La storia dell’artista

C’è questa storia dell’artista per la quale ti vengono concesse un po’ di stranezze, basta che qualcuno dica “sai, è un artista…”, con aria di vago compatimento, e parte un coro di “ah be’, sì be’” pronto a giustificare qualsiasi cosa.

Puoi dare in escandescenza in pubblico, dire “basta, me ne vado!” (una delle battute più famose del repertorio dell’artista), oppure richiedere prima di un concerto zenzero e litchees pena l’annullamento della performance (questa non funziona molto in verità, perlomeno dove suono di solito io…).

Comunque, io di questa storia dell’artista non ho mai approfittato molto: se mi dicono di arrivare in un posto alle 18:30, più o meno a quell’ora sono lì e questo, mi dicono, non rientra fra le prerogative dell’artista. A volte mi sono ritrovato ad affrontare problemi tecnici, a volte addirittura a proporre soluzioni quando non a risolverli. E questo non rientra fra le prerogative dell’artista, che è perlopiù tutto assorbito dalla sua arte. A volte – e quest’ultima cosa sia detta con mia somma vergogna – mi sono adattato all’esigenze altrui senza battere ciglio, senza neanche una mezza scenata o una piccola grana: “Come dici? Manca questo, questo e quest’altro?… Ci arrangeremo!”.

Mi arrangerò: un artista non dice mai una cosa del genere. Certo, i gestori dei locali e i fonici – che molto spesso sono, loro sì, degli artisti e ti dicono di arrivare alle 18:30 ma prima delle 19:15 non si fanno vedere – mi sorridevano ma, dentro di loro, avevano già capito.

Non c’è niente da fare: non sono un artista. Ci ho messo un po’ per capirlo anch’io ma gli indizi c’erano tutti. Col tempo ho capito di essere qualcos’altro, per esempio un artigiano. Mica si deve essere tutti per forza artisti. Anche i prodotti dell’artigiano non sono male, qualcuno è fatto proprio a regola d’arte: pane fresco, utensili da cucina, poltrone e sofà. Mi piace l’idea che i prodotti dell’artigiano uno li abbia sottomano tutti i giorni, senza accorgersene tanto: una sedia comoda quando sei stanco, il profumo del pane quando hai fame.

Forse anche le mie canzoni sono così; sicuramente lo sono questi post, che mi ostino a scrivere quindicinalmente.

Una volta, per scrivere, mi sedevo al computer e, come ogni artista che si rispetti, aspettavo che arrivasse l’ispirazione. Aspettavo e aspettavo e niente. Finché un giorno finalmente… niente neanche quel giorno. Allora ho capito che la modalità artistica non funziona con me ed era meglio sfornare sedie o pagnotte. L’obbligo di sfornare, il senso del dovere, sono cose che, alla lunga, mi sono risultate più congeniali, nonostante tutti quelli che mi stanno attorno, a partire da mia moglie, debbano sopportare la mia ansia nel giorno della pubblicazione.

“Ma se questa volta salti, cosa cambia?” – mi dice lei. In effetti niente: un artista farebbe così. Invece io mi ostino a scrivere il 10 e il 27: a volte esce tutto bruciacchiato, a volte non sa di niente, a volte è un po’ crudo dentro. E’ un appuntamento, un modo per salutarsi, un’abitudine. Io ci sono, voi ci siete.

Certo, non è arte, non lo è mai stata, ma pazienza.

Forse è pane e c’è anche gente che, anche se poi lo butta via dopo 24 ore, si ostina a comprare il pane tutti i giorni.

Adesso non mi vedete, ma sono qui con le mani sui fianchi, il grembiule tutto infarinato e lo sguardo soddisfatto: il prossimo sarà l’ultimo post del blog.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in posts. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...