Dagli a quel cane

Dagli a quel cane

Dagli a quel cane

Nel dialetto delle nostre parti c’è un detto che suona – tradotto – più o meno così: “si fa tanto a dire dagli a quel cane…”  E poi resta così, sospeso, nella tipica reticenza della saggezza popolare (e chi vuol capire, capisca).
Mio padre spiegava che il detto vuol dire all’incirca che se tutti dicono che bisogna picchiare un cane, tutti lo picchiano: la gente di solito fa così, si fida delle maldicenze riportate.
Cosa c’entra tutto questo? Dite che sto menando il cane? (per l’aia, s’intende…)
C’entra perché volevo dedicare l’intervento di oggi al branco di cani randagi a cui si è data la caccia nei giorni passati.
Al di là della sacrosanta solidarietà nei confronti di chi dai cani viene sbranato, ci ha colpito subito che il branco, maledetto e inafferrabile, si configurasse nelle descrizioni come una vera e propria organizzazione a delinquere, con degli obiettivi chiari ed un’altrettanto chiara gerarchia. Ci hanno detto da subito che il branco era capitanato da una cagna, quasi a sottolineare che una donna al comando è possibile solo in una sezione deviata del mondo animale.
All’improvviso è scoppiato il problema dei cani randagi e la conseguente, orchestrata, fobia collettiva. La gente ha paura di queste forze animali e misteriose che non rientrano nell’alveo della nostra civiltà: piccioni che portano malattie, cani randagi, zingari, rumeni, stupratori…
L’importante, alla fine, è che ci sia un bersaglio comune, un capro espiatorio diremmo, per prendere a prestito un’altra bestia, che si faccia carico delle nostre insicurezze, sul quale sfogare la settimanale caccia collettiva: oggi i cani, ieri i polli, l’altro ieri i cinesi e così via.
E’ evidente che la forza nemica deve essere organizzata: ci deve essere la volontà precisa di quel gruppo di essere ostile al nostro modo di vivere; “loro”, gli altri, gli animali e tutto il resto, evidentemente ce l’hanno con noi, con le nostre case e i nostri spazi, vengono a prendersi le zone oscure non illuminate dai lampioni, non segnate dalle righe dei parcheggi e non asfaltate, hanno un linguaggio, ritmi e abitudini diverse.
C’è un altro detto delle nostre parti che tradotto suona: “è come dare a un cane che caga”. Si usa quando il bersaglio è un po’ troppo facile e colpirlo è un accanimento inutile.
Ci sembra che le cose spesso vadano un po’ così.
Quello che preoccupa semmai è la gestione della paura collettiva: la sensazione è che quando ti dicono di guardare fisso fisso in una direzione forse da qualche altra parte sta succedendo qualcos’altro di importante e, magari, di più pauroso.
«Se voi avete i vostri animali inferiori contro cui lottare, noi abbiamo le nostre classi inferiori»
George Orwell, La fattoria degli animali

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