Anniversari

Primo Articolo Kabaré Voltaire

Après tout, c’est un monde passable (Voltaire)

 

Subito dopo il “click”, tutto quello che c’è in una fotografia è già passato. Tocca alla memoria allora – se non si è stati proprio concentrati nel momento del “click”, provare a ricostruire una specie di foto mentale che, inevitabilmente, è molto più sfocata di quella reale, distorta dalla fantasia o dalle cose che sono capitate poi.

Io, per esempio, non mi ricordo granché del nostro primo concerto.

Intanto potrei puntualizzare che non era proprio il primo concerto ma quasi il secondo. Il primo doveva tenersi un paio di mesi prima al “Festival Rock” di Langhirano (yeah!), solo che non avevamo ancora un nome e, in più, una pioggia torrenziale aveva mandato all’aria tutta la giornata di concerti. Noi ci eravamo riparati nel locale di Gianquinto a Torrechiara e lì avevamo improvvisato un concertino per parenti, morose e casuali avventori del locale. Posso solo dire che mi ero vestito uguale a come mi vedete in foto anche in quell’occasione. Se fai musica, pensavo, devi mostrarti sicuro e sciolto e io non ero né sicuro né sciolto; ma perché poi pensassi che quel maglione sformato mi avrebbe fatto sentire così è veramente un mistero. Fatto sta che questa cosa di vestirmi uguale mi è rimasta, anche dopo che quella tipa Rai a Saxa Rubra ci ha detto che eravamo vestiti “da pajacci”. Questo per dire che i vestiti non sempre aiutano.

Comunque da Quinto eravamo anonimi e qui invece avevamo un nome. Il nome l’aveva tirato fuori Marco da un fumetto di Pazienza insieme alla faccenda del bar e tutto il resto. Marco era praticamente il fondatore del gruppo e aveva un’idea molto precisa di cosa andava e cosa non andava. Devo dire che poi, la cosa del dadaismo mi aveva preso un po’ la mano e giocavamo a tirarcela con i riferimenti culturali (perché, alla fine, in Italia, se fai un po’ di supercazzola alla Battiato con i giornalisti musicali loro, nove volte su dieci, se la bevono e dicono che sei un grande artista). Era stato invece Max degli E-motu a rivelarci l’esistenza dei veri Cabaret Voltaire – quelli famosi intendo –  e noi eravamo però sicuri che non se li ricordasse nessuno e comunque “cambiamo qualche lettera al nome e provvisoriamente teniamolo così”. D’altra parte, cinque anni dopo Mimmo, il direttore artistico di Vasco, dopo aver praticamente demolito tutto il nostro lavoro, ci aveva detto: “il nome però non cambiatelo, va bene così! Mi ricorda gli Campagne Molotov!”.

E comunque a questo primo concerto (che però abbiamo detto era il secondo), si presenta una coppia credendo che si esibissero i veri Cabaret Voltaire e ci chiede se facciamo almeno delle cover loro. Al terzo brano del nostro concerto sono andati: per dire come a volte ti ricordi le cose più strane e non ti ricordi chi erano gli Champagne Molotov.

Mi ricordo per esempio che avevo molta paura ai concerti e bevevo della birra per calmarmi. Quando poi ho capito che esisteva un nesso fra la quantità di birra ingerita e il fatto che non ricordassi le parole delle canzoni, ho dovuto trovare altri sistemi per calmarmi. Pippo invece ha sempre bevuto molta birra ed è sempre stato molto tranquillo, se escludiamo quella volta che abbiamo suonato all’Esagono e mezzora prima del concerto mi fa: “be’… non hai niente da dire? chessò…una raccomandazione, un discorso”. Ecco: quello che gli ho detto quella volta lì me lo ricordo per esempio, però non c’entra niente con quello che stavamo dicendo adesso. Comunque lui è sempre stato così tranquillo che, se saltava un accordo o qualcosa del genere e tu gli chiedevi il perché, rispondeva: “perché non mi piaceva”.

Come vedrete dalla foto eravamo delle altre persone.

Nel senso che proprio c’era dell’altra gente. Intanto la Violina. E non crediate che non parli volentieri di lei. Allora la definivo “colei che ha trasformato 4 cialtroni, in 4 cialtroni e una violinista”. Aveva studiato la musica e noi no e quindi le dicevamo cose tipo: “qui c’è un pezzo che fa nananaaaaa nanaaaa” e lei lo suonava. Provateci voi se credete che sia una cosa facile, soprattutto se avete studiato musica e vi hanno insegnato a leggere della musica scritta da gente che la sa scrivere. Comunque, nonostante i pettegolezzi e tutto il resto, mi dispiace che – come si dice in questi casi – “le nostre strade si siano separate”: si vede ch’era destino. E alla fine spero che lei si ricordi la sera del primo concerto meglio di quanto non faccia io.

Nella foto non si vede Luca, che è sempre nascosto dietro alla batteria. Pensare che sarebbe quello bello del gruppo (be’ magari “bello”, no… un tipo: ma comunque dice mia nonna che “nel paese dei ciechi l’orbo è re”). Allora faceva anche i cori e le seconde voci come Phil Collins anche se a volte gli scappava qualche bacchettata al microfono. Lui però ha sempre avuto l’aria del musicista, se capite cosa intendo, e non era una questione di maglioni sformati.

Poi ci manca Mirco. Ci manca nel senso che proprio non c’era al primo concerto perché ha cominciato a suonare con noi un anno dopo, nell’ottobre del 2003. Comunque di lui non vi dovete fidare in questi casi perché non si ricorda niente e dice invece che io mi ricordo tutto. Una volta quando abbiamo suonato a Sala Baganza, nel 2009, mi ha detto “ricordati questa cosa che ti dico, perché fra un anno te la richiedo e voglio vedere se te la ricordi”. Poi lui si è scordato di chiedermela. Questo per dire che della sua memoria non ti puoi fidare.

E comunque la cosa che mi ha detto era “stronzo”.

Alla fine quindi io sarei quello che si ricorda le cose e invece proprio di quel concerto lì non mi ricordo niente. Mi rendo conto per contrasto di quello che c’era e adesso non c’è più e di quello che allora non c’era e adesso invece è molto presente: il casino della vita che è considerevolmente aumentato, le borse sotto gli occhi cresciute proporzionalmente e il numero delle medicine, nel comodino delle medicine.

E noi non siamo più quelli, perché subito dopo il “click” le cose inevitabilmente cambiano e non riesci sempre a stare lì a ricucirle con la memoria. Forse basta la musica, ecco: una piccola musichetta (quattro accordi niente di più) per riportarti in quel locale a mangiare il toast prima del concerto, a ridere insieme agli altri perché hai paura di tutto: di non ricordarti le parole, di sbagliare gli accordi, di sbagliare tempo, di rompere una corda, di sembrare ridicolo col maglione sformato.

Forse alla fine basta la Musica a rimettere insieme tanti frammenti di fotografie come fossero un’armonia, ecco, come se avessero un senso fra di loro, anche se viste singolarmente ti danno solo rabbia o nostalgia o rimpianto o…

E alla fine, dopo tanti anni che suoni, dopo tante occasioni perse e pochissime cose vinte, dopo che sei stato sul giornale e dopo che quel giornale è servito via via ad avvolgere prima uova, e poi gli escrementi del tuo gatto, forse ricordi l’unica cosa che ha sempre contato, da tenerti sempre lì, sul comodino, proprio vicino alle medicine: forse alla fine basta – ed è sempre bastata – la musica.

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