Priorità

Priorità

Priorità

Ogni tanto il cielo si ricorda che è maggio e ritorna il caldo improvviso e lo svolazzare dei pollini. Per il resto si saltella dalla primavera alla stagione dei monsoni e scosto le persiane al mattino come Martin Sheen alla vista di Saigon: “ogni mattina mi sveglio e credo di essere nella giungla”.

Ho preso a bottigliate un vecchio ieri in un bar (proprio così: ho afferrato per il collo il Ferrochina Bisleri sul suo tavolo; lo sforzo più grosso è stato scollare il fondo della bottiglia dalla superficie di fòrmica) perché l’avevo sentito dire che non ci sono più le mezze stagioni. Mi dispiace per i suoi tre amici al tavolino, ai quali ho interrotto uno scontro a briscola al meglio delle 7200 partite che durava ormai da più di due anni, ma certe cose non le posso più sentire, soprattutto io.

Siamo sempre nella mezza stagione, anzi, tutta la vita della mia generazione è una lunghissima, perenne mezza stagione. La mezza stagione è un luogo dell’anima per chi, come noi, rappresenta probabilmente il primo passo indietro rispetto alle magnifiche sorti (e progressive) di chi ci ha preceduto. Saremo i primi dal dopoguerra a stare peggio dei nostri padri: condannati alla precarietà (pardon, “flessibilità”) del lavoro, senza certezza di pensioni o jackpot almeno alla fine di tutto il giro di giostra, abbiamo tutti scelto il ripiego come dimensione esistenziale.

“Vede, so che le sembro un assicuratore ma in realtà sono un ballerino classico…”

Telefonisti laureati.

Venditori demotivati.

Nessuno convinto fino in fondo di quello che sta facendo.

Ripieghi. Compromessi. Mezze stagioni nella speranza che il tempo migliori, che – dall’alto ovviamente – arrivi un cambiamento definitivo.

Non possiamo certo venire condannati per quello che siamo. E’ stata una questione di priorità che ci ha portato qui: d’altra parte, se devi campà… La generazione prima di noi si poteva permettere lo snobismo di dire : “io, piuttosto che andare a lavorare in banca, m’ammazzo”. Noi siamo i primi che ammazzerebbero per un posto in banca. E’ una questione di priorità. Non sono anni in cui puoi fare il difficile: forse è meglio ripiegare le aspirazioni nel cassetto e aspettare… aspettare che il tempo cambi, aspettare tempi migliori, aspettare che sia troppo tardi.

A volte però mi chiedo come e quando è cominciato tutto. Se davvero il 1943 o il 1958 o il 1977 garantivano più sicurezze rispetto ad oggi, se non è forse una nostra forma mentale quella di rimanere sempre in attesa ad aspettare risposte e soluzioni che non arriveranno mai. Chi o che cosa ci ha abituato ad aspettare sempre?

Forse un giorno mi deciderò e comincerò a vivere davvero.

Per il momento però resto in attesa: non vorrei perdere la priorità acquisita.

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