Post in cerca d’autore

snoopy800

Tecnicamente un fill-in sarebbe, in ogni prodotto seriale che si rispetti, un “riempitivo”, qualcosa che all’ultimo momento viene buttato dentro per rispettare le scadenze e completare l’uscita. Pare che alla Marvel, se l’autore principale del fumetto non riesce a rispettare la consegna – e la certezza di questo di solito si ha 24 ore prima di andare in stampa… – abbiano l’usanza di chiudere negli uffici per tutta la notte un team creativo di rimpiazzo (autore + disegnatore + inchiostratore, probabilmente tutti e tre con co.co.pro o varie forme interinali di schiavitù, in attesa della grande occasione nella Casa delle Idee). La mattina dopo, come per miracolo, compare la storia a fumetti pronta per andare in stampa: il più delle volte è scritta, disegnata e inchiostrata malissimo.

Vabbé, cosa volete farci? E’ un riempitivo, no? Un po’ come quelle puntate dei telefilm dove i protagonisti stanno per tutto il tempo seduti su una poltrona e dicono cose come: “ti ricordi quella volta? Al mare…?” e a quel punto, sui loro sguardi sognanti, parte la dissolvenza e ti rifilano, per tutta la puntata, spezzoni preistorici della serie con i protagonisti al mare… A cosa credete che servano quelle puntate? Fill-in: d’altra parte, non è che puoi essere sempre in palla e creativamente pronto a scadenze prefissate.

Io per esempio, non so se ne avevate già avuto il sentore, non è che abbia tantissimo da dire oggi. E però mi ritrovo a dover rispettare una scadenza e non ho un team creativo da schiavizzare al posto mio, non posso rifilarvi qualcosa di vecchio (anche se avevo pensato a una roba tipo “i dieci post meno letti” o “cose intelligenti che comunque non ha cagato nessuno” o “i dieci post peggio scritti”) ché per quello avete l’archivione qui a destra, ed ho già telefonato a tutti gli amici disponibili chiedendo cose del tipo “tu di cosa mi suggerisci di scrivere?” (Risposte: “di f**a”, “cuccioli di coniglio nano”, “ma devi proprio scrivere anche stavolta?”).

Allora qui di seguito ho deciso di darvi l’abbozzo di tre storie, tre scene scartate dal telefilm, tre piccole cose che ho osservato fra ieri e oggi e che sarebbero anche potuti diventare dei testi scritti bene o dei racconti interessanti, e invece rimangono lì, sulla soglia della narrazione, per colpa della mia pigrizia e della vita incasinata: voi potete farne quello che volete, rubarli, svilupparli o, più semplicemente, immaginare tutto il resto.

  1. Seduto su una panchina del parco osservo tre bambini (età 8 – 10 anni) giocare: giocano ai videogiochi. Nel senso che loro sono i videogiochi. Il più grandicello fa il capo e trascina gli altri da un capo all’altro del parco dicendo: “sotto quel foglio di giornale ci sono i diamanti!” . E allora tutti corrono verso il foglio di giornale e ci saltano sopra (e magari sotto c’è una cacca di cane) e il capo fa con la bocca un verso tipo suono elettronico (“blelelelelel!”) e poi dice: “ecco: io ho passato lo schema e sono al livello 30, tu sei al 26 e tu [la femmina n.d.r.] sei al 16…”. Dopo un po’ arriva un bimbo più piccolo e capisco che è il fratello minore del capo: “Tu invece – dice il capo con disprezzo – sei al livello 8!”. A quel punto il piccolo fa una pernacchia fortissima e comincia a correre per il parco per i fatti suoi facendo un sacco di versi “elettronici” con la bocca…
  2. Alla fermata del bus c’è di fianco a me una signora con una borsina di carta (una di quelle da boutique, con le manigliette di corda). Mi rendo conto che è una borsa che la signora sta riciclando: è spiegazzata e sopra ci sono delle scritte a pennarello. Guardando meglio mi accorgo che sulla busta c’è scritto: “per la mamma” e c’è una data del 2014. Forse è il suo compleanno – penso. Guardando meglio mi rendo conto che la data segnata è domani e comincio a farmi una serie di viaggi mentali sul fatto che domani è il compleanno della signora sconosciuta e quasi quasi potrei farle gli auguri. Poi penso che la borsa è riciclata e magari non è detto che sia lei la “mamma” della scritta. Comincio una nuova serie di viaggi mentali sulla storia della busta. Per poco non perdo l’autobus.
  3. Scendo dal treno e mi muovo per uscire dalla stazione. Indeciso fra scale mobili e scale normali, opto per le prime. Quando sono arrivato in alto, vedo che, in senso contrario al mio, stanno scendendo per le scale normali due cari amici che non vedo da molto tempo. Mi rendo conto di aver fatto la scelta sbagliata: ma io ormai sto uscendo e loro si avviano veloci al treno. Mi infilo le cuffiette nelle orecchie e cerco sul telefono musica da ascoltare: sono indeciso fra Jeff Buckley e Billie Holiday. Mi risolvo dopo lunga meditazione per Billie, proprio prima di entrare in un bar per bere un caffè. Nel bar – a tutto volume – stanno ascoltando Jeff Buckley. Mi rendo conto di aver fatto per la seconda volta la scelta sbagliata. Uscito dal bar, realizzo che c’è una specie di meccanismo karmico che sto inceppando: le cose dovrebbero andare in un certo modo e io mi ostino a fare scelte sbagliate. A quel punto sono davanti ad un bivio per tornare a casa mia: una via breve e una più lunga. Ormai ho capito come funzionano queste cose e scelgo la via più lunga aspettandomi dal karma chissà quali meravigliose sorprese. E non succede nulla. Assolutamente nulla. La via giusta era quella breve.
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La cronologia del tempo perduto

noia

Tre minuti e quarantacinque. Tanto durava il video che ho visto a proposito de Le collezioni più strane del mondo e che ha immediatamente seguito I personaggi più violenti nelle serie TV, Gli errori più clamorosi nei tg, Persone che vogliono assomigliare a bambole e Incredibili mutazioni genetiche.

Tre minuti e quarantacinque: solo l’ultimo video è durato tre minuti e quarantacinque. Tre minuti e quarantacinque della mia vita che non ritorneranno più!

Se poi faccio la somma – cronologia alla mano – di tutti i video che ho guardato, ho l’esatto minutaggio del Nulla che lentamente ha rosicchiato la mia giornata di oggi.

Caspita! Non posso neanche pensare a tutto quello che avrei potuto fare con quel tempo che se n’è andato: un dipinto a olio, imparare la Qabbalah, leggere, finalmente!, tutta la Recherche di Proust… (e invece sei di nuovo nello youtunnel de I selfie più pericolosi del mondo, 10 foto inspiegabili della storia, Epic fails sul red carpet: minuti su minuti che si sommano).

Se penso a quant’era schizzinoso il signor Alfred Humblot, uno che s’è permesso di dire proprio a Proust (!) che non avrebbe pubblicato il libro di uno scrittore che per trenta pagine descrive il suo rigirarsi nelle coperte. Già: a chi può interessare uno che, semplicemente, si rigira nelle coperte? Ah, Humblot, lei è un ottuso passatista – penso, mentre dal divano osservo cose infami come Chirurgia estrema, Matrimoni gipsy e le vicende di una serie di nane litigiose a Los Angeles… A chi può interessare che la signora abbia una protesi mammaria da 350 cc ma ambisca ad una da 500? A me, Alfred, a me: annoiatissimo davanti ad uno schermo guardo schifezze internettiane e televisive rigorosamente da solo.

(Già, da solo: c’è una qualche plica del nostro cervello che ancora conserva la vergognosa sensazione del tempo perduto e ci obbliga a questo voyeurismo rigorosamente in solitaria. Nessuno di noi chiamerebbe un amico o un conoscente a condividere la visione di una nana che vuole rifarsi il naso a tutti i costi….)

Il senso di colpa però rimane. Un conto sarebbe concentrarsi e leggere dei rigirìi di Marcel Proust, un altro passare annoiati da un video brutto ad uno pessimo (un occhio al video e l’altro allo specchietto laterale delle schifezze correlate verso le quali volerai come un’allodola).

Forse avrei bisogno di un po’ di noia vera.

Per noia vera intendo il vuoto rispetto al pieno a cui sono abituato. Il niente di sottofondo e nessuna alternativa, come quando da bambino chiedevo a mia madre se potevo guardare la tv (che sia cominciato tutto da lì?) e lei rispondeva che i programmi per ragazzi sarebbero iniziati dopo un’ora (ah! il vuoto televisivo di una volta!). Come quando al mare mi ritrovavo ad essere l’unico sveglio in casa di pomeriggio, con l’obbligo assoluto di non fare rumore. Ecco, una cosa così.

Se avessi la possibilità della noia vera, forse combinerei qualcosa degno di nota. Forse sarei attento alle cose, esattamente come Marcel che, – voglio dire – si sarà anche un po’ dilungato sui suoi problemi d’insonnia e sul suo rigirarsi nel letto, però qualcosa di serio l’ha combinato. E penso che Humblot alla fine si sia ricreduto su quel tipo che aveva giudicato un perdigiorno: la noia, il vuoto è la componente essenziale della creatività, è l’unico modo per produrre il “pieno”.

Io invece – che sarei un potenziale perdigiorno, cribbio! – resto qui, in un tempo sempre pieno però di cose inutili, di passa-tempi fatti di nani e ballerine, foto incredibili, foto imbarazzanti, video di gattini & cetrioli, video di cadute, musiche di sottofondo, sfondi colorati, notifiche e fatti privati altrui…

Forse anche voi, se siete arrivati a leggere fino a qui, siete un po’ nella mia stessa condizione… Delusi da quello che avete letto? Tranquilli, capita a tutti: non aspettatevi niente di importante da uno che perde tempo su internet. Nessun capolavoro. Tutt’al più posso darvi soltanto la mia Cronologia del tempo perduto.

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Il guscio d’uovo

guscio

(…)

siamo in molti a pensare che non c’è

modo d’imballarlo come si deve

un oggetto così fragile, così breve e così

c’è poco da sperare

nella salvezza del guscio d’uovo

(G.Raboni da Il più freddo anno di grazia, 1988)

 

“Ma perché l’uovo?!”

A Pasqua mi piace dipingere le uova. Il mio obiettivo sarebbe quello di ottenere uova colorate e lucide come quelle che mi portavano i miei cugini dalla Svizzera. Non ci riesco mai. Ho provato diverse tecniche senza grossi risultati. Quest’anno proverò con i coloranti alimentari e ho coinvolto le mie figlie nella lavorazione.

“Ma perché l’uovo?!”

“Come?”

“Perché proprio l’uovo… cosa c’entra con la Pasqua?”

E allora io comincio a spiegare a loro che l’uovo è un simbolo della vita: in un uovo, in fin dei conti, è come se ci fosse una vita intera, no? Loro fanno finta di capire, sorvolando sulle evidenti contraddizioni: la frittata, ad esempio, che cosa simboleggia? E le uova sode? E perché ci sono dei conigli che portano in giro le uova? E’ una strana forma d’ibridazione?

Anche io me ne sto zitto e continuo a colorare. Forse le cause della mia affezione alle uova sono più remote: risalgono alla sorpresa di accompagnare mia nonna nel pollaio, di cercare con la mano sotto il sedere della gallina e di percepire la rotondità perfetta dell’uovo. La nonna poi strofinava l’uovo nel suo grembiule e, arrivati in casa, vi faceva due piccoli forellini, con uno spillo o con la punta delle forbici, uno sulla cima e l’altro sul fondo. Io bevevo l’uovo, tutto d’un fiato, col leggero disgusto della materia cruda che mi scendeva in gola, con la sorpresa del vero sapore dell’uovo – buonissimo e brevissimo – che arrivava all’improvviso in mezzo a quel viscidume freddo. E poi il guscio vuoto, con i due forellini: lo potevi mettere controluce e vederne la radiografia illuminata dal sole.

Forse l’uovo è davvero una metafora della vita. La metafora di una perfezione banale e fragilissima che ti viene messa fra le mani, una cosa che si può rompere in qualsiasi momento, quando meno te lo aspetti. Quale sarà il segreto racchiuso nel guscio d’uovo? Cosa ci sarà lì dentro? Forse dovremo bere tutto d’un fiato quel che ci tocca, con la speranza di sentirne il vero sapore… Con la certezza che quel guscio dovrà essere rotto, comunque, per capirne il segreto: perché in fondo, la vita, per essere capita veramente, non può essere preservata da queste rotture. Nel dolore dell’uovo rotto forse riusciamo a capire quel piccolo miracolo rotondo che avevamo fra le mani. In ogni crepa della nostra vita riusciamo ad intravvedere il senso profondo nascosto.

C’era una poesia molto bella di Giovanni Raboni, comincio a recitarla lentamente mentre sto colorando: “La tenerezza del guscio d’uovo / dolcemente svuotato con la bocca / e ornato con paesaggi lontani…”

Le figlie mi guardano stranite e io mi fermo: “Niente – dico – era una poesia che mi è venuta in mente…”

Meglio preservarle dalla conclusione: meglio sottintendere che la vita è un mistero bello e colorato, sul cui guscio possiamo immaginare gli arcobaleni più belli; meglio lasciare da parte, finché possiamo, il dolore delle morti inspiegabili, della violenza che ci circonda, degli attentati o delle fratture quotidiane; meglio che loro si concentrino e maneggino con cura il piccolo miracolo che hanno fra le mani…

“Non sono bellissime le uova colorate?”

“Sì, ma io continuo a non capire cosa c’entra il coniglio con la Pasqua…”

“Il coniglio? Il coniglio…Be’… quello ve lo spiegherò quando sarete più grandi!”

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Sintomi

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Convivo serenamente con l’ipocondria da un sacco di tempo. Leggo i bugiardini delle medicine. A volte ho secchezza delle fauci. A volte mi stupisco di avere le fauci. Quasi sempre non riesco a ripiegare i bugiardini.

Ascolto quello che mi dice il mio corpo, anche se molto spesso non sono cose che potrei ripetere in pubblico.

Sono attento, insomma, ai sintomi.

I sintomi sono quello che tu senti della malattia: mal di testa, naso che cola, abbassamenti di voce… e il medico deduce che si tratta di influenza. Il medico poi ti prescrive delle medicine. Tu le prendi, leggi i bugiardini e trovi: “allevia i sintomi dell’influenza”.

Cioè: non c’è scritto “cura l’influenza”. Quella roba lì ti fa passare la percezione del sintomo, non la malattia. In pratica, serve a far sì che tu smetta di rompere le balle al medico. La malattia passa da sola.

Mi rendo conto che, in effetti, a noi interessa solo la superficie delle cose. Voglio dire: mi è passato il mal di testa, il naso non cola più, la voce è tornata ma non sono poi così sicuro che, dentro di me, non ci sia più la malattia… Dite che sono ipocondriaco?

Invece secondo me siete voi che vi occupate solo della parte fuori della malattia, quella più facile per intenderci…

Vi elenco una serie di altri sintomi. Io ovviamente, che sono ipocondriaco, ce li ho tutti, ma c’è anche un sacco di gente intorno a me che ce li ha e non ci bada, non bada alla malattia:

– non vado molto volentieri alle feste se non conosco tutti, ma proprio tutti, i partecipanti.

– se, quando sono sulle scale del palazzo, sento che c’è un’altra porta che si apre, mi affretto ad uscire perché non mi veda nessuno.

– in autobus guardo un punto lontano oltre l’orizzonte per non incontrare lo sguardo della gente.

– nelle file, ai buffet o al cinema, o dove, insomma, si deve entrare forzatamente, tendo a rifilare rapidissime gomitate mentre guardo in direzione opposta.

– in auto stringo fortissimo il volante e urlo nel clacson se quello davanti a me non va alla velocità ideale per me.

– a volte tengo le cuffiette del telefono nelle orecchie anche se non sto ascoltando niente, soltanto perché nessuno mi rivolga la parola.

Ce ne sono tanti di sintomi così, sul serio… a volte li puoi “alleviare” con un po’ di prosecco, un sorriso, la compagnia di qualcuno o, semplicemente, ricorrendo alla nostra buona educazione (che è lo stesso principio di avere la tosse e mettere una mano davanti alla bocca quando tossiamo…).  A volte la gente intorno a me non li riconosce come sintomi, dice “scusi!” e se ne va, ma io – che ormai ho un certo occhio clinico – riconosco i malati come me.

Ecco: sintomi, aspetti superficiali di un malessere che è sempre un po’ lì, in agguato, pronto a risaltare fuori quando meno te lo aspetti proprio perché, alla fine dei conti, non lo hai mai curato veramente.

Certe volte io lo dico a chi mi sta vicino: “oh, ma hai visto quello? hai visto cosa ha fatto?” e di solito mi rispondono “be’? Che c’è? E’ normale: è stato un momento così…”. Allora capisco quanto siete superficiali: non riuscite a riconoscere le malattie vere sotto i sintomi! Sono tutti sintomi, capite?, sintomi!

Non stupitevi quindi se, quando ci incroceremo per le scale, io non vi guarderò e andrò velocissimo in direzione opposta: lo faccio solo per evitare il contagio.

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La grande onda

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L’11 febbraio 2016 hanno scoperto le onde gravitazionali: in pratica, sono un oscillazione del tessuto spazio-temporale dovute, in questo caso specifico, allo scontro fra due buchi neri con massa fra le 29 e le 36 volte quella del nostro sole. Immaginate qualcosa come due palle da bowling che si muovono in circolo su un tappetino elastico (lo spazio-tempo, appunto) fino a scontrarsi, e noi che, a circa 1,3 miliardi di anni luce di distanza e infinitamente più piccoli, avvertiamo le oscillazioni dello stesso tappetino.

Più o meno il giorno dopo mi sono accorto che non sarei stato a casa per scrivere il secondo post di questo mese: in quel momento però ho avvertito chiaramente l’oscillazione della grande onda. Improvvisamente mi sono accorto che il post era già stato scritto: infatti, se il tempo ondeggia, le nostre solite categorie di passato presente e futuro non hanno più molta importanza. Mi sono ritrovato a saltellare sul tappetino dello spazio-tempo e, mentre ridevo come un bambino, ho visto cose distanti un sacco di anni fra di loro. Questi sono gli effetti collaterali di uno scontro galattico avvenuto circa 1,3 miliardi di anni fa oppure oggi.

Nel 1511 capo Hatuey, che guida la rivolta degli indigeni di Hispaniola contro i conquistadores spagnoli, viene catturato e messo al rogo. Al frate che tenta di convertirlo e battezzarlo prima dell’esecuzione, chiede quali siano i vantaggi dell’essere battezzato. Dopo aver saputo che il vantaggio consiste principalmente in un quasi certo ingresso in Paradiso, il nostro indigeno chiede se in suddetto Paradiso si trovino molti spagnoli cattolici. Alla risposta affermativa del frate, capo Hatuey risponde che, in quel caso, preferisce di gran lunga starne fuori.

Il 12 luglio 1997 Umberto Eco scrive un articolo nel quale finge di essere un filosofo che consiglia ad un discepolo come prepararsi alla morte e lasciare serenamente questa terra. Il segreto, dice il Maestro, è quello di pensare di essere circondati da coglioni, condizione che ci permette di andarcene senza rimpianti. Naturalmente, aggiunge il filosofo, non si può pensare che tutti gli altri siano coglioni: equivarrebbe ad essere noi dei coglioni per primi; motivo per cui bisogna iniziare pensando che gli altri siano migliori di noi e poi, invecchiando, disilludersi e accorgersi che, in realtà, sono tutti, ma proprio tutti, dei coglioni.

Il 21 luglio 2015 la Corte Europea dei Diritti Umani condanna l’Italia per aver negato l’unione civile ad una coppia gay; il governo italiano promette di intervenire al più presto, riallineando l’Italia dal punto di vista legislativo agli altri paesi UE. Questa condanna si somma, naturalmente, alle decine di altre accumulate nel corso degli anni e lasciate senza soluzione dai governi italiani (fra queste ricordiamo il sovraffollamento delle carceri e i respingimenti di migranti in acque nazionali risalenti al 2013).

Questa strana onda funziona in questo modo: mi muovo sulla sinusoide dello spazio-tempo e vedo le creste lontane di eventi distanti fra loro; da qui però, adesso che mi guardo intorno, mi sembra quasi che tutto il tempo sia fermo. In questa momentanea immobilità è tutto contemporaneo e quindi ti capita di vedere, nello stesso momento, l’inizio e la fine delle storie, senza che siano più “inizio” e “fine” ma solo storie. Allora ti rendi conto di come il nostro giudizio sia spesso falsato da un problema di prospettiva, dal nostro intestardirci sui rapporti causa-effetto, sulla linearità di quello che accade, quando, invece, le cose possono anche essere viste in altro modo, alla rovescia o contemporanee… E’ bellissimo saltare su questo tappetino, sapete?, anche se lentamente l’effetto si sta esaurendo….

Il 15 febbraio 2016 Papa Francesco, in Chiapas, chiede scusa agli Indios per i massacri compiuti.

Il 19 febbraio 2016 muore serenamente Umberto Eco.

Il 25 febbraio 2016 il Parlamento approva una legge sulle unioni civili, con tutte le remore e gli infondati timori su quello che è secondo o contro natura, senza tenere conto forse – per colpa certo di una prospettiva ristretta – che in Natura e, più in generale, in cielo e in terra, ci son più cose di quante ne comprenda la filosofia di Alfano.

Nel 1516 sono condannate dal Sant’Uffizio le teorie copernicane e galileiane; nel 1916 Albert Einstein teorizza le onde gravitazionali; nel 2016 viene percepita un’onda gravitazionale.

Il 28 febbraio 2016 Mirco riesce comunque a pubblicare questo post alle 11.47, nonostante io non sia riuscito a scriverlo .

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Perché Sanremo è Sanremo?

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Una volta, tanto tempo fa, ho scritto una canzone su un tizio che voleva andare a Sanremo a tutti i costi e ricorreva ad un suo cugino di terzo grado che conosceva un tale che lavorava in Rai. Il nostro personaggio consegnava quindi un suo provino – e tutte le sue speranze! – al tipo “inserito” che, a sua volta, lo consegnava al fattorino personale di Paolo Bonolis. Purtroppo però, il fattorino era in realtà colui che consegnava i pacchi al programma Affari tuoi: il provino con l’inedito del nostro personaggio finiva per errore nel pacco del Molise e lì rimaneva per i secoli dei secoli insieme al successo che sarebbe potuto essere. Si intitolava Il pacco di Sanremo.

Per fortuna quella canzone non l’ho mai cantata… – mi dicevo l’anno dopo mentre, al Nomentano di Roma, cercavo di rifilare un mio cd ad un orchestrale di Domenica In perché lo consegnasse a Pippo Baudo, direttore artistico del festival.

Per fortuna davvero, mi ripetevo nel 2009, quando ***** dava per certa la nostra partecipazione a Sanremo per l’anno successivo, dato che lui conosceva **** che era direttore d’orchestra durante il festival per la casa discografica ****.

Capirete quindi che io, da allora, scherzo su Sanremo, come tutti, ma con quel fondo di amarezza degli amanti delusi, come la volpe che insulta l’uva. “Si è mai vista una volpe che mangia frutta?!?” – mi ripeto sul mio divano mentre insulto il cantante di turno.

Non so quindi se è il caso di fare dell’ironia su Sanremo: potrei essere considerato poco attendibile.

Sanremo è, in fin dei conti, un grande rito collettivo, come il Natale. Certo, puoi denunciarne la ripetitività, lamentarti che alla fine ritrasmettono sempre Una poltrona per due, che non si riesce ad uscire da certi schemi ma, alla fine, anche se sei il Grinch, ti devi rendere conto che il Natale comunque costituisce il motivo stesso della tua esistenza. Il grande rito collettivo non ammette ironia. Non si scherza sul Natale, sulla mamma o sulla Nazionale e anche il festival è terribilmente serio. Tutto quello che accade durante la settimana è serio. Se inviti un cantante transgender, corri il rischio di influenzare sessualmente le prossime generazioni di italiani, se fai la parodia del presidente del Consiglio, puoi far crollare la credibilità italiana all’estero, se inviti un cantante che convive con un uomo, significa che vuoi influenzare le decisioni del governo…

Potenza della musica! Che ogni anno riesce a passare in secondo piano rispetto al contorno che la circonda.

La vacuità di Sanremo è, alla fine dei conti, uno specchio della nostra educazione musicale: siamo un popolo che abbandona la musica in terza media, insieme al flauto dolce che abbiamo usato per picchiare il nostro vicino di banco. Veniamo cresciuti dalla musica della radio del supermercato, non abbiamo molti posti in cui ascoltare musica dal vivo o suonare… Non è così strano che le canzoni siano tutte un po’ simili o che la produzione televisiva sbilanci il festival sui vestiti delle vallette o sulle interviste fiume a personaggi che non hanno niente a che vedere con la musica. Forse Sanremo ce lo meritiamo, altro che Alberto Sordi!

Ci si dovrebbe invece rendere conto che il più grande evento televisivo della Rai è, tutti gli anni, un festival di canzoni; dovremmo renderci conto che, se escludiamo, appunto, Sanremo, il concertone del Primo Maggio e il capodanno da Vienna, la musica che viene trasmessa in tv è veramente poca. Non esistono più trasmissioni di divulgazione musicale, programmi in cui poter far sentire chi non passa abitualmente dalle radio, in cui dare consigli su cosa ascoltare…

Allora forse posso anche sopportare di sciropparmi tutto il carrozzone pseudo-musicale per ascoltare cantanti che non avrebbero mai uno spazio altrove, per sentire giovani autori che magari si giocano questa opportunità. Per una settimana all’anno, sembra davvero che la musica sia per noi una cosa importante e questa non può essere una cosa negativa. Per una settimana all’anno, si accende la luce su un sottobosco di desperados, giovani autori, scommesse discografiche, futuri talenti, vecchi alla loro ultima occasione… tutta gente che a Sanremo spera di trovare la sua opportunità

Gente che poi, nella maggior parte dei casi, tornerà al buio la settimana successiva, sperando che qualcuno, prima o poi, scelga il pacco del Molise.

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Memorie a perdere

pescerosso

Preserve your memories / they’re all that’s left you P.Simon, Bookends

Per le celebrazioni del Giorno della Memoria ho ricevuto l’invito di un’associazione che si occupa di storia. Ci sarà un dibattito sull’Olocausto e quest’anno parteciperà un reduce di Auschwitz. Non è il primo anno che capita: di reduci dai campi ne ho sentiti già. Quest’anno però, già dall’invito, sembra trasparire una specie di strana urgenza, qualcosa del tipo “potrebbe essere una delle ultime occasioni”. Già, i reduci di Auschwitz, o degli altri campi in generale, sono sempre meno. Ragazzi che intorno ai vent’anni hanno dovuto subire il tormento della permanenza in un lager, adesso sono dei novantenni che, in molti casi, non hanno molta voglia di girare o di ripetere ancora la loro storia. La maggior parte dei sopravvissuti è già morta, un’altra buona parte sparirà nel giro di pochissimi anni.

Sono curioso di sapere che cosa succederà dopo. Forse, in parte, toccherà anche a quelli come me – a quelli insomma che oggi dicono “uff… ancora questa storia del lager e del tatuaggio con il numero e del filo spinato e del freddo e dei camini…”, perché magari se la sono sentita raccontare da sessantenni quand’erano alle elementari, da settantenni al liceo – di ripetere a loro volta la Storia com’è andata. L’avremo imparata bene? Siamo stati attenti?

Oggi, mentre scrivo queste cose nel Giorno della Memoria, mia nonna compie novant’anni. Quest’anno, forse più di tutti gli altri anni, capisco meglio cosa significa l’eventualità di non ricordare più. A volte, quando l’abbraccio e mi accorgo che ha ormai la consistenza dei passerotti, mi trovo a constatare la fragilità di tutti i ricordi, delle storie che mi ha raccontato negli anni, di quando ha avuto il tifo a otto anni, oppure di come è rimasta orfana, o di come era la guerra, oppure di quando credeva di morire alla stessa età di sua mamma… Già: a che età credeva di morire? Mi ritrovo a volte a ripassare le cose che mi ha detto e moltissime non me le ricordo. A volte gliele chiedo, qualche volta ha voglia di raccontarmele, qualche volta no. Mi accorgo però che, adesso più che mai, devo stare molto attento a quello che mi dice dice e sforzarmi di tenerlo a mente.

Qualcuno dice che viviamo in un’epoca che ha la sicurezza dello storage, dell’immagazzinamento di dati o testi o video o foto su computer, la capacità di stipare memorie al di là di qualsiasi possibilità umana: giga, tera, peta, exa, e forse è questo che ci rende poco attenti e troppo sicuri.

Qualche giorno fa però mi ha telefonato Mirco disperato: per un errore logico nel suo hard disk, ha corso il rischio di perdere più di 500 giga di dati. Fotografie, registrazioni audio, progetti di canzoni, bozze, lavori… “praticamente quello che ho fatto negli ultimi dieci anni…”.

Abbiamo parlato un po’ di questa cosa, di cosa significhi il rischio di perdere tutto quello che credevamo che fosse al sicuro. “Occorre stare attenti, ripartire i dati, salvare su più dischi, condividere le memorie…”. Ecco: mi sembrano tutte cose sacrosante da ripetersi per il Giorno della Memoria, quando ci rendiamo conto che un’intera generazione sta sparendo e con lei il ricordo di come sono andate effettivamente le cose; mi sembra che siano le stesse cose che dovremmo fare con queste persone, per il rispetto che dobbiamo alla loro Storia: stare attenti, condividere le memorie, salvarle in tanti.

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