Gli aperitivi

La gente fanno gli aperitivi.

Camerieri, vestiti da toreri – gilet strettissimo su pantaloni strettissimi, camicia bianca d’ordinanza – si muovono affannati fra tavoli strettissimi.

Quando finalmente arrivano al tuo tavolo, nemmeno ti guardano: le loro attenzioni sono già tutte prese dal tablet delle comande, sul quale hanno già cominciato a bi-blippare col pennino. “Prego!” intimano, oppure “Ditemi!”, saltano i preliminari inutili dei saluti: tanto tutti sanno che si è qui per l’aperitivo e quello si vuole. L’unica domanda è quanto, quando anche la tipologia dipende dalle stagioni o dalle settimane: “spritz!” uggiola il primo del tavolo che è uscito dalla falsa concentrazione che sottintende un retorico “uhmm vediamo cosa potrei bere stasera…”, oppure “hugo!” oppure “mojito!”, al quale segue immancabile solo il numerale quantitativo scandito dai compagni di tavolino: “due!”, “tre!” e via così fino ad esaurimento.

Raggiunta la quota dei seduti, il cameriere s’invola, preso da altro, svicolando fra gli strettissimi tavoli, riponendo il tablet, artigliando bicchieri vuoti, sibilando insulti a questo o quello che, reclinati sulla sedia, impediscono il suo percorso.

Ah! Gli aperitivi!

Quando arrivano, sono bicchieroni enormi, sovradimensionati rispetto all’esiguo contenuto liquido: due generose palettate di ghiaccio sbadilate dal barista, un goccetto di bitter, un po’ di prosecco e, infine, una significativa sifonata di selz gasatissimo, proveniente da un doccino sbucato da sotto il bancone. Lo sguardo si perde un po’, contemplando il grande balloon che contiene, come una palla di vetro, la danza dei cubetti e degli umori alcoolici.

Il bicchiere è poi il lasciapassare per il Grande Buffet sul quale, con simulata ritrosia (“Ah… ma si può anche prendere da mangiare?” il sottotesto delle varie espressioni noncalanti) ci si avventa velocemente: i piattini di plastica si stipano, si soppalcano, in una sorta di millefoglie che parte dalle pizzette, ai rotolini mozzarella e prosciutto cotto, verdurine, penne al sugo e riso freddo, e vengono riportati in equilibrio precario fino ai tavoli di partenza, in uno sbordare continuo dai lati dell’oberato piattino di pomodorini, brandelli di salume, schizzi di salsa, sui quali transiteranno altri clienti aperitivanti e, velocissimi, pattineranno i camerieri.

E’ luccicante e abbondante il mondo dell’aperitivo: fuggiti dall’ufficio o sopravvissuti al lavoro, ci si allenta la cravatta per la meritata ricompensa. Non è per questo che si lavora? Lo stress, si dice, l’aperitivo allenta lo stress. Ognuno, in fondo, butta giù il pesante boccone di una professione che non soddisfa in pieno e il rituale dell’aperitivo serale serve a digerire questa parte della vita. Si sgomita, in fila per il Buffet, come del resto si è fatto per tutta la giornata, ma qui almeno ci attende un enorme tagliere di salumi, pizze filanti ed altro bendiddìo sul quale buttarsi a babbo morto, in una specie di compensazione per tutto quello che il lavoro vero, invece, ci ha negato.

Qui forse, fra il tinnare dei bicchieri e le esplosioni di risate dai tavoli, tocca anche a noi poveri di spirito la nostra parte di ricchezza, ed è il tavolo del buffet.

A volte, ma solo a volte, sembra affacciarsi il pensiero che l’aperitivo dovrebbe essere solo un’introduzione, un piacevole preludio a qualcosa di più serio, chessò, una cena come si deve, un incontro davvero importante. Che tutto si esaurisca qui, in una premessa che già contiene la sua conclusione, in appetizer ingollati come soluzione definitiva, è la maledizione di chi non aspetta mai un seguito dalle cose belle, di chi si è abituato, nel tempo, ad ingozzarsi voracemente del momento presente.

Resta una specie di languore, come un bicchiere che si è vuotato troppo presto, e la constatazione che pure il ghiaccio che faceva volume, alla fine, era vuoto all’interno.

Tutto intorno, continua il carosello dei camerieri che raccolgono i soldi dai tavoli: l’obolo per l’ora d’aria, per la nostra felicità gonfia di ghiaccio e di selz.

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