La corrente, il fango e gli angeli

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Non so se avete presente i giovani. I giovani sono quella gente che trovate negli autobus la mattina presto o dopo l’una. Li riconoscete dallo sguardo un po’ perso dietro i finestrini, dalle cuffiette nelle orecchie e dal cellulare sempre in mano. Sulle spalle hanno degli zaini tutti uguali che, sommati a pantaloni con cavalli bassissimi, riducono al minimo la loro capacità di movimento.

Noi adulti sugli autobus di solito siamo in piedi appesi ai tubi di ferro e ci reggiamo a fatica. Questa posizione ci consente di guardare i giovani, accampati sui seggiolini, dall’alto in basso e, spesso, di scuotere la testa quando vediamo che continuano a spippolare sul telefono e quasi non si parlano o, se si parlano, non si guardano in faccia.

Noi adulti, penso, non sopportiamo tanto questi giovani. Forse perché ci tocca fare sempre il viaggio in piedi.

Poi, giusto quindici giorni fa, qui nella mia città, c’è stata una pioggia torrenziale e un piccolo torrentello si è gonfiato finché non ha trascinato con sé detriti e fango, ha sfondato un ponte secondario e si è riversato su alcuni quartieri, inondandoli. E’ una cosa che fa paura – mi hanno detto – e verso la quale si è completamente impotenti: arriva questa acqua fredda e grigia e copre tutto, entra nelle case, nelle cantine e nei garage, impastando fango e ricordi, oggetti cari e paccottiglia, cose a cui tenevi e spazzatura, infiltrandosi nei posti in cui passi la tua vita.

Io, fortunatamente, questa paura non l’ho vissuta. Ero lì, sul divano, e guardavo tutto questo –che accadeva a un paio di chilometri da casa mia – in televisione. Dovete sapere che noi adulti ormai di queste cose ne abbiamo viste tante e ci facciamo portare dalla corrente: si parte dallo stupore e dal dolore, si arriva alla legittima indignazione (che poi si sfoga in dibattiti accesissimi) e alla fine, il flusso ritorna alla normalità, nell’alveo della nostra consueta rassegnazione.

Bene, si erano già accesi i riflettori sulla mia città e già ero pronto, sul mio divano-zattera, a galleggiare su quell’acqua grigia fino alla rassegnazione, quando le telecamere hanno inquadrato loro, i giovani!, che spalavano fango tutti insieme. Niente cuffiette né brache calate: seri seri, spalavano il fango per dare una mano agli abitanti dei quartieri allagati. (Sembra addirittura che si siano messi d’accordo spippolando su quei loro cellulari…)

“Ma li vedi?” – dice mio padre, seduto sul divano di fianco a me – “non sanno neanche tenere in mano il badile come si deve!” Mi permetto di fargli notare che io e lui siamo tranquilli a guardarli in tv, mentre loro sono là a spalare… “Intendevo dire che vorrei essere là a insegnargli bene come si fa: farebbero meno fatica!”

La televisione li illumina e, per un attimo, esistono anche loro. I giovani in effetti esistono solo quando fanno parte di qualche categoria televisiva: “Neet”, “iGeneration”, “Nuove proposte”, “Under uomini” e via così… Questi vengono battezzati “angeli del fango” che, come categoria, non è neanche male.

Io però su questi flussi e riflussi ci sono già passato e so che, dopodomani, i riflettori si spegneranno. A noi adulti, persi nei nostri accesissimi dibattiti, forse non rimarrà neanche il cruccio di aver consumato il territorio, di non aver curato gli argini del torrente, di non aver creato casse d’espansione, di non aver badato alla manutenzione di quel ponticello (mentre ne abbiamo fatto un altro, coperto, nella zona nord della città, che sembra un’astronave parcheggiata nel posto sbagliato), di avere, alla fine dei conti, inondato i giovani con la grigia stagnazione di questi anni. Alla fine, gli errori che facciamo (o le disgrazie che capitano, per carità!) restano da spalare a loro, ai quali non abbiamo neanche insegnato bene a usare il badile.

Portato dalla corrente dei fatti miei, la settimana scorsa sono stato al quartiere Montanara. Per terra c’era una specie di fango finissimo, un tappetino morbido e appiccicoso che ricopriva di una patina sottile tutto il terreno. Ci vorrà un po’ prima che se ne vada via tutto e, sicuramente, è il segno tangibile che qualcosa è successo, anche se non sarà più la prima notizia del tg. Chissà – mi sono detto – che questa disgrazia e questo fango non possano far nascere anche una piccola speranza nei ragazzi: la consapevolezza che hanno la forza e gli strumenti per cambiare il flusso normale delle cose e intervenire sulla realtà che li circonda.

E chissà che non abbiano insegnato anche a noi adulti a guardarli con uno sguardo un po’ più benevolo, quando viaggiamo in autobus, e a ricordarci la responsabilità di insegnare loro delle cose utili.

Chissà. Sarebbe il fiore più bello da far spuntare su questo fango.

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Le spalle di Franco Fasano

22luglio

Dicono che a volte il Successo bussi alla porta ma che la maggior parte delle persone non se ne accorga. Be’, a me non è andata esattamente così ed ho un preciso ricordo di quando è capitato quel momento. In effetti io ho chiaramente sentito bussare, sono andato ad aprire e lì, sulla soglia, c’era Franco Fasano.

Ovviamente, a questo punto, dobbiamo fare un passo indietro e riprendere tutta questa cosa dall’inizio.

Diremo quindi che ci troviamo – noi Kabaré, dico – ad un concorso musicale nazionale pieno di ospiti importanti, durante il quale chi scrive, invece di intessere fondamentali relazioni per la propria carriera musicale e annotare furbescamente i recapiti di tutti i musicisti e produttori professionisti che incontra, preferisce gigioneggiare come un bimbo in un luna park, ridendo con Frizzi, scherzando con Lazzi, facendosi ritrarre in decine di foto sfocate con Tizio e Caio.

Orbene, va a finire che i Kabaré quel concorso lo vincono, il pezzo che portano piace, e, nell’euforia del dopo vittoria, mentre chi scrive cerca di importunare Roberto Chevalier (il doppiatore di Tom Cruise, bestie!), si avvicina a noi Franco Fasano.

“Il nome lo conosco – dice uno di noi – ma ricordatemi bene chi è”. Ma come chi è! Suona da quando aveva 12 anni, ha scritto canzoni per chiunque: Fausto Leali, la Oxa, Drupi, Flavia Fortunato e persino Plastic Bertrand!E’ stato a Sanremo un sacco di volte!! “Ah…! Quel Franco Fasano” – dice sempre il solito, mentre il Maestro, che nel frattempo è arrivato vicino a noi, ci sta facendo i complimenti e, con tutta la gentilezza di questo mondo, ci dice che il nostro pezzo gli è piaciuto e se, per favore, abbiamo un nostro cd da dargli.

Noi gli abbiamo risposto di no.

Non solo eravamo così sprovveduti da non segnarci un numero di telefono di un qualsivoglia addetto ai lavori, ma pure il pacco dei cd – preparati appositamente per essere distribuiti in quest’occasione – era inspiegabilmente rimasto nello zaino. Lo zaino, ovviamente, si trovava nella tenda del campeggio dove metà del gruppo era alloggiato, a circa 15 km di distanza.

Comunque, no… il cd non ce l’avevamo e ci siamo inventati un sacco di scuse per dire a Franco Fasano che gliel’avremmo dato il giorno dopo. “Domani. Non c’è problema!” sorride Franco e io già sento di volergli bene.

Metà del gruppo torna al campeggio, alcuni tornano a casa, io torno in albergo, nello specifico: nell’unico albergo della cittadina, quello in cui quasi tutti gli ospiti del concorso erano alloggiati.

Alla mattina mi sveglio, mi vesto e , dicevamo, sento chiaramente bussare alla porta. Sono andato ad aprire e lì, sulla soglia c’era Franco Fasano. Aveva gli occhiali come li ho io alla mattina e il trolley in una mano. Era in partenza e, secondo la mia ricostruzione mentale degli eventi, prima di partire era andato fino alla reception, aveva chiesto di me, si era fatto dare il numero della mia camera e adesso era lì di fronte a me.

“Buongiorno: hai il mio cd?” dice sorridendo. A questo punto il mio cervello decide che è troppo lungo stare lì a spiegare la storia dello zaino e del campeggio e che poi, alla fine dei conti, non è che sia una gran scusa e a Fasano, sicuramente, non gliene frega veramente niente, e opta per un più dignitoso e inarticolato farfugliamento che suona tipo così: “eeeeiiahahhaehiihaiahh….”

Fasano non aspetta neanche che io finisca di emettere quei suoni e si incammina lungo il corridoio: giuro di aver sentito in sottofondo, molto chiaramente, Ti lascerò cantata da Oxa e Leali.

Ecco: in quel momento mi sono reso conto che il Successo può anche bussare ma tu non devi solo essere pronto alla bussata, ma anche a tutto quello che può capitarti una volta aperta la porta.

“Massì!” – mi dicono gli amici – “ma poi non è mica detto che sarebbe successo qualcosa…” Già, dico io, però… “E poi” – dice mia figlia – “io mica lo conosco questo Franco Fasano!” Quando le dico che il signore di cui parlo è quello che ha scritto Il Katalicammello, mia figlia mi guarda con un misto di disgusto e compassione che significa qualcosa tipo: “non preoccuparti Pa’, appena possibile fuggirò con un motociclista drogato e disoccupato…”

Io, dopo tanti anni, non posso che rivolgere le mie scuse al signor Fasano e dirgli che quella camminata lungo il corridoio, che ha ufficialmente sancito la mia inadeguatezza al mondo musicale, mi è però servita molto. Tutte le volte che mi lamento troppo per non aver avuto l’occasione giusta o tutte le volte che sono eccessivamente contento per qualcosa che abbiamo realizzato, ripenso alle spalle di Franco Fasano che se ne va e tutto torna un po’ nei suoi ranghi.

Certo, a volte mi sveglio la notte e vorrei che le cose fossero andate diversamente, a volte penso che alcune delle cose che ho fatto dopo sono state un tentativo di inseguire Franco che se ne va in quel corridoio, a volte ho voglia di raccontare quella storia e riderci un po’ su.

A volte, semplicemente, succhio uno dei miei numerosi antiacidi e penso alle spalle di Franco Fasano.

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Nulla osta

L’ergastolo ostativo è una pena particolare (stabilita dalla legge 356/92) che esclude, per il detenuto che ha fatto parte di un’associazione a delinquere, qualsiasi beneficio penitenziario (permessi premio, semilibertà liberazione condizionale…) a meno che non si collabori con la giustizia per l’arresto di altre persone. In pratica, chi è condannato all’ostativo sconta fino all’ultimo minuto della pena che gli è stata comminata, anche se questa è molto superiore ai 26 anni di detenzione, che solitamente è il limite previsto per accedere alla libertà condizionale.

Di tutto questo io non ne sapevo niente, fino a che Beppe della cooperativa Sirio – cooperativa che, qui a Parma, si occupa di misure alternative alla pena e di alternanza carcere/lavoro – non me ne ha parlato a proposito di un progetto che vedeva coinvolti alcuni detenuti condannati all’ostativo.

Il progetto riguardava un cortometraggio, realizzato nell’ambito del progetto “Libera la bellezza – Fare cinema in carcere” promosso dalla Cooperativa Sirio, dall’Associazione Culturale Kinoki e dal Liceo Artistico “Toschi”, basato su una sceneggiatura stesa dai detenuti stessi. Il cortometraggio racconta una storia semplice semplice: quella di una famiglia che ha un padre in carcere e spera di rivederlo mentre questi, con l’introduzione della norma dell’ostativo, rischia di rimanere detenuto fino all’ultimo giorno.

Per questo cortometraggio, intitolato “Fuga d’affetto”, Beppe ci chiedeva una canzone. Un’altra gliel’avevano già data i 99 Posse, musicando un testo di Carmelo Musumeci, uno che all’ostativo ci sta passando la vita, ci ha scritto sopra un libro e ha promosso una petizione per l’abolizione di quella che chiama la “pena di morte viva”.

So cosa state pensando. Se uno l’hanno condannato un motivo ci sarà. E poi: perché non collabora? Insomma, quante volte abbiamo detto “questo dovrebbero chiuderlo in carcere e buttare la chiave”? Allora, già che ci siamo, vi invitiamo anche a pensare all’articolo 27 della Costituzione che nega ogni pena contraria al senso di umanità e non ammette la pena di morte; vi invitiamo a pensare al fatto che la Corte Europea dei Diritti Umani ha stabilito che ogni pena che, superati i 25 anni di detenzione, non preveda un’alternativa o un alleggerimento, è contraria ai diritti dell’uomo; vi invitiamo a pensare che la collaborazione non è il pentimento e che uno degli scopi del carcere dovrebbe anche essere quello del recupero e della rieducazione di esseri umani.

Noi a queste cose ci stiamo ancora pensando, nel frattempo abbiamo scritto una canzoncina per Beppe e Mario Ponzi, il regista. Per fare quella ci è bastato pensare invece alla situazione descritta nel corto: un padre che rischia di essere per la propria figlia un “sepolto vivo” e una figlia che deve fare i conti con quest’assenza. Alla fine dei conti, certi sentimenti si capiscono molto meglio dei cavilli legislativi.

La canzoncina si intitola “Ti aspetterò” e una mano a scriverla, stavolta, ce l’ha data la poesia 511 di Emily Dickinson. Potete ascoltarla qui sopra: fateci sapere se vi piace.

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Ricordi di scuola

blackboard

Sono seduto in un banchetto delle elementari con la sedia microscopica e non riesco a stare né dritto né appoggiato durante la riunione preliminare dei genitori della futura classe prima.

“E’ difficile stare a scuola?” – mi chiederà mia figlia. “Solo se hai le gambe troppo lunghe” – le risponderò – “ma le tue dovrebbero andare bene”.

Maestra Caterina ci parla a lungo delle prerogative della Scuola Primaria, e utilizza termini del gergo scolastico: ci dice che i nostri bimbi non avranno solo conoscenze ma dovranno sviluppare competenze e abilità. Con la fronte corrugata per la concentrazione, i genitori capiscono che “conoscenza” è sapere, ad esempio, dove si trovi Vercelli, mentre “competenza” è essere in grado di prendere un treno per Vercelli. (“Già – mi chiedo – “e l’abilità? E’ riuscire a viaggiare senza pagare il biglietto?”).

Ci viene mostrata la LIM – la Lavagna Interattiva Multimediale – che con i suoi pixel luminosi strappa un “oooh!” a qualche mamma e papà; e io penso al direttore della mia scuola elementare, il signor Burgio, che con la sua notoria austerità mostra ai miei genitori gli ultimi ritrovati della tecnica di cui è dotato l’istituto: “…e abbiamo anche una televisione: te-le-vi-sio-ne…”

Soprattutto, ci ricorda Caterina, è importante che i genitori non trasmettano ansia ai figli. Già, è proprio questo il problema: guardandomi attorno mi rendo conto che siamo un gruppo di persone spaventate. I nostri piccini entrano nel Sistema e niente sarà più come prima: finisce la tranquillità dell’Infanzia e si entra nel mondo del Dovere, dei compiti a casa, dello stare seduti, delle consegne da rispettare… piccole mutilazioni progressive della libertà dei bambini perché si abituino sempre di più alla bruttura del nostro mondo adulto.

La scuola – diceva il poeta Jacques Prévert – è quel posto dove si entra piangendo e si esce ridendo.

Forse anche noi siamo entrati con il nostro carico d’ansia e paura e adesso, seduti in questi microbanchetti scomodissimi, stiamo pensando ai nostri piccoli che vengono inquadrati in un’ Istituzione, con il loro grembiulino-uniforme, a passare giornate grigie come quelle che ognuno di noi trascorre in ufficio o in macchina o in officina.

Mi rendo conto che la mia paura di oggi è quella che avevo al mio primo giorno di scuola, quando ho incontrato la Maestra Gina.

La maestra Gina era un donnone enorme, che incuteva rispetto e timore anche al signor Burgio: era capace di sferrare pugni fortissimi sulla cattedra che venivano percepiti anche a qualche aula di distanza. A volte, accompagnava questi colpi tremendi sibilando qualcosa che riguardava Troni e Dominazioni. La sua specialità però era il “sarùcco” [1] che non lesinava di distribuire sulle nostre capoccelle per facilitarvi l’ingresso di tabelline o forme verbali particolarmente ostiche.

Che paura, la Maestra Gina! Eppure, dopo pochi giorni, quel donnone cominciò a fare magie: ci fece scoprire la scrittura e la lettura, anche attraverso i quotidiani, ci fece intuire come era complicato il mondo fuori dalla scuola, trasformò una lampadina in un micro-sistema solare, ci fece vedere della cartoline di Vercelli e fece comparire una scatola di riso… e, tutte le volte, queste cose strappavano un “oooh!” in noi bambini e ci riempivano allo stesso tempo di soddisfazione e ulteriore curiosità.

Se ero triste, la maestra Gina mi guardava e indicava la sua guanciona con le sue unghie laccate rosse: era un cenno per farsi dare un bacio. Io mi avvicinavo e mi sfregavo contro quelle guance leggermente barbute (era un po’ come baciare mio padre) che odoravano di colonia e di quelle sigarette lunghe che fumava in corridoio.

Ero tranquillo con la maestra Gina e posso dire che tutto quello che so, in un modo o nell’altro, risale agli anni della scuola elementare, compresi il Rispetto per gli altri, il senso del Dovere, la voglia di Sapere.

Forse aveva ragione Prévert: i bambini escono dalla scuola sorridenti perché lì è successo qualcosa di magico e il mondo che vedono fuori, quello grigio del mattino, quando i genitori ansiosi li scaricano in fretta davanti all’ingresso e li abbottonano imprecando nei loro grembiuli mentre loro piagnucolano, non è più lo stesso e si è trasformato in un universo colorato e complesso, da scoprire, capire e studiare.

Sono andato a salutare Maestra Caterina augurandomi che, al di là delle tecnologie, delle competenze trasversali e del Piano Educativo Integrato, possa essere per la mia piccola quello che la Gina è stata per me: la “mamma del mattino” che mi ha spiegato come è bello sapere delle cose.

Sono uscito dalla scuola ridendo.

[1] sarùcco [sa’ruk:o, pl. sarùcchi]: nelle zone del parmense indica uno sfregamento percussivo procurato con il pugno chiuso (dal quale sporge leggermente la nocca del dito medio) sulla testa di altri. In questo caso la nocca funge da pietra focaia e la cute del cranio da materiale combustibile: non è raro infatti che il cranio prenda letteralmente fuoco in caso di s. particolarmente forti.

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Come si disegnano le nuvole

Nuvole

 

Il rischio è poi quello di muoversi sempre su quello che ti hanno insegnato, senza chiederti davvero quanto ci sia di vero o di tuo in quelle cose.

Per esempio, voi lo sapete come si disegnano le nuvole?

Pensavo che ci dev’essere una sorta di convenzione o di accordo fra tutti gli asili del mondo, per cui ti insegnano che le nuvole si fanno come una specie di linea curva ondulata chiusa e la stessa sagoma, badate bene, la potete anche mettere in cima ad un comignolo (e in quel caso significa “fumo”) oppure sopra la testa di una persona (e in quest’altro caso significa “pensiero”).

Ora, può anche darsi che ci sia qualche nuvola effettivamente fatta così ma già per il fatto stesso che quella linea ondulata chiusa è buona per tutte le stagioni – nuvola, fumo, pensiero ma pure gas di scarico, se è il caso – si dovrebbe anche sottolineare bene che si tratta di semplificazioni, che non si può andare avanti sempre a disegnare così…

Eppure, quando ti chiedono di disegnare una nuvola, ci ricaschi e vai con quella linea ondulata lì, perché alla fine, a pensarci bene, disegnare una cosa significa mettere alla prova quello che sappiamo di lei.

E allora quando disegni un albero, di fatto metti sulla carta quello che sai dell’albero, ed è molto triste constatare – specialmente quando ti chiedono se sai disegnare una nuvola – che hai perso veramente molto tempo a disegnare linee ondulate chiuse e pochissimo invece a fare ciò che veramente avresti dovuto fare, ossia guardare le nuvole.

Guardare è il primo passo per conoscere le cose, per avere un’idea di come sono fatte: allora – caspita! – ti rendi conto che le nuvole, per fare un esempio stupido, sono una cosa veramente complicata da mettere sulla carta e che se davvero dovessi metterti lì a fare un ritratto credibile di quella roba mobile, là, nel cielo, dovresti passare un sacco di tempo col naso all’insù e fare tantissimi tentativi per ottenere un qualche risultato.

A volte la gente mi dice di scrivere di questo o di quell’altro argomento oppure, ancora peggio, alcuni mi chiedono di scrivere, che ne so, una bella canzone d’amore o dai risvolti sociali. In quei casi, mi rendo conto che forse non ci vuole poi molto per dare l’idea di certi argomenti: “vedi questa linea ondulata chiusa? Ecco: se la metti in cielo è una nuvola, se la metti sopra la testa è un pensiero”, ma che si rischia sempre molto di essere approssimativi… C’è una certa distanza fra le nuvole e le nostre teste e ci sono in giro un sacco di pensieri o immagini preconfezionati diffusi da questa lobby che controlla gli asili di tutto il mondo.

Scusatemi quindi se non sempre riesco ad accontentarvi o se, sempre più spesso, passo un sacco di tempo con il naso all’insù semplicemente a guardare le cose. Scusatemi poi se il più delle volte arrivo a parlare dei fatti miei come se questi importassero veramente a qualcuno: la realtà è che forse sono capace di scrivere o cantare solo delle cose che conosco veramente.

Nel tempo mi sono un po’ stancato di tracciare solo linee ondulate curve, buone per tutte le stagioni, che, magari, danno l’idea di quello che dovrebbero rappresentare ma con la cosa in sé non c’entrano niente. Preferisco fare questi disegni altrettanto approssimativi: con la consapevolezza però che, tutte le volte che si nominano cose tipo Amore, Odio, Vita, Morte o quisquilie del genere, lo si fa, credete, perché ci si è passati, anche se di sfuggita, o perché queste stesse cose le si è osservate con attenzione per molto tempo.

Allora, quando mi dicono di fare questo o quello, quando mi spiegano che un “artista” dovrebbe saper fare questo o quello, non posso fare altro che sospirare un po’ e rispondere: “sì, sì, vabbé: hai ragione… ma tu, per esempio, lo sai quanto tempo ci vuole per disegnare le nuvole?”

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Come un husky in agosto

ululato

Se passeggio davanti alla casa dei miei vicini mi seguono, per tutta la lunghezza della rete che recinta il giardino di casa loro, tre cani. Il più grosso è una specie di barbone meticciato, l’altro è un bastardo nero, il terzo, più in disparte e meno rumoroso, un husky. I primi due mi abbaiano contro con forza, perché oso percorrere il tratto di strada che costeggia il loro giardino, il terzo è un po’ spaesato, abbaia un po’, poi si ferma e, forse obbedendo a chissà quale istinto antichissimo, si mette ad ululare, esattamente come uno di noi si aspetta che ululi un lupo della steppa, con le zampe raccolte e il naso puntato per aria e il muso a fare un lunghissimo “uuuuuuuuuuuuuuhhhhhhh!”, come una specie di Buck o Zanna Bianca o robe del genere.

Io resto un po’ lì davanti alla rete e penso a cosa vuol dire sentirsi fuori posto.

Penso che magari quando l’husky era cucciolo la sua mamma husky gli ha passato tutta una serie di insegnamenti millenari, dei quali forse non era più tanto convinta neanche lei, cose del tipo: “quando devi dormire scava una buca nella neve, obbedisci sempre al capobranco, tira la slitta ordinatamente, esplora il territorio, nascondi gli escrementi…” e poi il nostro cucciolo si è ritrovato in un giardino sulle colline parmensi ad abbaiare a chi passa davanti alla rete.

Niente di male, per carità! Il clima è decisamente migliore della Siberia, per dormire non c’è bisogno di scavare… Solo che ti devi un po’ reinventare, ecco. Tutto quello che sapevi o che ti avevano insegnato non è poi molto utile alla fine: al posto del capobranco ho quel signore con la giacca, al posto dei compagni di slitta ho questi bambini che mi tirano la coda… Tutta una serie di cose, insomma. Andrà bene ululare davanti alla rete? No, perché io questo so fare: altrimenti questa cosa dell’ululato non so più quando giocarmela. Va bene se scavo un po’ in giardino? Magari sotto quei fiori che neanche si mangiano…

Insomma, sei sempre un po’ incerto: si vede così che non hai la convinzione del bastardo e del barbone, gente che, se vuole mandare via qualcuno dalla rete, sa come farsi rispettare.

In quel lunghissimo ululato dell’husky mi sono perso anch’io e, non so perché, mi sembrava di capirlo, in fondo, come se quell’ululato fosse un lentissimo lamento che ci accomunava.

Mi sono avvicinato alla rete e mi sono ricordato che ieri sera la televisione ha detto che il primo ucciso dai bombardamenti è un bambino di dieci anni e anche io adesso mi ritrovo a pensare quanto sono inadeguate tutte le cose che mi hanno insegnato rispetto alla situazione in cui mi trovo. Vorrei scrivere una serie di pensieri edificanti o moralmente utili e poi… e poi cosa? Condividerli sui social? Credo che “la situazione”, il mondo che mi circonda, ne sarebbero influenzati proprio come un passante davanti a questa rete potrebbe cambiare strada per l’abbaiare dei cani. Il mondo mi dice che non è il primo bambino che muore in questi reciproci bombardamenti e non sarà neanche l’ultimo. Che vuoi farci? Queste cose alla fine ci sono sempre state e scandalizzarsi tanto è solo un effetto collaterale di quel moralismo stantio che ti hanno propinato.

Fuori posto: ecco, mi sento proprio così: fuori posto. Esattamente come quel cane mi aggiro nel giardino e cerco di fare esattamente quello che fanno gli altri, senza troppa convinzione, abbaiando di tanto in tanto a chi sembra minacciare la rete, senza capire fino in fondo che cosa mi sta succedendo attorno. Mi avevano insegnato a difendere la Vita, a odiare la Guerra, e tutta una serie di Valori che credevo condivisi e che vengono puntualmente smentiti da quello che mi circonda.

Ho cominciato ad ululare un po’ anch’io, timidamente all’inizio, mentre lo fissavo nei suoi occhi azzurri, cercando di andare insieme a lui, io fuori dalla rete e lui dentro. Siamo andati avanti un po’, legati da questa stranissima sensazione, da questo leggero disagio che ci accompagna, di sentirsi fuori posto come un husky in agosto.

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Senza impegno

noperditempo

La mia personalissima crisi procede a volte anche su binari impensati, tipo gli impercettibili slittamenti semantici di certe nostre frasi quotidiane. Io ci bado a quello che diciamo, sapete?, e c’è un’espressione che veramente mi manda ai pazzi: “senza impegno”.

Facciamo un piccolo passo indietro. Per tutti gli anni ’80 e ’90 sono stato messo abbastanza sotto pressione dai piccoli annunci di vendita che recavano diciture misteriose tipo “no perditempo”. Quelli erano anni normativi e abbastanza rigidi da questo punto di vista. Potevi trovare cose tipo: «vendesi collezione di 6 bottiglie vuote di lambrusco senza etichetta, solo per amatori, no perditempo». Molti potrebbero sorridere di questa dicitura che, di per sé, esprimeva un chiaro non-senso, come se il “perditempo” che eventualmente avesse letto l’annuncio avesse realizzato: “Ah, be’ peccato… allora non fa per me, sono tagliato fuori!”. Chi scrive invece – e questo stesso post ne è una testimonianza – ha sempre avuto, insieme ad una pericolosa insicurezza di fondo, la chiara percezione di appartenere alla schiera dei perditempo, ragion per cui, dopo la lettura dell’annuncio, entravo abbastanza in crisi: “sarò mai degno di questa collezione di sei bottiglie? Che ne ho fatto della mia vita finora? Non sarà una perdita di tempo questa stessa lettura dell’annuncio?”. Entravo così in un loop dal quale riuscivo ad uscire grazie a molta meditazione e qualche aiuto farmacologico. Questo per dire che, a volte, tu credi che certe cose siano frasi fatte e invece ci sono persone che si sentono messe in discussione.

Non molto tempo dopo, dal mondo delle televendite, è uscita l’espressione “senza impegno” e, devo dire la verità, tutto è cambiato. In un primo tempo questa frase, pronunciata ad esempio dal Mastrota di turno, stava ad indicare che, essendo il prodotto venduto una potenziale sòla, tu potevi acquistarlo, valutarlo, rigirartelo un po’ per casa e poi rispedirlo al mittente, entro sette giorni, una volta ricevuta la conferma che trattavasi di una sòla.

Questa nuova ventata di faciloneria edonistica ha veramente cambiato le carte in tavola. Finalmente anche quelli come me si sono sentiti meno sotto pressione e anche per noi si sono aperte le porte dell’incauto acquisto. Potevo ordinare la batteria di pentole, la bici col cambio Shimano, il materasso in lattice anti-acaro, tutto “senza impegno”, con la leggerezza del perditempo per troppo tempo escluso da questo favoloso giro di sòle.

Quello di cui non ci siamo accorti subito è come queste espressioni del mondo commerciale penetrino, piano piano, nel nostro parlare comune, determinando, anche in questo caso, leggeri slittamenti di senso. Capita così la coppia di amici che ti invita per una serata da loro “senza impegno”. Ah, grazie! Perché, l’alternativa qual era? Mandavate un picchiatore a convincermi? Io capisco che questo, nella loro buona fede, sta a significare l’assoluta libertà che mi lasciano di accettare o meno l’invito, il diritto di recesso, qualora la proposta venga formulata con almeno otto giorni di anticipo, di dare buca al settimo giorno. Eppure, chi come me ha un perditempo in letargo in qualche angolo del suo spirito, non può fare a meno di figurarsi un invito “senza impegno”, in cui io mi posso permettere, alla Nanni Moretti, di mettermi in un angolo a sbadigliare senza interagire con gli altri, o di saccheggiare il frigo senza nessun riguardo oppure, con gesto avanguardista, di cacare sul divano dell’ospite.

“Ma come!?” – sbotterei, mentre vengo messo alla porta con tutto il divano da portare in discarica – “mi avevi detto che era un invito senza impegno!!” e, probabilmente, cadrei vittima dell’ennesima incomprensione.

Senza impegno, senza impegno… cosa vuol dire? Che posso non essere ben presente a me stesso mentre faccio una cosa? E se mi posso permettere la distrazione mentre mi metto in casa una batteria di duecentoventi pentole, cosa mi capiterà mai di combinare nel mondo reale, quando ho a che fare con la gente vera?

“Signora – dirà il chirurgo – dovrei asportarle un rene, tutto questo, ovviamente, senza impegno”. Oppure il ragazzo innamorato: “vuoi sposarmi? Senza impegno però. L’offerta formulata prevede un diritto di recesso entro sette giorni previa restituzione dell’anello consegnato nella confezione originale con i sigilli intatti”.

Davvero viviamo in anni così “disimpegnati”? Se prima credevo di avere acquistato una nuova forma di libertà, adesso mi rendo conto che si trattava di un acquisto senza impegno e stanno ricominciando le mie crisi: che senso ha essere un perditempo in un mondo senza impegno?

Vi prego: datemi una mano, spiegatemi come devo comportarmi, ditemi qualcosa di normativo che mi rimetta in riga.

Ovviamente, senza impegno.

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