L’insostenibile leggerezza

nuvola

Il “Rat Park” era una specie di paradiso per i topi: un sacco di formaggio, tunnel da percorrere ed esplorare, un sacco di amici topi con cui condividere esperienze e, secondo l’usanza tipica dei topi, riprodursi a ritmi forsennati. Il “Rat Park” era la seconda fase di un esperimento, condotto negli anni ’70, dal prof. Bruce K. Alexander.

Alexander lavorava sulla droga e sulle dipendenze e aveva già condotto l’esperimento classico: metti un topo in una gabbia con due distributori d’acqua, uno di acqua normale e uno di acqua contenente sostanze derivate dalla morfina, e, tempo un paio di giorni, constati che il topo beve solo l’acqua con la droga: è diventato un tossicodipendente destinato a morire di overdose nelle ore successive.

Alexander si era chiesto che cosa avrebbe fatto il topo se avesse avuto delle alternative e così aveva inventato il Rat Park. Anche nel Rat Park c’erano i due distributori d’acqua, quella normale e quella “speciale”, ma i topi, che magari le assaggiavano entrambe, non diventavano dipendenti e non morivano d’overdose: preferivano l’acqua normale e continuavano a divertirsi.

Pensavo ai topi e al loro parco divertimenti un paio di settimane fa, mentre mi trovavo sulla riviera romagnola e condividevo l’autobus con due ragazzi che, mentre si recavano in discoteca, cercavano di bere più vodka all’arancia possibile per arrivare “belli carichi” ed evitare consumazioni all’interno del locale. In quegli stessi giorni, come capita ormai quasi tutti gli anni, c’era stato il solito parlamentare che proponeva di legalizzare le droghe leggere, scatenando, oltretutto, le solite polemiche.

Io, con il mio braccio appeso al tubo dell’autobus, guardavo quei ragazzi che parlavano a voce molto alta e pensavo ai topi e alle droghe e al parco di divertimenti per topi.

Mi chiedevo se, alla fine dei conti, il nostro errore non sia tutto qui: crediamo di essere in un enorme Rat Park e invece, a ben vedere, siamo in una gabbia piuttosto noiosa. Ognuno di noi ha bisogno di qualche tipo di dipendenza: i social per socializzare, l’alcool per essere disinvolti, la droga per divertirsi, gli stimolanti per essere produttivi… Forse, continuando a demonizzare soltanto le sostanze, non abbiamo puntato abbastanza l’attenzione sulla leggerezza con cui viviamo le cose: non facciamo esperienze abbastanza interessanti, abbiamo bisogno di “pomparle” con qualcos’altro.

Se vivessimo veramente le cose che facciamo, non ci sarebbe bisogno d’altro e la droga o l’alcool o la codeina o la pornografia o i centomila amici virtuali sarebbero soltanto diversivi estemporanei e non ripieghi per una vita che non ci basta. Se ci impegnassimo a rendere la nostra gabbia più vivibile e divertente, forse potrebbe essere legale anche il crack, perché tanto soltanto un imbecille preferirebbe stordirsi con una droga artificiale piuttosto che vivere veramente. Forse se il nostro sforzo fosse quello di impegnarci sulle persone, capire di cosa hanno bisogno e come potrebbero stare meglio, senza dividerli sempre in categorie come “drogati”, “alcolizzati”, “vandali”, “giovinastri”, allora potremmo cambiare lo scenario in cui ci muoviamo. Invece, passiamo sopra alle cose come se non avessimo peso e le esperienze, le amicizie, i divertimenti, scivolano sotto di noi senza lasciare traccia.

Forse – pensavo, mentre l’autobus si dirigeva verso lo scintillante e rumoroso Rat Park della riviera – non sono le droghe ad essere leggere. Siamo noi.

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2 risposte a L’insostenibile leggerezza

  1. Stop Drug ha detto:

    Ma non era Alexander lo psico dell’esperimento? Bruce K. Alexander

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