Carta Canta

Carta canta

Carta canta

Foto di not.me.

5 giorni. E il vostro divano non sarà più lo stesso. E’ stato calcolato che per imprimere lo stampo delle vostre natiche in maniera semi-definitiva sul divano di casa vostra occorrono 5 giorni di permanenza (ovviamente su divano in pelle, previa eliminazione di brache e biancheria che potrebbero falsare l’incùbito): l’italico festivàl ci ha dato modo di testare la teoria (contrariamente al don’t try this at home che accompagnava l’articolo di Science).

Quel che segue è quindi l’ultima eco dello sciamare polemico delle varie mosche cocchiere (alternativamente critici musicali o commissari tecnici alla bisogna) a proposito di Sanremo e del suo esito: anche noi moschini, attirati dal medesimo effluvio che tanto può sugli altri, ci siamo voluti avventurare nel dire la nostra sulla kermesse.

Cominceremo dunque da Bonolis (da pronunciarsi “bonòlisse” come “chiudi er gàsse”), salvatore della patria, rianimatore della musica italiana (“carica a 200! Libera! – dottore la stiamo perdendo! – carica a 250! libera!!”), imbonitore del caffè, portavoce delle nazioni unite, uomo che, laddove volesse, potrebbe – in virtù di un eloquio che utilizza 2500 vocaboli contro i 700 di Carlo Conti – venderci qualsiasi sòla facendola passare per un’occasione imperdibile. La maestria principale del Bonolis(se) consiste in effetti nella continua e consapevole mescolanza fra alto e basso che lo rende l’unico nazional-popolare che non faccia storcere troppo il naso ad un Grasso o a un Dipollina, incantandoci quando utilizza “apotropaico” per riferirsi ad una grattata di maroni del big di turno contrappuntandolo immediatamente con un “ma che cce frega, ma che cce ‘mporta” che rassicura la portinaia che è ancora il ragazzo buono dei tempi di “Bim Bum Bam”. Un grande, niente da dire; anche se l’unico appunto che ci sentiamo di muovergli è proprio l’abuso di “laddove” come congiunzione subordinante (si veda qualche riga sopra) laddove invece si potrebbe utilizzare, anche con maggiore efficacia un “qualora” o, per non tirarsela troppo, “se invece”.

Arrivando invece alla musica, si constata tristemente che i big stonano – cazzaròla! – e di brutto, quando ormai il telespettatore si è assuefatto alle tirate di Jurman o Morgan (o Gaudi o altri) sull’emissione o sul portamento del suono. Pazienza: erano cose che fino a qualche anno fa non s’usavano, figuriamoci negli anni ’60 quando già si diceva che Patty Pravo non sapeva cantare. Ci è piaciuta però la solita canzoncina di Tricarico, così come la gastrite di Masini, gli Afterhours e pure il brano di Alexia e Lavezzi, ben scritto da un volpone quale Mogol. Uno che, per intenderci, nello stesso festival, riesce a rifilare a Pupo e compagnia un’agghiacciante tiritéra in ottonari (“caro amico sconosciuto / anch’io sono combattuto”: il metro del Signor Bonaventura). Tutto il resto è noia: l’aria di Renga (dovuta ad eccessiva ingestione di legumi?), Leali che si lamenta del figlio che non lo vuole fra i piedi (il vecchietto dove lo metto?), Albano e le sue tautologiche constatazioni sul tema portante del festival (l’amore è sempre amore).

Alla fine, con grande bruciore delle nostre natiche (dovuto all’esperimento di cui sopra, s’intende…) apprendiamo che i finalisti sono Sal Da Vinci (indimenticato interprete di O’ motorino, 1983), Povia (abbiamo atteso invano che estraesse il cartello “questo brano è una cagata pazzesca”) e Marco Carta. A quel punto vado a letto, accompagnato dalla mia Preparazione H: i giochi son fatti e rien ne va plus. Sì, perché se il criterio di selezione del vincitore è il televoto, la colpa non è di chi vince e il nostro Carta, eletto vincitore di Amici da 5 milioni di voti, gode di un credito di pubblico che gli permetterebbe, laddove (ah, de nuevo!) la democrazia evolvesse in tal senso, di diventare dittatore d’Italia. Poco importa che la canzone fosse così così, che neanche il nostro sia irresistibile quanto a intonazione e interpretazione, che il suo arcinoto timbro vocale (una pallida eco di quello di Maria De Filippi) sia risultato più appannato che su Canale 5, alla fine il suo nome risulterà scritto negli annali di Sanremo. Carta canta.

A noi non resta che la soddisfazione di aver portato a termine il nostro esperimento, di aver resistito alle 5 serate con una certa disinvoltura e, a tratti, di aver apprezzato molte cose. I giovani ad esempio: forse la convinzione che tutti i giovani vanno a ballare alle 2 di notte porta tutte le gestioni del festival a farli cantare ad orari improponibili.

Ah… ecco! la nostra l’abbiamo detta e abbiamo contribuito, seppure minimamente, al proficuo dibattito nazionale sul festival. Aspetteremo l’anno prossimo, la visita proctologica, la nostra partecipazione, per dirne tutto il bene possibile: ma che cce frega, ma che cce ‘mporta.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in posts e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...