Attenzione e Liberazione

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“Come andiamo?” – chiedo all’amico che non vedo da un po’ di tempo.

“Resistiamo” – mi fa lui, e io non posso evitare di sorridere mentre me lo immagino – complice l’atmosfera di questi giorni – sulle balze dell’Appennino col moschetto a tracolla, nonostante il trench e la borsa d’avvocato.

La resistenza di cui mi parla lui, però, è quella che quotidianamente esercitiamo per riuscire ad andare per la nostra strada, badare ai nostri interessi, non farci fagocitare più di tanto dalle cose che ci circondano.

A volte mi chiedo se la nostra resistenza quotidiana non sia altro che una forma iper-raffinata di indifferenza e rimango molto colpito quando penso a come settant’anni fa un avvocato appunto, o un insegnante o un meccanico o uno studente, potessero decidere di averne avuto abbastanza e ritirarsi in montagna a sparare a delle persone, a combattere per quello che a loro sembrava giusto.

Mio nonno mi diceva che bisognava trovarsi in quella situazione, che in effetti non si poteva fare altro e pure lui, che era un soldato fascista sorpreso dall’8 settembre, si era ritrovato un po’ perplesso in montagna a minare i ponti su cui transitavano i tedeschi.

Già, “non si poteva fare altro”: e mi stupisco di come invece oggi abbiamo un sacco di altre cose da fare, molto più importanti.

Allora può capitare che muoiano centinaia di disperati nel canale di Sicilia proprio a ridosso della nostra festa della Liberazione, persone che cercavano una loro forma di libertà e lottavano, a modo loro, per una vita migliore, e l’”unanime cordoglio” possa essere espresso e metabolizzato nel giro di 48 ore. Può capitare anche di trovare persone che irridono a quella tragedia, persone che invocano nuove forme d’ordine, dai rastrellamenti in mare alle ruspe nei campi rom. Può capitare che si tolleri tranquillamente che, proprio i rom ad esempio, vivano in ghetti lontani dalla nostra vista. Può capitare che ogni forma di revisionismo venga legittimata, come se la parola ‘liberazione’ fosse inquinata da sovrastrutture politiche e non sia stata invece il denominatore comune che ha fatto combattere dalla stessa parte comunisti, cattolici, socialisti e monarchici. Può capitare che ci venga a noia sentirci ripetere tutti gli anni che ci sono state delle persone che sono morte per consentirci di vivere in uno stato libero e che, insomma, non c’è bisogno di ripetercela tutti gli anni questa storia della Resistenza….

Tutte queste cose possono capitare e capitano, proprio perché non stiamo attenti o, meglio, siamo distratti da un sacco di altre cose.

Credo invece che la cosa su cui occorre riflettere tutti gli anni, quando si celebra la Liberazione, sia proprio l’attenzione. Attenzione per le cose veramente importanti, quelle sulle quali non siamo disposti a scendere a compromessi: valori come la Libertà, la Dignità delle persone, la Vita. Se siamo attenti a queste cose allora sì che, quando le vediamo in pericolo, “non abbiamo altro da fare” che preservarle.

Il contrario dell’attenzione è l’indifferenza, che è il terreno su cui proliferano i piccoli e grandi soprusi, i piccoli e grandi spostamenti della nostra sensibilità.

“Quanti sono morti questa volta? 900? Però… è una bella cifra… certo che se non si mettevano per mare….”

“Adesso che sono radunati nei loro campi, dovremmo raccoglierli, espellerli dall’Italia e al posto delle loro baracche costruire dei parcheggi, che c’è tanto bisogno…”

“Perché c’è il centro bloccato oggi? Ancora quei vecchi che sfilano? Ma non l’hanno capita che il comunismo è morto? Almeno l’Esselunga è aperta oggi…?”

 

“Come andiamo?” – “Resistiamo” ma ognuno per sé, ognuno insensibile o indifferente a quello che capita intorno, ognuno assorbito da un sacco di cose molto più importanti da fare.

Ecco, mentre festeggiamo la Liberazione forse dovremo cercare di fare attenzione: attenzione a riconoscere un terreno comune – chiamatela Patria, ideale o reale – di valori e convinzioni da difendere dalla quale non siamo disposti a retrocedere.

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