Il mio amico Charlie

sacchi

Quelli di Charlie Hebdo erano brutti, sporchi e cattivi.

Una delle cose che non sono state, forse, a sufficienza sottolineate a proposito del barbaro episodio del 7 gennaio è che le copertine, così come molti dei contenuti del giornale satirico Charlie Hebdo, risultano, in effetti, difficilmente condivisibili e difendibili. Molte delle loro copertine, ad esempio, sono parecchio indigeste anche per gli eventuali lettori cattolici.

Questo ha generato, nella nostra Italietta sempre così attenta a non urtare la sensibilità altrui – anche e soprattutto attraverso lo strumento della satira – una serie di reazioni che potremmo riassumere con un: “be’… un po’ se la sono cercata”.

Forse questo spiega come mai, a differenza di molte altre nazioni europee, da noi non si sono viste grandi mobilitazioni di massa o manifestazioni di solidarietà con quanto accaduto: certo, sui social, nous sommes tous Charlie, ma, nei fatti, domina sempre un po’ la logica donabbondiesca secondo la quale i guai è meglio non andarseli a cercare.

Temo che, alla fine, si parlerà ancora e in maniera retorica di “difendere i nostri valori” e questi saranno rappresentati da politici in felpa che, su questa linea, condanneranno l’omosessualità come un’aberrazione contro natura oppure, forti di scorte pagate dallo stato, mangeranno provocatoriamente mortadella nei pressi di qualche moschea italiana.

Molti propaleranno le vignette di Charlie relative all’Islam, difendendo il diritto di Satira, e, probabilmente, saranno gli stessi che cacciarono Luttazzi dalla televisione italiana perché troppo volgare o irritante. (E io tra parentesi penso al mio amato Wolinski, ebreo, comunista, appassionato di vita e di f**a e alle grasse risate che si starà facendo di fronte a queste prese di posizione…).

Io credo invece che, quando parliamo di difesa dei nostri valori, dobbiamo riferirci a tutta una serie di cosucce che ci sono costate tempo e fatica come la Democrazia, la Tolleranza, la Libertà di Pensiero, la Libertà di Parola e la Libertà d’Espressione.

Queste cose sono entrate a far parte della nostra Cultura attraverso un percorso molto faticoso e sanguinoso fatto di cacce alle streghe, stragi di ugonotti, roghi di intellettuali, inquisizione spagnola, massacri di ebrei e zingari. Faticosamente, ripeto, e ad un prezzo molto alto, ci siamo conquistati quei “valori” che hanno permesso ad una rivista come Charlie Hebdo, così come a chiunque altro volesse, di esprimere la propria opinione liberamente, provocatoriamente, in modi o forme che possiamo non condividere ma che ci sentiamo comunque di difendere.

Il cammino che ci ha portato alla Tolleranza e alla Libertà è stato tortuoso e accidentato perché questi Valori non sono cose facili. La nostra civiltà ha subito un lunghissimo e doloroso percorso di Educazione a questi valori.

Certo, è molto più facile seguire l’istinto piuttosto che l’educazione, è molto più facile rispondere ad un pugno con un pugno, ad una provocazione con la violenza, ad un’azione insensata e violenta come quella di mercoledì con l’esclusione, l’intolleranza e la mortadella.

La nostra Storia però ci ha dato una lezione diversa e più difficile da mettere in pratica: ci ha insegnato che difendere i nostri valori non significa contrapporre, calcisticamente, uno pseudocristianesimo di facciata al fanatismo fondamentalista islamico, ma passare attraverso la Ragione e la Cultura.

L’Educazione che abbiamo ricevuto dalla nostra Storia – e che è ciò che dobbiamo preservare ad ogni costo per le generazioni future – ci ha insegnato che dobbiamo cercare di capire quello che non conosciamo e, sulle prime, ci fa paura; ci ha insegnato ad opporci agli eccessi irrazionali di ogni tipo; ci ha insegnato anche ad utilizzare la forza, se necessario, per preservare la Libertà e quei valori che sono tanto costati, ci ha insegnato a non cedere all’intolleranza, all’odio, al razzismo, alle provocazioni di ogni genere, facendo parecchi passi indietro sul nostro cammino di formazione, rinunciando alla nostra intelligenza e facendoci guidare dall’istinto.

Su quel cammino siamo stati accompagnati da Socrate, Francesco d’Assisi, Erasmo da Rotterdam, Martin Lutero, Giordano Bruno, Galileo Galilei, Voltaire, Gandhi, Don Milani, Martin Luther King, Nelson Mandela… e la società imperfetta che abbiamo faticosamente costruito permette la convivenza di Musulmani, Sentinelle in piedi, Omosessuali, Salvini, Cattolici e Autori di Satira.

Forse, pensandoci razionalmente e fuori dall’emozione del momento, io non sono Charlie: quelli di Charlie Hebdo erano brutti, sporchi e cattivi e dicevano cose che facevano arrabbiare la gente di ogni credo religioso. Siamo tutti diversi da Charlie e, fortunatamente, siamo tutti diversi perché siamo il prodotto di una società pluralista in cui c’è libertà di proliferazione di idee, anche scomode.

Questa è la nostra forza, non dimentichiamocelo: non dimentichiamoci della nostra educazione.

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2 risposte a Il mio amico Charlie

  1. Lucia ha detto:

    E’ un bel post, condivisibile in massima parte, ma attenzione… la “tolleranza” non è assolutamente un “buon valore”. “Tollerare” significa “sopportare”, implica una precisa gerarchia del potere che viene esercitato, vuol dire che qualcuno ha il potere di decidere che un altro può esistere o esprimersi perché è annientata o ridotta la problematica che potrebbe sollevare, ma implica anche che quella facoltà venga revocata, che chi ha quel potere di concedere abbia anche quello di levarlo, all’occorrenza. La tolleranza non è sinonimo di parità, è esattamente il contrario. E il mondo in cui viviamo è proprio quello che ha mascherato il brutto significato di tolleranza facendolo sembrare un valore, è quel mondo europeo e occidentale che è ancora convinto di essere IL mondo, quello civile, quello buono, quello libero. Questa visione eurocentrica della cultura e della civiltà è la stessa che sosteneva l’esistenza di razze superiori e di razze inferiori, che in questo modo giustificava il suo dominio sulle altre, è la visione imperialista e razzista dell’Occidente che ci portiamo appresso da sempre, che non siamo ancora riusciti a toglierci. E questo è ben visibile nella definizione di un episodio del genere come “barbaro”, perché chi colpisce l’Occidente è straniero, è l’Altro da noi. Facciamo fatica a scovare questi meccanismi che perpetriamo inconsapevolmente anche quando siamo profondamente convinti del contrario, sono insidiosi più di altri, proprio perché si producono dentro di noi a livello sotterraneo, e immediatamente un’ottima intenzione si riscopre per nulla immacolata, ma la giustificazione ideologica del ri-produrre uno sbilanciamento di potere che è l’unico a sostenerci ancora.

    • Kabaré Voltaire ha detto:

      Grazie del tuo commento, acuto ed attento. Concordo con te su alcuni punti. Innanzitutto sul fatto che la tolleranza non sia un valore in sé e possa risultare una parola venata d’ipocrisia. Questo lo sottolineava già Pasolini, quarant’anni fa!, quando la definiva “una forma di condanna più raffinata”. Ciò non toglie che, per quanto ipocrita o talvolta esclusivamente “politicamente corretta”, la tolleranza rappresenti un primo passaggio, ancorché faticoso, per le fasi successive: il rispetto, l’accettazione e l’integrazione. Tollerare significa “sopportare” che idee diverse dalle nostre circolino liberamente: non sono obbligato a condividere quelle idee (e questo vale per le vignette di Charlie come per l’Islam) ma accetto che vi siano. Utilizzavo il termine in quest’accezione: come una forma più onesta dell’utopistico rispetto che ancora si aspetta dai tempi di Pasolini.
      “Barbaro” invece – pur avendo una motivazione probabilmente freudiana – lo riscriverei. Con quell’aggettivo indicavo in effetti ciò che è “estraneo” alla nostra Cultura, la quale – nel corso di una storia, sottolineavo, violenta e sanguinaria – è riuscita a vaccinarsi dalla logica dell’”occhio per occhio”. Barbara è una modalità di pensiero violento che noi dovremmo aver superato. Dato che il discorso era sul piano culturale, ovviamente la prospettiva è eurocentrica: questo genere di avvenimenti sollecitano la cultura, la storia e l’educazione europea che – bada bene – non è né quello che ci viene chiesto di difendere (difendiamo piuttosto il libero mercato e lo stile di vita conseguente) né quello che “esportiamo” in modo imperialistico.
      Per una prospettiva diversa, ti rimando a questo post un po’ strano (Il tempo di morire: 27 luglio 2011) scritto a cavallo fra la strage di Breivik e l’ennesima morte di un soldato italiano in Afghanistan.

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