Sei ore a San Vittore

sei ore a san vittore

Alla fine, dalle 11 e un po’ del mattino alle 3 e qualcosa di pomeriggio sono circa sei ore. Tutto qui.

Il tempo più lungo è quello per entrare: devi mostrare un documento, aspettare di venire riconosciuto, chiudere il cellulare spento in un armadietto, aspettare, passare le tue cose sotto il metal detector, aspettare, passare tu sotto il metal detector, aspettare. Soprattutto ci si abitua ad aspettare. Il tempo non sembra avere molta importanza quando si entra a San Vittore e sei ore possono sembrare un’eternità.

Dopo un po’ che aspetti qualcuno ti viene a prendere e ti porta dentro. Allora passi in tutti i corridoi: alcuni ti portano in ambienti ottocenteschi, con i cancelloni di ferro che arrivano fino al soffitto altissimo; altri si abbassano su pavimenti di linoleum, che ti portano fino al corpo centrale dei raggi che si dividono. Il nostro è il terzo raggio. Aspettare, poi altri corridoi. Ma in questi però ci sono anche loro.

Si accorgono subito che sei fuori posto mentre loro sono esattamente come te li aspetti: canottiere su braccia gonfie e tatuate, molti stranieri, pochi i sorrisi, anche se qualche sudamericano chiede informazioni sugli strumenti musicali.

Quando ci mettiamo a montare tutto incontriamo Andrea, incazzatissimo perché abbiamo messo le mani sulla sua attrezzatura. Sono quattro anni ormai che è dentro per colpa di una rissa capitata nel giorno sbagliato e si vede subito che è uno di quelli che è meglio non fare arrabbiare. Lui è il responsabile dell’attrezzatura musicale e, quando vede che stiamo smontando tutto, si passa la mano sulla faccia un paio di volte e sbuffa nervosamente. Ci mettiamo un po’ a scusarci, a promettere che rimetteremo tutto a posto esattamente come l’abbiamo trovato, a farci raccontare un po’ la sua storia e convincerlo ad aiutarci.

Quando mette le mani sugli strumenti, cambia tutto: ci dice che ha fatto 21 anni di chitarra, che è deejay e produttore, ci fa sentire qualche accordo, qualche base disco che ha programmato con la tastiera. Comincia a sorridere suonando il basso, srotola un po’ di cavi, monta un po’ di attrezzatura e poi torna da noi e ci stringe la mano: si scusa se prima era arrabbiato, dice che a volte perde un po’ il controllo, come quella sera che ha aperto la testa al tizio che l’ha provocato.

“La musica unisce” conclude.

E’ una frase che detta fuori da qui è talmente trita da non voler dire più niente ma la cosa strana di questo posto è che tutte le cose che dici sono un po’ più vere. Le persone sembrano non avere filtri perché non hanno motivo per essere fintamente gentili o non dirti esattamente quello che pensano.

Così, quando comincia il nostro spettacolo, un po’ di timore ce l’abbiamo. I ragazzi infatti sembrano divertirsi ma non sono un pubblico tradizionale: intervengono, commentano quello che gli piace o quello che li fa ridere, parlano con noi mentre stiamo recitando o suonando.

Tutto un po’ più vero. E quando racconti la storia del migrante vedi qualche africano annuire, quando parli degli errori che fanno le persone, quando parli di vari tipi di disperazione, di abbruttimento, quando racconti di videopoker o di alcolismo, capisci che loro sanno benissimo di cosa stai parlando e che le cose che dici non sono solo un modo per far sorridere o per far rima in una canzone.

Forse anche gli applausi, allora, sono un po’ più veri, perché qui non si regala niente. Ci accorgiamo che è finito lo spettacolo perché qualcuno dei ragazzi, ballando, è arrivato fino da noi a farci i complimenti. D’altra parte, qui non si ha la sensazione del tempo che passa: siamo in un corridoio seminterrato e senza finestre, illuminati dalla luce dei neon.

Che ore saranno? Da quanto tempo siamo qui dentro?

I ragazzi stessi devono mettere via le sedie e pulire il corridoio: è un’operazione che avviene in pochissimi minuti al cenno della guardia. Il tempo di togliermi la cravatta e il corridoio è vuoto, come se non fosse successo niente. Durante le pulizie sparisce anche la mia maschera (questa qui per intenderci) ma non la trovo in nessun cestino dei rifiuti.

Ripercorriamo al contrario il cammino dei corridoi. Ogni cinquanta metri ci fermiamo a un cancello e ci voltiamo a salutare la guardia. La guardia, al terzo “grazie e arrivederci!” che le rivolgiamo, ci spiega che nessuno può uscire da solo e quindi verrà con noi fino alla porta principale.

Alla porta principale, ripetiamo tutti i riti dell’ingresso e siamo fuori. Abbiamo il sole in faccia e la giornata ha un bellissimo profumo di primavera. A guardarci, siamo tutti un po’ sollevati che il tempo e lo spazio ricomincino a muoversi, che si possano fare dei percorsi lineari superiori ai cinquanta metri, che si abbia chiaramente la percezione dei minuti che scorrono.

Sono passate solo sei ore e non ho assolutamente idea di cosa voglia dire passarci tre anni.

“Ti rendi conto?” – mi dice Marcello – “ti rendi conto che si sono messi a ridere? Secondo me sono le persone che hanno meno voglia di ridere…”

Già. Eppure “la musica unisce” e hanno riso e ballato. Chissà se si ricorderanno di noi o se abbiamo cambiato soltanto qualche ora in una sequenza di giorni tutti uguali.

Mi piace pensare che un nostro sorriso sia rimasto lì, a San Vittore, e che magari, in qualche cella, sia rimasta la nostra maschera a ricordarglielo.

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