Il pubblico appagante

Piccione in Piazza Maggiore

Piccione in Piazza Maggiore

Forse finché canti davanti allo specchio, tenendo in mano una spazzola–microfono (e ritrovandoti, inspiegabilmente, la bocca piena di capelli), non ti poni molto il problema del pubblico.

Quando poi effettivamente sei su un palco e questo famoso “pubblico” è lì, davanti a te, con magari in mano un boccale di birra di vetro molato che potrebbe essere scagliato contro di te con conseguenze anche gravi, allora cominci a capire che quella gente lì ha la sua importanza.

Quelli che suonano vogliono tanto pubblico davanti a loro, ma tanto pubblico – secondo la mia personalissima esperienza – significa tanti boccali di birra e quindi una potenziale moltiplicazione del pericolo che corre il cantante. D’altro canto, quando hai poco pubblico, ti scende un po’ la motivazione: forse perché la solitudine ti riporta a quanto te la cantavi e te la suonavi da solo con la bocca piena di capelli e riesci a cogliere per un attimo tutta la tristezza della situazione.

Le prime volte che ho suonato in un locale vuoto sono stato in effetti molto triste. Non che mi sia capitato molte volte, per carità!, però ricordo distintamente almeno quattro concerti con forse meno di una decina di spettatori (comprensivi, ovviamente, del personale del locale).

Durante l’ultimo di questi, eravamo a Castelvetro Piacentino: ci esibivamo insieme ad AmbraMarie di X-Factor 2009, Pico Ruggeri (figlio di Enrico) e Veronica Marchi. Il locale era desolatamente e inspiegabilmente vuoto. I gestori inoltre, prevedendo un grande afflusso di pubblico, avevano tenuto il riscaldamento in modalità “Palaghiaccio”, per non farci morire di caldo durante l’esibizione.

All’ora stabilita per l’inizio del concerto, ci guardiamo fra di noi: che facciamo? suoniamo?

E lì, secondo me, è scattato qualcosa, dentro tutti intendo, perché alla fine, volenti o nolenti, eravamo tutte persone che si divertono a stare su un palco, ad inghiottire capelli o a ricevere in fronte boccali di vetro molato e quella roba lì non è condizionata dal fatto che ci siano i tuoi amici in sala.

Abbiamo suonato tutti: ogni gruppo ha ascoltato gli altri. Veronica ha fatto una versione di Personal Jesus dei Depeche Mode da pelle d’oca (e non era un effetto del riscaldamento, giuro!), Pico ha rappato con le basi che aveva sull’Ipad e AmbraMarie ha dimostrato che X-Factor poteva pure vincerlo. Io mi sono divertito moltissimo perché mi sembrava una di quelle sedute di terapia di gruppo: avevamo tutti la stessa malattia, lo stesso bisogno di suonare e ci siamo, semplicemente, aiutati a vicenda.

Quella sera lì ho capito che bastano un paio d’occhi che t’ascoltano veramente per poter fare un concerto in qualsiasi condizione. A volte mi tocca cercarli per un po’, ma alla fine ci sono sempre, fra la gente (poca o molta che sia) seduta lì davanti: per loro posso suonare tranquillo tutta la sera.

Questo fine settimana faremo una duplice data a Milano e, per noi che siamo gente di pianura e di provincia, c’è sempre un certo timore di fare flop o di non avere sufficienti spettatori. Mirco, con saggezza, mi suggerisce la tecnica di Salvini a Bologna: una platea strettissima per comprimere la gente, qualche bandierone per coprire i “buchi” di pubblico e, comunque, urlare sempre e continuamente: “Siamo in centomila!!” (anche se, fisicamente, centomila persone a Bologna non ci stanno neanche abbattendo San Petronio…).

… Non lo so se è la tattica migliore ma, se ha funzionato con Matteo, magari ci proverò anch’io. Voi intanto, se verrete, fate in modo di sedervi belli davanti e fatevi vedere: farò meno fatica a incrociare i vostri occhi e a suonare tranquillo!

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