Il mostro ha paura

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Non c’è nessuna età come l’adolescenza che riesca ad unire l’assoluta liquidità della nostra forma esterna, di un corpo precario in continuo cambiamento, alla imperturbabile immutabilità della nostra forma interna. Gli adolescenti sono dogmatici, hanno passioni definitive. Magari per pochi mesi, ma in quei pochi mesi sono convinti che non esista cantante o attore migliore di Tizio o Caio e che le cose saranno così nei secoli dei secoli. I ragazzi hanno riti rigidissimi, si aggrappano alla sicurezza della ripetitività forse proprio per compensare la transitorietà del loro stato.

Fra i miei riti di adolescente c’era Dylan Dog. Avevo cominciato per caso, comprando un paio di numeri usati in una fumetteria dove un amico mi aveva portato perché si potevano leggere gratis le Storie brevi di Manara. Avevo quindici anni e non permetterò a nessuno – come Monsieur Radiguet – di dire che sono un’età felice e spensierata: iniziai a collezionare Dylan Dog – proprio così: gli adolescenti hanno passioni totali e ambiscono alla completezza – soprattutto perché non piaceva a nessuno dei miei amici.

Qualche anno fa, parlando con un gruppo di ragazzi, mi ritrovai a dire che era abbastanza evidente l’identificazione dei giovani con i protagonisti di Twilight: in fin dei conti i vampiri sono dei disadattati immortali, esattamente come gli adolescenti, con poteri nascosti che terrorizzano in primo luogo proprio chi li possiede. I ragazzi mi guardarono come se fossi un alieno: non erano questi i motivi per cui andavano pazzi per quel tonno di Pattinson e per l’inespressiva Stewart. A loro piacevano e basta. Anche io, in tutta sincerità, non so dire di preciso perché mi piacesse tanto Dylan Dog. Certo, il personaggio aveva un suo fascino, ma lo riconoscevo anche come un inaffidabile cazzone, un detective dalle intuizioni geniali e dalle formidabili insicurezze, un ex alcolista che doveva stare molto attento a non scivolare nelle sue debolezze, uno che incontrava una ragazza al mese e le urlava un disperato “ti amo!” (che, come per il soldato de La Storia, sottintendeva un “Mein Mutter!” sussurrato in ginocchio). Forse a sedici anni ero proprio così. O forse no e anch’io avrei negato tutto, dicendo che mi piaceva perché era pieno di citazioni da De André, Guccini, Dick, Buñuel, Romero, Coppola e tutto il cinema e la musica che mi bevevo allora.

In realtà non mi sono mai identificato con Dylan, perché sapevo che era un personaggio dei fumetti, ma sentivo molto vicino Tiziano Sclavi, il suo autore, che invece è un personaggio reale ed era uno dei miei migliori amici (lui non lo sa, ovviamente, ma è così…). Di Sclavi non c’erano allora fotografie e non si voleva fare intervistare: diceva cose strane ed era pieno di paranoie. Ecco: io allora avevo la chiara percezione che il successo di Dylan Dog fosse del tutto sproporzionato, perché la gente non capiva che quella non era altro che la trascrizione fedele della sofferenza di Tiziano. Tutti quelli che – come me – si sono letti i suoi romanzi, passando dall’indigesto Delllamorte Dellamore giù giù fino a Le etichette delle camicie se ne sono resi conto. Io quindi gli volevo bene e lo capivo benissimo quando alla domanda: “in quale personaggio del suo fumetto si riconosce?” rispondeva serio: “il mostro”.

Già, forse era quello l’elemento di Dylan Dog con il quale ci si identificava: il freak, il diverso, il deforme, il tizio che incute timore a quelli che gli stanno vicino. Esseri che cercano di non farsi notare troppo nella paurosa normalità che li circonda, fatta di camicie bianche e cravatte, di impieghi rispettabili, di violenza sfogata nelle gomitate al bancone di un bar o nei clacson ai semafori. Il mostro, quello a cui tutti danno la caccia, è la vittima.

Non vi racconterò quindi gli anni del collezionismo, dei fumetti imbustati, del rarissimo numero tredici, del mio amico Federico che mi chiedeva di recitare a memoria i titoli degli albi con autori e disegnatori. Non era quella la “passione” per Dylan Dog. Forse erano i brufoli o i miei capelli o la mia faccia o il desiderio di un “ti amo” che si specchiavano nelle pagine di quel fumetto. O forse era qualcos’altro e semplicemente, come si fa coi ricordi, sto cercando di dare un senso alle cose.

Ora non leggo più Dylan Dog, se non in alcune occasioni, e Sclavi non scrive più Dylan Dog, se non in alcune occasioni. So che si è sposato e che vive felicemente isolato con la moglie, i libri e i dischi, e una cosa simile posso dire di me. Dopo un po’, in effetti, gli adolescenti cambiano: cambiano forma e idee e diventano più relativisti e possibilisti a mano a mano che assumono il loro aspetto definitivo.

Adesso che Dylan Dog compie trent’anni, sotto la mia maschera da adulto ripenso con nostalgia a quando ero un adolescente dogmatico, definitivo ed immortale. Ripenso, per esempio, alle ultime parole di Ghor, il bambino deforme segregato in cantina dai suoi genitori che, accoltellato a morte dal padre che vuole liberarsi di lui, esce sanguinando per la strada fino ad essere trascinato ad una festa in maschera. E’ la notte di Halloween: gli invitati lo vedono accasciarsi e cercano di togliergli il travestimento ma si accorgono che è il suo vero volto. Per la prima volta Ghor vede il mondo fuori dalla sua cantina e si ritrova circondato da zombie e licantropi e vampiri. Ghor pensa subito ai suoi genitori e, prima di morire, sussurra: “Oh, prego… non fate loro soffrire… non ditegli che loro… è mostri”.

Già, per favore, non dite agli adulti che i veri mostri sono loro.

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