I geni

Gino_Paoli_SIAE

Mia moglie dice che la percentuale di geni meridionali che fanno parte del mio DNA talvolta mi rende intollerante o irrispettoso delle regole. Io ribatto che la sua percentuale di geni slavi la rende talvolta particolarmente testona e incline agli alcolici.

Ovviamente sono stereotipi – e razzisti, pure – ma il problema della mia genetica avversione alle regole si è posto prepotentemente qualche giorno fa: questo resoconto è una confessione, una richiesta di conforto e, non da ultimo, una denuncia1.

Cominciamo da principio: dobbiamo fare uno spettacolo teatrale, l’incasso va in beneficenza, affittiamo un teatro e ingaggiamo un fonico. A qualche giorno dallo spettacolo, il teatro ci chiede se abbiamo il permesso della SIAE2. Mi permetto di chiedere se è strettamente necessario. Mi rispondono di sì perché “il teatro non vuole avere problemi”.

Siccome ho cominciato a fare canzonette nel secolo scorso, io sono iscritto alla SIAE. Allora si usava così: c’era il timore che qualcuno t’avrebbe fregato le canzoni sotto il naso, ci avrebbe fatto i soldi e sarebbe passato spernacchiando in Mercedes sotto le tue finestre di autore incauto. Si era abbastanza lontani dai discorsi di copyleft e Creative Commons e forse, sotto sotto, c’era anche la segreta speranza che queste canzonette sarebbero state così incredibilmente diffuse da pagarti le vacanze solo con i diritti d’autore incassati. Le cose non sono mai andate così: quello che incasso è sempre stato abbastanza simbolico e, soprattutto, una buona fetta serve a rinnovare la mia implicita ri-iscrizione annuale all’Ente.

Vabbé: mi reco abbastanza perplesso all’ufficio SIAE. «Mi dica: cosa deve fare?» – «Allora, devo fare uno spettacolo teatrale per beneficenza: lo spettacolo e le musiche le ho scritte io ma non le ho depositate. E’ tutta roba mia ma dal teatro dicono che ci vuole comunque il permesso SIAE…» – «Certo che ci vuole: a noi non importa cosa fate dell’incasso, noi non c’entriamo con quello, ma bisogna pagare per l’esibizione pubblica… Lei è iscritto alla SIAE?» – «Sì, sono iscritto come autore musicale… ma questo spettacolo è un’altra cosa e nessuno dei brani dello spettacolo è depositato…» – «Non importa! Noi dobbiamo tutelare lei come autore…» – «Tutelare da chi, scusi? Le robe le ho scritte io, le rappresento io…» – «Noi dobbiamo tutelare il diritto d’autore: lei percepirà un compenso per le cose che ha scritto…» – «No, io percepirei un compenso ma, dato che i brani non sono depositati, se anche compilassi un borderò3, sarebbe inutile… sarebbe come se scrivessi titoli inventati!» – «E perché dovrebbe inventare i titoli?» – «Ma era un esempio!! E’ per dire che i brani NON sono depositati e quindi è come se non esistessero per voi!!» – «… E perché non li ha depositati?»

Vi risparmio il resto. La scena finisce con me che esco dall’ufficio urlando “siete un ente parassitario!!” (che, come insulto, concordo con voi, è un po’ da mammoletta…). Il giorno dopo va Eugenio a ricucire i rapporti diplomatici: il permesso costa 100 € e l’ingresso deve essere obbligatoriamente a offerta – nonostante avessimo già stampato i cartelloni pubblicitari indicando il prezzo di entrata – altrimenti ne paghiamo 180. Si vedrà poi se dobbiamo pagare altro dopo lo spettacolo. “Non possiamo fare altrimenti” – dice Eugenio – “oltretutto dicono che la SIAE è in crisi e non molla su niente. Poi considera che il presidente è Gino Paoli che è genovese…” Dico a Eugenio di non usare stereotipi potenzialmente razzisti: la genetica non c’entra niente.

The show must go on: compiliamo le pratiche, mettiamo un cartello all’ingresso che spiega che l’ingresso è a offerta. Però, ripensandoci un po’, mi chiedo: il teatro è della SIAE? I brani eseguiti sono della SIAE? Il pubblico che viene ad assistere è della SIAE? Con quale diritto la SIAE si intromette in questa cosa? Se dicessimo che voi, per aprire un’attività, dovete chiedere il permesso a Don Peppino che, “per proteggervi”, vi fa pagare una cifra e, dopo che avete aperto, dovete versare un’altra cifra a Don Peppino altrimenti passate i guai, come chiamereste Don Peppino e la sua associazione? No, perché i miei geni meridionali hanno un nome preciso per questa cosa ma non vorrei essere fuorviato dal DNA…

Controllo un po’ la normativa e scopro che la “posizione dominante” della SIAE è garantita da una legge del 1941 (L. 633 del 22/04/1941) ma che al cap. 180 comma 4, si prevede che “la suddetta esclusività di poteri non pregiudica la facoltà spettante all’autore, ai suoi successori o agli aventi causa, di esercitare direttamente i diritti loro riconosciuti da questa legge”. Io, che non sono uomo di legge, capisco che posso delegare la SIAE a tutelare i miei diritti ma posso anche decidere di tutelarli da solo e mandarla a quel paese, soprattutto per opere che non ho depositato. Ma allora, perché tutti i locali in cui ho suonato hanno sempre dovuto pagare la SIAE? La risposta è semplice: per abitudine. Perché altrimenti viene il controllore della SIAE e dà loro la multa (“Ci scusi Don Peppino! Non lo faremo più! Baciamo le mani!!”): d’altra parte noi siamo il paese in cui si pagavano inutilmente 5€ in più per fare le ricariche telefoniche, ricordate?

Ora, ripensando a tutte le volte in cui, invece di pagarmi, mi hanno offerto una birra e un panino adducendo come scusa che dovevano pagare 200€ solo di permessi e diritti, mi sale un leggero nervosismo4.

Il nervosismo aumenta dopo che Eugenio torna all’ufficio per pagare il nostro permesso: 120€, “e in più” – dice l’impiegata – “ho chiuso un occhio! Se fossi venuta a fare un’ispezione, vi avrei dovuto fare un verbale perché sui cartelloni era indicato un prezzo d’entrata…”. Sì, ok: ma non sei venuta… Ci hai controllato su internet? Non so, ma mi pare un avvertimento dal sapore vagamente donpeppinesco.

Tutta questa cosa, secondo me, non ha nessuna ragione d’essere e non credo che sia solo un’inclinazione ribellistica dei miei geni. In pratica, c’è un ente che campa sulle spalle dei gestori di locali, dei piccoli iscritti che hanno depositato tre pezzi5, di luoghi pubblici in cui avviene un’esibizione qualsiasi solo perché, per abitudine, dagli anni ’40 bisogna pagare la SIAE. “Perché?” chiediamo timidamente. “Perché sì” rispondono loro: e la gente ci crede. Praticamente dei geni.

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NOTE

Siccome questo post è un po’ tecnico, ho inserito delle note. Voi potete saltarle come avete sempre fatto nei libri.

  1. Spero, ovviamente, che la denuncia non sia nei miei confronti. Dato che so per certo che almeno quattro avvocati mi leggono, chiedo a loro un conforto non solo spirituale ma anche legale…
  2. La SIAE è la Società Italiana degli Autori ed Editori, l’ente cioè che tutela tutti quelli che producono qualche frutto del loro ingegno (musica, canzoni, testi, libri etc. etc.), sorveglia che nessuno copi queste cose o non le utilizzi per lucro personale o in pubblico senza corrispondervi un compenso. In pratica, se tu ascolti Vasco nella tua macchina lo puoi fare, ma se parcheggi e apri le portiere (e, magari, disgraziatamente, si forma un capannello di persone) devi pagare la SIAE, che poi verserà i dovuti diritti d’autore al rocker di Zocca, perché i suoi brani sono depositati alla SIAE. Bisogna poi distinguere se la gente fuori dalla macchina balla o beve (non scherzo!). Lo stesso vale per bar e palestre con la radio accesa o per la duplicazione dei dischi.
  3. Il borderò è il documento in cui vengono dichiarati i brani eseguiti e i detentori dei diritti. Io l’ho sempre compilato per i concerti in cui ho eseguito brani miei o di altri tutelati (per esempio, credo che Sergio Caputo mi debba almeno offrire un caffé…).
  4. D’altra parte penso anche a quei teatri in cui ti fanno firmare un foglio con scritto che eseguirai solo canzoni del patrimonio popolare tradizionale (per non pagare) o altri in cui ti danno un borderò pregandoti di lasciare liberi i primi tredici spazi (che poi il gestore riempirà con pezzi suoi!).
  5. Faccio notare che per ogni borderò incompleto, errato, contenente pezzi inesistenti o non tutelati, i soldi raccolti vanno – oltreché a mantenere l’ente stesso – in ordine decrescente, ai maggiori contributori SIAE, quindi gente come Franco Migliacci (ex presidente SIAE), Gino Paoli (attuale presidente SIAE) etc. etc.
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4 risposte a I geni

  1. Giacomo ha detto:

    Capisco il paradosso, ma….
    il problema sta nel fatto che a priori la SIAE non può sapere quali pezzi la band suonerà effettivamente. Stando al vostro discorso chiunque potrebbe andare e dire che suonerà pezzi propri non depositati, quando magari invece fa cover.
    Per ovviare a questo problema ci sono i controlli certo.
    Nel vostro caso avreste in effetti potuto registrare l’intera serata e dimostrare successivamente che la totalità dei pezzi suonati era non depositata.
    Ma parliamoci chiaro… quanto ci vorrebbe a piazzare dentro anche una cover o un altro brano depositato ed eventualmente non comprenderlo nella registrazione?
    E’ palese che un eventuale ispettore della SIAE non può star li tutta sera e prendere appunti per ogni brano suonato.
    Per evitare ogni tipo di problema e di “perdita” di introiti, la SIAE prende quindi una cifra forfettaria anche e specie in casi come questi.
    Ecco quindi il motivo di tale inghippo, che sembra paradossale ed ingiusto, ma forse invece è una delle poche “giustizie” che ci sono in Italia.
    Poi si può discutere sul prezzo. Perchè 100€ e non 20€, o 5.. certo, specie in caso di concerto benefico. Però il concetto regge.

    Lo stesso principio lo applicano tutte le altre collecting society del mondo.
    In realtà proprio ultimamente è stata varata una nuova normativa europea che di fatto elimina il monopolio di società come la SIAE liberalizzando quindi il mercato della raccolta di proventi da diritto d’autore.
    Ci vorrà del tempo perchè le cose si muovano, ma sicuramente se ne vedranno delle belle.

    In ogni caso ci tengo a dire che se non fosse per i diritti d’autore potremmo tranquillamente dire addio al mondo della musica professionale in Italia. I proventi da vendita di supporti sono ormai pressochè insignificanti e ad oggi le etichette e gli artisti vivono quasi esclusivamente di diritti d’autore e diritti connessi. Esatto diritti connessi.. perchè la SIAE si occupa anche di quelli. Parte di quei 120€ che avete pagato andranno anche ai produttori fonografici (le etichette in sostanza, ma non solo), ed agli artisti e interpreti (IMAIE).

    A voi poco niente?

    Bè nessuno vi obbliga a pagare 150€ annui di iscrizione alla SIAE permettendole di “campare sulle spalle dei piccole iscritti che hanno depositato 3 pezzi”. Cazzi loro a una certa.
    L’artista deve essere onesto con se stesso. Prima di pretendere che qualcosa gli sia dovuto dovrebbe prima accertarsi che quel qualcosa se lo meriti. Una volta resosi conto di non meritarselo, potrà quindi star certo che nessuno verrà a rubargli la sua grande opera, e di conseguenza capirà di non aver bisogno della SIAE.

    Ovviamente è diventato un discorso generale, non legato alla vostra situazione nella specifico.
    Troppo spesso sento storie di questo tipo da non professionisti, mentre gli addetti ai lavori altrettanto spesso ringraziano la SIAE, senza la quale probabilmente potrebbero smettere di lavorare. (Poi se funzionasse davvero magari sarebbero anche ricchi e magari tanti altri diventerebbero “addetti ai lavori”, ma siamo in Italia, il paese più bello del mondo, cosa vuoi di più.. lascia fa’ )

  2. Giacomo ha detto:

    Riguardo il punto 5 che leggo solo ora…
    detto così sembra una mega ingiustizia, ma invece ha assolutamente un suo senso.
    Trattasi del cosiddetto “calderone”.

    Gli incassi raccolti cui non capisce bene chi spettino, vengono ripartiti secondo un sistema ben preciso e credo anche pubblico. Basta chiedere, magari aspettare anni.. ma perchè non provare.
    Si parte dagli autori ed editori che nell’ultimo anno hanno incassato di più in termini di diritti d’autore. Effettivamente pensandoci un attimo è più logico e probabile che sia stata suonata l’ultima hit di Vasco, piuttosto che il pezzo sconosciuto dell’artista di serie B. Magari proprio in quel caso no.. ma si va a probabilità.
    Questo in sostanza fa si che più ha più gli spetta. Ma pensandoci chi più ha è perchè effettivamente se l’è meritato quell’ “ha” e di conseguenza anche quel “spetta”. Il Migliacci di cui parli sarà anche stato ex-presidente SIAE, ma è anche l’autore del testo di una canzoncina sconosciuta dal titolo “Nel Blu Dipinto Di Blu”, la canzone in assoluto più suonata/riprodotta nella storia. Permettetemi quindi di dire che quando c’è un borderò sbagliato o simili è più probabile che sia stata suonata questa rispetto anche di “Al Party di Giancarlo” dei Musicanti di Grema.

  3. Kabaré Voltaire ha detto:

    Caro Giacomo,
    grazie del tuo commento e grazie per aver letto con attenzione (e competenza) questo post. Il racconto è ovviamente paradossale e cerca di mettere in evidenza le contraddizioni del sistema più che di darne un quadro completo: insomma, denunciare che Pompei crolla, non significa necessariamente dire che vada abolita la Sovrintendenza ai Beni Artistici.
    Non mi metto quindi a discutere sulla legittimità o meno del diritto d’autore: c’è un dibattito molto acceso su questo tema e io (iscritto alla SIAE) non ho una posizione precisa o le idee molto chiare. Nel caso, puoi leggere “Content” di Cary Doctorow che, ovviamente, puoi scaricare gratis in rete.
    Il paradosso però consiste nel fatto che la mia situazione è proprio quella che tu descrivi alla fine del tuo primo commento: io non ritengo che nessuno si scomodi a fregarmi quel che ho scritto, non lo deposito e, nonostante ciò, sono obbligato a pagare – per abitudine – in primo luogo dai locali, poi dalla SIAE stessa che non mi dà nessuna alternativa (oltretutto obbligandomi a modificare l’ingresso al ‘mio’ spettacolo).
    Capisco che l’Ente non avrebbe la possibilità di controllare se io faccio quello che ho detto oppure se, una volta dichiarato che non farò nulla di protetto, mi metto a fare un tributo a Vasco clandestino. Nel dubbio, pagate tutti e a qualcuno arriverà quello che gli spetta. Allora forse il paradosso italiano è legato proprio al fatto che l’ottusità dell’amministrazione è direttamente proporzionale alla nostra volontà di fregarla, e che ci riteniamo autorizzati a fregare l’amministrazione perché la riconosciamo come ottusa. Se, in pratica, lo stato mi tratta da bambino monello e non da adulto, io mi autorizzo a combinare qualche marachella.
    Da ultimo, ovviamente conosco e riconosco il grandissimo contributo dato alla cultura italiana da Migliacci e Paoli: si tratta però di personaggi che hanno consolidato e acquisito i loro diritti in una società radicalmente diversa da quella attuale e l’impressione è che, a volte, la difesa di queste posizioni consolidate sia un po’ nostalgica e corporativistica, ora che il mondo – come ricordi tu – non ha più idea di cosa sia un disco.

    p.s. “Al party di Giancarlo” dei MDG mi piace molto… non trovi che sia una specie di “Samarcanda” elettro-punk? 😉

    • Giacomo ha detto:

      Pienamente d’accordo.
      Ma ora appunto con questa nuova normativa europea e l’avvento in Italia di Soundreef (e all’estero di società simili) se ne vedranno delle belle e forse per la prima volta la SIAE inizierà ad evolversi veramente e finalmente a rinnovarsi per stare al passo con il mercato e la concorrenza.
      Per esempio è paradossale che nel 2014 i borderò siano ancora cartacei ! come lo sono i programmi musicali dei film o delle trasmissioni televisive della RAI !
      voglio dire.. l’uomo è andato sulla luna ormai 45 anni fa.. o forse no?? ahah!

      Samaracanda electro punk? ahah! ho un aneddoto in proposito..
      Di norma ho grande rispetto per i classici (vedi appunto per Migliacci e la sua “Volare”),
      ma quando per la prima volta ho ascoltato Samaracanda eseguita in versione integrale live da Vecchioni ad un raduno dell’ACR (esatto acr.. 🙂 ) ho pensato:
      “ma in realtà questa canzone fa schifo! e Vecchioni suona male e forse canta anche peggio! ahah! ” vabbè tanto perchè mi è tornata in mente la situazione

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