I Kabaré vanno in galera

Salvador-Dali-The-Persistence-of-Memory

Il nostro prossimo spettacolo farà probabilmente il tutto esaurito.

Sicuramente nessuno potrà andarsene prima della fine.

E’ da un po’ di tempo che ci rassicuriamo con battutine tipo queste perché la nostra prossima esibizione avrà, in effetti, uno scenario un po’ particolare… Il 12 di aprile suoneremo dentro il carcere di San Vittore a Milano e ci esibiremo per i detenuti.

(So che a qualcuno di voi stanno venendo in mente altre battutine del tipo: “ma hanno commesso reati così gravi per avere anche questa pena aggiuntiva?” ma farò finta di non averle sentite…)

E’ una cosa un po’ strana entrare in un carcere per suonare e noi siamo molto emozionati. Non abbiamo nessuna idea di come funzionerà, nel concreto, la cosa… E se poi non piacciono le canzoni? O i monologhi? E se poi qualcuno si sente offeso per qualcosa che viene detto? Come sono le persone che sono dentro al carcere? Ridono come gli altri? Si emozioneranno come gli altri? Si emozioneranno come noi?

Alla fine poi, la cosa che più spesso viene fuori quando si parla di questa cosa è: “bello ma… perché?!” Ecco, di preciso preciso, il perché non lo so: in fin dei conti, penso, se mi fossi chiesto il perché tutte le volte, avrei fatto circa un terzo dei concerti che ho fatto. Non c’è un motivo preciso anche solo nel fatto che uno va in giro a suonare le sue canzoncine.

La cosa straordinaria però è quando qualcuno le ascolta. Allora, come ho ripetuto in più d’un’occasione, quella roba senza senso d’andare in giro a suonare trova immediatamente il suo “perché”.

Le canzoni fanno bella la vita: fanno bella la vita di chi le suona e, in casi eccezionali, fanno bella la vita anche di qualcuno di quelli che le ascoltano.

Portare le nostre canzoni in un carcere mi sembra un gesto bello come quello di chi ti porta un mazzo di fiori in ospedale. Non è che il malato si mette lì a dire: “Perché mi hai portato i fiori? Credi che mi facciano stare meglio? Pensi che i fiori facciano guarire? Ti sembro uno che ha tempo da dedicare ai fiori?” E’ ovvio – è ovvio – che si tratta di una roba inutile e senza senso ma è un gesto di gentilezza e la gentilezza è una cosa umana.

Ora, non sempre le carceri sono luoghi umani e a me piace molto l’idea di portare lì dentro un mazzo di canzoni. Una specie di “come va?” senza troppe pretese, un gesto di cortesia senza tanti pregiudizi, una gentilezza, insomma, fatta nei confronti di chi spesso si tende ad ignorare, infilato com’è in una “zona buia” di cui la nostra società non si occupa.

Certo non ce ne occuperemo noi… Entreremo in carcere alla mattina e nel primo pomeriggio saremo già fuori a darci pacche sulle spalle perché questa o quella cosa ha funzionato, a cazziarci per quello che non è andato e, soprattutto, a tornare veloci alle nostre case.

A scriverlo, ci si rende conto di quanto poco si farà.

Eppure spero che, come capita per gli inutili fiori in ospedale, qualche canzone possa restare lì, appoggiata al davanzale, a fare stare meglio qualcuno anche solo per qualche ora.

(Vi racconterò com’è andata nel post del 27 aprile… A presto!)

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