All by my selfie

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Una delle rappresentazioni più efficaci della memoria mi è sempre sembrata quella di Harvey Keitel che – nel film Smoke, se non sbaglio – si prendeva la briga di fotografare ogni mattina alla stessa ora lo stesso angolo di strada. Ecco: allora – e sto parlando del secolo scorso – quello mi sembrava uno dei modi più efficaci per tenere traccia del passaggio del tempo, delle impercettibili differenze che, da un giorno all’altro, producono poi i cambiamenti.

Ripensavo a questa cosa osservando il moltiplicarsi di selfie, di tecniche per farsi i selfie, di attrezzi per farsi i selfie, di bocche a culo di gallina nei selfie, di sguardi concentrati (come se stessero moltiplicando a mente 327 X 872) nei selfie. In pratica, pensavo ai selfie e mi chiedevo se non fossero un modo per fermare la memoria, per poter osservare, nelle nostre gallerie multimediali piene di selfie, gli impercettibili cambiamenti, le piccolissime rughe che segnano la nostra ‘duckface’ e, forse, la nostra vita.

Chissà se davvero i nostri selfie potranno essere un archivio della nostra memoria personale, una specie di nostra storia…

E però, nel nostro selfie davanti alla Tour Eiffel, o insieme a Barbara D’Urso, o in fila dal tabaccaio, l’impressione è che, alla fine, ci si concentri sempre su un solo particolare che è, forse, il meno significativo: la nostra faccia. Voglio dire, di tutte le cose che mi aspetto che cambino, quella di cui posso prevedere i cambiamenti con il maggior grado di approssimazione è proprio la mia faccia. Alla fine quella foto è un modo di concentrarci su di noi, di tenere sott’occhio l’unica cosa che ci interessa veramente e che è la protagonista di tutti i nostri “punti di vista”.

La sequenza dei miei selfie forse potrà essere una specie di memoria, ma è solo una tessera del puzzle: perché sia una storia, anche la mia storia, manca il quadro generale.

Penso ai selfie, oggi che è il settantesimo anniversario del Giorno della Memoria, perché credo che nelle nostre derive moderne, nel nostro compulsivo accumulare dati e memorie personali, ci sia proprio il rischio profondo di non riuscire a costruire una storia, di ridurre la nostra visione delle cose a quell’unica tesserina che ci interessa: la nostra foto – tessera.

C’è il rischio, insomma, di essere un po’ soli nelle nostre micro-storie, di concentrarci solo su di noi e di essere un po’ refrattari anche agli insegnamenti della Storia – con la maiuscola – che ci viene riproposta ogni anno in questi giorni. La seconda Guerra Mondiale, l’Olocausto… sono foto sbiadite di tanto tempo fa in cui, tra l’altro, manca il soggetto che più ci interessa: la nostra faccia.

Forse, azzardo timidamente, giorno della memoria non significa solo conservare la memoria degli eventi, sfogliare un album pieno di foto sbiadite, ma cercare di ricostruire la storia, conservare i tratti del quadro generale, apprendere la lezione che eventi così insensati possono averci insegnato. Significa uscire dal nostro piccolo riquadro, riuscire ad allargare la nostra visione anche ad altri particolari che non sono solo scritti nei nostri lineamenti.

Bah… abbiate pazienza! Come al solito, confondo le cose e mescolo argomenti che non c’entrano niente gli uni con gli altri. Cosa volete che ne capisca, io, di certe cose? Pensate che, a volte, invece di selfie, dico ancora “autoscatto”…

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