Differenze /2

Sun City

Interludio: E’ evidente che, dopo un post che era seguito dal numero 1, io ero intenzionato a scrivere anche un numero 2 che rappresenta, del primo, un risvolto forse pure troppo serio. Nel frattempo però sono successe un sacco di cose – dal mezzo milione di profughi che accoglierà la Germania, al muro ungherese, ai siriani disseminati sulle isole greche, ai treni danesi. Tutti eventi che costituiscono lo sfondo del post della volta scorsa e, in parte, di questo: le opinioni si intrecciano fra loro e di questo volevo parlare, sperando che le osservazioni generali possano riflettersi un po’ sui nostri casi particolari.

Le gated community sono un fenomeno che comincia a diffondersi negli anni ’70 del secolo scorso: si tratta delle comunità residenziali “chiuse”: villette, condomini o, comunque, unità abitative, delimitate da un muro o un cancello. Le gated community nascono negli Stati Uniti per garantire ai residenti sicurezza e, in qualche misura, uno spazio esclusivo rispetto all’esterno.

Soltanto assonante con il concetto di gated community è il “ghetto”, la comunità chiusa per eccellenza: chiusa per volontà altrui in origine (gli ebrei di Venezia furono i primi ad essere obbligati a vivere in uno spazio delimitato della città nel 1516) e portato avanti come luogo “di sicurezza” in cui gli appartenenti ad una medesima fede o razza potevano vivere insieme aiutandosi fra loro.

Alcuni pensatori e sociologi sostengono che la comunità chiusa crei una mentalità chiusa. Si creano dei “piccoli mondi” che molto spesso non hanno piena consapevolezza del vero mondo esterno: è il cosiddetto “ghetto thinking”, la mentalità della comunità chiusa, un’espressione che viene utilizzata per indicare l’assoluta inconsapevolezza che molti ebrei ebbero, durante la seconda guerra mondiale, del nazismo e della Shoah. Semplicemente, molti abitanti dei ghetti “non credevano”, “non sapevano” o – alla fine dei conti – non erano poi così interessati a quello che capitava fuori.

Quest’estate il direttore di Wired America ha fatto un esperimento che è rimbalzato diverse volte sui social: per 48 ore ha messo “mi piace” a qualsiasi post su Facebook per capire come funziona l’algoritmo dei News Feed. Le sue conclusioni sono state che il social, come molti di noi avevano già intuito, semplicemente si adegua a quello che ci piace: ci propone contenuti che rispecchiano le nostre idee e i nostri gusti, li comunica agli altri diffondendoli e ce ne riporta di simili, dandoci l’impressione, alla fine, che la maggior parte delle persone che frequentano la rete la pensino esattamente come noi.

Queste cose mi sono apparse subito collegate fra loro in maniera abbastanza sinistra e preoccupante. Anche Internet, la terra delle opportunità e dello scambio di idee, si configura per molti di noi come una gated community, una zona tranquilla e chiusa verso tutto quello che succede veramente fuori, in cui noi, ripetendo e sentendoci ripetere in maniera rassicurante le nostre idee, siamo convinti che rappresentino la visione più sensata del mondo in cui viviamo.

La rete – e forse la scia dei “mi piace” dati e ricevuti ce ne può fornire un indizio – rappresenta una forma moderna di “ghetto thinking”, la modalità di pensiero della comunità chiusa: noi siamo dentro e ci piacciamo fra di noi, gli altri sono fuori e si piacciono fra loro. Ci separano muri ideologici che, a volte, vorremmo che diventassero muri reali.

Progredire nelle nostre idee significa avere il coraggio di affrontare le differenze: aprire i cancelli della nostra comunità  – con il nostro pratino all’inglese, la piscina condominiale e i vicini che fanno footing vestiti di bianco – e dare un’occhiata fuori, anche a quello che non ci piace o ci risulta estraneo.

Leggere un giornale straniero, vedere come ci vedono da fuori, sentire blaterare qualcun altro invece dei nostri soliti politici, informarci da fonti diverse (anche sgradite, anche irritanti) potrebbero essere delle salutari occhiate fuori dal cancello.

Dare un’occhiata fuori può essere un modo per superare la paura che ci ha sempre fatto respingere ogni forma di “differenza” rispetto a quello che siamo. Forse allora potremmo anche riuscire a capire che quei muri che avevamo costruito ci avevano per troppo tempo tenuti chiusi dentro.

foto: particolare della planimetria di Sun City, Arizona

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