Resistenza & pazienza

festadaprile

Giacomino ha quasi 15 anni e dice di essere fascista. E’ fascista perché ha letto i libri di Renzo De Felice, perché è convinto che sotto il fascismo in Italia si stesse bene e perché, allora sì, c’era un certo tipo di ordine e non le ruberie dei politici di oggigiorno.

Io gli chiedo se è proprio sicuro che allora si stesse così bene. Lui risponde che quasi tutti gli italiani stavano bene, anzi, molto bene, dal momento che quasi tutti gli italiani erano fascisti e, di conseguenza, in perfetta sintonia con il regime. Provo a ribattere che, tuttavia, chi dissentiva dal regime non stava così bene, dato che veniva incarcerato o manganellato o messo al confino. Il pragmatico Giacomino concorda con me e lo sa benissimo (ha letto i libri di De Felice mentre io, in effetti, no), però osserva che, sacrificando una trascurabile minoranza – e ribadisce che per la maggior parte del ventennio l’opposizione al regime fu comunque trascurabile -, si garantiva il benessere a tutta la nazione mentre oggi, in democrazia, stiamo tutti male. Poi – aggiunge – con atteggiamento tutto italiano, sono improvvisamente diventati tutti antifascisti e oggi – sottolinea polemicamente – ci tocca festeggiare il 25 aprile.

I vincitori alla fine decidono: non mi stupisce che Giacomo pensi che fino a qualche anno prima della sua nascita (ossia fino alla fine del secolo scorso), ci sia stata una specie di dittatura comunista che ha inculcato la retorica di questa celebrazione, con questi partigiani che, alla walking dead, sfilano lenti lenti per le vie del centro, con tanto di odiose bandiere rosse.

Provo a spiegare a Giacomo che i partigiani non erano esclusivamente comunisti, c’erano dei cattolici, c’erano i badogliani e c’erano pure dei fascisti pentiti, e che è abbastanza naturale che la sinistra politica abbia fatto proprio un valore come l’antifascismo e che comunque, almeno in Italia, uno può dire più o meno tranquillamente di essere un comunista (dato che i bambini mangiati sono stati molto pochi) mentre dire di essere fascista significa essere ideologicamente complice di pestaggi, uccisioni, supporto alla politica di Hitler, leggi razziali e una guerra disastrosa contro le democrazie occidentali e come ultima cosa, vivaddio!, lui può pure dire di essere fascista nel 2017 anche grazie all’antifascismo e al regime democratico mentre, a parti invertite, io non so se avrei avuto tutta questa libertà di parlare male del Duce.

Ecco: gli dico così. Praticamente tutto d’un fiato. E lui mi sorride un po’ di traverso e mi dice “sì, sì” con una certa accondiscendenza, come a dire che ognuno alla fine rimarrà della propria opinione e che le mie idee sono valide quanto le sue. E io a insistere che questa cosa che le nostre idee hanno lo stesso valore è dovuta anche al fatto che ragazzini anche della sua età, circa settant’anni fa, si sono fatti ammazzare per costruire una società in cui ogni opinione avesse una voce.

“Sì, sì” mi dice. E questa volta accompagna il suo “sì, sì” con un sorriso benevolo a labbra serrate e un leggero ondeggiamento del capo. Compatimento. Capisco che sto suscitando il suo compatimento.

Vi confesso che, a questo punto del racconto, sono stato preso dalla fortissima tentazione di dare al giovane una prova tangibile di fascismo e, magari, gonfiarlo di botte finché non avesse cambiato idea. Potevo magari, colpendo lui, educare cento di questi fascistelli che sono cresciuti in un clima cripto-revisionista, condito da editoriali di Vittorio Feltri e da un relativismo culturale per cui “hanno tutti ragione”.

A quel punto ho capito che il fascismo è la via più facile, mentre la resistenza comporta sempre una certa fatica. Resistenza significa anche rimanere coerente con i propri valori e i propri principi democratici anche quando si viene sottoposti a violenza o provocazioni o quando, più semplicemente, una piccola deroga sarebbe una via più facile per conseguire i nostri obiettivi. Resistenza è anche ascoltare le opinioni altrui e cercare di rispettarle e smontarle con la ragione e con il buon senso. Forse tutta la democrazia ha bisogno, in fondo, di una certa dose di resistenza.

Insomma, anch’io ho resistito. Ho detto a Giacomino che non è tanto facile spiegare questi concetti senza cadere nella retorica e nel già-sentito: gli ho detto che magari potevo prestargli qualche libro che gli desse un’idea un po’ diversa su quel periodo. Lui forse mi presterà De Felice.

Gli ho confessato che mi sembrava strano insistere tanto per difendere cose che a me sembravano scontate: mi sentivo un po’ come uno di quei vecchi giapponesi rimasto a difendere la posizione anche dopo la fine della guerra.

“Bene, – ha sorriso lui – allora siamo alleati!”

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