrebbe avvenire fra quindici giorni: il Sognatore si è rimboccato le maniche e ha cominciato a sistemare le cose: c’era l’erba da tagliare, le pulizie da fare… “Abbiamo un decespugliatore?” – chiede il Sognatore ad Eugenio. “Come abbiamo? Ho un decespugliatore… se vuoi te lo presto”. La scena si ripete altre tre o quattro volte: “abbiamo una scopa? uno straccio? un secchio?”. Da ultimo, dopo qualche ora di lavoro: “non è che avresti qualcosa da bere, per favore?”.

Alle sempre più irritate risposte di Eugenio, il nostro ribatte il suo entusiasmo, il suo sogno da realizzare contrapposto al materialismo, alla gretta concretezza del vicino di casa, così restio a condividere con lui lo slancio ideale e, soprattutto, il materiale.

Certo che è facile fare i sogni così, mi dice Eugenio: tu ci metti solo l’idea e poi il resto del mondo deve provvedere agli aspetti pratici. Già, dico io, che però, sotto sotto, ammiro l’assoluta sprovvedutezza del Sognatore, il suo trascurare inezie come l’acquisto di una scopa o di una bottiglia d’acqua, il suo delegare a noi terricoli tutti gli aspetti materiali, compresi – forse – i futuri conti da pagare, mentre lui si libra alto sopra di noi.

Mi rendo conto che io, per realizzare i miei di sogni, sono partito tutte le volte dal decespugliatore, con il rischio che poi cominci a concentrarti solo su quello, sulla sua manutenzione eccetera, e va a finire che il tuo sogno si limita a tagliare un po’ d’erba. D’altra parte, mi fa notare Eugenio, il nostro Sognatore aprirà il locale fra quindici giorni ma fra quarantacinque o sessanta sarà già avviato al fallimento.

Allora penso che la leggerezza che ci consente di volare è sempre il frutto della pesantezza che abbiamo dovuto affrontare. Un po’ come le mongolfiere che devono essere sempre piene di pesanti sacchetti di sabbia per decollare, per stabilizzare la rotta… Ecco: le mongolfiere riescono a volare perché portano con sé sempre qualcosa di pesante. Forse i veri sognatori devono essere così: con il loro fardello di scope, decespugliatori e tutto il resto. Si vola, insomma, perché si è pesanti.

Io però, ossessionato da tutto quello che mi serve per volare, dal continuo accumulo di materiale nella stiva, mi rendo conto di come sia difficile il decollo: preparare tutto per il volo, significa anche avere il coraggio di continuare a guardare in alto e, prima o poi, sicuramente a malincuore, lasciare a terra tutto quello che non serve per far alzare la nostra traballante mongolfiera.

Quindi finisce così: con i sognatori che devono essere pesanti e con i terricoli che devono alzare il naso in alto, con Eugenio che – con una serie di scuse – sta cercando di recuperare tutta l’attrezzatura che il vicino di casa gli ha sottratto, con me che, invece, ascolto questa storia e capisco che dovrei essere un po’ meno legato a terra…

“Abbiamo ancora dei sogni?” si chiedono ogni tanto i miei amici. “Be’ – dico io – abbiamo… Ho dei sogni!”

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento