Storie di paura

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Ieri mattina, proprio mentre stavo scrivendo un post simile a questo (anzi diremmo, proprio questo che avrebbe dovuto essere pubblicato oggi) e discettavo, un po’ come tutti in questi giorni, sulle varie storie di paura che dalla Promenade des Anglais si sono via via succedute fino ad Ansbach, mentre, dicevo, mi sforzavo di trovare un tono medio che riuscisse a ricondurre questa sensazione primordiale della paura ai binari più ragionevoli della scrittura – ché scrivere di qualcosa è sempre in qualche modo ricercarne il senso o, almeno, sforzarsi di rimettere tutto in ordine -, ecco, mentre facevo tutto questo, due terroristi islamici sono entrati in una chiesa di Saint Etienne du Rouvray e hanno sgozzato il sacerdote al grido di “Daesh” e “Allah Akbar”.

Allora mi sono mancate le parole. E non perché questo delitto fosse sostanzialmente più orribile o spietato di quelli che hanno visto bambini travolti da un camion dei gelati o ignari cittadini feriti da vari pazzi nelle città della Germania, quanto per l’ulteriore e vigliacca dose di violenza gratuita e teletrasmessa, sbandierata come un’incredibile conquista per le sorti del Califfato, filmata, rivendicata e rimbalzata sui siti ufficiali dell’IS. Un altro capitolo, in questa narrazione collettiva della paura, a cui hanno voluto dare fattivo contributo quelli che probabilmente erano solo due ragazzini socialmente pericolosi.

Sì, perché questa “radicalizzazione” – e questa è la nuova parola che i media hanno attribuito al fenomeno secondo il quale un cittadino francese o tedesco, perché di questo in sostanza si tratta, si accorge di essere islamico e magari di essere un immigrato di seconda generazione, al quale forse stanno un po’ stretti il ruolo sociale e le prospettive che lo stato, francese o tedesco che sia, gli può riservare, e decide di dedicarsi alla lotta armata in nome di uno stato fittizio distante qualche migliaio di chilometri – questa radicalizzazione, questo scendere terra-terra a contrapposizioni base che sono poi le vere radici, appunto, dell’odio, non è priva di meccanismi di sovraesposizione, in una perversione che diventa quasi una sorta di franchising della paura, in cui il primo sfigato ambisce ad inserire la sua micro-storiellina di violenza nell’orizzonte più vasto della grande Storia di Paura che ci stanno raccontando.

Righe insignificanti o noterelle a piè di pagina, i radicalizzati – coloro che poi, a voler giocare con le parole, hanno messo radici e sono cresciuti in un terreno occidentalissimo e, in linea di massima, talmente libero che gli ha concesso di coltivare anche l’idea più stupida, come ad esempio che il loro dio possa essere particolarmente soddisfatto del sangue di un vecchio prete inerme – sono alla ricerca di una platea, di loro pari o di “nemici”, alla quale gridare “ehi ragazzi! guardatemi! ci sono anch’io!”, ricercando il loro varco per entrare nella Storia, attraverso una non-guerra che è talmente velleitaria (conquisteranno mai l’Occidente sgozzando ad uno ad uno i vecchi? o uccidendo i turisti in vacanza? stiamo veramente parlando di questo?) da risultare ancora più inutile e insensata.

Ecco perché oggi mi sono rimesso a scrivere: perché questa Storia di Paura che mi stanno raccontando è assolutamente stupida e semplice e io sento il dovere di contrapporle un pensiero più complesso e una storia più articolata: perché mettere in fila delle parole è anche provare a rimettere in fila le cose come dovrebbero essere e più mi sforzo di farlo più mi rendo conto della pochezza di questa grande storiaccia mediatizzata che, con modalità oltretutto squisitamente occidentali, ci propinano dai loro siti farcita di proclami farneticanti.

Questa Storia, questo racconto della paura al quale abbiamo assistito in questi giorni, era tutta basata, a ben vedere, sulla debolezza delle vittime, sulla vigliaccheria dei carnefici, sulla scelta di situazioni di vulnerabilità, passeggiate, concerti, celebrazioni (questa cosa qui non è una guerra, santa o meno, e non ci vuole molto a vedere la pochezza, anche ideologica, che ci sta dietro): nessuno, nemmeno chi ci è voluto entrare, può essere soddisfatto di questo tipo di narrazione.

Questo è il motivo per cui oggi continuo a scrivere, aggrappandomi con più forza del solito a queste frasi complicate, cercando di dipanare questa matassa insensata della realtà con delle parole in fila, con i periodi complessi che sono quelli del ragionamento, dell’argomentazione e della dimostrazione e che rappresentano poi l’unico vero antidoto che possiedo (che possediamo, direi) nei confronti di queste storie rozze e mal raccontate: perché sono queste parole che mi hanno formato. Sono figlio di una cultura fatta di pensieri – complicati, contorti se volete – che però cercano di accumularsi in argomenti e si contrappongono alle ideuzze da quattro soldi della brutalità e della disumanità, che giocano a dividerci nelle categorie infantili dei buoni e dei cattivi, dei fedeli e degli infedeli, con l’unica forza della propria violenza e delle urla ripetute su YouTube.

Continuo a scrivere perché questa è la Storia a cui sento di appartenere.

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