A casa loro

Sulla spiaggia questi signori continuavano a dire che non ci stavamo più e che in Italia non c’era più posto per altra gente. Come potevo dargli torto? Eravamo tutti pigiati sotto gli ombrelloni, con le sdraio che rischiavano di accavallarsi fra di loro. “Perché continuano ad arrivare coi barconi? Non vedono che non c’è posto?”. E io mi immaginavo questi barconi, carichi di persone, che avvistano l’Italia da lontano e dicono: “No ragazzi, niente da fare… anche questa spiaggia è piena!”.

Eh, già: siamo al completo. Come gli alberghi della riviera. Quindi, dicevano i signori sotto gli ombrelloni attorno al mio, questa gente va aiutata “a casa loro”. Son finiti i tempi del buonismo, con gli italiani che accolgono tutti volentieri, danno asilo e un lavoro a questi disperati, li integrano perfettamente nel loro tessuto sociale… Siamo passati al buonsensismo: e il buon senso ci invita ad aiutare questa gente “a casa loro”.

Però – pensavo sdraiato sul lettino – per aiutare qualcuno a casa sua, bisognerebbe prima sapere dove abita e quindi dovremmo sapere innanzitutto da dove viene di preciso questa gente. Poi, per aiutare qualcuno, devi pure sapere bene che problemi ha: quindi dovresti conoscerla veramente, informarti su quali sono le situazioni da cui, eventualmente, decide di scappare ed evitare che succeda (quindi risolvere questioni abbastanza complesse…). Da ultimo, bisognerebbe vedere se queste persone effettivamente hanno una casa presso la quale essere aiutate. In caso contrario, bisognerebbe dargliela.

Uff…! Mentre prendo il sole mi rendo conto di come è complicata questa faccenda di aiutare le persone a casa loro… Presuppone che io mi alzi da questo lettino, mi occupi di problemi internazionali, di fame nei paesi del terzo mondo, di sfruttamento politico, di guerre etniche o di religione, che provveda a rifornire popolazioni lontanissime di mezzi per la loro sussistenza, di risorse economiche o, addirittura, di case vere e proprie. E tutto questo senza che mi venga in tasca niente: neanche un braccialettino o un paio di finti ray-ban, senza che questa gente raccolga i miei pomodori o lavori nei miei cantieri o mi dica dove parcheggiare.

La buona volontà dei miei vicini di ombrellone mi colpiva profondamente: possibile – mi dicevo – che siano disposti a sciropparsi migliaia di chilometri per andare ad aiutare perfetti sconosciuti in paesi lontani? E che io sia così pigro da non rendermi conto di come questa sia sempre stata, in effetti, la soluzione migliore? Occuparsi di tutti i problemi del pianeta, risolvere guerre e fame nel mondo: aiutare tutti a casa loro, come Superman.

E io, invece, sdraiato sul lettino, inchiodato alle mie vecchie posizioni di buonismo, mi rendevo conto che, per anni e anni, avevo semplicemente scelto la soluzione più comoda: ero rimasto fermo qui ad aspettare che che i problemi venissero a cercare me, piuttosto che il contrario, e che queste persone, con tutte le complicazioni del caso, mi facessero il favore di portare la loro richiesta d’aiuto proprio qui, a casa mia.

Mentre ascoltavo le loro chiacchiere, fissavo placido la linea dell’orizzonte: tranquilli ragazzi! Stavolta veniamo noi…

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