Memorie a perdere

pescerosso

Preserve your memories / they’re all that’s left you P.Simon, Bookends

Per le celebrazioni del Giorno della Memoria ho ricevuto l’invito di un’associazione che si occupa di storia. Ci sarà un dibattito sull’Olocausto e quest’anno parteciperà un reduce di Auschwitz. Non è il primo anno che capita: di reduci dai campi ne ho sentiti già. Quest’anno però, già dall’invito, sembra trasparire una specie di strana urgenza, qualcosa del tipo “potrebbe essere una delle ultime occasioni”. Già, i reduci di Auschwitz, o degli altri campi in generale, sono sempre meno. Ragazzi che intorno ai vent’anni hanno dovuto subire il tormento della permanenza in un lager, adesso sono dei novantenni che, in molti casi, non hanno molta voglia di girare o di ripetere ancora la loro storia. La maggior parte dei sopravvissuti è già morta, un’altra buona parte sparirà nel giro di pochissimi anni.

Sono curioso di sapere che cosa succederà dopo. Forse, in parte, toccherà anche a quelli come me – a quelli insomma che oggi dicono “uff… ancora questa storia del lager e del tatuaggio con il numero e del filo spinato e del freddo e dei camini…”, perché magari se la sono sentita raccontare da sessantenni quand’erano alle elementari, da settantenni al liceo – di ripetere a loro volta la Storia com’è andata. L’avremo imparata bene? Siamo stati attenti?

Oggi, mentre scrivo queste cose nel Giorno della Memoria, mia nonna compie novant’anni. Quest’anno, forse più di tutti gli altri anni, capisco meglio cosa significa l’eventualità di non ricordare più. A volte, quando l’abbraccio e mi accorgo che ha ormai la consistenza dei passerotti, mi trovo a constatare la fragilità di tutti i ricordi, delle storie che mi ha raccontato negli anni, di quando ha avuto il tifo a otto anni, oppure di come è rimasta orfana, o di come era la guerra, oppure di quando credeva di morire alla stessa età di sua mamma… Già: a che età credeva di morire? Mi ritrovo a volte a ripassare le cose che mi ha detto e moltissime non me le ricordo. A volte gliele chiedo, qualche volta ha voglia di raccontarmele, qualche volta no. Mi accorgo però che, adesso più che mai, devo stare molto attento a quello che mi dice dice e sforzarmi di tenerlo a mente.

Qualcuno dice che viviamo in un’epoca che ha la sicurezza dello storage, dell’immagazzinamento di dati o testi o video o foto su computer, la capacità di stipare memorie al di là di qualsiasi possibilità umana: giga, tera, peta, exa, e forse è questo che ci rende poco attenti e troppo sicuri.

Qualche giorno fa però mi ha telefonato Mirco disperato: per un errore logico nel suo hard disk, ha corso il rischio di perdere più di 500 giga di dati. Fotografie, registrazioni audio, progetti di canzoni, bozze, lavori… “praticamente quello che ho fatto negli ultimi dieci anni…”.

Abbiamo parlato un po’ di questa cosa, di cosa significhi il rischio di perdere tutto quello che credevamo che fosse al sicuro. “Occorre stare attenti, ripartire i dati, salvare su più dischi, condividere le memorie…”. Ecco: mi sembrano tutte cose sacrosante da ripetersi per il Giorno della Memoria, quando ci rendiamo conto che un’intera generazione sta sparendo e con lei il ricordo di come sono andate effettivamente le cose; mi sembra che siano le stesse cose che dovremmo fare con queste persone, per il rispetto che dobbiamo alla loro Storia: stare attenti, condividere le memorie, salvarle in tanti.

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Dieci cose del 2015

zebra

Andiamo così: scegliamo un titolo generico; perché “dieci cose che ricordo del 2015 e che vorrei dimenticare” è, in effetti, molto lungo e poco efficace. E poi non è neanche detto che siano tutte cose che voglio dimenticare anzi, a pensarci bene, non è detto neanche che siano tutte cose del 2015.  Sicuramente sono fra le cose più superflue e meno importanti… Diciamo allora che sono cose che io mi ricordo del 2015 e che forse non ricorderò più l’anno prossimo. Pronti? Via!

10. #hashtag. Sicuramente gli hashtag non li hanno inventati nel 2015 ma l’anno scorso, per la prima volta, mi sono accorto che la gente li usava a voce (!). Dicevano cose tipo: “stasera esco con Alberto! #cenafuori”. Cioè, la gente twittava a voce! Capite? Ovviamente, ogni volta che inseriscono un cancelletto lo pronunciano hashtag e questa cosa fa un effetto straniante molto singolare. Me ne sono accorto solo io? (Intanto c’è stato un pezzo come quello di Fragola intitolato #Fuoriceilsole e a proposito…)

9.El mismo sol. Questo lo inserisco perché veramente mi ha sfracassato tutta estate. E’ uno di quei pezzi di cui le donne imparano anche il balletto in spiaggia e poi lo rifanno in qualsiasi situazione non appena sentono le prime note della canzone, anche se stanno guidando a 140 all’ora in autostrada. Perché mi è rimasto tanto impresso? Forse perché ogni volta che sentivo el mismo sol io pensavo: the sun is the same, in the relative way, but you’re older…

8. Expo. Segno inequivocabile del mio invecchiamento è stata la mancanza di entusiasmo per l’Esposizione Universale delle File che si è tenuta a Milano. C’erano file ovunque, di tutti i tipi, e c’erano italiani che cercavano di saltarle. Prima tutti criticavamo l’Expo, poi tutti ci siamo andati per dire che alla fine non era ‘sto granché. Però tutti ci ricordiamo le file e il panino con la zebra.

7. Volkswagen. Il vero orgoglio italiano invece è venuto fuori con lo scandalo Volkswagen. Intanto perché noi ce l’abbiamo fisiologicamente coi tedeschi. Loro poi ce l’hanno con noi per Italia-Germania 4 a 3 e per il mondiale del 2006. In seguito si sono accaniti su di noi installando su tutti i loro elettrodomestici delle spine tedesche che non funzionano con le nostre prese a muro. Alla fine, hanno provato a fregare gli altri ma non ci sono riusciti. E poco importa che alle nostre Fiat si stacchino le maniglie quando apri la portiera: l’orgoglio italiano consiste nel vedere le figure di merda degli altri, soprattutto quando provano a fregare il prossimo. Quello, ragazzi, è ambito nostro e voi non vi ci dovete neanche mettere…

6.Grexit. A proposito di tedeschi cattivi, mi ricordo anche lo psicodramma estivo per l’uscita della Grecia dall’euro. Mi ricordo Tsipras sudato e Varoufakis in camicia. Com’era figo Varoufakis! Lui sì che ne sapeva di economia… Non mi ricordo però com’è finita la cosa. Chi ha vinto? Non doveva cambiare tutto? Perché non mi ricordo più niente?!?

5. Salvini ovunque. Per restare in ambito politico, questo è stato l’anno di Salvini ovunque: programmi politici, giochi senza frontiere, programmi di cucina… Accendevi e c’era Salvini con una felpa con scritto il messaggio che avrebbe ripetuto tutta la sera. Poteva essere “Ruspe!”, poteva essere “Italia agli italiani!”. A volte finiva un po’ gli argomenti e diceva cose strane come “Robe di Kappa!” oppure “Abercrombie & Fitch!”.

4. Le citazioni della Fallaci. Era ora che qualcuno insidiasse il duopolio delle citazioni social, finora detenuto da Oscar Wilde e Jim Morrison. In effetti, pare che i due personaggi citati abbiano discettato praticamente su qualsiasi cosa: “Prendi una donna, trattala male” (Oscar Wilde); oppure “Lasciate macerare il polpo nel limone” (Jim Morrison). Quest’anno invece è arrivata anche Oriana. Nessuno ha letto i suoi libri ovviamente e nessuno prende in considerazione che magari, negli ultimi anni, si era anche un po’ rincoglionita. Quando bisogna parlare (male) di medioriente, ci viene in soccorso una citazione della Fallaci: “Gli arabi son tutti scemi” (Oriana Fallaci).

3. Nostalgie cinematografiche. Il 2015 è stato il trentennale di Ritorno al Futuro ed era l’anno in cui avevano ambientato Ritorno al Futuro II (con le macchine volanti, vi ricordate?). Poi è diventato l’anno di Star Wars e la sensazione di deja vù si è acuita dopo che abbiamo assistito ad un film di fantascienza che sembra un omogeneizzato di tutto quello che abbiamo visto nei capitoli precedenti della saga. Lo aveva intuito anche Nietzsche: è il mito dell’eterno ritorno al futuro.

2.Giosada. Questo lo metto qui solo perché è bravo ed è il più a rischio di dimenticanza, dopo che i suoi predecessori sono finiti a vendere wurstel nelle pause pubblicitarie o a fare capodanni con Amadeus a -5°. Se qualcuno si è già chiesto chi è Giosada, allora è troppo tardi…

1.Ciaone. Gli adolescenti lo usavano quattro anni fa. Il fatto che adesso i miei coetanei lo adoperino per poi scoppiare a ridere come se avessero utilizzato l’espressione più arguta del mondo, significa soltanto che nessun adolescente lo dice più e si tratta di un modo di dire superato. Ecco: superato come tutto l’anno e l’elenco precedente.

Ciaone #2015.

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Natale differenziato

il Natale è tutto qui ed è già passato la mattina stessa

La mattina di Natale il tappeto di casa mia è ricoperto da carte, involucri plastificati, pezzi di scatole di cartone, nastri… Cammino – la bocca impastata e gli occhi cisposi – affondando fino alla caviglia fra i resti dell’apertura dei regali della sera precedente: ho un leggero senso d’angoscia a guardare tutto quel disordine e mi passo la mano sulla faccia più volte, pensando al tempo che mi ci vorrà per riportare tutto come prima.

In fondo, mi dico, il Natale è tutto qui ed è già passato la mattina stessa mentre, seduto sul divano, guardo il mare di cartacce davanti a me…

Tra poco si sveglieranno le mie figlie e, inspiegabilmente, saranno felici di svegliarsi: sorridenti si precipiteranno qui, sul tappeto, e cercheranno i pezzi dei giocattoli, i libri, le istruzioni perse in mezzo a questo marasma e poi, come se niente fosse, cominceranno a giocare sulle porzioni libere di tappeto, cominceranno a sfogliare o leggere, produrranno ulteriore cartaccia o scompiglieranno ancora di più il caos di questa porzione di pavimento.

Io dovrò fermarle e, armato di sacchetto dell’immondizia, metterò insieme la carta con la carta, la plastica da un’altra parte, i sacchetti riutilizzabili, i nastri ancora belli, i libretti delle istruzioni, le pile non incluse, le parti ingeribili dei giocattoli, in un lavoro di cernita che potrebbe finire ampiamente dopo Santo Stefano. Uff! Ecco: tutta la corsa dei giorni precedenti alla fine si riduce in un’organizzazione dei rifiuti.

Mentre cerco un sacchetto adatto, realizzo che tutta questa cosa di separare è l’operazione tipica degli adulti…. Badare alla sostanza delle cose, eliminare tutta la fuffa superflua di carte, fiocchi e nastrini, tenere quello che serve. Quello che sto facendo è quello che fanno gli adulti.

I bambini invece si fanno abbindolare dalla confezione, dalle luci colorate, dalla confezione insomma: hanno questo amore per i pacchetti senza rendersi conto che alla fine la roba che c’è dentro non è che sia poi così speciale. Vogliamo badare alla sostanza? Se togli tutto il superfluo non è che poi le cose siano molto diverse dal solito…

Alla fine però io mi aggiro incacchiato sul tappeto e loro si sveglieranno sorridenti: quand’è che sono diventato così adulto?

Se dovessimo sempre badare alla sostanza delle cose, non perderemmo tempo a fare pacchetti; se dovessimo badare sempre alla sostanza delle cose, diremmo alle persone: “tanto lo sai che ti voglio bene, no?” senza nascondere niente sotto l’albero; se badassimo sempre alla sostanza delle cose, non riusciremmo a distinguere tanto questo giorno dalla sequenza di giorni tutti uguali prima e dopo.

Forse il residuo fisso che rimane sul mio tappeto, alla fine, è un po’ il senso del Natale: sì, a badarci bene – a voler proprio guardare la sostanza – non è che questo giorno sia poi così diverso dagli altri. La carta, i nastri e i fiocchi però, appiccicati sulla normalità di tutti i giorni, riescono forse a farcela apprezzare di più, a farci capire la sorpresa che si può nascondere dietro ad un “tanto lo sai che ti voglio bene”, a farci sedere, esattamente come gli altri giorni, sul solito divano, con l’emozione di essere tutti insieme.

Andrò a svegliare le mie figlie e lascerò le cartacce per terra ancora un po’: credo che sorrideranno a vedere tutto quel marasma in terra e, forse questa mattina, sorriderò anche io con loro. Resterò seduto sul divano a guardare mentre giocano sul tappeto nella versione impacchettata e infiocchettata della mia vita di tutti i giorni.

Guarderò svolazzare la carta-regalo, i fiocchi e i nastri, cercando di apprezzare la straordinaria normalità del Natale.

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Presepi viventi

tv

Per preparare il presepio di terza elementare la maestra ci portò fino allo Sgabuzzino Segreto, la porta sempre chiusa in fondo al corridoio, proprio vicino ai bagni. Chiamò la bidella per farsela aprire ed entrammo. Nello Sgabuzzino Segreto c’era di tutto: banchi con il portacalamaio, sedie sfondate, scatole di cancellini da lavagna… In un angolo c’era la scatola con le statuine del presepio che la bidella trovò subito. “Prendo anche quella” – disse la maestra, e “quella” era una televisione vuota; era cioè il guscio di questa vecchissima tv a tubo catodico: svuotata di tutta la parte elettronica, rimaneva la struttura esterna e il vetro davanti, dietro era completamente aperta.

L’idea della maestra era di costruire il presepio lì dentro e, sempre dietro al vetro, mettere una specie di “sottopancia” televisivo, una striscia di cartone che riportava la dicitura “in diretta da Gerusalemme”. Ci fu un lungo dibattito fra me e Adamo, se si scrivesse gerusalemme o, come sosteneva lui con argomenti piuttosto convincenti, gesù ralemme. La Silvia spostò il problema dicendo che comunque Gesù non era nato a Gerusalemme (“ma allora perché si chiama Gesùralemme?” disse Adamo) e la maestra troncò la discussione dicendo che facevamo finta che l’emittente televisiva si trovasse lì.

Quell’anno il presepio fu spettacolare. Dalle altre classi venivano i bimbi a vedere la capanna in diretta televisiva. La maestra però si trovò a dover rispondere a una pioggia di domande da bambino: oltre a quella del luogo della diretta, le chiedevano come mai c’era la neve, ché in Palestina fa caldo e ci sono i cammelli, e poi perché c’era la tv, che ai tempi di Gesù non era stata ancora inventata. La risposta a quasi tutto fu che il presepio è nuovo tutti gli anni e noi facciamo finta che Gesù nasca ogni anno; quella Palestina lì, quindi, non è proprio la Palestina, e non siamo proprio nell’antichità, ma adesso, capite?

Io questa cosa ci ho messo un po’ a capirla e mi domando se poi l’abbiano capita davvero quelli che in questi giorni si stanno svociando per difendere i presepi in tutte le scuole, in tutti i luoghi e in tutti i laghi. Per qualche giorno la tv è stata piena di presepi e di difensori di presepi e io ripensavo a quel vecchio tubo catodico dello sgabuzzino che noi avevamo riempito di presepe.

Certo, tutto questo significa che anch’io ci sono affezionato al presepio: per me il Natale ha sempre coinciso con la costruzione di un presepio anche quando io e mio fratello, ormai ventenni e presi da silenziosi sensi di colpa, siamo andati a ripescarlo dallo scatolone impolverato in solaio un’ora prima della cena della Vigilia.

Certo, anche per me il presepio è una cosa importante.

Certo, anche per me è una tradizione.

Se dovessi fermarmi a questa cosa della tradizione però dovrei accettare anche che le tradizioni sono costrette a modificarsi e che, per esempio, io mi rifiuto di mangiare il merluzzo che, secondo mio padre, per tradizione non doveva mancare dalla tavola di Natale. Le tradizioni – ed è questa la verità – subiscono modifiche e leggeri slittamenti nel tempo. Il panettone, che è una tradizione natalizia, mi sono ritrovato negli anni a mangiarlo conciato in tutti i modi: con i canditi, senza, con la crema al limone, tartufone, dei giovani, glassato, al fritto misto…

Invece il presepio per me è rimasto legato a quelle risposte della mia maestra: facciamo finta che Gesù nasca ogni anno e proviamo a guardare dietro al vetro della televisione…

A quel punto vedremmo forse una famiglia al freddo che non ha un posto dove andare, una donna incinta con suo marito che chiede ospitalità perché è lontana da casa sua, un sacco di porte chiuse in faccia da chi è al sicuro e al calduccio. Poi, quando nasce questo figlio, sulla paglia e scaldato dalle bestie, vedremo che altri disgraziati – che erano lì anche loro, a dormire all’aperto – vanno a far visita e a portare qualcosa al neonato e alla mamma, che forse non sarà stata proprio fresca e serafica come la statuina. Chissà poi se questi poveracci si sono mossi perché glielo hanno detto gli angeli davvero, o perché hanno sentito urlare una mamma e piangere un bambino e hanno pensato che, in fondo, c’era pure chi stava peggio di loro.

Ecco: facciamo finta; e cerchiamo di guardare il presepio che abbiamo sotto gli occhi e non soltanto la tradizione. Ogni presepio ci racconta una storia di compassione, condivisione e accettazione, proprio a partire da quella statuina di bambinello biondo con le braccia aperte, pronto ad accettare pecore a tracolla, pesci, mirra e tutto quel tanto o poco che i personaggi vogliono mettere in comune.

Forse aveva ragione la mia maestra: se non riusciamo a vedere davvero il presepio, al di là del vetro della tv, al di là della tradizione, al di là delle polemiche piazzate fra il muschio e le statuine, rischiamo di conservare soltanto una specie di vecchio guscio, una specie di scatola vuota da tirare fuori dallo sgabuzzino una volta all’anno.

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La guerra in un bicchiere

ciuffo d'erba

There never was a war / that was not inward (M.Moore)

Come sai, in quegli anni era tutto un po’ liquido. O, meglio, ci piaceva definire come liquida qualsiasi cosa o manifestazione della nostra cultura: società liquida, amore liquido, bevande senza zuccheri liquide.

Era inevitabile che anche la guerra subisse la stessa sorte.

Così, ad esempio, ci ritrovammo in guerra ma morbidamente. Ovviamente non tutti. Cioè: allora potevi scegliere se sentirti in guerra oppure no e questo era perfettamente in linea con quegli anni. Tutto, infatti, era un po’ su misura, interattivo, opzionabile dall’utente. Anche la guerra.

Così capitava che un politico dicesse “siamo in guerra!” e un altro invece “siamo pacifici!”: e tu potevi scegliere.

Andò a finire che alcuni erano in guerra e altri no. Anche perché il nemico, a dire la verità, non si sapeva bene dove fosse. Qualcuno sosteneva che i nemici fossero fra di noi, qualcuno sosteneva che fossero lontani. Quelli che parlavano di nemici vicini dicevano che si vestivano in un certo modo e avevano la barba così e così: certo, in una situazione liquida, mica di tutti eri sicuro che fossero nemici, però nel dubbio… Voglio dire: se ti metti in testa che vuoi togliere l’erba cattiva da un prato, non puoi certo stare lì a distinguere ciuffi buoni/ciuffi cattivi: diserbi e basta. Quelli invece che parlavano di nemici lontani dicevano che tanto potevi mandare a bombardare delle macchine precisissime che con i missili centravano una finestra. A volte magari era la finestra di una scuola o di un ospedale, però la finestra l’avevano centrata.

Poi c’erano anche quelli come me che in realtà non erano in guerra però un po’ se ne approfittavano lo stesso.

Quindi, quando avevo fretta, io dicevo: “basta buonismo!” e, magari, scavalcavo una vecchia in fila alla posta o le fregavo il posto sull’autobus. Se mi faceva comodo, potevo rifilare un po’ di bastonate o insultare qualcuno dicendo che difendevo la mia identità. E poi – dicevo – guardate cosa hanno prodotto i vostri buoni sentimenti finora… Già, che cosa? – chiedevano loro. E io tagliavo corto: non lo so! Bastardi! Stronzi! Tanto ero in guerra e c’erano delle leggi speciali quando non avevo argomenti e quando invece ero tranquillo potevo anche uscire dalla guerra e andare a mangiarmi un kebab.

La cosa bella era proprio questa: potevi entrare e uscire dalla guerra. C’erano giorni particolarmente di guerra e giorni in cui tutto era normale, ore in cui decidevi di essere in guerra, situazioni in cui ti sentivi belligerante. Era tutto molto libero però. E morbido. E liquido.

Solo i morti erano veri davvero. Quelli sì: perché ci voleva qualcosa di reale che ti riproponesse l’idea della guerra. A volte, come capita in questi casi, i morti erano persone che non sapevano di essere in guerra oppure non avevano opzionato la cosa: questi però erano i danni collaterali del sistema, da una parte e dall’altra. Qualcuno era il ciuffo d’erba sbagliato, qualcuno era dietro la finestra sbagliata, qualcuno semplicemente faceva la sua vita-di-tutti-i-giorni-non-in-guerra e magari era uscito per ascoltare musica o bere qualcosa in compagnia.

La gente però tendeva comunque a dimenticarli in fretta perché quei morti erano una responsabilità, anzi, a pensarci bene, tutta la faccenda guerra/non guerra era una responsabilità. Prevedeva per esempio una certa coerenza di pensiero, di valori… tutta una serie di cose a cui non eravamo abituati. Certo ci piaceva sentire parlare di “civiltà”, di “valori o difesa” della nostra civiltà, ma anche questa “civiltà” era un concetto abbastanza sfumato, come quello di “religione” o di “diritti civili”. A volte si aveva come la sensazione che solo alcuni – che erano poi quelli che ripetevano, da una parte e dall’altra, “siamo in guerra” – avessero un’idea precisa della cosa.

Dopo un po’ ci rendemmo conto anche degli effetti collaterali della liquidità. Era un modo molto comodo per diluire quello che ci capitava – il dolore, la rabbia e le altre emozioni – ma insieme a questo si diluiva tutto quello che pensavamo, le idee giuste e sbagliate, i nostri valori da difendere o ripugnare. Alla fine tutto galleggiava, sciolto, dentro al bicchiere e allora non ti rimaneva altro da fare che berti tutto così, tutto d’un fiato.

Anche la guerra.

 

[foto di escexe]

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Il pubblico appagante

Piccione in Piazza Maggiore

Piccione in Piazza Maggiore

Forse finché canti davanti allo specchio, tenendo in mano una spazzola–microfono (e ritrovandoti, inspiegabilmente, la bocca piena di capelli), non ti poni molto il problema del pubblico.

Quando poi effettivamente sei su un palco e questo famoso “pubblico” è lì, davanti a te, con magari in mano un boccale di birra di vetro molato che potrebbe essere scagliato contro di te con conseguenze anche gravi, allora cominci a capire che quella gente lì ha la sua importanza.

Quelli che suonano vogliono tanto pubblico davanti a loro, ma tanto pubblico – secondo la mia personalissima esperienza – significa tanti boccali di birra e quindi una potenziale moltiplicazione del pericolo che corre il cantante. D’altro canto, quando hai poco pubblico, ti scende un po’ la motivazione: forse perché la solitudine ti riporta a quanto te la cantavi e te la suonavi da solo con la bocca piena di capelli e riesci a cogliere per un attimo tutta la tristezza della situazione.

Le prime volte che ho suonato in un locale vuoto sono stato in effetti molto triste. Non che mi sia capitato molte volte, per carità!, però ricordo distintamente almeno quattro concerti con forse meno di una decina di spettatori (comprensivi, ovviamente, del personale del locale).

Durante l’ultimo di questi, eravamo a Castelvetro Piacentino: ci esibivamo insieme ad AmbraMarie di X-Factor 2009, Pico Ruggeri (figlio di Enrico) e Veronica Marchi. Il locale era desolatamente e inspiegabilmente vuoto. I gestori inoltre, prevedendo un grande afflusso di pubblico, avevano tenuto il riscaldamento in modalità “Palaghiaccio”, per non farci morire di caldo durante l’esibizione.

All’ora stabilita per l’inizio del concerto, ci guardiamo fra di noi: che facciamo? suoniamo?

E lì, secondo me, è scattato qualcosa, dentro tutti intendo, perché alla fine, volenti o nolenti, eravamo tutte persone che si divertono a stare su un palco, ad inghiottire capelli o a ricevere in fronte boccali di vetro molato e quella roba lì non è condizionata dal fatto che ci siano i tuoi amici in sala.

Abbiamo suonato tutti: ogni gruppo ha ascoltato gli altri. Veronica ha fatto una versione di Personal Jesus dei Depeche Mode da pelle d’oca (e non era un effetto del riscaldamento, giuro!), Pico ha rappato con le basi che aveva sull’Ipad e AmbraMarie ha dimostrato che X-Factor poteva pure vincerlo. Io mi sono divertito moltissimo perché mi sembrava una di quelle sedute di terapia di gruppo: avevamo tutti la stessa malattia, lo stesso bisogno di suonare e ci siamo, semplicemente, aiutati a vicenda.

Quella sera lì ho capito che bastano un paio d’occhi che t’ascoltano veramente per poter fare un concerto in qualsiasi condizione. A volte mi tocca cercarli per un po’, ma alla fine ci sono sempre, fra la gente (poca o molta che sia) seduta lì davanti: per loro posso suonare tranquillo tutta la sera.

Questo fine settimana faremo una duplice data a Milano e, per noi che siamo gente di pianura e di provincia, c’è sempre un certo timore di fare flop o di non avere sufficienti spettatori. Mirco, con saggezza, mi suggerisce la tecnica di Salvini a Bologna: una platea strettissima per comprimere la gente, qualche bandierone per coprire i “buchi” di pubblico e, comunque, urlare sempre e continuamente: “Siamo in centomila!!” (anche se, fisicamente, centomila persone a Bologna non ci stanno neanche abbattendo San Petronio…).

… Non lo so se è la tattica migliore ma, se ha funzionato con Matteo, magari ci proverò anch’io. Voi intanto, se verrete, fate in modo di sedervi belli davanti e fatevi vedere: farò meno fatica a incrociare i vostri occhi e a suonare tranquillo!

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Lo sclero peso

sclero_peso

Fra le tante mosche e moschini che in Italia si affollano intorno alle notizie più ghiotte, stavolta plano piano anch’io, leggero come un tafano, a commentare la questione delle sportellate in pista fra Rossi e Marquez. Tranquilli: niente ricostruzione fotogramma per fotogramma, nessun commento tecnico strampalato (questo sì sport nazionale…). Dato infatti che nulla so di moto e il massimo della velocità a cui mi muovo dipende dall’estro del conducente dell’autobus o dal vento a favore alla mia bici, parlerò di quello che davvero mi accomuna al Valentino nazionale: lo sclero peso.

Eh sì, solo chi ha provato lo sclero peso sa giudicare, anche da fuori, uno sclero peso: quel momento infinitesimo in cui la vena che fa affluire sangue al cervello si chiude ermeticamente per mandare in apnea la ragione. Anch’io ci sono passato, cosa credete? Ed è per questo che mi sento di solidarizzare con Vale.

Io, per esempio, tornavo a casa tranquillo in bicicletta: una leggera pioggerellina rendeva la strada scivolosa e un suv parcheggiato con doppie frecce sulla pista ciclabile mi obbligava a deviare, allargando la mia traiettoria a sinistra, verso la strada. Ovviamente, non appena ho affiancato il suv, questo (sempre con doppia freccia inserita) si è immesso in strada senza avvedersi della mia presenza, puntando inequivocabilmente con il suo fanale sinistro verso la mia natica destra. Manovra improvvisa + più pioggia mi fanno immediatamente sdraiare in strada, quasi sotto un’altra auto che stava facendo manovra. La signora conducente della seconda auto smonta immediatamente: crede che io sia scivolato per la pioggia, mi dice che devo stare più attento e che dovrei viaggiare sulla pista ciclabile, che così sono un pericolo anche per le auto… Nel frattempo il padrone del suv è sceso e, dopo avermi dato un paio di pacche sulle spalle accompagnate da un “tutto bene, eh?”, già ripartito. Io mi scuso con la signora e riparto, malconcio, in bicicletta: bisogna saper gestire le situazioni e non farsi prendere dalle emozioni e

skreeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeekkkkkk!!!!

mentre stavo attraversando l’incrocio successivo sulle strisce dedicate alle biciclette, una Punto guidata da un anziano signore inchioda a tre cm dalla mia gamba destra: il conducente abbassa il finestrino e mi grida che io dovrei scendere dalla bicicletta per attraversare la strada sulle strisce.

Ecco: fermiamoci qui. Facciamo la ricostruzione fotogramma per fotogramma. Nel frame successivo si vede chiaramente la luce strana nei miei occhi: quello dev’essere il momento in cui si chiude la vena… Poi l’azione diventa molto veloce: la bici è parcheggiata in strada davanti alla Punto e io sto prendendo a pugni il finestrino dell’auto urlando cose incomprensibili che contengono le parole “strisce / per / bici”. Nella macchina, il vecchio terrorizzato sta cercando il cellulare con lo sguardo fisso sul pazzo fuori dal vetro.

A rivedere tutto così mi vergogno molto. E chissà se lo stesso capita anche a Valentino.

Io voglio bene a Rossi (ma anche a Zidane, che credete?) perché mi rendo conto che non c’è niente da fare contro quel momento – brevissimo per carità – di esasperazione che ci porta allo sclero peso: solo chi ha provato lo sclero peso può capire di cosa sto parlando.

Allora l’unica è fare appello a voi, mondo là fuori: considerate che noi siamo persone normali, almeno all’apparenza, ma dentro ognuno di noi si nasconde l’incredibile Hulk della vena chiusa pronto a saltare fuori alla duecentesima provocazione e noi non possiamo fare niente per impedirlo. Trattateci bene, siate gentili con tutti noi. Nel dubbio, cercate di essere gentili e accomodanti con tutti quanti, perché non sapete in quali occhi può nascondersi l’esasperazione.

Ma come?! Ma il campione, reggere la pressione, la buona educazione – direte voi.

Sì, sì ma lo sclero peso… – dico io.

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