Differenze /1

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Quand’ero piccolo i cinesi erano tutti uguali. Tranne Bruce Lee. Anzi, non ero neanche tanto sicuro che Bruce Lee fosse cinese visto che lo riconoscevo tranquillamente in mezzo agli altri cinesi del film cinese. Però tutti gli altri erano uguali uguali. Guardavo in tv questi servizi sulla Cina e c’erano tutte queste persone uguali e io mi chiedevo come facessero a distinguersi fra loro.

Anche i neri, a pensarci bene, erano tutti uguali. Avevano i capelli crespi e il naso largo e loro invece risaltavano subito in mezzo agli altri. Certo che, se li mettevi tutti insieme, allora distinguerli diventava già più difficile. Io, per esempio, non ci riuscivo e credevo che anche loro dovessero fissarsi molto per farcela.

Praticamente, c’era mezzo mondo con delle facce ben precise e mezzo mondo anonimo, senza faccia, fatto tutto di persone uguali.

Poi, fortunatamente, queste persone sono venute un po’ più vicine e allora le ho potute guardare più attentamente.

Per esempio, adesso riconosco i cinesi del negozio di cinesi di là dalla strada: lei è una signora taciturna che guarda film cinesi sottotitolati in cinese sul computer, lui invece è molto gentile e, quando compro qualche aggeggio da lui, lo spacchetta e lo attacca alla presa della corrente per farmi vedere che funziona. “Adesso funziona” – dico io, e ridiamo tutti e due.

Poi ci sarebbe anche la ragazza del ristorante cinese che è davvero molto carina e se ordini della roba da asporto e devi aspettare, ti versa una specie di gingerino accompagnato da qualche patatina bianca. Quando parla con noi clienti ha un’inflessione quasi parmigiana.

Un giorno passeggiavo per il parco e l’ho vista passare in bicicletta e dietro aveva sua figlia piccola sul seggiolino: quando l’ho incrociata non ho capito subito chi fosse ma poi ho realizzato che era la ragazza carina del ristorante. “Toh – mi sono detto – riconosco i cinesi…!”

Lo stesso è capitato con i neri. Nel palazzo di fronte al mio, per esempio, ci abita Laurent che – a detta di mia moglie – è un ragazzo molto bello (anzi, sono un po’ geloso…) e ha una lavanderia. Quando il gatto ci piscia sulla trapunta noi la portiamo da Laurent e lui la lava molto bene.

Col tempo insomma ho imparato a guardare bene in faccia le persone e a cercare di riconoscerle. Fare dei gruppi, delle categorie, è molto comodo ma è anche molto sbrigativo: non riconosciamo cosa c’è dietro una faccia. Fare delle differenze invece richiede molta attenzione ed è un po’ scomodo e faticoso. Devi badare agli altri, osservarli… Uff! Alla fine è molto più comodo mettere le persone in una categoria tutte insieme, come in una specie di foto di gruppo. Anzi, ho notato che molto spesso queste persone vengono ritratte solo in foto di gruppo, da lontano: i neri sono tutti ladri e spacciatori, i cinesi friggono e non muoiono mai, i rumeni menano, i moldavi badano, i filippini stirano… Le semplificazioni semplificano la vita ma non è sempre detto che siano un bene: a volte bisogna proprio sforzarsi, fare un po’ di fatica e avvicinarsi un po’ alla gente per fare delle differenze.

Oggi ero in una strada del centro dopo l’una: da una banca uscivano tutti gli impiegati per pranzare. Gli uomini avevano tutti dei pantaloni blu, la camicia bianca e la cravatta. Erano tutti in fila per il bar. “Certo che a vederli così – mi dicevo – sembrano proprio tutti uguali…”

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Astri & disastri

stelle

Resto disteso qui, sul prato, perché in questi giorni, dicono, si vedono le stelle cadenti.

E’ un rituale di tutti gli anni, in agosto: una coperta sull’erba, le mani dietro la nuca e gli occhi puntati a guardare nel buio. Chissà cosa mi aspetto. Da bambino almeno c’era l’attesa di un desiderio da realizzare. Una stella che cade è una promessa per il futuro.

Col passare degli anni, ho cominciato a pensare che quella pioggia di stelle rappresentasse la caduta graduale di tutti i miei desideri e delle mie speranze. E’ così: quando cresci, diventi gradualmente più disilluso e continui comunque a stare lì con il naso puntato per aria ma è come se il buio prendesse il sopravvento. Alla fine queste lucine mobili sono davvero poca cosa rispetto a quella cupola nera. E tutte le volte che ci hai sperato davvero, alla fine è stato un disastro.

Un disastro, proprio così. “Disastro” letteralmente significa proprio questo: una stella sfortunata che deraglia, esce dal proprio cammino consueto e cade. La gente non lo sa: ma ogni astro che cade è un altro errore da sommare alla collezione.

Eppure alla fine sono qui, a farmi inghiottire da questo buio.

Forse il rituale in sé è consolante, alla fine dei conti. Tu sei lì disteso, stai in silenzio, spegni tutte le altre luci… e alla fine ti accorgi che il buio non è poi così buio. Gli occhi si abituano e piccolissime e lontanissime stelle compaiono.

Eccole tutte là: il Carro, Cassiopea, Vega, Altair… le stelle fisse e la loro rassicurante permanenza. Poi in mezzo a loro – waaaam! – una stella cadente a schizzare fuori dalle rotte previste, dagli schemi delle costellazioni, a strapparti un sorriso stupito per quella inaspettata velleità di solcare tutto il buio.

Un altro disastro, niente da dire. Eppure è bello restare qui, con il naso per aria, e pensare che la nostra vita in fondo non sia molto diversa: un buio da contemplare in silenzio, per rendersi conto che i punti di luce sono molti più di quelli che pensavamo, e magari capire che ogni nostra uscita dagli schemi, ogni nostro sogno infranto o speranza, ogni sforzo fallito per essere qualcosa di diverso, ogni disastro combinato insomma, alla fine è stato anche questo: una piccola e luminosa pioggia di stelle.

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L’insostenibile leggerezza

nuvola

Il “Rat Park” era una specie di paradiso per i topi: un sacco di formaggio, tunnel da percorrere ed esplorare, un sacco di amici topi con cui condividere esperienze e, secondo l’usanza tipica dei topi, riprodursi a ritmi forsennati. Il “Rat Park” era la seconda fase di un esperimento, condotto negli anni ’70, dal prof. Bruce Anderson. Anderson lavorava sulla droga e sulle dipendenze e aveva già condotto l’esperimento classico: metti un topo in una gabbia con due distributori d’acqua, uno di acqua normale e uno di acqua contenente sostanze derivate dalla morfina, e, tempo un paio di giorni, constati che il topo beve solo l’acqua con la droga: è diventato un tossicodipendente destinato a morire di overdose nelle ore successive.

Anderson si era chiesto che cosa avrebbe fatto il topo se avesse avuto delle alternative e così aveva inventato il Rat Park. Anche nel Rat Park c’erano i due distributori d’acqua, quella normale e quella “speciale”, ma i topi, che magari le assaggiavano entrambe, non diventavano dipendenti e non morivano d’overdose: preferivano l’acqua normale e continuavano a divertirsi.

Pensavo ai topi e al loro parco divertimenti un paio di settimane fa, mentre mi trovavo sulla riviera romagnola e condividevo l’autobus con due ragazzi che, mentre si recavano in discoteca, cercavano di bere più vodka all’arancia possibile per arrivare “belli carichi” ed evitare consumazioni all’interno del locale. In quegli stessi giorni, come capita ormai quasi tutti gli anni, c’era stato il solito parlamentare che proponeva di legalizzare le droghe leggere, scatenando, oltretutto, le solite polemiche.

Io, con il mio braccio appeso al tubo dell’autobus, guardavo quei ragazzi che parlavano a voce molto alta e pensavo ai topi e alle droghe e al parco di divertimenti per topi.

Mi chiedevo se, alla fine dei conti, il nostro errore non sia tutto qui: crediamo di essere in un enorme Rat Park e invece, a ben vedere, siamo in una gabbia piuttosto noiosa. Ognuno di noi ha bisogno di qualche tipo di dipendenza: i social per socializzare, l’alcool per essere disinvolti, la droga per divertirsi, gli stimolanti per essere produttivi… Forse, continuando a demonizzare soltanto le sostanze, non abbiamo puntato abbastanza l’attenzione sulla leggerezza con cui viviamo le cose: non facciamo esperienze abbastanza interessanti, abbiamo bisogno di “pomparle” con qualcos’altro.

Se vivessimo veramente le cose che facciamo, non ci sarebbe bisogno d’altro e la droga o l’alcool o la codeina o la pornografia o i centomila amici virtuali sarebbero soltanto diversivi estemporanei e non ripieghi per una vita che non ci basta. Se ci impegnassimo a rendere la nostra gabbia più vivibile e divertente, forse potrebbe essere legale anche il crack, perché tanto soltanto un imbecille preferirebbe stordirsi con una droga artificiale piuttosto che vivere veramente. Forse se il nostro sforzo fosse quello di impegnarci sulle persone, capire di cosa hanno bisogno e come potrebbero stare meglio, senza dividerli sempre in categorie come “drogati”, “alcolizzati”, “vandali”, “giovinastri”, allora potremmo cambiare lo scenario in cui ci muoviamo. Invece, passiamo sopra alle cose come se non avessimo peso e le esperienze, le amicizie, i divertimenti, scivolano sotto di noi senza lasciare traccia.

Forse – pensavo, mentre l’autobus si dirigeva verso lo scintillante e rumoroso Rat Park della riviera – non sono le droghe ad essere leggere. Siamo noi.

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Aspettando i barbari

poker

“Che leggi devon fare i senatori? / Quando arriveranno le faranno i barbari” (C.Kavafis, Aspettando i barbari)

Mi ritrovo – per uno strano caso di sincronicità – a leggere un libro su Erodoto proprio nei giorni in cui la Grecia viene chiamata a pronunciarsi sul suo destino europeo. La sovrapposizione fra gli eventi non è solo colpa mia e delle mie letture: gli stessi quotidiani hanno più volte richiamato il collegamento con le guerre Persiane, con le piccole polis greche che si oppongono all’avanzata del Gran Re.

“I greci sono soliti ingaggiare guerra con la massima sconsideratezza, spinti da stoltezza e follia” afferma il generale persiano Mardonio per convincere Serse ad intraprendere la guerra che lo vedrà sconfitto.

Insomma, è parso a tutti particolarmente eroico il fatto che la Grecia si sia opposta ai diktat dei barbari Germani che venivano a imporre ulteriori regole e riforme: molti politici italiani si sono imbarcati per sostenere il No, come Lord Byron che andò a morire per l’indipendenza ellenica. (Con la piccola differenza che George una pistolettata la rischiava davvero, mentre gli italiani sono specialisti nel fare gli eroi con i referendum degli altri…)

Sarà… Ma le cose in realtà sono molto più prosaiche: parliamo di uno stato in gravissima crisi economica a cui è stato posto il quesito: “volete continuare a fare i pesantissimi sacrifici che vi sono stati imposti negli ultimi cinque anni?” Non dovrebbe stupirci la vittoria del No e del semplice buonsenso che porta con sé: la reazione della Grecia è quella di chi, dopo aver perso a poker per un’intera nottata ed essersi reso conto che non c’è speranza di recuperare, decida di rovesciare il tavolo. Il buon senso in realtà avrebbe richiesto di non sedersi nemmeno a giocare…

Io stavo leggendo di Leonida e delle Termopili e mi è sembrato tutto un po’ meno convincente. La Grecia, patria della democrazia e culla dell’Europa, di fatto si sottraeva alle regole comuni dimostrando che la via della “ribellione” può essere intrapresa da chiunque non trovi più vantaggi nel seguire le regole: alla fine dei conti, se io ho mille euro di debito sono un problema mio ma se ho un miliardo di euro di debiti sono un problema del mio creditore…

I barbari, i cattivi, adesso hanno una bella gatta da pelare e cercheranno di salvare il salvabile a fronte di una situazione economicamente insostenibile. Concordo su fatto che l’Unione Europea non debba essere solo un’unione bancaria ed economica ma fondarsi sui valori costituenti della nostra civiltà, però queste questioni di principio vanno poste, appunto, al principio, non dopo aver usufruito dei prestiti dell’unione bancaria in questione…

Sono un po’ deluso insomma che si confonda il presente con il passato raccontatoci da Erodoto: Leonida si sacrificò per il bene degli altri greci, gli ateniesi lasciarono distruggere la loro città per mettere in salvo i cittadini, i cittadini stessi rinunciarono a dividersi i proventi delle miniere d’argento per costruire la flotta che poi avrebbe sconfitto il Gran Re…

Anche oggi la Grecia è riuscita a dimostrare che in fondo il Re non fa così paura e che l’Europa è più un ideale di chi legge Erodoto che non un matrimonio che funziona a furia di parametri fiscali.

Cosa succederà adesso non lo sa nessuno, per quanto tutti si spendano nell’immaginare scenari di tutti i tipi. Forse non lo sanno per primi gli stessi greci: finché c’era un nemico comune era tutto più chiaro, finché si era ipotizzata una schiavitù economica si poteva anche ribadire la propria libertà e indipendenza. Adesso ci si rende conto che forse i barbari non verranno, che anche loro conoscono la democrazia e ne rispettano le convenzioni. Della democrazia adesso rimane la conseguenza più inevitabile: il peso della nostra libertà.

“E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi? / Era una soluzione, quella gente” (id.)

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La mia libertà

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Sono un artista / per questo mi basta / la mia libertà (F.Califano)

Molte volte ho pensato che, per produrre qualcosa di artistico, la prima condizione fosse essere libero dalla scadenza, dall’ossessione di consegnare il lavoro in tempo e/o di rispettare il vincolo contrattuale.

Vagheggiavo lo stato di Gino Paoli che, secondo la descrizione che me ne aveva dato Luca (che era capitato a casa sua per un intervento di manutenzione ad un enorme vetrata che si affacciava sul mar Ligure), pendolava fra il divano e il pianoforte – segnalati entrambi da due bicchieri contenenti un dito di whisky – a testa bassa, fermandosi ogni tanto alla tastiera a suonare le solite quattro (4!) note. Plan – plan – plan – plan: tutto il giorno. Ah, che vita beata! – pensavo io. La dedizione totale alla propria arte, la libertà assoluta di consumare il tempo fino ad essere completamente soddisfatto di quelle quattro (4!) note.

Molto spesso ho provato ad immaginare che cosa avrei fatto io della stessa libertà… Sprofondato sul divano, al mio fianco una moka da 12 e due confezioni di cornetti alla crema del Mulino Bianco, intento a guardare tutto il giorno Breaking Bad o Il trono di spade: alle mie spalle, la tastiera e la chitarra ricoperte da quattro (4!) dita di polvere.

Io, che artista non sono, probabilmente abuserei della mia libertà, mentre invece i Grandi sono proprio quelli che hanno la capacità di produrre due o tre pezzi solo per finire l’album… Chissà quante volte Vasco si è trovato a dover terminare un testo, a cercare disperatamente la rima con “me” e “perché” e non ha trovato niente di meglio che un bel vocalizzo “eeeehhh!”? Così come De André, che magari – con un po’ più di tempo – due brani come Franziska e Verdi pascoli non li avrebbe mai scritti… Oppure De Gregori, costretto a cantare i propri pezzi sempre in maniera diversa, così da poter fare uscire un disco live ogni sei mesi (nei quali magari recupera robe come Un guanto o Cercando un altro Egitto)…

Forse alla fine, l’Arte vera ha bisogno di difficoltà, di ritmi pressanti: quando hai qualcosa da dire la libertà è quasi una condizione limitante, ti toglie l’urgenza, ti rende possibilista, ti provoca ripensamenti. Avere poco tempo invece ti obbliga a dire ciò che ti sta a cuore, a dirlo in maniera efficace… e pazienza se per dirlo sono costretto a cantare anche «verdi pascolì» (con l’accento sulla “i”, come Max Pezzali, cribbio!).

La libertà dell’artista consiste già nel potere sterminato di dire delle cose e, a volte, magari delle cose si dicono solo per tenere il canale comunicativo aperto, consapevoli che – vabbé (come direbbe Vasco) – magari stavolta non avevi proprio un argomento importantissimo da toccare, però…

Allora questo post – scritto, come spesso accade, la mattina stessa della pubblicazione, a causa di una serie di casini che non sto qui a dirvi – doveva parlare proprio di questo: avevo chiesto al nostro Intransigente Webmaster di prendermi una pausa quest’estate, di non avere l’ossessione della scadenza e, magari, salutarci fino a settembre… In fin dei conti, stiamo registrando il nostro disco, stiamo pensando ad un nuovo spettacolo, abbiamo in cantiere – come sempre, del resto – almeno altri due progetti irrealizzabili: per tutte queste attività, io di solito procedo all’acquisto di un quaderno e una biro nuova e sogno giornate meditative in cui posso dedicarmi alla Creazione.

Tutto questo però non accade mai e subito mi è balzata davanti agli occhi l’immagine di me e Gino Paoli che, stesi al sole – la moka dal mio lato, il J&B dal suo – fissavamo vuotamente l’orizzonte. So già che il mio quadernino rischia fortemente di arrivare bianco fino a settembre…

Se proprio voglio giocare all’artista fino in fondo, la prima cosa da fare è rispettare le scadenze: continueremo a vederci fino a settembre per i nostri due appuntamenti mensili e pazienza se qualche volta vi beccherete cose tipo “me – te – se – cioè” …

La mia libertà – come la libertà, in fondo, di tutti quelli che rubano ore alla loro vita per dedicarsi all’estrema inutilità della musica o della scrittura – è proprio l’obbligo di dover scrivere o suonare.

(Tutto il resto è noia).

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Road Trippin’

road_trippin

L’incubo è che un giorno tutti i navigatori satellitari connessi in rete decidano insieme di creare un enorme ingorgo a croce uncinata (cioè quello in cui ogni vettura si ritrova con due vetture perpendicolari allo pneumatico anteriore destro e posteriore sinistro o viceversa) solo così, per vedere l’effetto che fa. Un baco, un terribile baco del sistema che ride sotto i baffi: un baco baffuto con la passione per gli ingorghi.

Pensavo a questa cosa la settimana scorsa quando, per andare da A a C, il mio navigatore mi suggeriva, invece di passare da B, di fare un lunghissimo giro retrogrado che da H mi avrebbe portato via via, attraversando G, F, E e D, fino alla meta prevista. Sentivo, nel silenzio dell’abitacolo, le risate virtuali del baco baffuto.

Forse il baco è una forma di autodifesa del mio navigatore, una deviazione strana della fuzzy logic per punire tutte le mie piccole ribellioni alle sue indicazioni: “Girare a destra” dice lui e io, imperterrito, che giro a sinistra… “Ricalcolo percorso…” sospira e io “Sì, sì… taci che ti ci porto io fino a C!” “Appena possibile effettuare un’inversione a U” “Anche da U vuoi farmi passare?!? Maledetto…”

Credo che le nostre piccole resistenze ai suggerimenti del navigatore provochino la sua reazione… Il navigatore è probabilmente programmato per educarci gradualmente e, quando vede che noi continuiamo imperterriti per la nostra strada, allora si vendica infilandoci in cul de sac informatici, in perdite di segnale del gps, facendo veleggiare (come mi è capitato: ed è una sensazione stranissima) la freccia che rappresenta la nostra vettura come un aereoplanino di carta sopra la cartina di pixel, cambiando i punti di vista e le prospettive.

Eppure sono state proprio queste intemperanze del mio aggeggino che mi hanno fatto capire come potevo utilizzare veramente il navigatore: vedermi sullo schermo mentre sorvolavo l’autostrada e i centri abitati mi ha dato una singolare sensazione di libertà. Non può capire il navigatore che il viaggio è esattamente questo e che noi viaggiamo principalmente con la testa.

Adesso faccio così: gli chiedo quanto tempo ci vuole per arrivare a Vladivostok. Lui calcola il percorso e mi dice che ci vorranno circa 159 ore di viaggio, dovrò pagare qualche pedaggio e probabilmente caricare la macchina su un traghetto per un breve tratto. Dopodiché parto per andare all’Esselunga con la sua voce sotto che mi dice che mi sto allontanando da Vladivostok e che la steppa si trova da un’altra parte.

“Lo so, lo so… tranquillo”… Certo che lo so che non farò mai la transiberiana in auto: però mi diverte pensarlo, mi diverte pensare che tutte queste strade che si incrociano ci porteranno alla fine in posti impensati, che la nostra immaginazione riesce a tracciare percorsi avventurosi anche nella banalità quotidiana, mi piace pensare che basterebbe un bivio imboccato al momento giusto per portarmi sulla strada di Baku o Samarcanda.

Non importa quanto tempo ci vorrà: il viaggio è una singolare inversione della vita di tutti i giorni, in cui non sempre conta che il percorso scelto sia quello più breve ed efficiente. Chissà se lo capisce il mio navigatore: adesso che l’ho programmato per Casablanca, in Marocco, mi rendo conto che la strada che percorro verso Piacenza è stranamente corretta: basterebbe uscire a Piacenza sud, deviare per Genova e poi Monaco, Barcellona, Valencia, Granada, Malaga e Gibilterra… 26 ore di viaggio e il coraggio di fare una deviazione.

Il navigatore mi segnala che invece ho deciso di proseguire verso la triste Piacenza, che anche oggi ho deciso di rimanere sul binario consueto della mia vita.

Non è un problema: si viaggia con la testa, dicevamo, e tutta la vita, in fondo, è un continuo ricalcolo del percorso.

Il viaggio di ritorno sarà per Nairobi: 9950 Km per 140 ore di percorso anche se forse mi fermerò un po’ prima.

Sei pronto, aggeggino? “Guida verso”!

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L’ottimo post

bravo

In un suo recente intervento sulla “Buona Scuola” il nostro impagabile Presidente del Consiglio ha detto che, se non altro, le polemiche sul provvedimento riportano al centro del dibattito popolare il problema della scuola. Che è un po’ come dire che la vicenda di Olindo e Rosa, quelli della strage di Erba, ha avuto il grande merito di far parlare dei problemi di buon vicinato. Tant’è: purché se ne parli.

E allora ne parlo anch’io perché, per spiegare la riforma, il nostro Premier ha fatto un video: io me lo sono guardato e, senza entrare nei particolari tecnici della legge (che – in Italia – non interessano a nessuno), vorrei fare un paio di riflessioni sulla comunicazione.

Intanto dirò che il video mi ha fatto molto ridere: Renzi, in maniche di camicia, ha spiegato la legge di fronte ad una lavagna di ardesia sbiadita, indicandone i punti principali con i gessetti colorati. Ho subito pensato che la trovata fosse una parodia… voglio dire: sarebbe come spiegare la riforma della Sanità indossando un camice bianco e tenendo al collo lo stetoscopio di plastica della dottoressa Peluche. Nessuna tecnologia, nessun ammiccamento alla modernità: la Treccani sullo sfondo (molti studenti si saranno chiesti di cosa si tratta: è la nonna di Wikipedia) e la fatica di vergare col gesso sullo sfondo imperfetto.

Insomma, sembrava un po’ come quando gli esploratori cercano di comunicare con i selvaggi e si sforzano di adottarne le inflessioni e le movenze: il tono era decisamente paternalistico e un po’ supponente. Mi sono chiesto se questo non fosse controproducente per il messaggio che si voleva passare ma poi mi sono ricordato che il Premier stava mettendo in scena la parodia di un docente e che, come tutte le parodie, ne accentuava i difetti e i tratti ridicoli.

Quella roba lì era proprio come “la Gente” (scusate: “Laggente”) vede l’insegnante: paternalistico e supponente, un po’ pieno di sé e, soprattutto, irrimediabilmente vecchio, chiuso in uno studio foderato di libri che non ha niente a che vedere con la realtà: un personaggio che ancora si impolvera di gesso mentre il resto del mondo diteggia su un touch-screen.

Questo tipo di rappresentazione avrà rassicurato i molti non-insegnanti che hanno visto il video: la legge, avranno sperato, andrà a colpire proprio questi fossili interpretati magistralmente dal nostro Presidente del Consiglio.

Chissà se qualcuno si ricorderà di aver studiato a scuola che una delle leggi della parodia e dell’ironia è proprio l’utilizzo del linguaggio dell’avversario, il riferimento al vocabolario che si intende “sgonfiare” e demolire… La scuola, in fondo, dovrebbe essere uno dei posti in cui ti danno gli strumenti per evitare le fregature.

D’altra parte, che ci si stesse muovendo su un piano “metalinguistico” era abbastanza evidente fin dal nome “Buona Scuola”: se chiami così una riforma, etichetti subito ogni obiezione come “non – Buona” e “non – buoni” coloro che vi si oppongono.

Anche questa è, in fondo, una questione di marketing e comunicazione, esattamente come se uno intitolasse un lungo e sconnesso sproloquio sul suo blog “l’ottimo post”.

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