Quello che posso

linus-coperta

Se hai sonno, conviene prendere un caffè.

Se il sonno persiste, puoi fare ricorso ad una serie di ritrovati – tutti quelli legali s’intende – che vanno dalla bevanda con Taurina (che si dice aumenti un po’ l’aggressività), alle pastiglie di Guaranà (ottime stimolanti della microcircolazione, aumentano però l’acidità gastrica).

Se hai dolore, puoi prendere una bustina di antidolorifico.

Se l’antidolorifico, o il Guaranà, o semplicemente l’abuso di caffè, ti hanno procurato mal di stomaco, puoi prendere una serie di cose (lansoprazolo, omeprazolo… ) che guariscono le ulcere.

Se poi ti domandi perché stai facendo tutto questo, l’unica risposta possibile è “perché lo devo fare”. Perché ormai siamo abituati così e il mito dell’efficienza non è solamente la retorica della nostra società iperproduttiva.

In un noto spot di un farmaco antinfluenzale, due amiche si incontrano al bar poco prima del cinema. Una delle due è chiaramente influenzata e l’ultima cosa che vuole fare è passare la serata al cinema (nello spot, oltretutto, piove e fa freddo). L’amica estrae la busta del prodotto miracoloso: obbliga l’altra a berlo in un tazzone d’acqua calda e questa sta subito meglio, pronta per divertirsi.

Perché nessuno ci dice: “se non ce la fai, pazienza”?

Perché nessuno ci dice: “vai a letto”?

Probabilmente il problema è che noi per primi non accetteremmo questo genere di suggerimenti: “andare a letto e rinunciare al cinema?! MAI!!”

Una volta mi capitò di essere completamente muto dieci giorni prima di un concerto. La dottoressa specialista della voce che mi aveva in cura mi prescrisse una serie di rimedi della nonna: tacere, gargarismi con aceto e sale, abluzioni fredde, mangiare miele eccetera… “Vai avanti così per un po’ – mi disse – se non  funziona ho una specie di ‘arma segreta’ che ti posso somministrare il giorno stesso del concerto e dovrebbe farti tornare la voce”.

Io ero molto scettico e due giorni prima del concerto l’ho chiamata cercando di impietosirla: in quelle condizioni non sarei mai stato in grado di cantare!

“Sento che la tua voce va già molto meglio!” – disse lei – “per sicurezza, però, sentiamoci domani e magari ti do l’arma segreta… Mi raccomando: taci, stai tranquillo e fai quello che ti ho detto di fare”.

Io volevo l’arma segreta: volevo la soluzione, il rimedio di tutti i mali, la medicina misteriosa che poteva farmi cantare bene e, chennesò, magari risultare anche più simpatico, disinvolto….

“Pronto dottoressa..?!”

“Ah, è lei! Sento che la sua voce è tornata abbastanza a posto…”

“Beh, sì… no! cioè: non sono ancora molto in forma. Ho paura di restare senza voce… Ho paura di non farcela…”

“Diciamo che soprattutto ha paura: a quello che sento ha voce sufficiente per fare un concerto dignitoso… Faccia quello che può. Non è il caso di scomodare l’arma segreta per un caso come questo!”.

Mi riattaccò in faccia e da allora non l’ho più sentita.

A volte mi viene il dubbio che l’”arma segreta”, come diceva lei, non sia mai esistita. Forse l’unica arma segreta era contenuta in quei tre consigli: “taccia, stia tranquillo e faccia quello che può”.

Ancora adesso faccio molta fatica a metterli in pratica: per ogni minima cosa che ti succede c’è un rimedio che ha un effetto collaterale per il quale però c’è un rimedio che ha un effetto collaterale per il quale però c’è un rimedio… mentre l’unica cosa veramente difficile da fare è riuscire ad accettare di fare semplicemente quello che possiamo.

Mi piacerebbe, mi piacerebbe davvero un mondo in cui si potessero dare consigli del genere: se hai sonno, dormi, se hai male, riposati, se hai un’infiammazione, aspetta che passi. Ma come si fa? A volte la gente mi chiede consigli, perché non si sente pronta, si sente inadeguata, crede di non potercela fare. La mia risposta è l’unica cosa che, in tanti anni, faccio ancora troppa fatica a mettere in pratica.

Taci, stai tranquillo e fa’ quello che puoi.

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