Il mio lavoro sono io

Ci siamo ritrovati io e il pupazzo Uan – due reduci della generazione Bim Bum Bam – nella sala d’aspetto di una grande multinazionale per l’ultimo colloquio pre-assunzione. Nei test di cultura generale l’avevo stracciato ma per quanto riguarda personalità e autostima non c’è stata storia: hanno preso lui e io sono tornato ad abbellire il mio curriculum.

Siamo così, noi della generazione Bim Bum Bam: siamo gli ultimi che si sono permessi di dire “io piuttosto d’andare a lavorare in banca m’ammazzo”, salvo poi tornare frettolosamente sui nostri passi dopo essere stati scavalcati da altri come noi che invece erano disposti ad ammazzare pur di essere assunti in banca. Non abbiamo un ruolo ben definito, dato che quasi tutti sognavamo per noi qualcosa di più e di meglio rispetto a quello che siamo: d’altra parte, la generazione prima della nostra usava ancora chiamarsi con l’etichetta della professione: “Buongiorno Ragioniere” – “Buonasera Dottore”, Professore, Perito… E noi? Non posso certo farmi chiamare “Architetto” per sei mesi e poi passare ad “impiegato”, “barista”, “portatore di volantini pubblicitari a domicilio”… Chi sono?

Una volta – insomma – il lavoro definiva quello che eri mentre adesso, togliendoti la sicurezza sul lavoro, ti hanno tolto un po’ della sicurezza di essere qualcuno di preciso.

Perché alla fine il problema fondamentale è questo: che la gente non cerca solo un lavoro, ma cerca sé stessa attraverso il lavoro. Il lavoro è un mezzo quindi (non un fine!) una specie di strumento che con il tempo mi fa capire chi sono. Nel lavoro, visto così, c’è una componente di amore e dedizione che dà un senso a quella ripetitività a cui ti costringono tutti i giorni. Ecco: forse io sono il mio lavoro più impegnativo; devo capire cosa sono capace di fare, a cosa servo, quali sono le cose che mi danno soddisfazione.

Noi della generazione Bim Bum Bam, educati da Bonolis e un pupazzo, forse avevamo una visione troppo giocosa del lavoro. Sognavamo ambienti di lavoro piacevoli, dove la gente potesse mangiare se ha fame, pisciare se gli scappa, sgranchirsi le gambe o fare un pisolino se questo lo può far lavorare meglio; sognavamo un futuro in cui il progresso avrebbe diminuito i tempi di lavoro aumentandone la qualità. Personalmente pensavo anche di andare al lavoro all’interno di un esoscheletro tipo Gordian: ora mi rendo conto che questa era la cosa più verosimile fra quelle che mi immaginavo.

Il pupazzo Uan adesso mi scrive su Facebook che la ditta lo utilizza come agente di commercio all’estero: il suo aspetto lo rende un rappresentante particolarmente credibile dell’Italia sui mercati stranieri. Ha una specie di contratto a progetto ma non conta di fare questo lavoro tutta la vita: lo spettacolo gli è rimasto dentro e – come per tutti quelli della sua generazione – il lavoro è soltanto un ripiego, una taglia da pagare per la libertà.

Ecco: per noi alla fine il lavoro è diventato ciò che ci tiene lontani dalla nostra vera essenza, è il riempitivo sovrabbondante fra i pochissimi sprazzi di tempo libero che la vita ci concede; paghiamo carissime le ore d’aria che ci procuriamo con il nostro lavoro.

Nel mio curriculum c’era una frase che faceva ridere tutti: “ambisce ad un lavoro stimolante, che lo metta alla prova e gli dia adeguati riconoscimenti professionali ed economici”. Mi sembrava che “ambisce” rappresentasse bene il fatto che il lavoro serve a cercare qualcosa… Per venire incontro alle nuove esigenze del mercato però adesso l’ho cambiata: “non ambisce a nulla, perché le ambizioni sono l’anticamera della frustrazione; cerca un lavoro flessibile, perché la vita moderna richiede flessibilità, cerca un lavoro mutevole, perché il cambiamento è la base della vita, cerca un lavoro qualunque, come la persona che è destinato a diventare”.

Adesso non ride più nessuno.

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5 risposte a Il mio lavoro sono io

  1. vpetrosino ha detto:

    E’ molto giusto quello che dici, però c’è anche un piccolo lato positivo se lo guardi: l’enorme flessibilità a cui siamo soggetti, cioè il fatto di dover cambiare lavoro ogni volta che respiriamo, ci dà l’enorme possibilità di cercare la nostra strada e la nostra vocazione. Una volta nascevi e morivi ragioniere e magari nella vita avresti voluto fare altro.

    • Kabaré Voltaire ha detto:

      Grazie del commento. Hai ragione: un tempo ti sceglievi un destino e non sempre era quello che volevi… Poter cambiare è indispensabile per cercare quello che si vuole ma è diverso dall’essere obbligati a farlo: per fare un salto dovresti poter poggiare i piedi su una base solida, sapere quello che sei prima di voler essere qualcos’altro. Come dire: correre fa molto bene, ma un conto è fare dell’esercizio, un altro vivere su un tapis roulant… 🙂

      • vpetrosino ha detto:

        hai ragione anche tu, ma sai, io di mestiere faccio anche la ballerina, perciò per me stare in movimento è un’abitudine! Comunque il tuo post ha ispirato il mio post di oggi, quindi: grazie 🙂

  2. Pingback: Giovani, superficiali e occupati (a progetto) « UFO Ultima Fermata Ormai

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