Steccati

Caspita, pare che il pueblo de Catalunya non voglia più restare unido al resto dell’España!

Una frattura che – qualora avvenisse – infliggerebbe un duro colpo alle mie già frammentate conoscenze geografiche.

D’altra parte, considerate che io mi sono maggiormente dedicato allo studio della geografia – come, immagino, molti dei miei lettori – soprattutto nel quinquennio elementare. Allora, con la spocchia tipica dei bambini di dieci anni, potevo dire di conoscere tutte le capitali europee e buona parte di quelle mondiali. Facile! Gli stati del mondo, allora, erano soltanto 150 ed erano già aumentati di un terzo rispetto ai 100 stati in cui era diviso il mondo nel 1945.

La mia maestra, allora, diceva ancora cose tipo “Congo Belga” e non aveva idea di cosa fosse il Suriname. Ci diceva però che eravamo in un mondo fondamentalmente diviso in due: stati che stavano con gli USA da una parte, stati che stavano con l’URSS dall’altra e poi, a fare un po’ da sfondo ché tanto non contava nulla, c’era il Terzo Mondo, che era praticamente tutto quello che non c’era nella cartina che avevamo in classe. Allora avevamo paura che il primo e il secondo mondo si bombardassero e speravamo che questa contrapposizione finisse.

Quando poi sono crollati il muro di Berlino e il mondo bipolare, si sono aggiunti altri 20 nuovi stati.

In seguito c’è stata l’Europa Unita, la moneta unica, il crollo delle frontiere, una serie di trattati mondiali di commercio ed alleanza fra Cina ed Europa, Sud-Est asiatico e Australia, Australia e Stati Uniti, Stati Uniti ed Europa… In tutto questo, in questo mondo molto più unito, siamo saliti a circa 206 stati (anche se, come qualcuno di voi ben saprà, lo status di Abcasia e Transnistria è ancora dibattuto).

Nella mia ingenuità geografica, io credevo che saremmo andati verso una situazione di ordine sempre maggiore: grandi federazioni e grandi alleanze fra stati, pace mondiale, fine delle contrapposizioni. Invece, nonostante una sempre più evidente globalizzazione, sono i vecchi stati di una volta a sbriciolarsi sempre di più. A mano a mano che si allargano gli orizzonti, amiamo rinchiuderci nei nostri giardini. Gli steccati sono i più diversi: lingua, cultura, economia e vengono innalzati sulla base del desiderio (di chi, poi? di quanti?) di preservare la nostra identità, in un mondo che rischia di annacquare i vari localismi nell’omologazione globale.

Insomma, in questo tempo in cui – alla faccia di Phileas Fogg – ci sono agenzie di viaggi che vendono pacchetti per il giro del mondo, ci sono anche migliaia di piccoli territori che rivendicano l’autonomia: tirolesi, abitanti del Quebec, dell’Ossezia del sud, della Scozia, desiderano la loro porzione di indipendenza nonostante tutti si siano comunque abituati a pranzare da McDonald’s.

Sembra, insomma, che la storia vada da una parte e la geografia dall’altra: per chi, come me, ha conoscenze che risalgono alla scuola elementare, questo crea un po’ di sgomento.

Ora, assisto come tutti alle legittime rivendicazioni del popolo di Catalogna e constato che – senza entrare nel merito delle proteste – all’interno dell’Europa si sta innalzando un ulteriore steccato per preservare un piccolo orticello. Il futuro delle nostre grandi unioni sovranazionali forse è quello di trasformarsi in supercondomini divisi in tantissimi appartamenti, i cui padroni si ritrovano una/due volte all’anno per litigare sul taglio della siepe o la pulizia del cortile.

Magari è solo un passaggio necessario. Forse gli stati di una volta si devono tutti sbriciolare per poi potersi unire su nuove basi.

Peccato però. Da bambino speravo che tutti gli steccati fra le nazioni sarebbero stati abbattuti e che, magari, tutti i popoli sarebbero stati tenuti insieme da qualcosa di più significativo di un panino Big Mac o un volo low-cost.

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Gli aperitivi

La gente fanno gli aperitivi.

Camerieri, vestiti da toreri – gilet strettissimo su pantaloni strettissimi, camicia bianca d’ordinanza – si muovono affannati fra tavoli strettissimi.

Quando finalmente arrivano al tuo tavolo, nemmeno ti guardano: le loro attenzioni sono già tutte prese dal tablet delle comande, sul quale hanno già cominciato a bi-blippare col pennino. “Prego!” intimano, oppure “Ditemi!”, saltano i preliminari inutili dei saluti: tanto tutti sanno che si è qui per l’aperitivo e quello si vuole. L’unica domanda è quanto, quando anche la tipologia dipende dalle stagioni o dalle settimane: “spritz!” uggiola il primo del tavolo che è uscito dalla falsa concentrazione che sottintende un retorico “uhmm vediamo cosa potrei bere stasera…”, oppure “hugo!” oppure “mojito!”, al quale segue immancabile solo il numerale quantitativo scandito dai compagni di tavolino: “due!”, “tre!” e via così fino ad esaurimento.

Raggiunta la quota dei seduti, il cameriere s’invola, preso da altro, svicolando fra gli strettissimi tavoli, riponendo il tablet, artigliando bicchieri vuoti, sibilando insulti a questo o quello che, reclinati sulla sedia, impediscono il suo percorso.

Ah! Gli aperitivi!

Quando arrivano, sono bicchieroni enormi, sovradimensionati rispetto all’esiguo contenuto liquido: due generose palettate di ghiaccio sbadilate dal barista, un goccetto di bitter, un po’ di prosecco e, infine, una significativa sifonata di selz gasatissimo, proveniente da un doccino sbucato da sotto il bancone. Lo sguardo si perde un po’, contemplando il grande balloon che contiene, come una palla di vetro, la danza dei cubetti e degli umori alcoolici.

Il bicchiere è poi il lasciapassare per il Grande Buffet sul quale, con simulata ritrosia (“Ah… ma si può anche prendere da mangiare?” il sottotesto delle varie espressioni noncalanti) ci si avventa velocemente: i piattini di plastica si stipano, si soppalcano, in una sorta di millefoglie che parte dalle pizzette, ai rotolini mozzarella e prosciutto cotto, verdurine, penne al sugo e riso freddo, e vengono riportati in equilibrio precario fino ai tavoli di partenza, in uno sbordare continuo dai lati dell’oberato piattino di pomodorini, brandelli di salume, schizzi di salsa, sui quali transiteranno altri clienti aperitivanti e, velocissimi, pattineranno i camerieri.

E’ luccicante e abbondante il mondo dell’aperitivo: fuggiti dall’ufficio o sopravvissuti al lavoro, ci si allenta la cravatta per la meritata ricompensa. Non è per questo che si lavora? Lo stress, si dice, l’aperitivo allenta lo stress. Ognuno, in fondo, butta giù il pesante boccone di una professione che non soddisfa in pieno e il rituale dell’aperitivo serale serve a digerire questa parte della vita. Si sgomita, in fila per il Buffet, come del resto si è fatto per tutta la giornata, ma qui almeno ci attende un enorme tagliere di salumi, pizze filanti ed altro bendiddìo sul quale buttarsi a babbo morto, in una specie di compensazione per tutto quello che il lavoro vero, invece, ci ha negato.

Qui forse, fra il tinnare dei bicchieri e le esplosioni di risate dai tavoli, tocca anche a noi poveri di spirito la nostra parte di ricchezza, ed è il tavolo del buffet.

A volte, ma solo a volte, sembra affacciarsi il pensiero che l’aperitivo dovrebbe essere solo un’introduzione, un piacevole preludio a qualcosa di più serio, chessò, una cena come si deve, un incontro davvero importante. Che tutto si esaurisca qui, in una premessa che già contiene la sua conclusione, in appetizer ingollati come soluzione definitiva, è la maledizione di chi non aspetta mai un seguito dalle cose belle, di chi si è abituato, nel tempo, ad ingozzarsi voracemente del momento presente.

Resta una specie di languore, come un bicchiere che si è vuotato troppo presto, e la constatazione che pure il ghiaccio che faceva volume, alla fine, era vuoto all’interno.

Tutto intorno, continua il carosello dei camerieri che raccolgono i soldi dai tavoli: l’obolo per l’ora d’aria, per la nostra felicità gonfia di ghiaccio e di selz.

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Malattie misteriose

L’avresti mai detto che saremmo scomparsi per colpa di un virus? Proprio come i Maya o gli Atzechi, uccisi dal raffreddore dei conquistadores, o gli ingenui uomini del medioevo o del Seicento decimati dalla peste nera, o come gaudenti europei della Belle Epoque rastrellati dalla Spagnola. Tutto questo proprio quando pensavamo di avere sotto controllo ormai le malattie, le loro origini e conseguenze.

I virus invece si rafforzano, si adeguano ai nostri sforzi di eliminarli, proprio come le zanzare d’estate.

Ultimamente addirittura i virus hanno imparato ad utilizzare i giornali come veicoli di contagio: non tutti poi hanno l’accortezza di lavarsi bene le mani dopo aver letto certi giornali e le malattie hanno gioco facile a passare dall’uno all’altro.

Una delle malattie peggiori diffuse dai giornali ultimamente si chiama Paura. La paura è una malattia irrazionale, il che significa che chi viene contagiato mostra evidenti sintomi di mancanza di ragionamento o approfondimento: ripete continuamente i titoli dei giornali, li utilizza come slogan, a fronte di obiezioni argomentate risponde alzando la voce e via così.

Il malato di Paura è fondamentalmente convinto che gli portino via le cose, che ci sia un complotto internazionale che abbia come scopo fondamentale il turbamento del suo tranquillo stile di vita. Nelle sue forme più acute, la Paura si manifesta come timore di diventare esattamente come le persone che disprezziamo di più: poveri, malati, esclusi dalla nostra bella società.

Un effetto collaterale del morbo è la miopia, intesa come incapacità di vedere al di là del proprio naso. In un mondo che rischia, nelle ultime settimane, di trovarsi in una pericolosa escalation nucleare per colpa di due o tre capi di governo non troppo equilibrati, in un ecosistema che reagisce con violenza alla nostra indifferenza sui cambiamenti climatici scatenando tifoni e uragani mai visti, in una biosfera contaminata ai massimi livelli dall’uso di sostanze plastiche e dalla loro diffusione nelle acque, il miope pauroso è intimorito soprattutto dal fatto che sull’autobus qualche immigrato possa starnutirgli vicino.

Come biasimarlo? Forse è meglio avere paura delle cose piccole che delle cose grandi, senza contare che, al giorno d’oggi, perfino la lebbra è curabile con una scatola di antibiotici. Anche per gli altri timori poi ci sono svariate cure: la più efficace e definitiva è quella di informarsi, leggere, studiare. (Sì, scomodiamo anche “studiare” – dato che è settembre – un verbo che pensavamo di non dovere più utilizzare finita la scuola.) In effetti, per rendere la cura definitiva, bisogna assimilare notizie, verificarle, provarle con il ragionamento, confrontarle con altre notizie, approfondire le cose…

Perché allora il malato di Paura continua a restare malato? Be’, innanzitutto perché gli hanno detto di non fidarsi dei vaccini e poi perché questi comportano una serie di effetti collaterali sgradevoli. Anche studiare le cose in effetti presenta delle conseguenze piuttosto serie: è decisamente più faticoso che non ripetere cose già dette e presuppone che la gente utilizzi per pensare la propria testa.

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Algoritmi

IMG_20170828_111831.jpgL’ideale sarebbe non farsi mai prendere dalle emozioni: offuscano la tua capacità di giudizio e non sempre si riesce poi ad essere equanimi ed equilibrati di fronte a quello che succede
Siamo in un mondo che produce formule magiche – ora si chiamano “algoritmi” – che permettono di misurare i nostri comportamenti, le nostre abitudini, quello che tendenzialmente compriamo in determinati periodi o come reagiamo davanti a determinate situazioni. Chissà se esistono anche algoritmi che possano evitarmi di scaldarmi troppo di fronte alle scene che vedo in tv in questi giorni e possano garantirmi di prendere la posizione più razionale nei confronti di quello che succede.

Su internet ho scovato il progetto Moral Machine del MIT. Si tratta di un problema informatico di non piccola portata: supponiamo che un’automobile a guida automatica abbia un’avaria ai freni e che si stia dirigendo a tutta velocità verso un muro. L’unico modo per salvare i due occupanti dell’automobile sarebbe sterzare sul marciapiedi dove la vettura però probabilmente falcerebbe cinque persone. Che fare?
La questione, sul sito del MIT, è stata lungamente dibattuta e portata avanti da programmatori o semplici curiosi: ci può essere un criterio puramente statistico (cinque sono più di due) o qualitativo (quale dei due insiemi ha la maggiore aspettativa di vita?) oppure legati alla composizione dei passeggeri della vettura (marito e moglie, madre e figlio) e del gruppo che passeggia lungo la strada.
Cosa dovrebbe fare l’automobile “intelligente”? Si possono programmare scelte morali? Si può creare un algoritmo che ci dica come comportarci di fronte ad una scelta di carattere morale?

Io ho ripensato subito alle leggi della robotica di Asimov:
1. Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.
2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.
3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge
Mi sembrano, alla fine dei conti, una buona base di partenza: l’idea morale principale che Asimov sottintende nella programmazione dei propri robot è la sacralità della vita umana. Certo, se si deve scegliere fra due vite umane, anche la macchina probabilmente non saprebbe cosa fare e sospenderebbe il giudizio: forse si spegnerebbe o – in virtù della terza legge – si autodistruggerebbe per evitare di infrangere le prime due norme.

A questo punto, a puro scopo speculativo, vi propongo qualche scenario che forse ci è un po’ più vicino rispetto a quello della macchina robotica: provate ad immaginare cosa farebbe il robot preposto ad intervenire in queste situazioni.
Scenario 1: La guardia costiera robotizzata individua al largo delle coste italiane un barcone carico di migranti clandestini che sta cercando di attraccare sulle nostre sponde. L’ordine principale è quello di respingere il barcone ma questo metterebbe a repentaglio la vita dei viaggiatori.
Scenario 2: La polizia robotizzata deve sgomberare uno stabile occupato abusivamente da famiglie di rifugiati. L’ordine è quello di liberare il palazzo ma i rifugiati oppongono resistenza: si tratta soprattutto di donne e bambini.
Chissà cosa farebbero i robot in queste situazioni? Chissà che tipo di algoritmo dovrebbero adottare?

Mi stupisco un po’ quando sento parlare in tv persone che hanno tutte le risposte in tasca, che ci dicono di affrontare razionalmente i problemi e di non essere emotivi, di non essere, insomma, troppo “umani”: io credo che anche le macchine avrebbero qualche problema a dirimere razionalmente queste situazioni.
Capita, a volte, che le mie idee vengono tacciate di “buonismo”. In effetti, spesso prendo posizione sulla base di criteri meramente quantitativi (il benessere di molti contro il benessere di pochi) oppure qualitativi (persone che stanno male contro persone che stanno bene) mentre invece – mi viene obiettato – le variabili sono ben altre.
Che cosa volete farci? Il mio sarà un bug di programmazione.

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Storie di stelle

a J.M.Barrie

Sarebbe troppo lungo e complicato e, vi dico la verità, non così piacevole a distanza di tanto tempo, rivangare i motivi per cui le stelle furono punite. Fatto sta che da allora – e quando dico “allora” mi riferisco all’epoca del fattaccio, ossia veramente un sacco di tempo fa – sono costrette a stare lì, immerse nel buio, a guardare giù in terra. Non è una cosa piacevole credetemi: gli esseri umani si vedono poco durante la notte e hanno poi questa spiacevole caratteristica di correre sempre da qualche parte. Le stelle provano a seguirli ma sono veramente difficilissimi da osservare: corrono, si muovono come lucciole impazzite. Un tempo, raccontano le stelle più anziane, si muovevano sì, ma nel buio, e dopo un po’ riuscivi a riconoscere i loro percorsi, adesso invece sono sempre illuminati, accendono luci ovunque. Certe notti sono luminosissime e disegnate da lunghissime strisce di luce: gli uomini a volte vanno tutti da una parte o dall’altra o semplicemente girano in tondo nelle loro città. In quelle notti le stelle devono strizzare tantissimo gli occhi e fanno fatica a vedere. Per chi le osserva da lontano sembrano un po’ tremolanti, soprattutto le più vecchie; in realtà è la fatica di continuare a guardare giù.

Poco dopo la metà dell’estate però succede un fenomeno strano. C’è una notte in cui molti umani si fermano e si fanno vedere: si sdraiano sui prati e guardano in su. Spengono le luci e stanno lì, fermi.

Per le stelle è una cosa molto insolita quella di guardare in faccia gli esseri umani. Le più vecchie ci sono abituate e fra loro si domandano come mai gli uomini si fermino a guardare per aria così di rado: loro non sono mica condannati a guardare per terra come le stelle e possono permettersi il privilegio di stare fermi a guardare tutto il cielo. Perché mai non lo faranno?

Poi, tutti gli anni, succede sempre: qualcuna delle stelle più giovani non riesce a sostenere lo sguardo di tutti quegli esseri umani e – zic! – cerca di scansarsi velocissima nel buio. A quel punto – e gli anziani lo sanno – gli uomini reagiscono sempre nello stesso modo: fanno un lunghissimo “ooooh!” e indicano il cielo.

Per chi le osserva da lontano sembrano un po’ tremolanti: in realtà sono le stelle più anziane che stanno ridendo.

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Questa cosa dei cani

 

 

Ogni tanto scrivo del mio cane ma non è che io o il mio cane facciamo una vita particolarmente emozionante. Cioè: se il tuo cane si chiama Rin Tin Tin o Lassie, ti può capitare magari che sventi una rapina al treno o soccorra delle ragazze in pericolo – e allora come padrone del cane hai un po’ di gloria riflessa (come Rusty, per esempio, che aveva come unico ruolo quello di dire “Bravo Rintie!” e accarezzarlo con energia, mentre il cane probabilmente pensava “ho salvato il fortino per l’ennesima volta e tutto quello che mi tocca sono i complimenti da questo nanerottolo…”) – ma nel mio caso il massimo dell’emozione è quando incrociamo sul pianerottolo Enea, il cane del piano di sopra, e i cani si ringhiano mentre io e l’altro padrone ci scambiamo sorrisi di circostanza.

Ecco: volevo parlare di questa cosa qui dei cani. Quando passeggi con il cane, lui, il cane, ha come unico pensiero quello di dosare la pipì come si deve per farla bastare per tutti gli angoli della via. A volte il mio cane non ce la fa, sbaglia le misure o si lascia un po’ andare nel secondo o terzo cespuglio, e alle ultime tappe del giro alza solo la gamba e simula la pisciata mentre mi guarda come per dire “oggi non ce l’ho fatta: questo sarà il nostro piccolo segreto…”. Il padrone invece deve stare molto concentrato sugli altri cani. Quando gli altri cani si avvicinano, tu devi tenere forte il tuo cane e urlare a squarciagola al padrone dell’altro: “è un maschio?!”. E’ una specie di rito. Secondo la logica dei padroni, due cani maschi litigano fra loro mentre maschio e femmina si fidanzano. Allora, quando uno ti urla “è un maschio?”, tu gridi forte “sì!” oppure “no!” e l’altro molla un po’ la presa oppure cambia strada a seconda del sesso del suo cane. Sinceramente, non so cosa fanno due femmine.

Io, il rito, non l’ho mai rispettato, perché il mio cane litiga con tutti, maschi e femmine. Quando mi chiedono “è un maschio”, io rispondo “sì, ma non importa…” e cambio strada lo stesso. I padroni si offendono un po’ delle volte e insistono a venirci sotto, se sono padroni di femmine, per vedere l’effetto che fa. Io glielo dico di lasciare perdere ma loro se la prendono come a dire “che c’è? la mia cagna non è abbastanza per il tuo botolo…?” finché il mio cane ringhia e morde e loro vanno via ancora più offesi.
Una volta pensavo che il mondo dei cani fosse più semplice e sincero di quello degli uomini: si parte dal presupposto che ogni maschio incontrato è un potenziale coglione, mentre ogni femmina un’affidabile compagna. Molti cani (e padroni di cani) ragionano così: cambiano strada con altri maschi, mentre ridono compiaciuti quando maschio e femmina si accoppiano senza ritegno sul marciapiede (“guarda come vanno d’accordo!”).

Mi è capitato di pensare che se avessimo la sincerità dei cani potremmo incontrarci in corridoio con i colleghi che ci stanno antipatici e urlargli “cambia strada, cretino!” e ci abbaieremmo dietro un po’ di insulti finché non ci siamo superati. Quello che capiterebbe con le donne lo potete immaginare: anzi, delle volte forse lo avete immaginato e vi siete avvicinati con le froge dilatate e l’espressione charmant del setter irlandese a qualche ignara ragazza alla fermata dell’autobus.

Il mio cane però mi ha spiegato che non sempre funzionano questi schemi: a lui stanno sulle balle tutti mentre Fellini, il cane del palazzo di fronte, va d’accordo con maschi, femmine, gatti e tutto quello che gli capita d’incontrare. Forse, a pensarci bene, ci sono un sacco di cani che non rispettano gli schemi e siamo noi padroni a incaponirci sul fatto che maschio e femmina devono andare d’accordo e i maschi litigare fra loro (un po’ come quando tua madre da bambino ti portava in casa di sconosciuti, ti presentava il loro orribile figlio e ti diceva “adesso tu ed Evaristo andate di là a fare amicizia”…).
Il problema nostro è quando ci affidiamo troppo agli schemi e crediamo che valgano in tutte le situazioni, soprattutto quando poi li trasportiamo dal mondo animale a quello umano e cominciamo a categorizzare le persone sulla base del pelo, della razza, della toelettatura e via così, oppure quando pensiamo che in certe situazioni dobbiamo volerci bene e rispettarci eccetera eccetera.
I cani, che sono molto più semplici di noi, ci dicono che le cose sono decisamente più complicate.

Ecco, l’altro giorno parlavo di questa cosa qui dei cani con il mio cane, di come sono difficili i rapporti con gli altri, di come non sempre ci si capisca e di come, in fondo, non ci sia un sistema di regole per capirci e andare d’accordo.
“Non me ne parlare – ha detto lui – io ho già un sacco di problemi a far bastare la piscia fino alla fine del giro…”

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A casa loro

Sulla spiaggia questi signori continuavano a dire che non ci stavamo più e che in Italia non c’era più posto per altra gente. Come potevo dargli torto? Eravamo tutti pigiati sotto gli ombrelloni, con le sdraio che rischiavano di accavallarsi fra di loro. “Perché continuano ad arrivare coi barconi? Non vedono che non c’è posto?”. E io mi immaginavo questi barconi, carichi di persone, che avvistano l’Italia da lontano e dicono: “No ragazzi, niente da fare… anche questa spiaggia è piena!”.

Eh, già: siamo al completo. Come gli alberghi della riviera. Quindi, dicevano i signori sotto gli ombrelloni attorno al mio, questa gente va aiutata “a casa loro”. Son finiti i tempi del buonismo, con gli italiani che accolgono tutti volentieri, danno asilo e un lavoro a questi disperati, li integrano perfettamente nel loro tessuto sociale… Siamo passati al buonsensismo: e il buon senso ci invita ad aiutare questa gente “a casa loro”.

Però – pensavo sdraiato sul lettino – per aiutare qualcuno a casa sua, bisognerebbe prima sapere dove abita e quindi dovremmo sapere innanzitutto da dove viene di preciso questa gente. Poi, per aiutare qualcuno, devi pure sapere bene che problemi ha: quindi dovresti conoscerla veramente, informarti su quali sono le situazioni da cui, eventualmente, decide di scappare ed evitare che succeda (quindi risolvere questioni abbastanza complesse…). Da ultimo, bisognerebbe vedere se queste persone effettivamente hanno una casa presso la quale essere aiutate. In caso contrario, bisognerebbe dargliela.

Uff…! Mentre prendo il sole mi rendo conto di come è complicata questa faccenda di aiutare le persone a casa loro… Presuppone che io mi alzi da questo lettino, mi occupi di problemi internazionali, di fame nei paesi del terzo mondo, di sfruttamento politico, di guerre etniche o di religione, che provveda a rifornire popolazioni lontanissime di mezzi per la loro sussistenza, di risorse economiche o, addirittura, di case vere e proprie. E tutto questo senza che mi venga in tasca niente: neanche un braccialettino o un paio di finti ray-ban, senza che questa gente raccolga i miei pomodori o lavori nei miei cantieri o mi dica dove parcheggiare.

La buona volontà dei miei vicini di ombrellone mi colpiva profondamente: possibile – mi dicevo – che siano disposti a sciropparsi migliaia di chilometri per andare ad aiutare perfetti sconosciuti in paesi lontani? E che io sia così pigro da non rendermi conto di come questa sia sempre stata, in effetti, la soluzione migliore? Occuparsi di tutti i problemi del pianeta, risolvere guerre e fame nel mondo: aiutare tutti a casa loro, come Superman.

E io, invece, sdraiato sul lettino, inchiodato alle mie vecchie posizioni di buonismo, mi rendevo conto che, per anni e anni, avevo semplicemente scelto la soluzione più comoda: ero rimasto fermo qui ad aspettare che che i problemi venissero a cercare me, piuttosto che il contrario, e che queste persone, con tutte le complicazioni del caso, mi facessero il favore di portare la loro richiesta d’aiuto proprio qui, a casa mia.

Mentre ascoltavo le loro chiacchiere, fissavo placido la linea dell’orizzonte: tranquilli ragazzi! Stavolta veniamo noi…

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