Je suis comme je suis

Questa settimana sono Anna.

Qualche problema d’identità, in effetti, ce l’ho. Prima ero stato Charlie, poi parigino, londinese e adesso Anna. Io cambio sempre, gli altri mai. Voglio dire, per quanto io possa cambiare, lo stupido rimane stupido con, in più, l’aggravante di essere uno stupido nell’epoca della riproducibilità tecnica.

Ogni “cagata” – scusate, ma ho cercato inutilmente un sinonimo – segue la curva sinusoidale dello scandalo crescente, giunge alla massima tensione dell’unanime condanna social per poi esaurire la sua parabola narrativa nella pancia concava del disinteresse eterno che accompagnerà l’argomento.

Lo stesso è capitato per questa cosa di Anna Frank in maglia giallorossa. Io, che sono molto limitato, non riesco ad inquadrare bene l’offesa: Anna Frank è offensivo? Ebreo è offensivo? Forse “romanista” può essere offensivo… L’unico che si sarebbe dovuto risentire per questa “cagata” (non goliardata, non ragazzata… niente di spiritoso ma atto ignorante e inutile compiuto da ignoranti) è il Ministero dell’Istruzione che spende – secondo le statistiche – tra i sette e gli ottomila euro annui per studente, evidentemente fallendo nel suo intento di dare ad ognuno un’adeguata consapevolezza intellettuale nonché storica.

Il problema della “cagata” mediatizzata è che questa stimola soluzioni mediatiche che non possono che essere sullo stesso livello: Anna Frank à la Andy Warhol declinata nelle varie maglie di squadre italiane, proposta di calciatori con la stella di David, gite ad Auschwitz – immagino il disappunto dei tifosi: “ma come? Non è in funzione?” -, libri (!) ai calciatori (!!), presidenti pagliacci che omaggiano la sinagoga di Roma.

Così, a freddo, non saprei dire davvero se la povera Anna è stata maggiormente vilipesa dal gesto idiota o dai goffissimi tentativi di riparazione.

Credo che il tono dominante di tutto sia – come ha giustamente messo in rilievo qui Alessandro Piperno – quello del grottesco. Il grottesco però è generato dal fatto che le nostre risposte, più o meno social, non sono mai sulla stessa lunghezza d’onda dei nostri “interlocutori”.

Ecco allora una serie di gesti riparatori più incisivi, che umilmente propongo all’attenzione delle autorità:

  1. La pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale riconosciuta dalle tifoserie sportive, ossia la Gazza dello Sport, di Che Guevara a tutta pagina in maglia laziale accompagnato dalla didascalia: “Laziale libberatore (sic) di boliviani”.
  2. La lettura negli stadi del Mein Kampf e dei discorsi di Mussolini ad opera di Nino Frassica, con opportune storpiature, per mettere in risalto la ridicolaggine di quelle pagine.
  3. La messa in cartellone al Sistina di Roma con obbligo di visione per la tifoseria del musical Yentl interpretato da Anna Falchi.
  4. Una copia omaggio dei Cantos di Ezra Pound (questa basta così…).
  5. Una distribuzione casuale di manganellate nelle varie curve italiane, mentre gli altoparlanti diffondono il mantra: “Quando c’era Lui sarebbe andata esattamente così”.

Dite che non sono rimedi seri o praticabili?

Forse allora basterebbe soltanto che la polizia facesse un giro per le curve e punisse chi saluta col braccio teso, chi intona cori razzisti, chi, insomma, commette il reato di apologia di fascismo o di nazismo. Forse basterebbe smettere di essere ciechi e sordi, di non essere tacitamente conniventi perché – se in una società laica ci ostiniamo a punire i bestemmiatori di varia natura – non possiamo tollerare che certi infami si nascondano dietro una presunta “libertà d’opinione” che era peraltro proibita sotto i regimi che loro rimpiangono.

Come dite?

Ah, sì… capisco. Alla fine non bisogna farla tanto lunga: è più comodo che cambi io per una settimana, piuttosto che intervenire seriamente per ripulire la cloaca di molte curve italiane.

Vabbè: questa settimana sono Anna. Per fortuna, è già venerdì.

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