Io, Dino e Dylan

Quando a Bob Dylan hanno dato il premio Nobel, al mio amico Dino si è intasato il telefono di notifiche, manco fosse stato lui il vincitore. Ha ricevuto congratulazioni, telefonate da capi di stato, messaggi Facebook e lui stesso si è prodigato in un post in cui ringraziava l’Accademia di Svezia. Dovete sapere infatti che Dino non solo è il più grande fan di Dylan che io conosca ma, con buona probabilità, è anche il più grande fan di Dylan che conosciate voi. Questo per due motivi: 1. probabilmente conoscete anche voi Dino, dato che lui conosce veramente un sacco di gente e tutti sono amici di Dino (il corollario è che a Dino non si può non volere bene); 2. se anche voi conoscete un fan di Dylan che non sia Dino, sappiate che Dino può sconfiggere il vostro fan con una mano legata dietro alla schiena (il corollario è che Dino con l’argomento “Dylan” può annichilire chiunque, anche il più paziente dei suoi amici).

Ora, se tralasciamo l’evidente contraddizione fra i due corollari – che ha come ulteriore conclusione che si può frequentare Dino purché non si nomini mai Bob Dylan o non si fischietti una sua canzone (tanto comunque lo farà lui) -, tutto questo mi serviva per commentare l’assegnazione del Nobel per la letteratura a un cantante. Quando mi hanno chiesto infatti cosa ne pensassi del premio a Dylan ho detto: “sono felice, come se l’avessero dato ad un mio amico!”. (Tra l’altro, vista la latitanza di Bob, è probabile che deleghino proprio Dino a ritirare il premio a Stoccolma: sarebbe il giusto coronamento di una vita di sacrifici.)

Comunque: è giusto? Sbagliato? Chissenefrega? A chi mi chiede come la penso sul rapporto fra poesia e canzonette rispondo sempre con una bella immagine di Valerio Magrelli: poesia e canzone sono come gli scacchi e la dama. Il campo di gioco è lo stesso ma cambia il grado di complicazione. Oltretutto, con i pezzi degli scacchi puoi farci una partita a dama, ma con le damine non giocherai mai a scacchi. Il che equivale a dire che puoi rubacchiare un po’ di poesia e farci una canzone (chi scrive queste righe ne sa qualcosa…), ma non puoi fare il contrario, cioè prendere una canzone e spacciarla per poesia.

Quindi, il mio primo assunto è che Dylan NON è un poeta: prova ne è il fatto che voi conoscete Bob (e Dino) mentre non avete idea di chi sia Valerio Magrelli.

Detto questo, non mi accoderò alla schiera di quelli che hanno gridato allo scandalo per quest’assegnazione (che probabilmente sono gli stessi che hanno detto “chi?!?” quando il premio l’ha vinto Tranströmer…), perché sono convinto che Dylan l’abbia ricevuto per quello che ha sempre fatto, cioè le canzoni.

Bob ha sempre fatto – molto bene – quella che è diventata una delle forme d’arte più rappresentative della seconda metà del secolo passato, cioè la scrittura di canzoni, e non ha mai cercato di spacciarsi per poeta. [A questo punto ricordiamo – con un minuto di silenzio – la pubblicazione dell’abominevole libro di poesie di Luciano Ligabue, Lettere d’amore nel frigo]. Ha semplicemente scritto e descritto, con una povertà di mezzi incredibile (pensate alla sua semplicità e traducibilità rispetto, ad esempio, a Leonard Cohen) ma con altrettanto incredibile esattezza, i sentimenti, i sogni e i pensieri di più di una generazione.

D’altra parte, diciamocelo: ha sempre suonato e cantato malissimo, se le sue canzoni non avessero una forza particolare non staremmo nemmeno a parlare di lui.

Credo quindi che l’Accademia di Svezia – che non ha a disposizione tutte le cinquanta sfumature di premio degli Academy Awards – abbia semplicemente messo nello scatolone “Letteratura” quella che invece è la vera arte di Bob: la Canzone.

La Canzone – e qui sta il punto – può essere una forma d’arte solo se la si interpreta per quella che è: la lezione di Bob è che chi scrive canzoni deve scrivere canzoni, non credersi un poeta. La poesia è una cosa diversa, non migliore né peggiore.

Per chi, come me, qualche canzone l’ha scritta, è una bella soddisfazione pensare che, anche grazie a Bob, questa attività ha una sua dignità in sé e per sé (non perché assomiglia a una poesia) e che ogni cantautore si colloca su una retta immaginaria che parte da Rovazzi e va su su fino a Dylan.

Una bella soddisfazione, dicevo… ma mai quanto quella di immaginarmi la faccia di Dino quando leggerà che, giusto qualche riga più su, sono finalmente riuscito a scrivere che Dylan canta malissimo.

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4 risposte a Io, Dino e Dylan

  1. Andrea Orlandi ha detto:

    Mai lette cosi concentrate un tale volume di corbellerie summa dei luoghi comuni su Dylan

  2. dino1973 ha detto:

    Caro Andrea,
    chi scrive è un amico di lunghissima data nonché professore e ottimo musicista/compositore….ognuno, come dissi in tempi non sospetti, ha diritto di dire ciò che pensa sia che il suo pensiero sia in linea con il nostro sia esso all’opposto…non importa! Unico limite il non travalicare mai le linee di confine dell’educazione e del rispetto; ben venga chi esprime – con cognizione di causa – il proprio pensiero. Parte di ciò che scrive l’amico Andrea, peraltro, io lo condivido….ma non è questo il punto…io credo sempre che sia più costruttivo parlare e discutere con persone che la pensano in maniera diversa piuttosto che attorniarsi di persone che sono sempre sulla nostra lunghezza d’onda. Questo per tenere sempre “allenato” il nostro cervello e, perché no, magari captare punti di riflessione che non si erano presi in considerazione.
    Per cui grazie ancora ad Andrea (chi scrive) e anche a te Andrea (che commenti)….Io sono sempre per la libera espressione del pensiero….e sono “lusingato” che, chi scrive, mi abbia accostato ad un personaggio che, in ogni caso, è fuori da qualsiasi schema. Bacioni a tutti quanti 😀

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