Steccati

Caspita, pare che il pueblo de Catalunya non voglia più restare unido al resto dell’España!

Una frattura che – qualora avvenisse – infliggerebbe un duro colpo alle mie già frammentate conoscenze geografiche.

D’altra parte, considerate che io mi sono maggiormente dedicato allo studio della geografia – come, immagino, molti dei miei lettori – soprattutto nel quinquennio elementare. Allora, con la spocchia tipica dei bambini di dieci anni, potevo dire di conoscere tutte le capitali europee e buona parte di quelle mondiali. Facile! Gli stati del mondo, allora, erano soltanto 150 ed erano già aumentati di un terzo rispetto ai 100 stati in cui era diviso il mondo nel 1945.

La mia maestra, allora, diceva ancora cose tipo “Congo Belga” e non aveva idea di cosa fosse il Suriname. Ci diceva però che eravamo in un mondo fondamentalmente diviso in due: stati che stavano con gli USA da una parte, stati che stavano con l’URSS dall’altra e poi, a fare un po’ da sfondo ché tanto non contava nulla, c’era il Terzo Mondo, che era praticamente tutto quello che non c’era nella cartina che avevamo in classe. Allora avevamo paura che il primo e il secondo mondo si bombardassero e speravamo che questa contrapposizione finisse.

Quando poi sono crollati il muro di Berlino e il mondo bipolare, si sono aggiunti altri 20 nuovi stati.

In seguito c’è stata l’Europa Unita, la moneta unica, il crollo delle frontiere, una serie di trattati mondiali di commercio ed alleanza fra Cina ed Europa, Sud-Est asiatico e Australia, Australia e Stati Uniti, Stati Uniti ed Europa… In tutto questo, in questo mondo molto più unito, siamo saliti a circa 206 stati (anche se, come qualcuno di voi ben saprà, lo status di Abcasia e Transnistria è ancora dibattuto).

Nella mia ingenuità geografica, io credevo che saremmo andati verso una situazione di ordine sempre maggiore: grandi federazioni e grandi alleanze fra stati, pace mondiale, fine delle contrapposizioni. Invece, nonostante una sempre più evidente globalizzazione, sono i vecchi stati di una volta a sbriciolarsi sempre di più. A mano a mano che si allargano gli orizzonti, amiamo rinchiuderci nei nostri giardini. Gli steccati sono i più diversi: lingua, cultura, economia e vengono innalzati sulla base del desiderio (di chi, poi? di quanti?) di preservare la nostra identità, in un mondo che rischia di annacquare i vari localismi nell’omologazione globale.

Insomma, in questo tempo in cui – alla faccia di Phileas Fogg – ci sono agenzie di viaggi che vendono pacchetti per il giro del mondo, ci sono anche migliaia di piccoli territori che rivendicano l’autonomia: tirolesi, abitanti del Quebec, dell’Ossezia del sud, della Scozia, desiderano la loro porzione di indipendenza nonostante tutti si siano comunque abituati a pranzare da McDonald’s.

Sembra, insomma, che la storia vada da una parte e la geografia dall’altra: per chi, come me, ha conoscenze che risalgono alla scuola elementare, questo crea un po’ di sgomento.

Ora, assisto come tutti alle legittime rivendicazioni del popolo di Catalogna e constato che – senza entrare nel merito delle proteste – all’interno dell’Europa si sta innalzando un ulteriore steccato per preservare un piccolo orticello. Il futuro delle nostre grandi unioni sovranazionali forse è quello di trasformarsi in supercondomini divisi in tantissimi appartamenti, i cui padroni si ritrovano una/due volte all’anno per litigare sul taglio della siepe o la pulizia del cortile.

Magari è solo un passaggio necessario. Forse gli stati di una volta si devono tutti sbriciolare per poi potersi unire su nuove basi.

Peccato però. Da bambino speravo che tutti gli steccati fra le nazioni sarebbero stati abbattuti e che, magari, tutti i popoli sarebbero stati tenuti insieme da qualcosa di più significativo di un panino Big Mac o un volo low-cost.

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