Vagone portavalori

 

I bimbi sono tirati a scuola con le braccia in estensione: un braccio in avanti attaccato alla madre e un braccio dietro a tirare il trolley, lo zainetto con le rotelle per preservare la loro schienina. Il prezzo per una colonna vertebrale integra è la posa del crocifisso che la creatura è costretta ad assumere, dato che lo zaino è un bagaglio fra i 15 e i 20 chili e il figliolo funge da elastico tra questo e la mamma. Meglio sarebbe, pensano le madri, se anche i figli avessero le loro rotelle, giusto per facilitare l’operazione di traino.

Vicino all’ingresso della scuola vedi il trenino scodinzolante di madre+figlio/i+trolley(s), con la locomotiva che ripete il suo mantra: “dai! svelto! muoviti! siamo in ritardo (ad infinitum)” finché il convoglio non è approdato fra le mura scolastiche: a quel punto ci pensa il moto inerziale dei 15 chili di zaino a portare il fanciullo fino al suo banco.

Certo è che tutto questo lo si fa con le migliori intenzioni: il figlio-vagone deve essere abituato da piccino al Senso del Dovere, deve capire a strattoni l’importanza dell’istruzione, finché non si sarà abituato da solo – e sarà il trionfo del moto inerziale di cui sopra – a percorrere la strada fino al suo desco riscaldabile.

Eppure a volte – perché ci sono volte che mi ritrovo anch’io nella posizione del locomotore-trattore – mi chiedo se i miei “dai! svelto! muoviti!” riescono a passare il messaggio giusto o se, invece del senso del dovere, non passi soltanto il senso del dolore e del ritardo perenne e dell’angoscia di fare le cose…

Chissà se veramente si riesce ad insegnare ai piccoli a muoversi da soli, ad insegnargli una strada insomma, o se invece funziona una specie di condizionamento pavloviano e a loro fanno male le braccia e sentono la trazione di genitori e trolley ogni volta che vengono messi di fronte a qualcosa da fare.

Forse tirare senza un perché abitua la gente ad essere tirata e a tirare a sua volta senza un motivo; abitua a dimenticare il senso di responsabilità, perché tanto le cose “vanno così” o in questa cosa “ci sono stato tirato dentro”; abitua a non chiedersi dove stiamo andando, abitua al nostro ruolo disumano di vagoni.

“Ricordatelo ai vostri figli” diceva Primo Levi, e questa forse dovrebbe essere la prima cosa da ricordare nel Giorno della Memoria: che siamo tenuti – da brave locomotive – a instradare, a spiegare un percorso, a far percorrere una strada che non incappi nei nostri stessi errori, nell’angoscia di un binario a volte insensato.

Ecco: dovremmo ricordarci l’Umanità. Questa è una buona cosa da ricordare quando tiriamo i nostri figli a scuola nel Giorno della Memoria.

Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa, andando per via,
Coricandovi, alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli

P.Levi, Se questo è un uomo

foto di Richard Hewitt
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Quando non so cosa scrivere

Si legge per vincere la solitudine, si scrive per prolungarla

E.Jabés

Quando non so cosa scrivere a volte picchio i tasti della tastiera come se fosse una specie di strumento musicale solo per il gusto di metter giù un po’ di parole. Come scattare una foto a caso, come scarabocchiare una faccia su un foglio. Poi va a finire che la faccia assomiglia quasi sempre alla mia e anche la foto – a guardarla bene – non è mai così casuale.

Quando non so cosa scrivere penso che non è poi così importante avere sempre qualcosa da dire e si può scrivere come quando telefoni a qualcuno solo per fare due chiacchiere  o come quando… ecco, sì: come quando si va a correre, che non è che lo fai per andare in un posto preciso.

Tutte le volte che non sapevo cosa scrivere ho sempre scritto con la convinzione che comunque mi sarei capito, che tutte le mie foto sfuocate comunque mi sarebbero assomigliate un po’ e sarebbero state un ricordo di mie angolazioni imprevedibili.

Da qualche giorno, invece, quando non so cosa scrivere penso a voi. E allora non scrivo niente. Eh, sì… perché quest’anno mi sono arrivati i report annuali del movimento di questo blog e ho scoperto che ci sono tante persone che leggono queste cose. Mi capita allora come quando andavo a correre e il percorso che seguivo passava circolarmente davanti a una panchina. Se sulla panchina c’era gente, allora tiravo in dentro la panza e la lingua, stavo un po’ più dritto… nel resto del percorso ero il solito schifo ambulante ma lì davanti – zac! – tornavo il maratoneta etiope che sognavo di essere. E’ come vuoi sembrare agli altri che ti frega sempre… e, quando devi scrivere, ti blocca.

Quando non so cosa scrivere penso però che il fatto che ci sia gente a leggere queste cose mi ha sempre motivato a continuare; il rispetto delle scadenze che mi ero prefissato l’anno scorso è dovuto proprio al fatto che comunque c’era qualcuno. Se sai che quelli della panchina ti aspettano, allora trotti un po’ più forte anche nel resto del percorso. Che bello poi ripassare lì davanti e vedere gente che ti sorride e ti saluta! Anche se sei un pirla qualunque che si muove come un lottatore di sumo e ansima come l’intero cast di un film porno, ti senti un po’ quel maratoneta ideale e continui a correre.

Quando non so cosa scrivere mi chiedo se non sarebbe bello che scriveste un po’ anche voi… che invece cioè dei soliti pollici alzati mi diceste cosa va e cosa non va, buttaste giù qualche pensiero strampalato come questi, insultaste, proseguiste o miglioraste questi post. E io penso che a quel punto (e potrebbe essere il mio buon proposito per quest’anno) sarei molto contento di rispondere alle vostre osservazioni e ai vostri commenti e non mancherei di farlo. Sarebbe un po’ come fermarsi a quella famosa panchina e conoscersi un po’ meglio, anche se magari avete solo da dire “tira in dentro la pancia quando corri”.

Quando non so cosa scrivere penso a voi e allora scrivo anche quando non so cosa scrivere, anche se apparentemente scrivo cose contraddittorie, tanto ormai mi avete visto passare qui davanti tante volte e – anche se superficialmente – un po’ ci conosciamo, no?

Ecco: quando non so cosa scrivere mi ricordo che questo è il primo post dell’anno e, anche se so che ci saranno volte in cui non avrò proprio voglia, sono molto contento di ricominciare tutta la corsa.

Per il momento, visto che oggi di preciso non sapevo cosa scrivere, vi scrivo “grazie!”.

Poi restiamo d’accordo così: io ripasserò qui dalla panchina il 10 e il 27 di tutti i mesi (fiatone e adipe permettendo) e stavolta aspetto i vostri commenti. Io prometto che stavolta risponderò a tutti, senza falsi pudori o supponenze da maratoneta professionista.

Alla fine, quando proprio non so cosa scrivere, penso che scrivere è proprio rinunciare ai propri timori: è come mettersi in braghette corte davanti a chi non ti conosce.

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Briciole

I fanciulli trovano il tutto nel nulla, gli uomini il nulla nel tutto

G.Leopardi, Zibaldone di pensieri

 

 

C’è un po’ di movimento attorno alla mia tavola la notte della vigilia. La tavola rimane rigorosamente apparecchiata perché – così dice mia nonna – viene l’Angelo a mangiare le briciole e gli avanzi. All’angelo pugliese si accompagna, da un po’ di anni, il folletto polacco Lele Polele che, secondo la nonna di mia moglie, viene a fare la stessa cosa. Su una cosa però entrambe le nonne concordano: sul fatto che gli animali alla mezzanotte di Natale hanno facoltà di parola, seppure per pochissimo tempo. Chissà cosa si dicono i miei animali domestici: io, con tutto quello che ho da fare, non sono mai riuscito a sentirli…

Cane: Mamma mia! Che spreco…!
Gatto: Ma cosa dici? Hanno spazzolato tutto… io speravo di trovare qualche avanzo di salmone e invece… hanno lasciato giusto le briciole per Lele e l’Angelo…
Cane: Ma no! Stavo facendo un discorso più serio… mi riferivo a questi due minuti di conversazione che facciamo tutti gli anni, a questa rapidissima presa di coscienza e poi…puf!… torno ai soliti bau! e scodinzolii…
Gatto: Be’… io non è che abbia molto da dire! In effetti però è come se ci risvegliassimo questa notte e, per una specie di scherzo, ci toccasse vedere sempre la stessa scena… addirittura la tavola apparecchiata sempre allo stesso modo e le stesse briciole sempre degli stessi cibi… Non c’è molta differenza dal solito: è come se il tempo non passasse mai!
Cane: E’ proprio questo che intendevo! Invece gli uomini sono molto più fortunati! Loro hanno consapevolezza del tempo che passa… Per loro ogni giorno ha un senso diverso perché se lo ricordano! Anche questi Natali che a noi sembrano sempre tutti uguali… in cui corrono e impacchettano e comprano e mangiano le stesse cose… sono sicuro che per loro hanno sempre un senso diverso! Sono sicuro che loro capiscono sempre quello che stanno facendo… Noi siamo senza memoria ma loro invece sono sempre consapevoli di quello che vivono!
Gatto: Dici? Eppure li sento fare sempre gli stessi versi… Li sento lamentarsi sempre delle stesse cose! A volte poi mi capita di accoccolarmi sulle loro gambe e li guardo fissi negli occhi e allora vedo…. niente! Hanno lo stesso nostro sguardo… sono di passaggio proprio come noi! Chissà se ogni tanto – proprio come noi – hanno due minuti di consapevolezza in cui si accorgono di quello che stanno facendo…
Lele Polele: Ragazzi, smettetela di discutere…! Se gli uomini fossero più consapevoli di quello che fanno, non lascerebbero questo disastro dietro di sé tutte le volte… Si ingozzano di tutto in fretta e furia – cibo, lavoro, affetti, regali… – solo per avere un po’ di senso di sazietà di cui poi non si ricordano… Su, basta discussioni e mangiate qualcosa con me…! Volete una briciola?

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Il mangione

Mentre mi si chiude lo stomaco per il nostro spettacolo di domani sera, ho pensato ad un piccolo antipastino in vista delle feste natalizie: è un pezzo tratto dal nostro intervento alla “Festa Multiculturale” tenutasi a Parma il 30 settembre 2011. La qualità audio/video (e anche il resto, dai…) non è granché, ma voleva essere un piccolo spunto (in pratica uno spuntino) per meditare che il mondo alla fine si divide in chi ha più cibo che fame e chi ha più fame che cibo.

Buon Natale!

Il mangione

Buonasera – burp! – scusate ma è la digestione…! Non è facile essere multiculturale oggi… Io lo sono: per esempio mangio il riso djerba e i falafel, il kebap e i won ton fritti, i tacos e i nachos, il sushi e i chicken nuggets… Io mangio tutto! Sono aperto alle altre culture…

Capisco che il mio non è un approccio “cerebrale”, è un approccio  – come dire? – di “pancia” al problema della multiculturalità. Quando arriva un’altra cultura io… me la mangio, la metabolizzo bene, espello… lo scarto e mi tengo solo il buono; ecco: tengo solo il buono – che poi è quasi sempre roba da mangiare – delle altre culture.

Non dite che non sono tollerante! Io sono molto tollerante… sono intollerante solo alle noci macadamia, ma è un’allergia, non ci posso fare niente! La mia è un’intolleranza alimentare…

D’altra parte io sono abituato così, a mangiare tutto… Fin da piccolo mia mamma mi diceva “mangia tutto! guai a te se lasci qualcosa!!” e io… mangio tutto! Ho mangiato il petrolio, ho mangiato le foreste, ho mangiato la terra… Tutto! mangio tutto… tanto quel che non ammazza ingrassa…

Quando arrivano quest’immigrati, questa gente qui strana, io sono molto aperto… soprattutto di stomaco: li inghiotto senza problemi, li fagocito e li metabolizzo… se c’è qualcosa da mangiare lo mangio: le spalle robuste, le braccia…tengo il buono e quello che non mi piace… be’ ve l’ho già spiegato: lo espello, no?

E’ così: devi essere sempre in attività, con le mascelle in movimento, altrimenti cominciano a mangiare loro…e io ho paura! Ho paura che mangino le cose mie, quelle a cui sono più affezionato! I valori per esempio: io ai miei valori ci sono affezionato ne sono… come dire?… ghiotto! Sono ghiotto di valori tradizionali…

La famiglia per esempio: adesso non vorrei passare per un ingordo ma ne ho addirittura tre! La Patria: quella me la sono mangiata tutta!… e mica solo le città d’arte o le piazze ma anche le coste o le montagne, che magari uno le lascerebbe lì nel piatto…. E poi la mia religione! Io non sono proprio un praticante ma non chiedetemi di rinunciare al Panettone o all’Uovo di Pasqua!

E’ così: ormai mi sono abituato a mangiare… lo stomaco si dilata e non riesci più a smettere, hai sempre fame! E allora mangio continuamente! Qualcuno mi dice che se anche gli altri mangiassero come me non basterebbero le risorse… Che se tutti mangiassero come me, le cose da mangiare durerebbero molto poco… be’ chissenefrega! Io ho sempre mangiato, no? Sono abituato a mangiare, no? Ho un certo tipo di metabolismo, no? E allora è giusto che continui a mangiare io… in fin dei conti: se non hai mai mangiato è molto più facile digiunare.

C’ho ragione o no?

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Caro il mio cervello fuggito all’estero

Caro il mio cervello fuggito all’estero,

come stai? ti scrivo per aggiornarti della situazione perché da quando sei partito sono cambiate molte cose…

Sai, ci sono rimasto un po’ male… quando dicevi “vado… ho deciso che vado…” e via così non credevo che trovassi il coraggio. E invece ricordo ancora come, davanti al plastico della casa di Garlasco che guardavo in TV, ho sentito improvvisamente il collo più leggero e ho capito che te ne eri andato davvero.

Comunque – ti dicevo – qui intanto sono cambiate molte cose… Adesso ci abbiamo un governo di tecnici che vorrebbe dire che sono persone capaci di fare quello che stanno facendo. Ovviamente i politici sono scontenti: che senso ha mettere uno che sa fare le cose a fare le cose? Non era meglio – dicono – se ci stavamo noi?

Il discorso in effetti non fa una grinza tanto che la settimana scorsa, che il mio lavandino perdeva, per ripararlo ho chiamato il salumiere. Lui ha avvolto tutto il tubo con della coppa piacentina e dopo un paio di giorni in casa c’era un odore come di cane morto. Ma io però ero contento perché avevo fatto una scelta non banale.

Ecco: bisogna evitare la banalità. Pensa che l’ex ministro Brunetta ha detto che mettere un economista al ministero dell’Economia è una scelta banale. Ha ragione lui! Pensa invece come è più creativo mettere un nano allo Sviluppo! o alla Crescita economica!!

Comunque, adesso dicono che in Italia bisogna ricostruire tutto, che l’Italia è un grande cantiere… E allora hanno scelto questo gruppo di vecchi che, con le mani dietro alla schiena, guarda il cantiere tutto il giorno, non fa niente e ogni tanto commenta: “…mah! Hai visto la ruspa?! secondo me non ce la fa a fare manovra…!”

Vabbé: oggi ti scrivo qui da Piacenza dove sono venuto a suonare e per evitare la banalità ho messo il batterista alla chitarra, il chitarrista alla tastiera e così via… Ho pensato di avere un approccio creativo e politico. Per la musica infatti non serve il cervello (e quindi puoi anche rimanere lì all’estero dove sei!) ma deve “arrivare”… Tu suoni e quello del talent show che ti ascolta dice “mi è arrivato, non mi è arrivato”, un po’ come la posta elettronica insomma… “E adesso è arrivato? Controlla meglio? Provo a ri-inviartelo….”

Cervello mio, non te la devi prendere ma mi rendo conto che qui oggi saresti un peso inutile… Da quando non ci sei vivo molto meglio qui in Italia e anche la mia musica ne ha tratto giovamento… quindi, anche se lì a Londra dove sei a fare il lavapiatti guadagni più di quanto io prendo al call-center, sono felice che tu te ne sia andato e spero che tu sia felice senza di me come io lo sono senza di te.

Oltretutto, da quando sei andato sono dimagrito di un chilo.

Con affetto.

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Piccolo manuale d’equilibrismo

bolla di sapone

Certo, per camminare su un filo devi essere leggero.

Leggero leggero come una piuma, senza portarti dietro i pensieri pesanti.

Lo sguardo fisso avanti, un piede dopo l’altro, senza curarsi mai del vuoto sotto di te. Se ci pensi, dicono, allora precipiti: è il vuoto che ti attira, non c’è niente da fare… mai guardare in basso! La consapevolezza di essere sospeso è proprio quello che ti fa precipitare. E allora bisogna camminare come se quel filo fosse il terreno più solido di tutti, come se il vento che ti fischia attorno alle orecchie fosse una brezzolina leggera (anche lei!) fra i capelli.

Per stare sospesi bisogna negare il vuoto.

E’ molto più facile di quanto crediate: quando si vive sul filo la precarietà è la situazione normale.

Certo l’unico imprevisto è proprio l’imprevisto. Un inciampo, una scivolata, si pagano molto cari: è il prezzo dello stare leggeri e sospesi. La leggerezza, diciamo così, ha un prezzo molto pesante.

Prima camminavo per terra anch’io… poi ho visto che gli altri stavano sopra di me e ho provato a salire anch’io. Per ogni gradino che sali devi diventare sempre più insensibile: all’altezza, al vuoto, alla paura, agli imprevisti… a mano a mano che si sale si spegne gradualmente una parte di pensiero razionale.

Ognuno ha un suo filo personale sul quale cammina e al quale è affezionato…

E’ il mondo in cui vivo che mi ha dato lezioni di equilibrismo… Il mio primo insegnante è stato un promotore finanziario: “quanto prende di stipendio? 1000 euro? Allora può benissimo pagare una rata di 500!” E’ stato il mio primo gradino e la mia prima lezione: negare l’imprevisto e guardare avanti.

La seconda è non pensare a cose che ti distraggano dal filo…

“Fino a quando potremo cementificare?”“Fino a quando potremo continuare a indebitarci?” “Fino a quando potremo inquinare?” “Fino a quando potrà durare questa situazione?”

Che domande ingenue! Non domandatevi mai quanto è lungo il filo: se avete deciso di salirci è inutile che poi vi facciate prendere dallo sgomento.

L’imprevisto arriva proprio perché è imprevisto: può essere una crisi internazionale, una pioggia più forte del solito, la vostra macchina che si è rotta nel mese sbagliato… Come avete fatto a non pensarci? Tranquilli: eravamo tutti sul filo, non potevamo pensare, vi ricordate?

Be’ adesso eccoci qua: col nostro bilanciere in mano, lo sguardo avanti… Certo che in questi giorni sta tirando un vento fortissimo, non trovatEEEEEEEEEEeeeeeEEEE

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Di te

bicicletta

Complice la stagione fredda, sbuffo sui pedali della bici e sembro una piccola locomotiva… puf! puf! puf! mentre vado al lavoro nel freddo mattino e mi re-inserisco nel binario quotidiano. Eccomi qui puf! puf! puf! come tutti i giorni a fare la stessa strada, come un trenino che consuma un sacco di energie: perché? Il freddo mi dà la possibilità di apprezzare il fiato che si dissolve nell’aria: ecco! A volte ho la sensazione che tutto quello che faccio abbia la stessa consistenza… Puf! puf! puf! Fatico, fatico per un sacco di cose inafferrabili, viaggio a testa bassa tutto il giorno senza capire il senso del percorso.

Non siamo un po’ tutti così? Dei trenini, intendo… alla fine quando ci incontriamo è sempre una “coincidenza”, uno sfiorarsi di binari che comunque non rallenta la corsa; per un appuntamento vero bisogna mettersi lì, orario alla mano, e trovare una sosta, che è un’operazione difficilissima.

L’imprevisto, la deviazione, è la sofferenza più grande: hai la stessa consapevolezza del treno che – come dice l’altoparlante – “viaggia con trenta minuti di ritardo”. E tu sai già che quel ritardo, proprio come un tipico treno italiano, te lo porterai dietro e non hai possibilità di recuperarlo: “il treno viaggia ora con quarantacinque minuti di ritardo, con un’ora e quindici di ritardo…”

Ritardo! – puf! puf! – sempre ritardo!  A volte arrivi a desiderare che sia definitivo… “Attenzione! C’è una mucca sui binari… per oggi non potrò arrivare in tempo, non potrò consegnare il lavoro, non potrò…” ma solo l’idea di stare fermo ti dà sempre una certa inquietudine.

Ed eccomi qui al mattino: sono appena partito e sono già in affanno, con la mia fatica che si concretizza in nuvolette che mi escono dalla bocca a intervalli regolari e sono un’immagine significativa, forse, di tutto il mio lavoro… Alla fine sono tutte parole che si disperdono, canzoni evanescenti come il fumo e (perché no?) anche questo fumo elettronico che hai davanti al naso.

Per fortuna però penso che ci sei tu.

E allora pedalo più volentieri sul mio binario perché capisco che la fatica ha un senso quando, alla fine dei conti, diventa un atto d’amore.

Se sai che questo sbuffare quotidiano è per qualcuno allora – puf! puf! puf! – sbuffi quasi volentieri… ti dà un certo ritmo in fondo no? O forse lo sbuffo funziona solo quando riproduce il ritmo del cuore.

Cuore, amore… scusami! Leggi il post (che ho digitato sbuffando, cosa credi?) e mi chiedi di che cosa parla.

Vedi, alla fine ho capito che tutte le canzoni, tutte le parole che svolazzano (questo fumino leggero che mi esce dalla bocca e dal cuore), alla fine hanno un senso quando parlano di te.

Ecco: anche questo post (che, tra parentesi, è il cinquantesimo del blog) è solo un modo per dirti che, grazie a te, ho capito che la cosa migliore che può capitare a una persona è che la sua fatica abbia un senso.

Non hai capito?

Parla di te!

Sì… di te!

Non te l’aspettavi, eh?

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Shall we dance?

shall we dance

Ballo ballo ballo m’invento un passo che fa così, fa così, fa così!
R.Carrà

Un, dos tres e la quadriglia si ostina a chiedere un pasito indietro… Ma come?! Dopo tutti questi anni non avete capito ancora che il pasito bailante (Maria!) è sempre adelante e il Capoballo in questione ha, per il momento, tutt’altri problemi.

Due su tutti: cosa regalare a Vladimiro (al giorno d’oggi i tiranni dell’est hanno già tutto…) e il ddl sulle intercettazioni. Il secondo provvedimento in particolare dimostra tutta la sua urgenza, dal momento che coinvolge ben 80.000 italiani (circa lo 0,2%) che vengono intercettati nelle loro conversazioni private. Basti solo dire che le persone coinvolte sono circa il doppio dei parlanti grecanico (40.000) e ben sei volte di più di coloro che in Italia credono a culti pagani (circa 13.000).

Un, dos, tres  e si arriva a ipotizzare addirittura il carcere per i giornalisti, la rettifica entro 48 ore delle pagine web che contengano informazioni ritenute da Tizio lesive della dignità di Tizio stesso, e via discorrendo… vi siete spaventati? Un pasito de lato e la norma rientra, piroetta, diventa digeribile spostando zitta zitta i limiti dell’articolo 21 della Costituzione.

E’ quella che l’ineffabile ministro Romano ha definito “democrazia numerica”: un complesso sistema matematico secondo il quale la maggioranza ha sempre ragione, se i tuoi genitori non erano mafiosi neanche tu lo puoi essere e via computando… I paradossi di questa Scienza sono più complessi della storia dei neutrini, da venti giorni mi sto scervellando sull’affermazione misteriosa e complottista del Tuttora Ministro: “qualcuno sta tentando d’imporre una democrazia etica al posto della democrazia numerica”. (Etica? … per carità!).

Un, dos, tres: numeri che si sommano e ti dimostrano che “non c’è alternativa” (cosa vi ricorda?) se muore pure Steve Jobs il cui motto era, non a caso, “Think different”.

Chi si ostina a pensare in altro modo sono quei giovani che, pur non rientrando nell’0,2% degli intercettati, si ostinano a manifestare contro una società che, a sentire loro, li priva di qualsiasi prospettiva futura. Strano che non colgano le vere urgenze del Paese e non si uniscano al ballo spensierato degli adulti, anzi lo inceppino con i loro passi indietro…

Fra di loro – pensatori differenti – si diffonde il gioco del possibile: e se Jobs fosse nato in Italia e avesse fondato la Apple in un garage, come ha fatto a Palo Alto? Il garage sarebbe crollato seppellendo lui e Wozniak (nonostante il parere favorevole di chi aveva fatto il sopralluogo tecnico). In Italia sarebbe mai riuscito ad ottenere un prestito a fondo perduto (250.000$) da un vecchio investitore che credeva alle sue idee? Be’… forse sì, questo sì… magari avrebbe ottenuto anche più soldi: basta chiedere al vecchio giusto e procurargli la giusta compagnia.

Adelante! Adelante Pedro, si puedes… con alegrìa!

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Lettera di dimissioni

EarthOvershootDay

Caro Figliolo,

con questa mia ultima lettera ti spiegherò il significato della misteriosa espressione di cui mi domandavi, ossia “dare le dimissioni”. Vedi, non è semplice farlo capire a te, che finora non hai mai visto nessuno compiere questo gesto, ma ci proverò lo stesso.

“Dare le dimissioni” significa rinunciare all’incarico che si ricopriva perché non ci si ritiene più adatti per ricoprirlo; questo può accadere per vari motivi: perché si sono commessi degli errori, perché le persone che abbiamo scelto hanno commesso degli errori, perché non si ha più la dignità per ricoprire un determinato incarico.

Ecco: qui dovrei spiegarti un altro termine strano che è “dignità” ma, siccome, la cosa prenderebbe veramente troppo tempo, preferisco parlarti di “responsabilità”. Questa parola deriva dal verbo “rispondere”: quando succede un guaio, o c’è qualche tipo di necessità, o bisogna risolvere un problema chi devo chiamare? Il “responsabile”, cioè la persona che risponde per questa cosa. Quando qualcuno ha un posto di responsabilità, significa che deve rispondere di un sacco di cose, ha un sacco di grane a cui fare fronte e così via… Se le cose non vanno come devono andare, la gente se la prende col responsabile e, eventualmente, il responsabile dà le dimissioni.

Messa così è molto semplice… ma se nessuno oggi dà le dimissioni è semplicemente perché nessuno è responsabile di niente. Può dare le dimissioni chi dice “io ho fatto questo lavoro, se non vi sta bene (oppure se ho sbagliato) me ne vado”, ma è evidente che chi non ha fatto niente non può dimettersi da nulla.

Non ti stupire se nessuno si dimette da niente: bisognerebbe sentirsi responsabili di qualcosa per potersi dimettere. La maggior parte della gente di cui si chiedono le dimissioni invece dice di essere lì per volere del popolo… il che – come vedi – è diverso dall’essere lì per fare qualcosa e presuppone che debba essere il popolo stesso a toglierlo di lì.

Purtroppo qui ritorna un po’ la questione della dignità… vedi, significherebbe “essere degno” di fare una cosa ma se la gente dice “sono qui perché mi ci hanno messo” e non “sono qui perché ho questi progetti, perché sono la persona adatta”, già ti fa capire che non è né degna né responsabile (anzi, sotto sotto, sta dando la colpa a te di averla messa lì e tu, per non avere colpe, ce la lasci!).

Comunque scusami per questo sproloquio ma è proprio per farti capire che – ti dicevo – questa sarà la mia ultima lettera. In effetti, in un ultimo rigurgito di coscienza, ho deciso di dimettermi da genitore. Se lo faccio, credimi, è proprio perché mi sento responsabile e non sono molto soddisfatto di quello che ho combinato: tutti questi anni ti hanno insegnato l’ostinazione, la perseveranza negli errori, l’incapacità di valutare le situazioni e, soprattutto, di vergognarsi.

Ecco: io mi vergogno e forse questa è l’unica cosa che ti posso insegnare. Stai tranquillo e anch’io farò lo stesso: d’ora in poi non mi sentirò più responsabile di niente.

Stammi bene e buona fortuna… oggi è l’Earth Overshoot Day.

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Pericolo caduta massi

caduta massi

foto di Silvia Catalano

La mia generazione, alla fine, è la generazione dei crolli.

Entravo nell’adolescenza quando – vraaaaaaaammm! – è crollato improvvisamente il Muro di Berlino: la nuvola di polvere fece tossire tutta Europa.

Di lì a poco – vraaaaaaaammm! – crollo dell’URSS e delle mie conoscenze geografiche: si sono moltiplicati gli stati e le capitali ed io ho praticamente dilapidato tutto quanto avevo imparato alle scuole elementari (chi sa dov’è l’Ossezia? E qual è la sua capitale?).

Andavo a votare che – vraaaaaaaammm! – è caduta la prima repubblica e, in pratica, tutte le sfumature che accompagnavano le posizioni politiche: “io sarei un liberale, però con tendenze socialiste, ovviamente stiamo parlando del primo socialismo che…” “sì, sì, vabbè: ma sei di destra o di sinistra?!”.

Domani è l’anniversario del crollo delle Torri gemelle. Ricordo che guardavo attonito la televisione chiedendomi se fosse un effetto speciale (come quando era esploso lo Shuttle, vi ricordate?) e, mentre maledicevo i deleteri effetti della fiction su di me, Gabriele – un mio giovanissimo amico – disse che quel crollo non gli faceva né caldo né freddo.

Io gli ripetevo quello che sentivo dai telegiornali, cioè che niente sarebbe più stato come prima… “Prima di che?” mi rispose lui. Vraaaaaaaammm!

La mia generazione si aggirava fra varie macerie, rimpiangendo lo skyline tradizionale che ci dava tanta sicurezza… Di tanto in tanto ci si aggrappava a qualche muretto che sembrava reggere ancora: il Lavoro (vraaaaaaaammm!), l’idea di comprarsi una Casa (vraaaaaaaammm!), di farsi una Famiglia (vraaaaaaaammm!)… In effetti, invece, niente sarebbe più stato come prima: quei crolli avevano dimostrato semplicemente la precarietà di tutte le costruzioni.

Non c’è da stupirsi se nel frattempo siamo cambiati, se siamo un po’ più disillusi, se camminiamo tenendoci a debita distanza da altri muri traballanti (la Politica, le Borse mondiali… ma anche il mondo dell’Università e della Ricerca, dell’Imprenditoria…): semplicemente ci siamo adattati alla situazione e questi crolli, adesso, non ci fanno più né caldo né freddo.

Non lamentatevi se le nostre teste sono un po’ più refrattarie agli Ideali e se sembriamo seguire le Grandi Marce con passi più cauti e pesanti: siamo semplicemente una generazione con l’elmetto e con scarpe antinfortunistiche.

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