Dove le parole non arrivano

heart

A volte mi capita di trovare in casa dei biglietti colorati prodotti da mia figlia. Sopra ci sono scritte cose tipo “I nomi delle mie bambole” o “Cose che devo fare oggi pomeriggio” o “Quello che mi piacerebbe fare domenica”. Sono liste molto precise, redatte con molta cura. Ogni tanto ne trovo qualcuna e sorrido perché mi chiedo cosa la spinga a mettere per iscritto quasi tutto, quello che le piace o non le piace o tutti i suoi progetti. Forse, mi dico, è una forma di fiducia incondizionata nella scrittura, come se una cosa, per il solo fatto di essere scritta – diremmo “nero su bianco” – diventasse vera.

Probabilmente per gli adulti non è così: ci siamo un po’ ubriacati di parole e a volte ci rendiamo conto che quello che scriviamo è solo un guscio vuoto. Proprio così: ci scambiamo scatole vuote e dentro non solo non c’è quello che pensiamo, ma nemmeno crediamo che una cosa – per il solo fatto di essere scritta – possa mai diventare vera: “Vediamoci presto”, “mi manchi tanto”, “un abbraccio”. Ormai sappiamo che è un gioco ed è molto facile consegnare ad un altro una scatola vuota, magari con scritto sopra “ti voglio bene”, perché si tratta di una cosa leggera, dentro non c’è il peso di tutto quello che quella scritta implica.

Tutto questo è un po’ frustrante e mi sono trovato a fare questa esperienza molto di recente. Cosa si può dire ad una persona che ha subito un grande dolore (e quando dico “dolore” intendo proprio tutto quello che accade là fuori, nel mondo reale, e che va al di là della semplice parola “dolore”)? Forse cose tipo “ti sono vicino” o “conta su di me” corrono il rischio di essere solo scatole vuote, uguali a quelle che consegnano tutti gli altri, che vengono accatastate lì, insieme a quelle di tutti gli altri, senza che il contenuto possa davvero consolarci.

Eppure mi piacerebbe, a volte, riuscire a mettere in quel “ti sono vicino”, tutto quello che effettivamente non riesce ad arrivare con le parole: il sorriso di una persona che non c’è più, le parole di incoraggiamento ricevute da lei, quello che ha significato la sua presenza fissa nella sedia lì davanti al palco, tutte le volte che, con una telefonata dell’ultimo minuto, ci ha provvidenzialmente consegnato un cavo una spina una presa una pila una telecamera un trasformatore… Ecco, ci si rende conto che quella scatola che stavamo usando è un po’ troppo piccola e sicuramente tutta la vita non riesce a starci dentro. Le cose devono essere ripiegate un po’, accorciate, sfrondate, adattate alla forma della scatola. Quello che arriva, alla fine, non è poi granché…

Forse sono davvero molto lontano da quel “ti sono vicino”: c’è tutto un vuoto in mezzo che non riesco neanche ad immaginare e che provo a riempire con il rumore delle parole. Mi rendo conto che a volte mi metto a scrivere sperando che le cose si sistemino da sole. Non è poi molto diverso da quello che fanno i bambini, no?, da quello scrivere compulsivo per mettere ordine, per cercare di far funzionare tutto quel che non funziona più: conto quello che c’è, metto nero su bianco le cose come dovrebbero andare, faccio liste, dettaglio progetti, sperando che tutto si avveri.

Le cose poi non funzionano quasi mai come le scrivi…

Stavolta, se vuoi, me ne starò zitto e, se ci sarà bisogno di un abbraccio, te lo darò, e se invece ci sarà bisogno di starti vicino, cercherò di farlo. Magari ci troveremo e suoneremo o berremo qualcosa e a volte potrà capitare che ti venga in mente quel sorriso e quella persona su cui facevi sempre affidamento che adesso non c’è più. Capirò che stai fissando quel vuoto e mi metterò lì a fissarlo con te senza dire niente: mi siederò vicino a te in silenzio, perché saremo nel posto dove le parole non arrivano.

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