Certe occasioni

Terremoto 3

“Peccato vederci sempre e soltanto in queste occasioni…”

Retorica per retorica, la prima cosa che mi viene in mente mentre scorrono sullo schermo le immagini del terremoto è proprio la frase che di solito si pronuncia ai funerali, quando improvvisamente ti ritrovi vicino un sacco di gente insospettabile che è venuta a condividere con te un pezzetto di dolore.

Peccato vederci sempre e soltanto in queste occasioni.

Di solito è la frase dei sensi di colpa: chissà dove eravamo prima e se ci saremmo potuti vedere con più calma e meno dolore, mentre invece eravamo persi chissà dove dietro ai fatti nostri.

I commenti dei primi giorni, dopo il terremoto di mercoledì mattina, riguardavano proprio la mobilitazione di buona parte della popolazione civile, pronta e disposta a dare aiuti concreti ai paesi colpiti dal sisma: dai volontari partiti per partecipare al soccorso e agli scavi, a coloro che semplicemente offrivano posti letto o cibo, o offerte a distanza. Manifestazioni sorte spontaneamente per dare una mano. È una di quelle situazioni in cui tutti sanno istintivamente cosa fare, in cui – nelle varie corsie parallele che ci vedono correre all’inseguimento delle nostre vite – andiamo tutti stranamente dalla parte giusta.

“Basta aiuti, sono troppi!” dicevano in televisione e “Siamo un grande paese”, proprio per sottolineare che, messe a tacere le polemiche inutili, siamo bravissimi ad aiutarci a vicenda.

Certo è più facile, quando succede un disastro o qualcosa di irreparabile, cogliere immediatamente cosa sarebbe giusto fare, soprattutto quando l’Inevitabile capita in testa a qualcuno e mostra la fragilità di tutti: il terremoto è la disgrazia più ingiusta e imprevedibile e rappresenta bene quella precarietà a cui tutti, volenti o nolenti, siamo appesi. Come la morte e i funerali, anche il terremoto ti fa pensare che, alla fine, nessuno è veramente al sicuro o esentato dal male, e certo possiamo anche mormorare che “si sarebbe potuto” o “si sarebbe dovuto” ma, alla fine, di fronte a certe cose, sai benissimo che devi soltanto esserci e rimboccarti le maniche, perché potevi essere tu al posto della persona che stai aiutando.

Peccato però – dico io – vederci sempre e soltanto in queste occasioni.

Con la stessa retorica dei funerali, mi rendo conto che è già la terza volta che scrivo di terremoti (l’ho già fatto qui e qui) e che tutte le volte rimango colpito dalla solidità del nostro tessuto sociale: siamo persone che sanno aiutarsi fra loro, siamo sensibili di fronte alle disgrazie altrui… Tutte le volte però mi chiedo dove sparisca questo “tessuto” una volta finita l’emergenza, una volta passata l’onda emotiva che ci ha travolto tutti.

Siamo testimoni, quasi tutti i giorni, di tanti piccoli e grandi crolli: persone colpite dalla crisi, persone emarginate, disgraziati che arrivano da paesi martoriati, vicini di casa che scivolano sotto la soglia di povertà. Ci sono movimenti sismici silenziosi che possiamo percepire con un po’ d’attenzione in più e in noi è presente la stessa capacità di essere solidali e di prestare aiuto che siamo capaci di tirare fuori nelle Grandi Occasioni.

Ecco, con gli stessi sensi di colpa con cui la Disgrazia Inevitabile ci mette al muro, mi chiedo se non potremmo essere capaci di mostrare questo tessuto sociale anche nell’ordinario, se non potremmo essere ben disposti e generosi tutti i giorni, aiutandoci l’un l’altro, con la stessa consapevolezza che il male, anche piccolo, che colpisce un altro, potrebbe prima o poi cadere anche sulla nostra testa.

Sarebbe bello. Sarebbe bello, dico, se non ci vedessimo solo in certe occasioni.

 

nella foto: coppia passeggia fra le macerie di Vito d’Asio, terremoto del Friuli (1976)
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