L’improbabile

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E adesso gli Stati Uniti si ritrovano un improbabile presidente con una pettinatura improbabile. Noi, in Italia, facciamo spallucce, ridiamo sotto i baffi con la tacita soddisfazione di avere, per una volta, preceduto gli americani: noi infatti il miliardario con i capelli finti al potere lo abbiamo già avuto. Sarà per questo forse che la vittoria di Trump non è che ci faccia molto caldo o freddo: noi ci siamo già passati, tranquilli!, e alla fine si sopravvive. Col tempo, anzi, abbiamo sviluppato una particolare forma d’immunità contro i timori del cambiamento. Anche noi avevamo una certa puzza sotto il naso allora, ma è scientificamente provato che il naso umano si può adattare a qualsiasi tipo di odore nel giro di due minuti, figuratevi in quattro o vent’anni! Noi, per esempio, abbiamo avvezzato le narici a molte cose. Il verbo esatto, utilizzato sui giornali, è “sdoganare”: prima abbiamo sdoganato un po’ di fascismo, poi un po’ di xenofobia, poi un po’ di intolleranza, poi un po’ di intransigenza religiosa… E’ stata un’operazione fortemente democratica, perché alla fine abbiamo dato voce a tutti quelli che non l’avevano, anche quando questi ne hanno approfittato per dire cose violente o irripetibili. Ad ogni piccolo sdoganamento, siamo riusciti a spostare un po’ più in là la nostra soglia di tolleranza, ogni volta che abbiamo sentito una puzza strana, siamo sempre stati accusati di avere noi la puzza sotto il naso e allora abbiamo inspirato forte e ci siamo abituati. Col tempo le cose cambiano, i miliardari vanno e vengono e non è poi neanche tutta colpa loro a ben vedere: il problema è quello sdoganamento che si diceva, riuscire a dare voce ai veri umori della gente, a quella che i giornali chiamano la “pancia del paese”. Ecco, negli ultimi anni abbiamo avuto un sacco di politici improbabili che hanno dato voce alla pancia del paese, molto spesso dimenticandosi che una pancia, il più delle volte, si esprime a rutti e scorregge. Ad ogni puzza espulsa, ci è stato detto che abbiamo i nasi troppo delicati – chic o radical chic –, che siamo scollegati dalla realtà, che viviamo in un mondo ideale. Tranquilli: quei tempi sono passati! Ci siamo abituati da un sacco di tempo a questa politica finalmente basata sulle vere esigenze della vera gente.

Se prima consideravamo impossibili una serie di azioni o di affermazioni in politica, col tempo abbiamo capito che sono solamente improbabili: tutto può accadere e tutto possiamo, alla fine dei conti, sopportare, pur di non passare per l’ennesima volta per degli snob ancora legati a certi vecchi valori o, Dio non voglia!, alla buona educazione. A pensarci bene, anche l’elezione di Trump era, in fondo, fortemente improbabile.

Questa volta non ci ha colto impreparati: abbiamo abbozzato un sorrisino e abbiamo allargato le braccia: “è la democrazia, ragazzi, è la pancia del paese!”. Abbiamo avuto magari solo un piccolo brivido pensando alle sue affermazioni xenofobe, al pugno di ferro mostrato contro i nemici degli USA, al fatto che questo signore, insieme a Vladimir Putin e a quel simpatico giovanottone di Kim Jong-Un, abbia le mani sul 90% dell’arsenale nucleare mondiale. E se un giorno questo decidesse di…?

Ma no! Ecco i soliti timori snob e radical chic… Pensiamo davvero che questo tizio possa espellere tutti gli immigrati, sdoganare la propria personale misoginia, rendere normale la scorrettezza verbale, violare i diritti civili delle minoranze etniche o sessuali, scagliarsi contro tutti i nemici interni ed esterni dell’America e, oltretutto, scatenare guerre termonucleari su scala globale?

Impossibile! Direte voi.

Ecco, magari impossibile no: improbabile.

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Io, Dino e Dylan

Quando a Bob Dylan hanno dato il premio Nobel, al mio amico Dino si è intasato il telefono di notifiche, manco fosse stato lui il vincitore. Ha ricevuto congratulazioni, telefonate da capi di stato, messaggi Facebook e lui stesso si è prodigato in un post in cui ringraziava l’Accademia di Svezia. Dovete sapere infatti che Dino non solo è il più grande fan di Dylan che io conosca ma, con buona probabilità, è anche il più grande fan di Dylan che conosciate voi. Questo per due motivi: 1. probabilmente conoscete anche voi Dino, dato che lui conosce veramente un sacco di gente e tutti sono amici di Dino (il corollario è che a Dino non si può non volere bene); 2. se anche voi conoscete un fan di Dylan che non sia Dino, sappiate che Dino può sconfiggere il vostro fan con una mano legata dietro alla schiena (il corollario è che Dino con l’argomento “Dylan” può annichilire chiunque, anche il più paziente dei suoi amici).

Ora, se tralasciamo l’evidente contraddizione fra i due corollari – che ha come ulteriore conclusione che si può frequentare Dino purché non si nomini mai Bob Dylan o non si fischietti una sua canzone (tanto comunque lo farà lui) -, tutto questo mi serviva per commentare l’assegnazione del Nobel per la letteratura a un cantante. Quando mi hanno chiesto infatti cosa ne pensassi del premio a Dylan ho detto: “sono felice, come se l’avessero dato ad un mio amico!”. (Tra l’altro, vista la latitanza di Bob, è probabile che deleghino proprio Dino a ritirare il premio a Stoccolma: sarebbe il giusto coronamento di una vita di sacrifici.)

Comunque: è giusto? Sbagliato? Chissenefrega? A chi mi chiede come la penso sul rapporto fra poesia e canzonette rispondo sempre con una bella immagine di Valerio Magrelli: poesia e canzone sono come gli scacchi e la dama. Il campo di gioco è lo stesso ma cambia il grado di complicazione. Oltretutto, con i pezzi degli scacchi puoi farci una partita a dama, ma con le damine non giocherai mai a scacchi. Il che equivale a dire che puoi rubacchiare un po’ di poesia e farci una canzone (chi scrive queste righe ne sa qualcosa…), ma non puoi fare il contrario, cioè prendere una canzone e spacciarla per poesia.

Quindi, il mio primo assunto è che Dylan NON è un poeta: prova ne è il fatto che voi conoscete Bob (e Dino) mentre non avete idea di chi sia Valerio Magrelli.

Detto questo, non mi accoderò alla schiera di quelli che hanno gridato allo scandalo per quest’assegnazione (che probabilmente sono gli stessi che hanno detto “chi?!?” quando il premio l’ha vinto Tranströmer…), perché sono convinto che Dylan l’abbia ricevuto per quello che ha sempre fatto, cioè le canzoni.

Bob ha sempre fatto – molto bene – quella che è diventata una delle forme d’arte più rappresentative della seconda metà del secolo passato, cioè la scrittura di canzoni, e non ha mai cercato di spacciarsi per poeta. [A questo punto ricordiamo – con un minuto di silenzio – la pubblicazione dell’abominevole libro di poesie di Luciano Ligabue, Lettere d’amore nel frigo]. Ha semplicemente scritto e descritto, con una povertà di mezzi incredibile (pensate alla sua semplicità e traducibilità rispetto, ad esempio, a Leonard Cohen) ma con altrettanto incredibile esattezza, i sentimenti, i sogni e i pensieri di più di una generazione.

D’altra parte, diciamocelo: ha sempre suonato e cantato malissimo, se le sue canzoni non avessero una forza particolare non staremmo nemmeno a parlare di lui.

Credo quindi che l’Accademia di Svezia – che non ha a disposizione tutte le cinquanta sfumature di premio degli Academy Awards – abbia semplicemente messo nello scatolone “Letteratura” quella che invece è la vera arte di Bob: la Canzone.

La Canzone – e qui sta il punto – può essere una forma d’arte solo se la si interpreta per quella che è: la lezione di Bob è che chi scrive canzoni deve scrivere canzoni, non credersi un poeta. La poesia è una cosa diversa, non migliore né peggiore.

Per chi, come me, qualche canzone l’ha scritta, è una bella soddisfazione pensare che, anche grazie a Bob, questa attività ha una sua dignità in sé e per sé (non perché assomiglia a una poesia) e che ogni cantautore si colloca su una retta immaginaria che parte da Rovazzi e va su su fino a Dylan.

Una bella soddisfazione, dicevo… ma mai quanto quella di immaginarmi la faccia di Dino quando leggerà che, giusto qualche riga più su, sono finalmente riuscito a scrivere che Dylan canta malissimo.

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Il talento di Veronica

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Vi dirò: quando ho visto Veronica salire sul palco di XFactor sono stato contento.

E questo nonostante tutti coloro che praticano (o credono di praticare) una qualche attività artistica siano sempre ipercritici verso tutti i loro colleghi, in particolare verso quelli che, ovviamente svendendosi al mercato e sporcando per sempre la loro purissima arte, vanno a tentare la fortuna in televisione. Confesso di aver aderito anche io alla categoria in più di un’occasione: mi piace ridere di Sanremo, criticare i nuovi rapper, sfottere i partecipanti di Amici… Tutto questo grazie alla sicurezza che mi trasmette il mio divano; la stessa sicurezza che mi fa sbraitare le risposte corrette in tutti i quiz televisivi e poi comunicare a mia moglie: “anche stasera avrei vinto centomila euro!”.

Comunque, invece, quando ho visto Veronica sono stato subito contento. Intanto perché l’ho conosciuta personalmente, è una cantautrice molto dotata e poi, soprattutto, perché ho avuto modo di vedere dal vivo quant’è brava (ne avevo scritto, un po’ di corsa, qui) ed ero sicuro che “avrebbe spaccato” anche sul palco di XFactor.

Le cose sono andate esattamente così: Veronica canta, accompagnandosi con la sua chitarrina, e il pubblico impazzisce, i giudici si alzano in piedi ad applaudire e io guardo mia moglie con la stessa espressione soddisfatta di quando vinco i centomila euro.

A quel punto mando un messaggio a Mirco descrivendogli quello che ho appena visto in TV e lui ribatte: “Avevi bisogno del giudizio dei giudici di XFactor per sapere che era brava?”. In effetti… “No – gli rispondo – certo che no. E lei? Perché lei aveva bisogno del giudizio dei giudici di XFactor?”.

Che fosse bravissima io l’avevo constatato nel 2009. Da allora, con alti e bassi, ha continuato a scrivere e cantare (di professione è “cantautrice”), a suonare in giro, a farsi conoscere… Eppure – bam! – basta il provino a XFactor e me la ritrovo nella mia homepage di Youtube (“Veronica commuove i giudici”) segnalata fra le tendenze: tre minuti di apparizione televisiva fanno più effetto di cinque anni in giro per i localetti di mezza Italia.  Il nocciolo della questione è appunto la “visibilità”: per riconoscere il talento dobbiamo poterlo vedere.

Eppure, mi domando perché e da quando la musica abbia la necessità di essere “visibile”. Se ci pensate bene, tutto quello che dovrebbe essere richiesto alla musica è di essere “ascoltabile”. Oggi, invece, si richiede una sorta di valore aggiunto: il cantante di bell’aspetto, il video musicale (senza il quale la canzone, semplicemente, “non esiste”) e tutto un contorno di cose che vanno dalla storia strappalacrime della famiglia, alla diversità sessuale, alla polemica coi vicini di casa, al pianto dirotto ascoltando un videomessaggio di qualche parente. Tutti elementi che rendono il nuovo artista e/o la nuova canzone pronti per il mercato, anche se non sono sempre direttamente collegati con la sua musica.

La musica invece avrebbe bisogno di un po’ di pazienza, attenzione e, soprattutto, ascolto; anzi, direi “ascolti”, dato che non è così scontato – e non è nemmeno così giusto, se non in termini puramente economici – che un pezzo “arrivi” subito e venga capito immediatamente. L’arte, se è davvero tale, ha bisogno di un avvicinamento graduale che comporta sempre un po’ di fatica da parte nostra.

Il talento di Veronica è purissimo e abbastanza evidente per tutti quelli che la conoscono. Mi auguro, e le auguro, che non finisca in un meccanismo interessato solo alle sue storie private, che non venga utilizzato per vendere i wurstel negli stacchi pubblicitari della prossima edizione, che non si trasformi nell’ennesimo racconto confezionato per commuoverci nella trama-soap del talent show.

Giovedì si svolgerà la grande liturgia dei bootcamp, con i giudici che dovranno decidere chi è degno di passare al livello successivo: nel frattempo, il pubblico dell’arena fischia, alza o abbassa i pollici verso questo o quel cantante – gladiatore. Io sarò sul divano e, probabilmente, mi divertirò molto a guardare lo show ma, quando apparirà Veronica, forse sarò un po’ in ansia nel vederla esposta al frettoloso giudizio popolare.

La sua musica – e mi spingerei persino a dire la musica in generale, se questa non sembrasse la solita consolazione degli artisti del divano – ha forse soltanto bisogno di una cosa molto più semplice: la pazienza di essere ascoltata.

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Il mostro ha paura

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Non c’è nessuna età come l’adolescenza che riesca ad unire l’assoluta liquidità della nostra forma esterna, di un corpo precario in continuo cambiamento, alla imperturbabile immutabilità della nostra forma interna. Gli adolescenti sono dogmatici, hanno passioni definitive. Magari per pochi mesi, ma in quei pochi mesi sono convinti che non esista cantante o attore migliore di Tizio o Caio e che le cose saranno così nei secoli dei secoli. I ragazzi hanno riti rigidissimi, si aggrappano alla sicurezza della ripetitività forse proprio per compensare la transitorietà del loro stato.

Fra i miei riti di adolescente c’era Dylan Dog. Avevo cominciato per caso, comprando un paio di numeri usati in una fumetteria dove un amico mi aveva portato perché si potevano leggere gratis le Storie brevi di Manara. Avevo quindici anni e non permetterò a nessuno – come Monsieur Radiguet – di dire che sono un’età felice e spensierata: iniziai a collezionare Dylan Dog – proprio così: gli adolescenti hanno passioni totali e ambiscono alla completezza – soprattutto perché non piaceva a nessuno dei miei amici.

Qualche anno fa, parlando con un gruppo di ragazzi, mi ritrovai a dire che era abbastanza evidente l’identificazione dei giovani con i protagonisti di Twilight: in fin dei conti i vampiri sono dei disadattati immortali, esattamente come gli adolescenti, con poteri nascosti che terrorizzano in primo luogo proprio chi li possiede. I ragazzi mi guardarono come se fossi un alieno: non erano questi i motivi per cui andavano pazzi per quel tonno di Pattinson e per l’inespressiva Stewart. A loro piacevano e basta. Anche io, in tutta sincerità, non so dire di preciso perché mi piacesse tanto Dylan Dog. Certo, il personaggio aveva un suo fascino, ma lo riconoscevo anche come un inaffidabile cazzone, un detective dalle intuizioni geniali e dalle formidabili insicurezze, un ex alcolista che doveva stare molto attento a non scivolare nelle sue debolezze, uno che incontrava una ragazza al mese e le urlava un disperato “ti amo!” (che, come per il soldato de La Storia, sottintendeva un “Mein Mutter!” sussurrato in ginocchio). Forse a sedici anni ero proprio così. O forse no e anch’io avrei negato tutto, dicendo che mi piaceva perché era pieno di citazioni da De André, Guccini, Dick, Buñuel, Romero, Coppola e tutto il cinema e la musica che mi bevevo allora.

In realtà non mi sono mai identificato con Dylan, perché sapevo che era un personaggio dei fumetti, ma sentivo molto vicino Tiziano Sclavi, il suo autore, che invece è un personaggio reale ed era uno dei miei migliori amici (lui non lo sa, ovviamente, ma è così…). Di Sclavi non c’erano allora fotografie e non si voleva fare intervistare: diceva cose strane ed era pieno di paranoie. Ecco: io allora avevo la chiara percezione che il successo di Dylan Dog fosse del tutto sproporzionato, perché la gente non capiva che quella non era altro che la trascrizione fedele della sofferenza di Tiziano. Tutti quelli che – come me – si sono letti i suoi romanzi, passando dall’indigesto Delllamorte Dellamore giù giù fino a Le etichette delle camicie se ne sono resi conto. Io quindi gli volevo bene e lo capivo benissimo quando alla domanda: “in quale personaggio del suo fumetto si riconosce?” rispondeva serio: “il mostro”.

Già, forse era quello l’elemento di Dylan Dog con il quale ci si identificava: il freak, il diverso, il deforme, il tizio che incute timore a quelli che gli stanno vicino. Esseri che cercano di non farsi notare troppo nella paurosa normalità che li circonda, fatta di camicie bianche e cravatte, di impieghi rispettabili, di violenza sfogata nelle gomitate al bancone di un bar o nei clacson ai semafori. Il mostro, quello a cui tutti danno la caccia, è la vittima.

Non vi racconterò quindi gli anni del collezionismo, dei fumetti imbustati, del rarissimo numero tredici, del mio amico Federico che mi chiedeva di recitare a memoria i titoli degli albi con autori e disegnatori. Non era quella la “passione” per Dylan Dog. Forse erano i brufoli o i miei capelli o la mia faccia o il desiderio di un “ti amo” che si specchiavano nelle pagine di quel fumetto. O forse era qualcos’altro e semplicemente, come si fa coi ricordi, sto cercando di dare un senso alle cose.

Ora non leggo più Dylan Dog, se non in alcune occasioni, e Sclavi non scrive più Dylan Dog, se non in alcune occasioni. So che si è sposato e che vive felicemente isolato con la moglie, i libri e i dischi, e una cosa simile posso dire di me. Dopo un po’, in effetti, gli adolescenti cambiano: cambiano forma e idee e diventano più relativisti e possibilisti a mano a mano che assumono il loro aspetto definitivo.

Adesso che Dylan Dog compie trent’anni, sotto la mia maschera da adulto ripenso con nostalgia a quando ero un adolescente dogmatico, definitivo ed immortale. Ripenso, per esempio, alle ultime parole di Ghor, il bambino deforme segregato in cantina dai suoi genitori che, accoltellato a morte dal padre che vuole liberarsi di lui, esce sanguinando per la strada fino ad essere trascinato ad una festa in maschera. E’ la notte di Halloween: gli invitati lo vedono accasciarsi e cercano di togliergli il travestimento ma si accorgono che è il suo vero volto. Per la prima volta Ghor vede il mondo fuori dalla sua cantina e si ritrova circondato da zombie e licantropi e vampiri. Ghor pensa subito ai suoi genitori e, prima di morire, sussurra: “Oh, prego… non fate loro soffrire… non ditegli che loro… è mostri”.

Già, per favore, non dite agli adulti che i veri mostri sono loro.

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Rispondi Corvo!

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«Caposquadra chiama Corvo. Rispondi Corvo. Caposquadra chiama Corvo. Rispondi Corvo. Johnny… lo so che mi senti… Rispondi! Caposquadra chiama Corvo…».

Prima il dovere e poi il piacere. Mia nonna prima, e poi le suore e la scuola dei preti (con buona pace di Albinati), mi hanno sempre ripetuto questa cosa. Prima quello che devi fare e dopo quello che vuoi fare. Io, che sono stra-pigro, ho cercato negli anni di adeguarmi sempre a questo comandamento, sforzandomi di finire le cose, di farle in tempo… Il lavoro, la musica, questo stesso post: c’è poi il rischio che anche quello che ti piace, che sei bravo a fare, prenda la piega del dovere, coprendo del tutto, o facendoti dimenticare, il piacere.

Negli anni, il mio senso del dovere si è ipersviluppato ed ha assunto le fattezze del Colonnello Trautman, sì, proprio lui, quello di Rambo, il vecchio addestratore di berretti verdi che arriva nella cittadina di Hope e dice allo sceriffo coglione che non è venuto a difendere Rambo da loro ma semmai il contrario e dopo si attacca alla radiolina e rassicura tutti che a lui, solo a lui, Rambo risponderà.

«Caposquadra chiama Corvo. Rispondi Corvo. Caposquadra chiama Corvo. Rispondi Corvo. Johnny… lo so che mi senti… Rispondi! Caposquadra chiama Corvo…».

E Rambo, lo sventurato, risponde. Non c’è niente da fare. È più forte di lui: Trautman è il suo capitano e quella risposta è la sua rovina. Per tutti i film successivi Trautman chiama e a Rambo gli tocca andare: ci sarebbe da salvare dei soldati dai viet-cong, ci sarebbe da aiutare dei mujahidin in Afghanistan, ci sarebbe da bombardare mezza Indocina… I doveri si susseguono uno dietro l’altro e per il povero reduce non c’è mai spazio per il piacere. Rambo vorrebbe solo fare il barcarolo in Birmania, compensare i traumi subiti in Viet-Nam sposando una donna orientale, e invece deve andare dove gli dice il Colonnello. D’altra parte – come ha capito anche lo sceriffo coglione del primo film – Rambo sa fare bene una cosa ed è meglio che si dedichi a quella. Nelle sue sopracciglia spioventi però vediamo chiaramente che, mentre sta facendo esplodere l’ennesimo fortino militare con mezza tonnellata di napalm, in realtà tutto quello che gli passa per la testa è: “sono stanco di questa fottuta guerra”.

Ecco, in questo periodo dell’anno, gli inizi di settembre, quando tutti dicono che tutto ricomincia, mi sento esattamente come Rambo. Capelli lunghi, barba incolta, sono lì che mi faccio i fatti miei finché non sento gracchiare la radiolina e so che è Trautman: sorriderà, mi chiederà come me la passo qui in Birmania, e poi infilerà nella conversazione, quasi casualmente, se sono ancora capace di fare esplodere i fortini col napalm… “no, perché, vedi, ci sarebbe un lavoretto da fare…”

Quando hai un senso del dovere come il mio, che si veste da Colonnello dei Berretti Verdi, c’è poco da fare: ti tagli i capelli, ti fai la barba e ricominci ad armeggiare col napalm. E però dentro ti rimane il languore del Piacere che non arriva mai.

[Se esistesse, il mio senso del Piacere – sempre frustrato – avrebbe le sembianze di Kelly Le Brock ne La signora in rosso, quando, adagiata sul suo materasso ad acqua, si scosta leggermente le lenzuola dal fianco e rivolgendosi a Gene Wilder – bonanima! – gli sussurra: “Serviti il pasto, cowboy…” e io, a quel punto, avrei la stessa faccia istupidita di Gene quando fa per avvicinarsi e]

«Caposquadra chiama Corvo. Rispondi Corvo. Caposquadra chiama Corvo. Rispondi Corvo. Johnny… lo so che mi senti… Rispondi! Caposquadra chiama Corvo…».

Uff! Va bene! Va bene! Arrivo Colonnello… Ricominciamo questo giro di giostra anche questo settembre. Facciamoci coraggio, pilotiamo elicotteri e tutta la consueta routine fino alla prossima estate quando, per un brevissimo periodo, potrò confondermi fra la popolazione indocinese e fingere di essere un barcarolo qualunque. Mi taglierò i capelli, mi raderò la barba e tornerò ad essere… “produttivo”. Sì, ecco: produttivo. Così che quando verrà la sera potrò dire “ho fatto esplodere questo e quest’altro” e le mie giornate sembreranno avere un senso.

Voi, magari, non guardatemi troppo in faccia. Non vorrei mai che vi faceste idee sbagliate: per carità, mi piace quello che faccio e maneggiare il napalm non è poi così male. Quando poi cominci qualcosa – maledetto Trautman – devi sempre cercare di portarla in fondo e di farla meglio che puoi. Solo che a volte, molto velocemente, mi passa per gli occhi un piccolo bagliore, un pensiero veloce veloce che sembra dire: “sono stanco di questa fottuta guerra”.

BOOOOOOOOOOOOOOOOOM!

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Certe occasioni

Terremoto 3

“Peccato vederci sempre e soltanto in queste occasioni…”

Retorica per retorica, la prima cosa che mi viene in mente mentre scorrono sullo schermo le immagini del terremoto è proprio la frase che di solito si pronuncia ai funerali, quando improvvisamente ti ritrovi vicino un sacco di gente insospettabile che è venuta a condividere con te un pezzetto di dolore.

Peccato vederci sempre e soltanto in queste occasioni.

Di solito è la frase dei sensi di colpa: chissà dove eravamo prima e se ci saremmo potuti vedere con più calma e meno dolore, mentre invece eravamo persi chissà dove dietro ai fatti nostri.

I commenti dei primi giorni, dopo il terremoto di mercoledì mattina, riguardavano proprio la mobilitazione di buona parte della popolazione civile, pronta e disposta a dare aiuti concreti ai paesi colpiti dal sisma: dai volontari partiti per partecipare al soccorso e agli scavi, a coloro che semplicemente offrivano posti letto o cibo, o offerte a distanza. Manifestazioni sorte spontaneamente per dare una mano. È una di quelle situazioni in cui tutti sanno istintivamente cosa fare, in cui – nelle varie corsie parallele che ci vedono correre all’inseguimento delle nostre vite – andiamo tutti stranamente dalla parte giusta.

“Basta aiuti, sono troppi!” dicevano in televisione e “Siamo un grande paese”, proprio per sottolineare che, messe a tacere le polemiche inutili, siamo bravissimi ad aiutarci a vicenda.

Certo è più facile, quando succede un disastro o qualcosa di irreparabile, cogliere immediatamente cosa sarebbe giusto fare, soprattutto quando l’Inevitabile capita in testa a qualcuno e mostra la fragilità di tutti: il terremoto è la disgrazia più ingiusta e imprevedibile e rappresenta bene quella precarietà a cui tutti, volenti o nolenti, siamo appesi. Come la morte e i funerali, anche il terremoto ti fa pensare che, alla fine, nessuno è veramente al sicuro o esentato dal male, e certo possiamo anche mormorare che “si sarebbe potuto” o “si sarebbe dovuto” ma, alla fine, di fronte a certe cose, sai benissimo che devi soltanto esserci e rimboccarti le maniche, perché potevi essere tu al posto della persona che stai aiutando.

Peccato però – dico io – vederci sempre e soltanto in queste occasioni.

Con la stessa retorica dei funerali, mi rendo conto che è già la terza volta che scrivo di terremoti (l’ho già fatto qui e qui) e che tutte le volte rimango colpito dalla solidità del nostro tessuto sociale: siamo persone che sanno aiutarsi fra loro, siamo sensibili di fronte alle disgrazie altrui… Tutte le volte però mi chiedo dove sparisca questo “tessuto” una volta finita l’emergenza, una volta passata l’onda emotiva che ci ha travolto tutti.

Siamo testimoni, quasi tutti i giorni, di tanti piccoli e grandi crolli: persone colpite dalla crisi, persone emarginate, disgraziati che arrivano da paesi martoriati, vicini di casa che scivolano sotto la soglia di povertà. Ci sono movimenti sismici silenziosi che possiamo percepire con un po’ d’attenzione in più e in noi è presente la stessa capacità di essere solidali e di prestare aiuto che siamo capaci di tirare fuori nelle Grandi Occasioni.

Ecco, con gli stessi sensi di colpa con cui la Disgrazia Inevitabile ci mette al muro, mi chiedo se non potremmo essere capaci di mostrare questo tessuto sociale anche nell’ordinario, se non potremmo essere ben disposti e generosi tutti i giorni, aiutandoci l’un l’altro, con la stessa consapevolezza che il male, anche piccolo, che colpisce un altro, potrebbe prima o poi cadere anche sulla nostra testa.

Sarebbe bello. Sarebbe bello, dico, se non ci vedessimo solo in certe occasioni.

 

nella foto: coppia passeggia fra le macerie di Vito d’Asio, terremoto del Friuli (1976)
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I piedi e l’estate

piede

Tutti questi piedi in giro mi danno una sensazione un po’ strana. Io giro, con lo sguardo basso, e loro sono lì – i piedi dico – che, come effetto collaterale della calura estiva, spuntano dappertutto: fasciati da sandali d’austerità francescana, o in ibridi hi-tech – semmai qualcuno in sandalo si mettesse a scalare l’Adamello – fino ad arrivare a più prosaiche ciabatte (o “ciavatte”, direbbe il mio amico Giovanni); infradito ormai sdoganate anche per le serate di gala, o vere e proprie ciabattone intrecciate, di quelle che mai si sarebbero sognate di calpestare altro suolo che non fosse quello del percorso bagno – camera da letto, che adesso addirittura calcano le vie del centro.

E piedi, piedi dappertutto: e io li osservo nei locali pubblici, dove io – io! – sto mangiando una brioche e loro, i piedi, entrano impunemente, con le loro unghione dell’alluce screziate da ambrature fungine, con i peli sulla pianta, con le dita accavallate a occupare meno spazio. Piedoni di donna disegnati di nero, con lo smalto colorato che scaglia in piccole particole iridescenti…

Io non mostro i miei piedi! Fin da bambino il mio incubo ricorrente era quello di correre a scuola in ritardo e, una volta entrato nell’atrio, vedere lo sguardo dei bidelli abbassarsi sulle mie estremità: in ciabatte! Nella fretta ero uscito di casa in ciabatte e adesso sarei dovuto rimanere così fino alla campanella del pomeriggio, mentre le mie ciabattine di panno si mescolavano alla segatura dei corridoi… Mi svegliavo di soprassalto e tutto sudato. Inutile dire che ho sempre indossato calzature chiuse in pubblico.

In spiaggia, restavo assorto sulla sdraio con i piedi sepolti dalla sabbia, al sicuro da sguardi indiscreti: il calore mi faceva sognare di essere Pinocchio con i piedi nel camino.

Io ho piedi brutti e i piedi dicono tutto di una persona. Prendete le dita, ad esempio… Come? Non sapete il nome delle dita dei piedi? Alluce, illice, trillice, pondulo e mellino. Ripetete: è molto facile. Alluce illice trillice pondulo e mellino.

Un illice più lungo dell’alluce è segno inequivocabile di bellezza, ma non deve essere così sfacciato da sbordare dalla calzatura: a quel punto beccheggia dal sandalo, quasi a controllare la strada, e non può più essere preso sul serio. Il mellino – esatto: il mignolino che colpisce gli spigoli dei mobili – che si nasconde sotto il pondulo è segno di una persona riflessiva e timorosa. A quel punto però il pondulo s’incallisce e gli cresce una gobba rossastra insopportabile alla vista. L’alluce è poi il dito più esplicito di tutti: largo e ridanciano, con quella sua volgarità da grosso camminatore, oppure valgo e fintamente timido, con la prima testa metatarsale a costituire quasi un sesto dito.

Fisso i piedi della gente in questa stagione e così riesco a farmi un’idea molto più precisa di quello che sono veramente. Mi accorgo però che loro notano il mio sguardo e tendono ad evitarmi, a farsi forse idee sbagliate su di me…

Mirco dice che mi vede strano e che non gli sembro concentrato. Mi dice che forse sto soffrendo troppo il caldo e mi chiede come mai mi ostino ad indossare scarpe da ginnastica. E certo – penso – parli bene tu che indossi dei sandali e cammini come se niente fosse…

“Hai scritto il post? Sbrigati che lo devo pubblicare… Ci sono un sacco di temi: le olimpiadi, il referendum… Scrivi qualcosa, così, su due piedi…”

Su due piedi? – gli dico. Sarà fatto! E scoppio in una spaventosa risata isterica.

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Storie di paura

FOTO POST

Ieri mattina, proprio mentre stavo scrivendo un post simile a questo (anzi diremmo, proprio questo che avrebbe dovuto essere pubblicato oggi) e discettavo, un po’ come tutti in questi giorni, sulle varie storie di paura che dalla Promenade des Anglais si sono via via succedute fino ad Ansbach, mentre, dicevo, mi sforzavo di trovare un tono medio che riuscisse a ricondurre questa sensazione primordiale della paura ai binari più ragionevoli della scrittura – ché scrivere di qualcosa è sempre in qualche modo ricercarne il senso o, almeno, sforzarsi di rimettere tutto in ordine -, ecco, mentre facevo tutto questo, due terroristi islamici sono entrati in una chiesa di Saint Etienne du Rouvray e hanno sgozzato il sacerdote al grido di “Daesh” e “Allah Akbar”.

Allora mi sono mancate le parole. E non perché questo delitto fosse sostanzialmente più orribile o spietato di quelli che hanno visto bambini travolti da un camion dei gelati o ignari cittadini feriti da vari pazzi nelle città della Germania, quanto per l’ulteriore e vigliacca dose di violenza gratuita e teletrasmessa, sbandierata come un’incredibile conquista per le sorti del Califfato, filmata, rivendicata e rimbalzata sui siti ufficiali dell’IS. Un altro capitolo, in questa narrazione collettiva della paura, a cui hanno voluto dare fattivo contributo quelli che probabilmente erano solo due ragazzini socialmente pericolosi.

Sì, perché questa “radicalizzazione” – e questa è la nuova parola che i media hanno attribuito al fenomeno secondo il quale un cittadino francese o tedesco, perché di questo in sostanza si tratta, si accorge di essere islamico e magari di essere un immigrato di seconda generazione, al quale forse stanno un po’ stretti il ruolo sociale e le prospettive che lo stato, francese o tedesco che sia, gli può riservare, e decide di dedicarsi alla lotta armata in nome di uno stato fittizio distante qualche migliaio di chilometri – questa radicalizzazione, questo scendere terra-terra a contrapposizioni base che sono poi le vere radici, appunto, dell’odio, non è priva di meccanismi di sovraesposizione, in una perversione che diventa quasi una sorta di franchising della paura, in cui il primo sfigato ambisce ad inserire la sua micro-storiellina di violenza nell’orizzonte più vasto della grande Storia di Paura che ci stanno raccontando.

Righe insignificanti o noterelle a piè di pagina, i radicalizzati – coloro che poi, a voler giocare con le parole, hanno messo radici e sono cresciuti in un terreno occidentalissimo e, in linea di massima, talmente libero che gli ha concesso di coltivare anche l’idea più stupida, come ad esempio che il loro dio possa essere particolarmente soddisfatto del sangue di un vecchio prete inerme – sono alla ricerca di una platea, di loro pari o di “nemici”, alla quale gridare “ehi ragazzi! guardatemi! ci sono anch’io!”, ricercando il loro varco per entrare nella Storia, attraverso una non-guerra che è talmente velleitaria (conquisteranno mai l’Occidente sgozzando ad uno ad uno i vecchi? o uccidendo i turisti in vacanza? stiamo veramente parlando di questo?) da risultare ancora più inutile e insensata.

Ecco perché oggi mi sono rimesso a scrivere: perché questa Storia di Paura che mi stanno raccontando è assolutamente stupida e semplice e io sento il dovere di contrapporle un pensiero più complesso e una storia più articolata: perché mettere in fila delle parole è anche provare a rimettere in fila le cose come dovrebbero essere e più mi sforzo di farlo più mi rendo conto della pochezza di questa grande storiaccia mediatizzata che, con modalità oltretutto squisitamente occidentali, ci propinano dai loro siti farcita di proclami farneticanti.

Questa Storia, questo racconto della paura al quale abbiamo assistito in questi giorni, era tutta basata, a ben vedere, sulla debolezza delle vittime, sulla vigliaccheria dei carnefici, sulla scelta di situazioni di vulnerabilità, passeggiate, concerti, celebrazioni (questa cosa qui non è una guerra, santa o meno, e non ci vuole molto a vedere la pochezza, anche ideologica, che ci sta dietro): nessuno, nemmeno chi ci è voluto entrare, può essere soddisfatto di questo tipo di narrazione.

Questo è il motivo per cui oggi continuo a scrivere, aggrappandomi con più forza del solito a queste frasi complicate, cercando di dipanare questa matassa insensata della realtà con delle parole in fila, con i periodi complessi che sono quelli del ragionamento, dell’argomentazione e della dimostrazione e che rappresentano poi l’unico vero antidoto che possiedo (che possediamo, direi) nei confronti di queste storie rozze e mal raccontate: perché sono queste parole che mi hanno formato. Sono figlio di una cultura fatta di pensieri – complicati, contorti se volete – che però cercano di accumularsi in argomenti e si contrappongono alle ideuzze da quattro soldi della brutalità e della disumanità, che giocano a dividerci nelle categorie infantili dei buoni e dei cattivi, dei fedeli e degli infedeli, con l’unica forza della propria violenza e delle urla ripetute su YouTube.

Continuo a scrivere perché questa è la Storia a cui sento di appartenere.

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In fondo in fondo

infondo

Giù giù, sotto il flusso dei nostri condizionamenti, della buona educazione, della semplice censura sociale c’è il fondo.

Lo si raggiunge per caso, quando ci attacchiamo istintivamente ad un’emozione, quando pensiamo di non essere ascoltati da nessuno, oppure, al contrario, quando ci ritroviamo anonimi in una massa che sembra esprimere quella nostra stessa idea repressa.

C’è un racconto di Dino Buzzati in cui una coppia di giovani capita in un paesino. La ragazza parla in un italiano corretto e gli abitanti del paese, che si esprimono solo in dialetto, la percepiscono come una straniera. Poi, un banale incidente: la ragazza si bagna nella fontana del parco che, di solito, era utilizzata solo dai bambini. Qualche urlo, incomprensibile, da parte degli abitanti e la ragazza riceve uno schizzo di fango in faccia da uno dei presenti. In un attimo tutti ripetono quel gesto, coprendo la “straniera” di fango. Buzzati dice che in quel momento ognuno tira fuori “il fondo dell’animo”, quel torbido carico di male che ognuno di noi ha dentro di sé e non sa di avere.

Mi è venuto in mente quel racconto quando, nei giorni scorsi, si è saputo della vicenda di Emmanuel Chidi Namdi a Fermo. Una coppia che forse armeggia intorno ad un’auto e un passante che urla all’indirizzo della donna: “scimmia africana”. Per quanto si possa discutere all’infinito sul successivo svolgimento dei fatti, quest’insulto, insieme alla morte di Emanuel, rimane uno dei pochi punti fermi.

Per una strana sincronicità degli eventi, in tv e su internet noi di Parma abbiamo rivisto le vicende di un altro Emmanuel, quel Bonsu che venne trattenuto e picchiato dai Vigili Urbani qualche anno fa con l’accusa di essere uno spacciatore. Nel racconto di Andrea Alongi – che adesso tutti si riguardano su Youtube per farsi quattro risate – si ricorda che i vigili si rivolgevano a quel ragazzo pestato chiamandolo “scimmia” e facendogli il verso “uh! Uh!”.

Immagino che si possa ridere di questa cosa, come quando un noto politico, riferendosi ad una donna di colore disse: “non posso non pensare ad un orango”. Ricordo, nei bar, le risatine complici e l’idea che avesse espresso ad alta voce quello che molti, in fondo in fondo, pensavano senza dire.

Il fondo è quel groviglio inespresso di odio, intolleranza e rancore che, il più delle volte, cerchiamo di tenere nascosto sotto una patina di civiltà, sotto il corso normale delle nostre buone intenzioni: “scimmia” è l’insulto che giace sul fondo, quello che va a colpire le persone di colore, se ci aggrediscono, se pensiamo che stiano disturbando la nostra città, se pensiamo che ci vogliano far del male, quando ci indicano dove parcheggiare, quando cercano di venderci della roba, quando ricevono benefici che pensavamo riservati a noi…

Improvvisamente, tutto si intorbida e le nostre emozioni si rimescolano, facendo venire a galla la nostra parte peggiore.

Chissà, a quel punto, se abbiamo ancora il coraggio di specchiarci nelle nostre consuete convinzioni, nelle buone intenzioni sulle quali abbiamo sempre galleggiato per abitudine: chissà che immagine ci restituiscono adesso e come invece appare cambiata la nostra faccia una volta che abbiamo toccato il fondo.

Forse, come di consueto, faremo dei passi indietro, chiederemo scusa, faremo appello a quelli che sono i valori fondanti della nostra società, cercheremo, insomma, di cancellare il ricordo di quel fango che, per poco (pochissimo, in fondo), si è sovrapposto ai nostri consueti lineamenti.

Da qualche parte, però, dovrebbe rimanere l’immagine di quello che siamo stati: sarebbe una specie di avvertimento per ricordarci che, in fondo in fondo, la civiltà è una scelta quotidiana e nessuno di noi è veramente al sicuro dal fango che si porta dentro.

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O la va o…

pallone

Chi, come me, è vissuto sotto quattro (4!) governi Berlusconi ha una certa dimestichezza con l’idea – sicuramente snob, ne convengo – che gli elettori possano “votare le cose sbagliate”. E’ uno degli effetti collaterali della democrazia, in fondo, e non è il caso di lamentarsene. Tuttavia, mi ritrovo anch’io a giocarmi i miei due penny sull’evento di Brexit, finché siamo ancora tutti politologi: il tempo stringe e già stasera dovremo ritornare tutti commissari tecnici…

Pur capendone pochissimo quindi di politica e di economia internazionale, mi sono ritrovato a leggere molti articoli sull’evento. Orbene, molti commentatori hanno considerato il voto per l’uscita della Gran Bretagna dall’UE come un voto della destra xenofoba: sarebbe stata l’irritazione per la presenza degli immigrati nel Regno Unito a motivare il Leave contro il Remain.

Qualcuno ha però osservato che il voto esprime anche un dissenso preciso nei confronti dell’austerity neoliberista imposta dai tedeschi a tutta l’UE. Sarebbe quindi un voto di sinistra contro un’Europa percepita in primo luogo come un’unione finanziaria e bancaria che vessa i propri cittadini.

Gli analisti del voto hanno poi fatto notare che a votare per l’uscita sono stati soprattutto gli anziani rispetto ai giovani. È forse naturale – hanno osservato – che chi ha trascorso parte della sua vita fuori dall’UE, non si trovi meglio adesso che forme di controllo di varia natura vengono imposte a tutti i cittadini.

Da ultimo, qualcuno è tornato a parlare di lotta di classe: questo voto rappresenta una fascia di popolazione giovane che non può essere intimorita da messaggi come “se uscirete dall’UE perderete questo e quest’altro” perché, molto semplicemente, ha già perso tutto e non ha prospettive. Sarebbe quindi un voto dei poveri contro i ricchi.

Capirete la mia confusione… Si tratta di un voto di destra-anziano-xenofobo/sinistra-giovane-deluso. Quello che posso osservare – prima di mettermi a fare la formazione dell’Italia per stasera – è che si tratta di un voto contro e quello che mi spaventa è che il voto venga utilizzato senza nessun intento costruttivo ma semplicemente per colpire, creare disagio. Che si tratti di un voto di destra o di sinistra, Brexit rappresenta una molotov lanciata trasversalmente contro le banche o contro le barche di immigrati, contro le Mercedes dei ricchi o contro le case popolari piene di pakistani.

E’ legittimo e il voto serve anche a questo, ad esprimere cioè quello che non si vuole… L’impressione però è che non si abbia un’idea chiara di cosa ci attenda dopo, se è vero che gli Inglesi hanno googolato “Cosa significa Brexit” fino al 23 giugno e “Conseguenze di Brexit” dal 24 in poi.

Insomma, ci hanno un po’ provato, secondo una logica, prettamente italica, che potremmo definire “’ndo cojo, cojo”.

Un bel po’ di anni fa, mi divertivo con i miei amici a tradurre, storpiandole, in inglese, espressioni tipicamente italiane: stay in a bell (“sta’ in campana”), neither the dogs (“manco li cani”), to be at the fruit (“essere alla frutta”)… Per quest’occasione, mi sembra particolarmente adatto il nostro “o la va o la spacca”: or it goes, or it breaks it!

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