Prima della pioggia

pioggia

Aprile è il più crudele dei mesi, T.S.Eliot The waste land

E anche il tempo di aprile sembrava stranamente in sintonia con quello che provavo. Sembrava che qualcuno continuasse a versare tempere grigie in un cielo che non riusciva mai a definirsi del tutto.

Camminavo a testa bassa, con i pugni nelle tasche, intento a guardarmi le punte dei piedi. E la testa bassa era ormai un’abitudine: in parte era una rassegnazione che diventava posturale e in parte era la cautela di controllare dove mettessi i piedi.

C’erano macerie e pozzanghere un po’ ovunque e, a guardare in terra, la mia testa faceva ombra ad intervalli, quando un soffio di vento spostava una nuvola per poi rimetterla al suo posto: pioggia e sole, sole e pioggia e in tutto questo c’era una strana sintonia con quello che provavo, mentre camminavo a testa bassa con i pugni nelle tasche, intento a guardarmi le punte dei piedi.

E leggevo i giornali e stringevo i pugni nelle tasche e camminavo a testa bassa. I titoli parlavano di scandali ulteriori ma tutti li leggevano a testa bassa, che è in parte una specie di rassegnazione posturale in parte il tentativo di non farsi riconoscere dietro alle pagine. Rassegnazione, si diceva, per quel bollettino medico che leggevamo sul giornale e per i rimpianti che accompagnavano l’ennesima caduta: lo si sapeva tutti, in fondo, che Tizio o Caio era un ladro o uno stupido o non era adatto a ricoprire quel ruolo, pure ci si stupiva di ricevere sempre conferme così eclatanti ai propri sospetti. E la notizia non era poi che questa gente se ne andasse (cosa che veniva fatta cadere dall’alto come una specie di favore nei confronti del popolino) ma che fosse riuscita a rimanere dov’era per tutto questo tempo, nonostante tutto.

Per tutto però c’erano attenuanti generiche: abbiamo dovuto, abbiamo creduto… Come se ci fosse la paura di restare isolati, come se si credesse, in fondo, che era meglio sbagliare in massa piuttosto che restare lì, esposti, senza nessun riparo. E io stavo a testa bassa con i pugni nelle tasche e mi guardavo le punte dei piedi.

“Ma voi”, chiedevo io allora – timidamente però, come se le parole mi fossero scappate con un colpo di tosse –  “ma voi”, chiedevo, “alla fine di che cosa avete paura?” Senza pensarci rispondevano di botto: “Del futuro”. E in effetti parlavamo al passato che poi è sempre il tempo del rimpianto alla fine dei conti, e se ti abituavi a pensare al passato anche i rimpianti diventavano abituali e facevano un po’ meno male.

“E tu?” – mi dicevano. E allora mi drizzai un po’ e forse allentai pure i pugni nelle tasche, le spalle si sollevarono un po’ e gli occhi non erano più tanto abituati a guardare sopra. Sopra, appunto, c’erano grandi nuvole grigie, come se il cielo non aspettasse che un pretesto per sfogarsi, come se tutto, tutto, fosse teso e ripiegato su se stesso e avesse le mani strette in tasca – e a stare attento potevi sentire proprio come un rombo sommesso dalla pancia delle nuvole.

“Io?…” – già, io, di cosa avevo paura, mi chiedevano – “io… forse del tempo… di questo tempo”.

E anche il tempo di aprile sembrava stranamente in sintonia con quello che provavo.

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