Il tempo delle canzoni

Le canzoni non ancora scritte ti svolazzano attorno nei momenti più impensati, mentre passeggi o pedali in bicicletta, ti sfiorano il naso mentre sei in fila alla posta. A volte, si appoggiano sui libri quando devi finire quelle pagine per il giorno dopo, o sulla cima masticata della biro mentre stai scrivendo dell’altro. Le guardi per un po’ e, quando sembra che stiano ferme, provi anche a prenderle. Non è un’operazione delicata: devi infilzarle con uno spillone, come si fa con le farfalle, e il più delle volte scappano mentre ci provi; altre volte si rompono le ali oppure, fissate lì e non più svolazzanti, ti sembrano un po’ più brutte di quando erano in volo.

Il problema alla fine è quello lì: anche se collezioni farfalle lo sai che quella sequenza di ali bellissime spiegate in fila sul muro non è, e non potrà mai essere, il volo o la leggerezza della farfalla.

Altre volte le riguardi dopo un po’ di tempo e senti una specie di imbarazzo come di fronte a delle vecchie foto, quando pensi che avevi proprio una faccia da stupido in quella situazione o i capelli in disordine, e quasi ti dispiace che la gente veda quel lato di te. Eppure in quella foto ci sei tu, anche se adesso non sei più lo stesso e ti rendi conto che tutto quello che la gente vede di te non è altro che una sequenza di foto imprecise, leggermente mosse, che non potranno mai essere te fino in fondo.

Succede allora che le canzoni cambino nella mia testa molto velocemente, o perché inseguo quella farfalla che non sono riuscito a fermare o perché non mi riconosco più in quella foto… La gente si arrabbia a volte e mi dice che sbaglio le parole o che ho cambiato una strofa. Capisco che le canzoni non sono più mie: che c’è qualcuno che si è affezionato a quella foto e che ha dato un senso a quei contorni imprecisi che non è più il mio senso.

Qual è il tempo di una canzone? Quello in cui riesco a “catturarla”? Il momento preciso in cui viene scritta? Quello in cui continua a cambiare dentro la testa, continua a definirsi senza arrivare mai a un punto preciso? Quello in cui la gente la fa sua e la canzone va a fotografare altri ricordi, altre situazioni che non sono più tuoi?

“Qual è il tempo di questa canzone?” – mi chiede Mirco.

Stiamo cominciando a lavorare al nostro disco nuovo e abbiamo tirato fuori dal cassetto fogli con testi, accordi, abbozzi vari, e stiamo cercando di organizzare tutto il progetto… Bisogna definire una struttura dei brani, fissarli, fermare e perfezionare cose scritte in momenti diversissimi della nostra vita, brani tristi e allegri, foto di giorni di sole o di pioggia… Ed è tutto lì, che deve prendere una forma fissa per essere vista anche dagli altri.

“Oh! – mi ripete, con la chitarra in mano, il computer col metronomo acceso – “il tempo..! A che velocità va ‘sto pezzo?!”.

Vagli a spiegare adesso che ho un po’ paura a fissare queste cose, a mettere uno spillone fra le scapole di tutte le canzoni; che poi la gente se le porta via e tu vorresti dirgli che certe cose non sono proprio così, andrebbero contestualizzate, spiegate, perché vedi quel giorno…

Sorrido: “non lo so… davvero. Decidi tu come ti sembra meglio”.

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