Il colpo di tacco

piccione

Nel teatrino sanremese di tutti gli anni – la rigida liturgia del Festivàl da una parte e noi sul divano a parlarne male dall’altra – capita che, a volte, si apra un piccolo foro sul fondale, uno strappo, nella carta velina azzurra che fa da cielo sullo sfondo, a ricordarci la forza dell’inatteso.

È la fantasia che scarta rispetto alle attese: il fuoriclasse circondato dai difensori che, lo sguardo dall’altra parte, libera il compagno con un colpo di tacco. Non tutti ce l’hanno – per questo il fuoriclasse è detto così, per la sua capacità di uscire fuori dai soliti schemi: tac! senza pensare, ché certi colpi non si pensano, sono i piedi o il corpo che fanno tutto da soli. Palla da una parte, difensori dall’altra.

Allora nel teatrino di Sanremo – dove ognuno recita la sua parte di marionetta: il presentatore solitamente spigliato che diventa inspiegabilmente ingessato, il comico che non fa più ridere, le canzoni che fanno tutte schifo, salvo poi inserirle nella nostra playlist per gli undici mesi successivi, i vincitori che si dimenticano, i giovani che ringraziano dell’opportunità, i superospiti imbranati… – ogni piccolo segno di vita diventa uno squarcio di verità, ogni infrazione del rigido protocollo ci ricorda che stiamo assistendo ad una rappresentazione.

Vasco Rossi che, dopo l’esibizione, si infila il microfono in tasca per andare via (“se provi a rinfilarlo sull’asta e non ci riesci fai la figura dello sfigato”), oppure Cavallo Pazzo che tenta il suicidio e Pippo Baudo (!) che va a salvargli la vita, Patty Pravo che entra sul palco col chewing-gum e, non sapendo dove metterlo, lo appiccica sul microfono (per poi staccarlo a fine canzone).

Un altro chewing-gum che mi ricordo è quello di Alessandro Bono quando cantò Oppure no: era stonato e leggermente off-beat eppure la sua esibizione quasi mi commosse. Quando se ne andò dal palco, il presentatore mise il piede su un chewing-gum e diede la colpa a Bono. Sembrava che non gliene fregasse niente di quel palco, salvo cantare la sua canzone. Quando, tre mesi dopo, morì (era ammalato di AIDS in fase terminale) mi resi conto che avevo assistito ad uno di quei piccoli momenti di verità, in cui ti accorgi che il contenitore è finto e prova a omogeneizzare tutto, ma che alcune persone riescono a scartare tutte le attese.

Ecco: da allora, io aspetto questo: che succeda qualcosa, qualsiasi cosa, un guizzo di fantasia, a rompere lo schema di quello che già so. Un po’ come allo zoo-safari, insomma, nel quale non capisci se sei tu a guardare le bestie o loro che guardano te e basterebbe un solo un cenno dell’orangutan per convincerti che stai guardando qualcosa di vero.

Sonnacchioso sul divano, stavo biasimando la partecipazione di Francesco Totti che, forte dei circa 84 milioni di euro guadagnati in carriera, non aveva certo bisogno di partecipare al Festival per farsi trattare come un mezzo scemo. Aveva già frainteso il nome dell’autore della canzone di Michele Bravi, il trombonissimo Cheope, figlio di Mogol e nipote di Calibi, storpiandolo in Sciopè, e adesso stava rispondendo alle domande incrociate di Conti e De Filippi che cercavano di misurare il suo grado di naïvetè. Mi sembrava un po’ una di quelle scene di bullismo inverso, quando i laureati in certi film chiedono all’operaio la sua opinione sulla Critica della ragion pura. Il tormento si doveva chiudere con l’ultima domanda di rito, fatta a tutti gli ospiti precedenti: qual è la tua canzone preferita di Sanremo? L’ospite dà la risposta prevedibilissima e parte lo spezzone della canzone in sottofondo.

“Allora, Francesco Totti, qual è la tua canzone preferita di Sanremo?”

Il nostro si guarda intorno e poi sbotta: “Povia! Il piccione!” Il panico e l’ilarità che si diffonde sul palco risultano tutto sommato eccessivi, lo spezzone di canzone non parte e Totti, fra risate e agitazione viene allontanato dal palco. Fine del siparietto.

Il giorno dopo sui giornali pubblicano lo stralcio della scaletta della serata che, più o meno, recita: “Il presentatore chiede a Totti la sua canzone preferita; Totti risponde Si può dare di più (Morandi – Tozzi – Ruggeri); parte la base della canzone”.

Il teatrino prevedeva una parte precisa, una finta spontaneità dell’ospite e una finta sorpresa dei conduttori, ma il corpo del fantasista ha deciso di procurarci un inaspettato momento di verità, con vera spontaneità e vera sorpresa dei conduttori.

Povia. Il piccione. Colpo di tacco: palla da una parte, Festival dall’altra.

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