Ricordi di scuola

blackboard

Sono seduto in un banchetto delle elementari con la sedia microscopica e non riesco a stare né dritto né appoggiato durante la riunione preliminare dei genitori della futura classe prima.

“E’ difficile stare a scuola?” – mi chiederà mia figlia. “Solo se hai le gambe troppo lunghe” – le risponderò – “ma le tue dovrebbero andare bene”.

Maestra Caterina ci parla a lungo delle prerogative della Scuola Primaria, e utilizza termini del gergo scolastico: ci dice che i nostri bimbi non avranno solo conoscenze ma dovranno sviluppare competenze e abilità. Con la fronte corrugata per la concentrazione, i genitori capiscono che “conoscenza” è sapere, ad esempio, dove si trovi Vercelli, mentre “competenza” è essere in grado di prendere un treno per Vercelli. (“Già – mi chiedo – “e l’abilità? E’ riuscire a viaggiare senza pagare il biglietto?”).

Ci viene mostrata la LIM – la Lavagna Interattiva Multimediale – che con i suoi pixel luminosi strappa un “oooh!” a qualche mamma e papà; e io penso al direttore della mia scuola elementare, il signor Burgio, che con la sua notoria austerità mostra ai miei genitori gli ultimi ritrovati della tecnica di cui è dotato l’istituto: “…e abbiamo anche una televisione: te-le-vi-sio-ne…”

Soprattutto, ci ricorda Caterina, è importante che i genitori non trasmettano ansia ai figli. Già, è proprio questo il problema: guardandomi attorno mi rendo conto che siamo un gruppo di persone spaventate. I nostri piccini entrano nel Sistema e niente sarà più come prima: finisce la tranquillità dell’Infanzia e si entra nel mondo del Dovere, dei compiti a casa, dello stare seduti, delle consegne da rispettare… piccole mutilazioni progressive della libertà dei bambini perché si abituino sempre di più alla bruttura del nostro mondo adulto.

La scuola – diceva il poeta Jacques Prévert – è quel posto dove si entra piangendo e si esce ridendo.

Forse anche noi siamo entrati con il nostro carico d’ansia e paura e adesso, seduti in questi microbanchetti scomodissimi, stiamo pensando ai nostri piccoli che vengono inquadrati in un’ Istituzione, con il loro grembiulino-uniforme, a passare giornate grigie come quelle che ognuno di noi trascorre in ufficio o in macchina o in officina.

Mi rendo conto che la mia paura di oggi è quella che avevo al mio primo giorno di scuola, quando ho incontrato la Maestra Gina.

La maestra Gina era un donnone enorme, che incuteva rispetto e timore anche al signor Burgio: era capace di sferrare pugni fortissimi sulla cattedra che venivano percepiti anche a qualche aula di distanza. A volte, accompagnava questi colpi tremendi sibilando qualcosa che riguardava Troni e Dominazioni. La sua specialità però era il “sarùcco” [1] che non lesinava di distribuire sulle nostre capoccelle per facilitarvi l’ingresso di tabelline o forme verbali particolarmente ostiche.

Che paura, la Maestra Gina! Eppure, dopo pochi giorni, quel donnone cominciò a fare magie: ci fece scoprire la scrittura e la lettura, anche attraverso i quotidiani, ci fece intuire come era complicato il mondo fuori dalla scuola, trasformò una lampadina in un micro-sistema solare, ci fece vedere della cartoline di Vercelli e fece comparire una scatola di riso… e, tutte le volte, queste cose strappavano un “oooh!” in noi bambini e ci riempivano allo stesso tempo di soddisfazione e ulteriore curiosità.

Se ero triste, la maestra Gina mi guardava e indicava la sua guanciona con le sue unghie laccate rosse: era un cenno per farsi dare un bacio. Io mi avvicinavo e mi sfregavo contro quelle guance leggermente barbute (era un po’ come baciare mio padre) che odoravano di colonia e di quelle sigarette lunghe che fumava in corridoio.

Ero tranquillo con la maestra Gina e posso dire che tutto quello che so, in un modo o nell’altro, risale agli anni della scuola elementare, compresi il Rispetto per gli altri, il senso del Dovere, la voglia di Sapere.

Forse aveva ragione Prévert: i bambini escono dalla scuola sorridenti perché lì è successo qualcosa di magico e il mondo che vedono fuori, quello grigio del mattino, quando i genitori ansiosi li scaricano in fretta davanti all’ingresso e li abbottonano imprecando nei loro grembiuli mentre loro piagnucolano, non è più lo stesso e si è trasformato in un universo colorato e complesso, da scoprire, capire e studiare.

Sono andato a salutare Maestra Caterina augurandomi che, al di là delle tecnologie, delle competenze trasversali e del Piano Educativo Integrato, possa essere per la mia piccola quello che la Gina è stata per me: la “mamma del mattino” che mi ha spiegato come è bello sapere delle cose.

Sono uscito dalla scuola ridendo.

[1] sarùcco [sa’ruk:o, pl. sarùcchi]: nelle zone del parmense indica uno sfregamento percussivo procurato con il pugno chiuso (dal quale sporge leggermente la nocca del dito medio) sulla testa di altri. In questo caso la nocca funge da pietra focaia e la cute del cranio da materiale combustibile: non è raro infatti che il cranio prenda letteralmente fuoco in caso di s. particolarmente forti.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in posts. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...