Macchine da paura

flintstones

a Mauro, sperando che qualcuno pubblichi il suo libro

 

Una volta un mio amico biologo mi aveva intrattenuto a lungo su alcune sue particolarissime osservazioni relative al mondo delle auto. L’amico infatti – appassionato di macchine oltreché di esseri viventi – aveva il vezzo, tutto darwiniano, di classificare anche le automobili secondo le categorie evolutive della biologia.

Mi parlava allora a lungo di come questi meccanismi si fossero evoluti, sulla falsariga degli animali, dalla essenzialissima Ford T (il cui unico scopo era quello di andare e, se possibile, senza stancarsi come un cavallo) ai pronipoti moderni sempre più sofisticati.

Io cercavo di obiettare che, se le auto veramente si fossero evolute come gli esseri viventi, allora avrebbero eliminato in questo percorso tutte le caratteristiche superflue, un po’ come è capitato per la pelliccia che forse ci ricopriva: perché, mi chiedevo, un’auto deve poter fare i 250 Km/h se questa velocità non è consentita in nessuno stato? E perché in queste stesse automobili si è scomodissimi ad entrare e si è quasi seduti in terra? O il rumore del motore è tale da coprire qualsiasi conversazione?

Mauro – l’amico biologo – sorrideva e mi diceva che le caratteristiche inutili, darwinianamente, non si conservano… Perché il pavone ha la ruota? Perché il babbuino ha quei colori brillanti in faccia? E perché i maschi dei ditteri della famiglia dei diopsidi (eh?!?) hanno gli occhi divergenti?

Semplice: selezione sessuale.

L’auto diventa un messaggio che si manda all’esterno: i colori metallizzati, le prestazioni, gli spoiler o i cerchi in lega sarebbero tutti attributi rivolti all’esterno. Forse non farai mai i 250 all’ora ma puoi farlo e la macchina testimonia la tua aggressività, il tuo status sociale, il tuo grado di benessere etc. etc.

Ripensavo a queste chiacchiere di un po’ di tempo fa mentre mi avventuravo in bici per i vicoli del centro per andare al lavoro.  Alle otto del mattino la sede stradale è quasi completamente ingombrata da automobili enormi, assolutamente sproporzionate rispetto all’ambiente nel quale si devono muovere. Il più delle volte si tratta di fuoristrada – che, muovendosi in una strada, sono evidentemente fuori posto – oppure di SUV, che dei fuoristrada sono una deriva evolutiva.

Alcuni di questi fuoristrada hanno la marmitta verticale (nel caso dovessero guadare un corso d’acqua: evento probabilissimo in centro città) oppure un piccolo argano per il traino nella parte anteriore. I SUV conservano invece le forme del fuoristrada ma ormai ne hanno abbandonato la funzione: hanno vernici lucide metallizzate e quando conservano le marce ridotte o la trazione integrale, queste cose sono delle specie di “organi vestigiali”, che non hanno più nessuna utilità: come i denti del giudizio o le ossa del coccige.

Perché? mi chiedevo. Quale può essere l’attrattiva sessuale o il messaggio che può mandare un mastodonte così goffo che, per svoltare negli stretti vicoli medievali del centro città, deve fare due o tre manovre?

Ho concluso – e di questi pensieri metto a parte voi perdigiorno e il mio amico biologo – che l’esigenza è quella della sicurezza, che oggi costituisce forse il più efficace messaggio (sessuale e non) rivolto all’esterno. Quelle macchine, le nostre macchine, servono a far tacere le nostre paure: la paura di perderci, la paura che qualcuno ci venga incontro, la paura di restare a piedi, la paura che i tripodi emergano dal sottosuolo e io debba fuggire via caricando tutta la mia famiglia… Paure recondite, ancestrali, messe a tacere da navigatori, scocche rinforzate, 7 o 8 posti a sedere… e in più schermi per il dvd, frigobar e tutto quello che può servire nel caso in cui, dopo un fall out nucleare, mi tocchi dormire in macchina.

Non so voi, ma io sono un po’ preoccupato di questo modo di vedere la vita e il mondo.

Credo che non sorriderò più tanto quando un mio amico mi dirà: “ho comprato una macchina da paura!”

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