Scissionismo

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Non devi prenderla così. Non è colpa mia se sono costretto ad andarmene né, tantomeno, lo puoi considerare un gesto di viltà. Sarei rimasto volentieri, davvero… ma “le condizioni ambientali” – è così che si dice, no? – non me l’hanno permesso.

Non è detto che la mia uscita sia un fatto esclusivamente negativo. In fondo, le divisioni producono energia e, forse, quest’energia rivitalizzerà un po’ tutto il sistema.

Sicuramente, il fatto che io me ne vada dovrebbe farti riflettere. Forse ti interrogherai su alcune tue certezze che consideri incrollabili, su alcune posizioni che consideri non negoziabili. Allora, vedi, la mia partenza non sortirà soltanto effetti negativi se riuscirà a farti pensare, anche se per poco, a come ti comporti, se servirà a domandarti se davvero hai sempre ragione su tutto.

Chi se ne va è sempre il più debole, questo lo so anch’io. E certamente non sono io che lascio sola la maggioranza: non sarete indeboliti dalla mia partenza, a meno che non riusciate a capire che sono io che sono stato lasciato solo da tutti voi. Non è un piagnisteo inutile: ogni persona che se ne va è anche un bisogno non ascoltato, è il mancato riconoscimento di un’identità, di un punto di vista.

Comunque, la faccio breve: lo so anch’io che la porta è aperta e sono libero di andarmene se le cose non mi vanno bene così come sono. Il mio rammarico semmai è proprio legato al fatto che a voi le cose vadano bene proprio così.

Me ne sono dovuto andare per riuscire a lavorare, per avere opportunità che da voi mi erano negate. Me ne sono dovuto andare per riuscire a sposarmi con chi volevo e perché questa cosa fosse riconosciuta da uno stato. Me ne sono dovuto andare per avere dei figli quando lì da voi non ci riuscivo.

Insomma, me ne sono dovuto andare per vivere come volevo.

Non ti sembra ironico che adesso, alla fine, abbia deciso di andarmene anche per morire?

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Il colpo di tacco

piccione

Nel teatrino sanremese di tutti gli anni – la rigida liturgia del Festivàl da una parte e noi sul divano a parlarne male dall’altra – capita che, a volte, si apra un piccolo foro sul fondale, uno strappo, nella carta velina azzurra che fa da cielo sullo sfondo, a ricordarci la forza dell’inatteso.

È la fantasia che scarta rispetto alle attese: il fuoriclasse circondato dai difensori che, lo sguardo dall’altra parte, libera il compagno con un colpo di tacco. Non tutti ce l’hanno – per questo il fuoriclasse è detto così, per la sua capacità di uscire fuori dai soliti schemi: tac! senza pensare, ché certi colpi non si pensano, sono i piedi o il corpo che fanno tutto da soli. Palla da una parte, difensori dall’altra.

Allora nel teatrino di Sanremo – dove ognuno recita la sua parte di marionetta: il presentatore solitamente spigliato che diventa inspiegabilmente ingessato, il comico che non fa più ridere, le canzoni che fanno tutte schifo, salvo poi inserirle nella nostra playlist per gli undici mesi successivi, i vincitori che si dimenticano, i giovani che ringraziano dell’opportunità, i superospiti imbranati… – ogni piccolo segno di vita diventa uno squarcio di verità, ogni infrazione del rigido protocollo ci ricorda che stiamo assistendo ad una rappresentazione.

Vasco Rossi che, dopo l’esibizione, si infila il microfono in tasca per andare via (“se provi a rinfilarlo sull’asta e non ci riesci fai la figura dello sfigato”), oppure Cavallo Pazzo che tenta il suicidio e Pippo Baudo (!) che va a salvargli la vita, Patty Pravo che entra sul palco col chewing-gum e, non sapendo dove metterlo, lo appiccica sul microfono (per poi staccarlo a fine canzone).

Un altro chewing-gum che mi ricordo è quello di Alessandro Bono quando cantò Oppure no: era stonato e leggermente off-beat eppure la sua esibizione quasi mi commosse. Quando se ne andò dal palco, il presentatore mise il piede su un chewing-gum e diede la colpa a Bono. Sembrava che non gliene fregasse niente di quel palco, salvo cantare la sua canzone. Quando, tre mesi dopo, morì (era ammalato di AIDS in fase terminale) mi resi conto che avevo assistito ad uno di quei piccoli momenti di verità, in cui ti accorgi che il contenitore è finto e prova a omogeneizzare tutto, ma che alcune persone riescono a scartare tutte le attese.

Ecco: da allora, io aspetto questo: che succeda qualcosa, qualsiasi cosa, un guizzo di fantasia, a rompere lo schema di quello che già so. Un po’ come allo zoo-safari, insomma, nel quale non capisci se sei tu a guardare le bestie o loro che guardano te e basterebbe un solo un cenno dell’orangutan per convincerti che stai guardando qualcosa di vero.

Sonnacchioso sul divano, stavo biasimando la partecipazione di Francesco Totti che, forte dei circa 84 milioni di euro guadagnati in carriera, non aveva certo bisogno di partecipare al Festival per farsi trattare come un mezzo scemo. Aveva già frainteso il nome dell’autore della canzone di Michele Bravi, il trombonissimo Cheope, figlio di Mogol e nipote di Calibi, storpiandolo in Sciopè, e adesso stava rispondendo alle domande incrociate di Conti e De Filippi che cercavano di misurare il suo grado di naïvetè. Mi sembrava un po’ una di quelle scene di bullismo inverso, quando i laureati in certi film chiedono all’operaio la sua opinione sulla Critica della ragion pura. Il tormento si doveva chiudere con l’ultima domanda di rito, fatta a tutti gli ospiti precedenti: qual è la tua canzone preferita di Sanremo? L’ospite dà la risposta prevedibilissima e parte lo spezzone della canzone in sottofondo.

“Allora, Francesco Totti, qual è la tua canzone preferita di Sanremo?”

Il nostro si guarda intorno e poi sbotta: “Povia! Il piccione!” Il panico e l’ilarità che si diffonde sul palco risultano tutto sommato eccessivi, lo spezzone di canzone non parte e Totti, fra risate e agitazione viene allontanato dal palco. Fine del siparietto.

Il giorno dopo sui giornali pubblicano lo stralcio della scaletta della serata che, più o meno, recita: “Il presentatore chiede a Totti la sua canzone preferita; Totti risponde Si può dare di più (Morandi – Tozzi – Ruggeri); parte la base della canzone”.

Il teatrino prevedeva una parte precisa, una finta spontaneità dell’ospite e una finta sorpresa dei conduttori, ma il corpo del fantasista ha deciso di procurarci un inaspettato momento di verità, con vera spontaneità e vera sorpresa dei conduttori.

Povia. Il piccione. Colpo di tacco: palla da una parte, Festival dall’altra.

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Meno ventiquattro

meno24

Fra un anno esatto questo blog chiuderà.

Mancano quindi – escluso il presente – ventiquattro post esatti alla fine di quest’esperienza: questo per giustificare il titolo che non era, evidentemente, un riferimento al freddo di questo periodo.

Se qualcuno si sta chiedendo il perché, potrei rispondere semplicemente “perché sì”: le cose iniziano e finiscono senza un motivo preciso. Questo, in particolare, vale per la scrittura: le storie si raccontano e poi, un giorno, magari ti stanchi di raccontarle… ma non è che finiscono. Io, ad esempio, non penso che smetterò di scrivere. Scriverò cose diverse magari, spero più divertenti o interessanti, o magari continuerò a scrivere cose che mi rileggerò solo io.

Se invece il vostro perché era legato alla scadenza, a quello è un po’ più facile rispondere. Intanto bisogna scegliere un momento preciso per finire le cose, come quando dici “studio o corro fino alle 18:30” e potrebbero essere anche le 18:36 (se vi piace l’idea che il secondo numero sia un multiplo del primo) o le 18:18 o le 18:29 (con una doppia progressione)… insomma, sono cose legate ai gusti personali. Personalmente, appunto, ho pensato che da qualche parte dovevo pure finire e che il 27 gennaio prossimo arriverò al duecentesimo articolo di questo blog. Ho riflettuto che era una strana casualità… le uscite dei post non sono state affatto regolari nei primi tempi ed era singolare che l’articolo 200 cadesse proprio il 27 gennaio 2018: come i più affezionati lettori sapranno, il blog ha aperto proprio un 27 gennaio, quello del 2009. Da allora – in coincidenza con il compleanno di mia nonna e con la giornata della Memoria – ho sempre festeggiato il compleanno anche di questa piccola finestra. L’anno prossimo, questa finestra la chiuderò.

Un po’ – visto che li ho nominati – mi dispiace per gli “affezionati lettori”: quelli che, quando meno me lo aspetto, mi dicono “ti leggo sempre”. Non è un espressione strana “ti leggo”? A volte mi capita di pensarci e mi vedo sotto i loro occhi. Non so se mi guardano “come fossi un libro aperto”: sicuramente sono un libro scritto in piccolo e ad alto rischio di fraintendimento. (Quando mi dicono così, io di solito abbasso il mio di sguardo, non vorrei che vedessero più o meno di quello che hanno visto fra le righe, che rimanessero delusi magari…)

Forse per alcuni di loro, quando poi non mi leggeranno più, smetterò di esistere, come quando si chiude un libro e si passa a un altro. A quel punto forse capirò cosa succede ai personaggi del libro quando il libro è chiuso.

Comunque, chiuso un libro, sicuramente ne aprirò un altro e magari di queste cose ne riparleremo fra un anno: cambiare è sempre un modo di mettersi alla prova e di sopravvivere senza ripetersi.

Nel frattempo, mi ritrovo a scrivere per l’ottava volta nel giorno della Memoria: davanti alle scuole quest’anno distribuiscono volantini di Casa Pound e vedo ragazzi che sono seriamente convinti che le esperienze totalitarie di nazismo e fascismo sono state fraintese ed eccessivamente demonizzate.

Forse, tutto quello che sto cercando di scrivere è che sono stupito e stanco di queste ripetizioni, di chi crede che rimanere fermi sia una forma di coerenza e che riproporre idee di un secolo fa sia la soluzione al nostro presente. Chissà se davvero, un giorno, capiremo che Memoria significa proprio il coraggio di cambiare, di continuare a vivere senza ripetere sempre gli stessi errori.

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Colpa delle stelle

L’anno non è cominciato nel migliore dei modi. Per colpa dell’atroce attentato di Istanbul, la mattina del 1 gennaio è stato mandato in onda uno speciale sul terrorismo invece del consueto oroscopo annuale di Paolo Fox. Le proteste dei telespettatori non hanno tardato a farsi sentire, bersagliando la RAI per tutta la giornata del primo dell’anno. Il tenore delle lamentele era all’incirca: “vabbé, sono morte 39 persone… ma come va per l’Acquario in amore?”.

L’episodio, che potrebbe giustificare parte degli attentati rivolti contro la nostra società occidentale, è invece sintomatico di come viviamo l’ansia del nuovo inizio e di quanto abbiamo bisogno del conforto zodiacale. Non preoccupatevi: quest’anno sarà meraviglioso per tutti voi.

Prima che pensiate che io stia usando un tono sarcastico, vi rassicuro sul fatto che la presenza di Nettuno in quarta casa nel mio tema natale (in corrispondenza del segno del Sagittario e in preoccupante opposizione con Venere in Toro), sommata ad un’inquietante somiglianza fisica col succitato Paolo Fox, mi rende particolarmente sensibile alla dimensione della trascendenza e dei misteri dell’esistenza.

Sono però altrettanto consapevole di almeno un altro paio di cose. La prima è legata al fatto che, dato che i cieli si muovono (questa roba si chiama “precessione degli equinozi”: googolatelo!), nessuno di noi è nato precisamente nel suo segno zodiacale ma, probabilmente, in quello precedente; la seconda è che un oroscopo di inizio d’anno ha lo stesso valore di una previsione meteorologica annuale: la primavera sarà piovosa con schiarite, l’estate sarà calda con punte di afa, l’autunno sarà bigio e così via.

Quindi, tranquilli: quest’anno, se proprio ci tenete a quella previsione, sarà all’incirca come tutti gli altri. Mediamente, alcune cose andranno bene e altre andranno male: il problema sarà decidere quali vorrete ricordare. Alcuni di voi si troveranno a fare scelte importanti: fate attenzione e rifletteteci bene, potreste pentirvi di alcune decisioni mentre altre si dimostreranno decisive per il vostro futuro. Quelli di voi che cercheranno l’amore lo troveranno. State attenti però: nella maggior parte dei casi, troverete esattamente quello che state cercando e questo potrebbe deludere qualcuno fra voi.

Se poi ci tenete a sentirvi dire che siete persone sensibili o volitive o caparbie, che avete grandi potenzialità inespresse che possono essere valorizzate da un transito di Saturno, che il successo è alla vostra portata, purché decidiate di darvi una mossa…  be’, sono tutte cose che sapete già: che bisogno c’è di ripetervele ancora?

Cercate piuttosto di stare un po’ più attenti a quello che vi circonda (attentati compresi), di essere informati, di essere più disponibili e gentili con le persone che avete attorno, di essere consapevoli insomma di tutta la realtà intorno a voi, di guardare un po’ più per terra e un po’ meno il cielo.

Forse a quel punto vi renderete conto che i nostri fallimenti, i nostri contrattempi, le nostre delusioni e le nostre arrabbiature, la congiuntura sfavorevole che ci ha penalizzato, l’occasione buona che non abbiamo sfruttato e via via fino alla nostra immutabile e testarda stupidità, non sono sempre e inevitabilmente colpa delle stelle.

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Condono natalizio

puzzle

Una delle caratteristiche del Natale è il tentativo di rimediare, con un unico gesto risolutivo, a tutte quelle omissioni che hanno caratterizzato l’anno precedente. Così c’è quello che si veste elegante, quello che va a messa, quello che vi telefona solo il giorno di Natale. Non sono fra quelli che dicono “se non l’hai fatto nel resto dell’anno, perché farlo a Natale?”, intanto perché credo che una volta sia meglio di niente (è comunque un segno di buona volontà), poi perché il senso del Natale sta anche nel farti fare una serie di cose che nel resto dell’anno vorresti evitare, che vanno dal trascorrere tempo con certi parenti, al giocare a Mercante in fiera: lo faccio adesso e poi per un anno non se ne parla più.

Io, in questa categoria, avrei un sacco di cose da inserire: azioni non fatte, dimenticanze, scuse… e non sarebbe male impacchettarle una volta per tutte e non pensarci più. Invece di un dono, sarebbe una specie di condono natalizio.

Per esempio vorrei scusarmi con tutte le persone che, per la fretta, ho fatto finta di non riconoscere fissando un punto lontano all’orizzonte in modo da non incrociare il loro sguardo: vorrei solo rassicurarvi sul fatto che non siete invisibili.

In questa categoria dovrei inserire il sottogruppo di quelli che era impossibile non vedere e che ho salutato, per strada o in bicicletta, con grandi sorrisi ma proseguendo per la mia strada, torcendo il busto verso di loro come se la marea inesorabile mi stesse trascinando lontano. In effetti, non avevo tutta questa fretta e potevo pure fermarmi a fare due chiacchiere.

Poi mi vorrei scusare con quelli che mi hanno telefonato e ai quali ho detto subito “pensa che stavo proprio per chiamarti anch’io!”.

Poi con quelli che ho incontrato tre anni fa e ai quali ho detto “oh, adesso non facciamo passare tre anni prima di rivederci ancora!”, oppure con quelli del “allora ci organizziamo a brevissimo per vederci” ed era tipo l’aprile 2015.

Poi ci sarebbe la vastissima categoria delle persone alle quali ho tirato un pacco all’ultimo momento: quelli che mi aspettavano per una cena o per un aperitivo e con i quali ho accampato scuse tipo che casa mia stava andando a fuoco o che dovevo lavorare fino a tardi mentre invece ero sul divano a guardare il finale di stagione di qualche serie.

Ecco: scusatemi tutti, anzi, scusiamoci tutti: mi sono accorto che anche voi fissavate lontano o non potevate fermarvi o avevate la casa in fiamme… Natale alla fine  è anche questa illusione di rimediare, con la consapevolezza che rifaremo le stesse identiche cose.

Alla fine, vorrei pure fare un nome e un cognome e scusarmi pubblicamente con Luca Bonato (uff… se non sapete chi è Luca Bonato, leggete qui). Oltre a quello che avevo già scritto di lui, dovrei aggiungere che è la persona che ci ha spinto a fare del teatro-canzone, che ha collaborato alla scrittura e alla messa in scena dei nostri due spettacoli e mezzo (Scusate devo scappare, Potrebbe piovere e, appunto, lo spettacolo sui sensi di colpa di questo periodo: Fantasmi di Natale), che ci ha fatto esibire a San Vittore e in altre due date milanesi, che ha sempre rotto le scatole a destra e sinistra per farci conoscere, mentre noi restavamo ostinatamente fermi a fargli da zavorra. Per tutto quello che lui è riuscito ad ottenere, io ho sempre ricevuto degli applausi e dei ringraziamenti che mi hanno fatto molto piacere. Luca invece, da me, non ha ricevuto spesso neanche il “grazie!” che ho sempre riservato al tecnico del suono, all’usciere del teatro, al ragazzo delle pizze…

Forse il condono natalizio, questa grande sanatoria delle omissioni, serve anche a rendersi conto – almeno una volta l’anno – non solo di tutto quello che non c’è stato o che è mancato, ma anche di tutto quello che c’è e abbiamo sempre dato per scontato: compresa l’amicizia.

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Warheit macht Frei

water mirror

Poi ci sono quelli che ti dicono: “Perché io sono fatto/a così: le cose le dico in faccia!”. E il più delle volte le cose che ti dicono sono di una sincerità imbarazzante, tipo che puzzi o che sei un maleducato o sputi quando parli… Sono fatti così: le cose le dicono in faccia e, in una società come la nostra, costruita su una serie di convenzioni e di apparenze che vanno dal non ruttare a tavola al dare del Lei alle persone più anziane, questi personaggi credono di muoversi controcorrente come branchi di salmoni, portatori della loro disarmante sincerità che si scontra con il tuo essere, alla fine dei conti, un falso.

Già, nel “io le cose le dico in faccia”, c’è sottinteso quasi sempre il tuo silenzio, il tuo non essere in grado di esprimere apertamente il tuo pensiero. E mai nessuno che pensi che invece un pensiero ce l’hai, forte e chiaro, e magari non lo esprimi perché non è bello sentirsi dire nei denti che puzzi o che sei un maleducato o sputi quando parli. Alla fine dei conti tu sei una persona che si censura, che si adegua alle convenzioni e ti ostini a dire cose tipo “bella giornata, vero?” oppure “Che piacere rivederti!”, anche se avresti preferito persino una visita proctologica a quell’incontro. Eppure, continui a muoverti, inspiegabilmente, sulla linea della convenzione mentre loro, che le cose le dicono in faccia, scuotono la testa di fronte alla tua finzione. (Ma credete davvero che tutto mi vada così bene? Credete davvero che sia sempre contento di rivedervi? Cosa ho scritto in fronte? “Giocondo”?! … Ma anche su questo sono tranquillo: se avessi qualcosa scritto in fronte loro me lo direbbero in faccia).

Loro invece hanno questa specie di licenza che prevede che tutto quello che gli esce di bocca non venga filtrato; una sorta di mancato controllo su quanto hanno dentro – come se qualcuno di noi si lasciasse andare a pesantissime flatulenze in ascensore e poi dicesse: “io sono fatto così: non ho il controllo dello sfintere!”. E tu rimani così, abbozzi e, il più delle volte, oltretutto, ringrazi: “grazie davvero… se fossero tutti sinceri come te….!”.

Già, se fossero tutti sinceri come te ci manderemmo a quel paese quotidianamente, diremmo a Tizio o a Caio di non starci troppo vicino perché il suo odore è insostenibile, diremmo a Sempronio che quello che ha scritto / detto / fatto fa schifo, sputeremmo in faccia giudizi come ceffoni. Che mondo migliore sarebbe! Ad opporsi a questo mondo ideale – il cui tasso di litigiosità sarebbe superiore alle giornate migliori della striscia di Gaza – ci siamo noi falsi, noi che ci ostiniamo a dire “che piacere rivederti!” e “quello che hai scritto / detto / fatto mi è piaciuto molto (anche se…)” solo per non ferire le persone. Alla fine dei conti, la nostra falsità è una forma di attenzione: cerchiamo di preservare la vostra faccia dai ceffoni della verità. Noi siamo il cuscinetto che consente a voi sinceri di muovervi senza fare troppo danno. Credetemi: la verità probabilmente farà liberi voi ma la falsità fa sopravvivere tutti.

Probabilmente, leggendo questa cosa, alcune persone che conosco si riconosceranno e verranno presi dal dubbio che sto parlando di loro. Forse capiteranno sull’argomento per caso e, girandoci un po’ intorno, mi chiederanno a chi mi riferivo: “Non è che… parlavi di me per caso?”. “Mannò!” – dirò io – “era un discorso così, in generale…”.

Be’… non fidatevi e pensateci su. Io NON sono uno che dice le cose in faccia.

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Settori

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“Il settore sbagliato della parte giusta” è un’espressione che viene da Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio. Il protagonista, Johnny appunto, entra a far parte di una brigata partigiana per prendere parte alla resistenza e si accorge che gli ideali che animano quel gruppo di combattenti non hanno niente a che vedere con i suoi, anche se li accomuna l’obiettivo di liberare l’Italia. Ripensavo a quest’espressione – “il settore sbagliato della parte giusta” ma anche il suo contrario “il settore giusto della parte sbagliata” – come particolarmente adatta a descrivere l’atteggiamento di molti nei confronti del referendum prossimo. E’ come se qualcuno avesse tracciato una riga casuale che ha messo insieme i personaggi più improbabili: l’ANPI con Casapound, Travaglio con Brunetta, Grillo con Berlusconi e via così…

Qualcuno di voi magari avrà deciso di votare sì e si renderà conto di trovarsi schierato con una serie di personaggi che considera impresentabili e inaccettabili. Stessa sorte se avete optato per il no.

Questo intanto ci dice che, in Italia, per quanti possano essere i nostri ideali, ci sarà sempre un numero infinitamente superiore di personaggi impresentabili.

Siccome non sarò certo io a consigliarvi cosa votare né a dirvi per cosa ho intenzione di votare – all’endorsement fatto da molti personaggi su internet, del tipo io voto sì/no per questo, questo e quest’altro motivo, rispondo il mio discreto “esticazzi?” – vorrei spostare il discorso su questa roba dei settori e della divisione casuale.

Comunque vadano le cose, l’Italia risulta spaccata in due parti molto equilibrate fra loro. Qualunque parte vinca, avrà comunque al suo interno una percentuale costante k di impresentabilità. Sia che vinca il sì, sia che vinca il no, dovremo subire l’arroganza della parte impresentabile che canterà vittoria. Gli impresentabili, di solito, risultano molto molesti quando vincono. Questa cosa, in genere, fa molto incavolare quelli dell’altro schieramento i quali, oltretutto, percepiranno di essere stati sconfitti da degli impresentabili. Allo stesso tempo però i moderati dello schieramento vincente si dissoceranno dai toni decisamente troppo accesi adottati dagli impresentabili.

Insomma: la mia visione apocalittica finale è che – come ha detto qualcuno – sicuramente il sole sorgerà lo stesso il 5 dicembre ma saremo tutti, vincitori e vinti, irritati secondo varie sfumature (dalla leggera irritazione all’incacchiatura pesante) e decisamente più divisi.

Una volta tolta la battaglia comune infatti, non ci sarà più niente che terrà insieme impresentabili e motivati per il sì o per il no e, pur avendo vinto (o perso), torneremo a scannarci su mille altre questioni: partigiani e neofascisti, europeisti e regionalisti, neoliberisti e piduisti.

Sicuramente andrò a votare. E’ un dovere di buon cittadino: mi sono informato, mi sono confuso, mi sono ri-informato, sono stato disinformato, mi sono ri-confuso… ma alla fine voterò. Qualcuno ci ha ripetuto – da entrambi gli schieramenti – che andiamo a votare, in questo caso, anche per i nostri figli.

Forse dovevano ricordarcelo anche in tutte le altre occasioni: avremmo limitato la costante di impresentabilità presente nella nostra politica.

Tutto quello che invece potremo dire ai nostri figli in questa occasione sarà invece, per l’ennesima volta, “scusate, credevo solo di essere nel settore sbagliato della parte giusta”.

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