Memorie a perdere

pescerosso

Preserve your memories / they’re all that’s left you P.Simon, Bookends

Per le celebrazioni del Giorno della Memoria ho ricevuto l’invito di un’associazione che si occupa di storia. Ci sarà un dibattito sull’Olocausto e quest’anno parteciperà un reduce di Auschwitz. Non è il primo anno che capita: di reduci dai campi ne ho sentiti già. Quest’anno però, già dall’invito, sembra trasparire una specie di strana urgenza, qualcosa del tipo “potrebbe essere una delle ultime occasioni”. Già, i reduci di Auschwitz, o degli altri campi in generale, sono sempre meno. Ragazzi che intorno ai vent’anni hanno dovuto subire il tormento della permanenza in un lager, adesso sono dei novantenni che, in molti casi, non hanno molta voglia di girare o di ripetere ancora la loro storia. La maggior parte dei sopravvissuti è già morta, un’altra buona parte sparirà nel giro di pochissimi anni.

Sono curioso di sapere che cosa succederà dopo. Forse, in parte, toccherà anche a quelli come me – a quelli insomma che oggi dicono “uff… ancora questa storia del lager e del tatuaggio con il numero e del filo spinato e del freddo e dei camini…”, perché magari se la sono sentita raccontare da sessantenni quand’erano alle elementari, da settantenni al liceo – di ripetere a loro volta la Storia com’è andata. L’avremo imparata bene? Siamo stati attenti?

Oggi, mentre scrivo queste cose nel Giorno della Memoria, mia nonna compie novant’anni. Quest’anno, forse più di tutti gli altri anni, capisco meglio cosa significa l’eventualità di non ricordare più. A volte, quando l’abbraccio e mi accorgo che ha ormai la consistenza dei passerotti, mi trovo a constatare la fragilità di tutti i ricordi, delle storie che mi ha raccontato negli anni, di quando ha avuto il tifo a otto anni, oppure di come è rimasta orfana, o di come era la guerra, oppure di quando credeva di morire alla stessa età di sua mamma… Già: a che età credeva di morire? Mi ritrovo a volte a ripassare le cose che mi ha detto e moltissime non me le ricordo. A volte gliele chiedo, qualche volta ha voglia di raccontarmele, qualche volta no. Mi accorgo però che, adesso più che mai, devo stare molto attento a quello che mi dice dice e sforzarmi di tenerlo a mente.

Qualcuno dice che viviamo in un’epoca che ha la sicurezza dello storage, dell’immagazzinamento di dati o testi o video o foto su computer, la capacità di stipare memorie al di là di qualsiasi possibilità umana: giga, tera, peta, exa, e forse è questo che ci rende poco attenti e troppo sicuri.

Qualche giorno fa però mi ha telefonato Mirco disperato: per un errore logico nel suo hard disk, ha corso il rischio di perdere più di 500 giga di dati. Fotografie, registrazioni audio, progetti di canzoni, bozze, lavori… “praticamente quello che ho fatto negli ultimi dieci anni…”.

Abbiamo parlato un po’ di questa cosa, di cosa significhi il rischio di perdere tutto quello che credevamo che fosse al sicuro. “Occorre stare attenti, ripartire i dati, salvare su più dischi, condividere le memorie…”. Ecco: mi sembrano tutte cose sacrosante da ripetersi per il Giorno della Memoria, quando ci rendiamo conto che un’intera generazione sta sparendo e con lei il ricordo di come sono andate effettivamente le cose; mi sembra che siano le stesse cose che dovremmo fare con queste persone, per il rispetto che dobbiamo alla loro Storia: stare attenti, condividere le memorie, salvarle in tanti.

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