Meteoropatia

raindrops
 
Marzo: nu poco chiove
en’ato ppoco stracqua:
torna a chiovere, schiove,
ride ‘o sole cu ll’acqua.
Marzo, Salvatore di Giacomo
 

Ci sono pensieri a volte che si gonfiano in testa come certe nuvole nere e tu non puoi fare finta di niente. Si fermano lì, fra il tuo sguardo e il cielo, e non minacciano niente di buono. Allora sembra che tutto il mondo sia un po’ più piccolo, che si fermi lì – al tetto di nuvole dico – senza nessuno spiraglio o prospettiva, senza lasciarti intravvedere la luce sopra.

Mi ritrovo a sbuffare a volte, ed è una specie di vento gelido, di quelli che ti stringono nelle spalle senza un motivo, proprio adesso che il calendario dice invece che dovrei raddrizzarmi un po’, stendere di nuovo la schiena, per andare incontro alla bella stagione.

Piove a volte, piove per giorni e giorni e tutto mi sembra perfettamente naturale, per quella consonanza strana fra dentro e fuori, per quella mia strana attitudine che ormai conosci e chiami “meteoropatia”.

Forse è per questo che adesso consulti sempre le previsioni del tempo: per sapere di che umore sarò a 24, 36 o 72 ore, sapendo bene che il margine d’errore aumenta, a lungo termine, e diventa sempre più difficile sopportare questo clima.

E a volte controlliamo le previsioni del tempo come se fosse uno strumento, l’unico, per conoscere il futuro, come se in questa nostra vita, in cui un sospiro del vento si diverte a scompigliarti le carte e i progetti, ci fosse davvero un ambito di cui siamo certi.

L’unica certezza è che son sempre stato incerto: pioggia (molta) e schiarite (poche), il sole scherza con l’acqua e gioca a nascondersi, anche se a volte si abitua un po’ a restare dietro quella coperta di nuvole e lasciarmi quaggiù stretto nella solita vecchia giacca imbottita.

Tu mi conosci, ormai. E a volte ti diverti – come se io fossi marzo e tu il sole – a farmi capire che i giorni comunque passano e non potrà mica sempre esserci brutto tempo.

Stamattina, ad esempio, ho trovato il tuo ultimo messaggio proprio davanti alla tazza della colazione: un bicchierino da liquore con un dito d’acqua e quattro viole minuscole dentro, spiegazzate dal freddo eppure spuntate, chissà come, nel nostro cortile.

Che coraggio, le viole!

Erano come una carezza quando hai le guance fredde per il vento.

Come un sorriso timido, che ti trovi ad imitare senza un motivo.

foto di Jon Perry

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