Smetto quando voglio

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Una volta pensavo che la nascita di mia figlia mi avrebbe fatto smettere.

Poi ci sono state volte in cui mi sono dato delle scadenze: l’ultimo dell’anno del 2008 o del 2010 per esempio.

Mi ricordo una volta al telefono con Mirco: “Mi do ancora due anni – gli dissi – poi pianto lì… Non credi che uno a 35 anni debba smettere di andare in giro a suonare?”

Credo che Mirco più o meno mi abbia risposto che uno deve smettere quando non si diverte più.

Sì ma, vedi, il problema è proprio questo: alla fine non lo so se mi diverto… Vogliamo fare il conto delle ore di preparazione, dei soldi che ci abbiamo smenato in vario modo, dei chilometri, del conto della farmacia, di tutte le paranoie e i sensi di colpa che sempre mi accompagnano?

Almeno questa roba fosse diventata un lavoro vero!

E invece è sempre rimasta lì, a mezza via, proprio come la carota sospesa davanti al naso dell’asino, che almeno così potevi raccontare ai tuoi la solita mezza verità: “guarda ci sono buone possibilità stavolta… faccio questo tentativo e, se non va, smetto!”. Però poi le cose vanno, eh!, ma mai fino in fondo come dovrebbero e, dopo non molto, ti sembra di vedere in lontananza un altro miraggio di carota.

No: non mi diverto. Non mi diverto per niente!

E questa roba di scrivere canzoni poi? Non pensi che abbia ragione Homer Simpson quando dice che cantare è il modo più stupido di esprimersi? Chissà poi se la gente capisce veramente quello che vuoi dire o semplicemente fischietta o non ascolta o ha altre cose più importanti a cui pensare e stupido io che insisto a cantare, dato che ormai dovrei aver capito. Che cosa non lo so: ma ormai dovrei averlo capito.

Non lo so davvero se mi diverto e fra questi pensieri si insinua sempre la voglia di smettere.

Poi però ci sono certe serate in cui la frequenza di basso, batteria e chitarre è così intensa da farti smettere di pensare a tutte queste cose. Ci sono momenti in cui ti ritrovi dietro a un sipario, al buio, e di là ti sembra di sentire il pubblico respirare mentre tu sei quasi in apnea. Ci sono attimi – minimi e sfuggenti: sai che ci sono ma non riesci ad acchiapparli mai! – in cui senti tutte queste cose insieme, mentre la musica va e la gente sorride e tutto, tutto dico, sembra finalmente avere un senso. Sono piccolissimi fotogrammi, cosa credete?, che si perdono nelle ore e ore di gastrite… eppure a volte bastano quelli per farti capire che cosa volevano dire tutte quelle ore.

Allora capisci che, sì, ti sarebbe anche piaciuto avere successo e ai soldi ci hai pensato eccome… ma sempre subito prima o subito dopo: mai durante. Perché quel momento lì – quando scrivi una canzone o la canti o la suoni per qualcuno che la vuole ascoltare – è la ricompensa di tutto, è la cosa che ti è sempre servita.

Quanto ho intenzione di andare avanti con questa cosa?

Non lo so, sinceramente: ho capito col tempo che le bugie peggiori sono quelle che ti racconti da solo. Forse, quando sarà ora di smettere, lo capirò.

Smetto quando voglio, io.

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3 risposte a Smetto quando voglio

  1. Lamarj ha detto:

    Smetto quando voglio, io.
    Hai descritto perfettamente la situazione in cui mi trovo io adesso.
    Permettimi di dirti questo: i tuoi (vostri) testi sono unici e comunicano tanto. Trasmettete tanto quando siete su quel palcoscenico. Io, quando vado a lavorare la mattina, lascio suonare il vostro cd a tutto volume e penso “posso continuare a sognare!”. Con le Vostre canzoni voi mi regalate questa piccola ricarica.
    Non so se questo commento è utile o no. Lo volevo lasciare. Punto.

  2. Daniela de Matteis ha detto:

    I KV NON POSSONO SMETTERE
    CI SONO E TRASMETTONO ALLEGRIA
    DICI POCO?
    gastriti e quant’altro ne fanno parte, ma hai vidto, si dileguano sul palco, magia? no: sono i Kabarè Voltaire!

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