Parlare di cucina

clerici

Secondo Sabina Guzzanti è cominciato tutto all’improvviso e silenziosamente. I telegiornali – al posto delle notizie – hanno cominciato ad inserire servizi di cucina e ricette.

Io ricordo che a un certo punto Gioachino Bonsignore – un giornalista del TG5 a me noto solo per il fatto che, rispetto agli altri colleghi, spuntava di pochissimo dal tavolo di conduzione – cominciò a girare l’Italia mostrando le varie specialità locali. All’interno del tg. Come se fosse una notizia, capite?

Premetto che non sono mai stato un fulmine a capire i fenomeni (ricordo, come vedete fra parentesi, alcune mie uscite storiche tipo “a chi può mai servire un telefono che fa anche le foto?!” – chiusa parentesi) e allora mi chiesi a chi potesse mai interessare un servizio sul formaggio di fossa al posto delle vere notizie.

Gli anni successivi hanno confermato almeno un paio di cose: 1. non sono mai stato un fulmine a capire i fenomeni (vedi paragrafo precedente); 2. la gente è mediamente molto più interessata al formaggio di fossa rispetto a quelle che vengono solitamente definite “notizie”. Non a caso, i Teorici del Complotto sostengono che ci fu, almeno all’inizio, un’enorme operazione di distrazione dai reali problemi, sviando l’attenzione della gente con aria di frittura, rumore di pentole e padelle, e fumi e arrosti a profusione.

Sia come sia, è però scattato qualcosa a un certo punto nella gente. Prima è stato l’incredibile successo di vari programmi di cucina pre-Tg, il cui elemento comune è una conduttrice un filino imbranata o inadeguata che cerca di arrabattarsi seguendo consigli di chef esperti o correndo per preparare una cena nel tempo in cui, solitamente, una donna normale riesce a sfilarsi le scarpe. Poi è stata la volta dei vari format stranieri, dei boss delle torte, dei ras del soffritto, delle varie forme e succedanei di Masterchef.

Allora sì che è cominciato tutto: la gente ha cominciato a parlare di cucina. Ma non in modo normale. La gente ha cominciato a parlare di cucina come se fosse una cosa fondamentale. Seri professionisti, che prima manco ricordavano quello che s’erano scofanati la sera precedente, parlavano con trasporto della consistenza della quenelle al nero di seppia che avevano realizzato. Compassati mariti pronunciavano frasi tipo: “Cara, questo bucatini non sono male… ma l’impiattamento, cribbio!” “Hai ragione caro! Ci lavorerò su…”.

Da quel momento, i camerieri delle trattorie hanno cominciato a sentirsi squadrare da clienti ipercritici, che sbuffavano per il solito antipasto di salume evidentemente tagliato – sacrilegio! – con un’affettatrice elettrica.

In un primo tempo io – che non sono mai stato un fulmine a capire i fenomeni – pensavo che tutto questo fosse una salutare ventata di ritrovato gusto estetico e di recupero della nostra ricca cultura enogastronomica.

Poi ho realizzato qual era la realtà delle cose.

Ho visto in televisione un ingegnere – umiliato da un giudice di Masterchef per un riso non troppo “all’onda” – autoflagellarsi e dire che il riso non riuscito gli ha fatto capire di avere fallito come uomo. Ho visto casalinghe disperarsi per un piatto di spaghetti servito con macchie di sugo sul bordo. Ho visto molti mangiare la stessa merda di prima, solo che tonno in scatola + purè è diventato “Sushi all’occidentale su letto di spuma di patate”.

Tutto è diventato molto “tecnico” e molto finto.

Parlare di cucina è diventato un modo per parlare di quello che vorremmo, di illuderci che la nostra vita di tutti i giorni possa guadagnarsi una stella Michelin, di sperare che un’attività banale come quella di “fare da mangiare” alla fine possa avere un senso più alto, rappresentare una via di fuga da una realtà che non ci piace.

Forse merito qualcosa di più e il mio è soltanto un problema di impiattamento, di come mi vedono gli altri, di ingredienti non sempre scelti con cura…

Sgridami Bastianich. Sgridami per i miei piatti che non sono puliti alla perfezione, sgridami per l’amatriciana fatta con la pancetta del Lidl a cubetti, sgridami per questa vita che non è all’altezza dei miei sogni.

Almeno quando cucino, posso immaginare che tutto sia diverso, posso concedermi un piccolo sogno casalingo, consapevole che tutto quello che faccio e poi mangio farà comunque una triste fine fra un giorno o due.

E quando finisco di cucinare – così, senza un motivo – alzo le braccia al cielo e comincio ad applaudire.

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