L’ultimo giorno di scuola

Gioiscono i fanciulli al suono dell’ultima campanella scolastica: esultano i loro piccoli cuoricini che però contengono – misteri dell’infanzia – una piccola stilla di nostalgia e di dolore. Troppo azzurra e lunga è per loro l’estate, senza i consueti impegni scolastici e i giochi con i compagnucci. Come i piccoli, anche io ed Eugenio – eterni studenti che abbiamo scelto la via della merenda di metà mattina e delle vacanze lunghe a Natale piuttosto che la vera vita là fuori – ci scambiamo messaggi commossi in occasione dell’ultimo giorno di scuola.

Non così però l’adolescente, che vedo uscire dall’istituto nella postura di Marco Tardelli al Mundial ’82 vomitando insulti all’indirizzo della scuola e dei suoi docenti. Alberga anche nel suo cuore la nostalgia? Non credo: il giovane parte impennando e smarmittando come una specie di Lone Ranger con i brufoli verso le praterie di libertà che giugno gli distende innanzi.

Mentre odo il suo barbarico “yahoooo!” che riecheggia nel tramonto, mi domando perché egli soffra tanto la sua permanenza nella scuola. In fin dei conti, non è manco scuola dell’obbligo: è proprio lo smarmittante ad averla scelta e dovrebbe, quantomeno, avere una qualche forma di rispetto verso il destino che si è procurato con le sue mani. Voglio dire: chi fra questi giovani virgulti frequenta allenamenti sportivi o corsi di sax o di pittura con le mani, non se ne va spernacchiando quando il Mister o il Maestro ordina il “rompete le righe” prima della pausa estiva… E’ anzi dispiaciuto e, se capita, si mantiene in allenamento nel periodo d’inattività, giocando con gli amici o suonando o dipingendo nella sua cameretta.

Ci siamo mai chiesti invece perché tutto questo non avvenga per la scuola (che il giovine ha scelto per il suo futuro bla bla bla…)? La risposta andrebbe sussurrata piano piano nelle orecchie dell’insegnante che fissa i motorini che si allontanano gracidanti verso il sole: perché il giovane si è accorto che di quello che impara a scuola non gliene frega niente. Niente. E, soprattutto, che tutto quello che sta imparando avrà pochissimo a che vedere con la famosa vita reale.

La situazione che trovo più simile alla scuola è quella che viene descritta nel film Ufficiale e gentiluomo: sì, proprio quello con Richard Gere che alla fine porta in spalla Debra Winger fuori dalla fabbrica. In quel film abbiamo una serie di aspiranti piloti di jet che si sottopongono ad un allenamento massacrante di 14 settimane. Quasi tutti lo fanno per lo stipendio successivo o per poter riutilizzare il brevetto ottenuto nelle compagnie civili: a nessuno frega della carriera militare che pure è il passaggio obbligato per il conseguimento del brevetto. Le divise procurano le ragazze del luogo ma tutte le buffonate – compresa la marcetta con il sergente Foley che inventa strofette in metrica – sono solo strumentali all’obiettivo finale.

Significativo poi il fatto che, in tutto il film, nessuno degli aspiranti piloti appoggi mai le natiche su un aereo: fanno esercizi assurdi come venire immersi in una piscina per simulare inabissamenti improvvisi o fanno solitari con le carte in assenza di ossigeno, oppure percorsi di guerra in cui bisogna correre su delle travi o infilando i piedi in copertoni d’auto. Capite il collegamento con la scuola? Cosa c’entra tutto questo con quello che veramente mi ha spinto ad iscrivermi a questo cacchio di corso?

A noi rimangono impresse le vessazioni che il sergentone infligge al povero Zack “Maionese” Mayo il quale, come tutti gli studenti, campa di mezzucci tipo mettere in piedi un sistema clandestino di lucidatura fibbie (!). Il culmine dell’ironia è raggiunto dalla colonna sonora: Up where we belong, quasi a richiamare un cielo che si riesce a vedere solo al termine della formazione, fuori dalla scuola, quando questo teatrino di finti marine sarà finito.

In tutto questo, rimane la frustrazione del sergente Foley che, come il docente di qualche paragrafo prima, vede allontanarsi i propri studenti verso quello che vogliono (finalmente!) fare sul serio. Tutti gli fanno il saluto militare, sibilando uno “stramaledìsa” all’indirizzo di questo grottesco figuro che da anni (e a tutti i corsi!) ripete la stessa battutina sui tori e le checche.

Forse, in quel momento del saluto militare, il sergente Foley è attraversato dal dubbio che tutto quello che fa, alla fine, abbia senso solo all’interno di quel campo d’addestramento: tutte le marcette, le flessioni, i “sissignore”, sono stati ingurgitati dai suoi studenti solo pensando a qualcos’altro che vorranno ottenere là fuori. A nessuno importa veramente del percorso di guerra e, probabilmente, quando piloteranno un volo Pan-Am, penseranno alla triste e ripetitiva vita di Foley facendosi quattro risate.

“Grazie signore!” – dice compìto il nostro Zack – “non ce l’avrei mai fatta qui dentro senza di lei…”

Ma Foley lo sa che “qui dentro” non ha nessuna importanza e che Mayo ha fatto solo il possibile per sopravvivere, come ogni studente in una scuola, mentre lui ha fatto solo quel che doveva fare, facendogli desiderare disperatamente di essere altrove, di poter finalmente volare libero dal quel teatrino.

“Maionese!” – risponde lui – “Levati subito dalle palle!”. La recita è finita: buone vacanze.

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