Perdere gli autobus

bianconiglio

Poi alla fine arriva maggio, così all’improvviso, con quel profumo di tigli che sembra consolarti di tutto mentre cammini, così come sempre, un sabato mattina che non hai voglia di far niente.

Le botteghe sono piene di signore di fretta e fra loro mi mescolo anch’io, che invece ho dormito fino a tardi e semplicemente sono uscito a far la spesa nell’ultima mezzora disponibile.

Alla fermata dell’autobus ci sono due ragazzi che si baciano.

Lui è un brufoloso che, preso da solo, rappresenta tutto quello che si può detestare in un adolescente – tipo le brache calate o il berretto storto da rapper de noantri – eppure le accarezza la faccia come se non ci fosse nient’altro al mondo da fare.

Lei è piccoletta e sta aspettando l’autobus, però non sta girata verso la strada ma verso di lui.

Ridono e si baciano e non guardano la strada.

Io però guardo loro, con la mia borsa della spesa e tutto e non posso fare a meno di notare che continuano a passare autobus. E mi viene un po’ d’ansia. Ma come?! Chissà da quanto sono lì ad aspettare… E gli autobus continuano a passare e a quest’ora lei avrebbe potuto essere…

E gli autobus continuano a passare e qualcosa dentro di me continua a dire che nella vita non bisogna perdere gli autobus perché adesso passa quello giusto e quello dopo non è detto che lo sia. Perché, insomma, quando invecchi impari che non si può perdere tempo, perché il tempo mica è infinito e gli autobus alla fine sono tante piccole occasioni e bisogna essere sempre pronti lì – zac! – a prendere al volo quello che arriva e spostarsi e mica stare lì imbambolati…

Eppure mi ritrovo a sorridere e sembro un vecchio guardone che fissa i due ragazzi che si baciano.

(Perché alla fine, forse, la giovinezza è tutta in questo sprecare tempo e occasioni. Che importanza possono avere queste cose quando si è immortali?)

Loro non hanno nessuna fretta e, adesso, neanche io. Tutto il tempo per loro potrebbe essere questa mattina di maggio, abbracciati alla fermata dell’autobus con l’odore dei tigli e tutto il resto, in mezzo a un sacco di gente che passa per i fatti suoi.

Voglio bene a maggio e da sempre è il mio mese preferito.

E’ il mese che mi ricorda, con il suo eccesso di primavera, la divina indifferenza della gioventù: cosa vuol dire stare abbracciati in mezzo al resto del mondo, baciarsi su una panchina del parco, camminare insieme senza una meta precisa, ridere forte anche se ci sono altre persone, avere la stessa arroganza, e insieme la stessa innocenza, di un fiore un po’ troppo profumato e colorato.

E’ il mese che ha insegnato anche a me, un po’ di tempo fa, il lusso di perdere gli autobus, perché tanto non ti potrebbero portare in nessun altro posto che ti interessi.

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