Filastrocca populista

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Cose che avrei voluto dire

G.D. Romagnosi

I sintomi della vecchiaia possono essere di varia natura: uno di questi, per esempio, è la progressiva sfiducia che la gente che ti ascolta capisca poi bene e fino in fondo quello che avevi intenzione di dire. Questo fa sì che i vecchi ripetano le stesse cose – il più delle volte senza significative variazioni – forse sperando che il messaggio, ripetuto tante volte, diventi più chiaro.

Mercoledì scorso, per esempio, siamo stati ospiti di un’assemblea d’Istituto al Liceo Classico “G.D.Romagnosi” di Parma e i ragazzi mi chiedevano come scrivo le canzoni, perché parlo di determinati temi, cosa voleva dire questa o quella cosa… Io non so se ho risposto: cioè, so che ho parlato tanto ma il rischio è sempre un po’ quello di giocare a fare l’artista, di nascondersi dietro alle parole, di non riuscire a spiegare chiaramente cosa ci stai a fare lì. E allora – e qui subentra l’anzianità – è una settimana che rimugino sulle cose che avrei dovuto dire e che forse non ho detto bene. Approfitto di questo spazio, sperando che qualcuno di quei ragazzi magari capiti qui e dica: “ma questa cosa l’aveva già detta! probabilmente ha già i primi sintomi di Alzheimer…!”

  • Avrei voluto parlare di più dell’importanza del gruppo, del fatto che ero lì con, e grazie a, Mirco e Eugenio (e col sostegno morale di Marcello, Luca ed Emanuele), ché se non avessi persone che mi supportano, sopportano e sostengono non farei un metro. Il gruppo è il luogo in cui ci si smussa scontrandosi e si è sempre un po’ scontenti fino a che, una volta che riesci a realizzare qualcosa, ti rendi conto che quella cosa lì rappresenta davvero un po’ tutti nel modo migliore.
  • Avrei voluto parlare dell’essere “artista”, perché questa è la peggiore fregatura che ti possa capitare. Al massimo, e per noi vale assolutamente, sei un artigiano: una persona che produce un bene di consumo con particolare dedizione e amore… che se essere artista invece vuol dire essere stronzo o lunatico o irritante, non avevo certo bisogno di fare canzoni per esserlo.
  • Avrei voluto parlare, appunto, della credibilità. La credibilità – che è il vero miraggio in ogni ambito – è quella strana coerenza per cui la gente ascolta le cose che dici e capisce che sono tue nel modo più sincero possibile. Cercare la credibilità significa accettare la propria vulnerabilità o il fatto che quello che fai sarà sempre di “nicchia” o condannato a piacere a poche persone.
  • Avrei voluto parlare del “corollario del cantautore”. Non è che se la gente non ti considera, se fai musica “pesante” o pseudocolta, se, insomma, il mercato discografico non ti ha neanche in nota, allora, automaticamente, sei un Cantautore e questo mondo schifo non ti merita. Credibilità significa constatare che tu fai quello che sai fare e che, per fortuna o purtroppo, non sei Kekko dei Modà o Gigi D’Alessio o Jovanotti, che fanno quello che sanno fare e quella roba, in più, piace a milioni di persone. Non esiste una musica “buona” (e invenduta) e una musica “cattiva” (e, peggio, commerciale): esiste musica fatta bene e musica fatta male, musica credibile e musica non credibile, musica che la gente decide di ascoltare e musica che la gente decide di non ascoltare. Soprattutto, esiste la tua musica e il fatto che tu ti riconosca in quello che stai facendo.
  • Avrei voluto parlare di tristezza e delusioni in maniera migliore. Noi abbiamo scherzato sulle nostre ma, nonostante tutto, siamo ancora lì a suonare perché questo è un modo di essere vivi che ci piace molto. Piangersi addosso va bene solo se fa sorridere qualcuno ma il messaggio che volevamo passare non è certo quello di chi sostiene che “fanno successo solo i raccomandati”, “la politica è tutta corrotta”, “di mamma ce n’è una sola ma io, comunque, non mi fido”. Lavorate e cogliete le vostre occasioni, per quanto questo possa sembrarvi un ulteriore luogo comune. Il lavoro serio, la costanza, la perseveranza e la qualità vengono sempre premiate (prima o poi).
  • Avrei voluto parlare di più di poesia e musica e di come queste due cose, in fondo, bastino a se stesse. Quando ti tuffi in un lago – diceva Shelley parlando della poesia – non lo fai necessariamente per arrivare dall’altra parte ma ti godi l’acqua che hai intorno. Credo che questo valga per tutte le cose inutili e creative che occupano la nostra vita: non ho mai chiesto alla musica di portarmi da qualche parte, semmai le ho chiesto qualche volta di tenermi a galla…

Ecco… tutto qui. Solo alcune piccole sottolineature da vecchio. Forse l’ultima cosa importante era proprio far notare che posto bello può essere la scuola, un posto così pieno di vita e di curiosità e di attenzione (a volte!) che quando ricevi un applauso ti sembra più forte e sincero di tutti gli altri che hai ricevuto. Un posto, insomma, che è un po’ come il lago che si diceva sopra, dove si sguazza fra poesia, matematica, arte, filosofia, e dove, alla fine, si ragiona di tutto quello che al mondo fuori interessa poco o niente. E’ l’unico posto, credo, dove ci si può anche prendere una mattina intera per fare una cosa inutile come “parlare di musica”, operazione che – come faceva notare quel gran genio di Frank Zappa – ha lo stesso senso di “ballare d’architettura”.

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I geni

Gino_Paoli_SIAE

Mia moglie dice che la percentuale di geni meridionali che fanno parte del mio DNA talvolta mi rende intollerante o irrispettoso delle regole. Io ribatto che la sua percentuale di geni slavi la rende talvolta particolarmente testona e incline agli alcolici.

Ovviamente sono stereotipi – e razzisti, pure – ma il problema della mia genetica avversione alle regole si è posto prepotentemente qualche giorno fa: questo resoconto è una confessione, una richiesta di conforto e, non da ultimo, una denuncia1.

Cominciamo da principio: dobbiamo fare uno spettacolo teatrale, l’incasso va in beneficenza, affittiamo un teatro e ingaggiamo un fonico. A qualche giorno dallo spettacolo, il teatro ci chiede se abbiamo il permesso della SIAE2. Mi permetto di chiedere se è strettamente necessario. Mi rispondono di sì perché “il teatro non vuole avere problemi”.

Siccome ho cominciato a fare canzonette nel secolo scorso, io sono iscritto alla SIAE. Allora si usava così: c’era il timore che qualcuno t’avrebbe fregato le canzoni sotto il naso, ci avrebbe fatto i soldi e sarebbe passato spernacchiando in Mercedes sotto le tue finestre di autore incauto. Si era abbastanza lontani dai discorsi di copyleft e Creative Commons e forse, sotto sotto, c’era anche la segreta speranza che queste canzonette sarebbero state così incredibilmente diffuse da pagarti le vacanze solo con i diritti d’autore incassati. Le cose non sono mai andate così: quello che incasso è sempre stato abbastanza simbolico e, soprattutto, una buona fetta serve a rinnovare la mia implicita ri-iscrizione annuale all’Ente.

Vabbé: mi reco abbastanza perplesso all’ufficio SIAE. «Mi dica: cosa deve fare?» – «Allora, devo fare uno spettacolo teatrale per beneficenza: lo spettacolo e le musiche le ho scritte io ma non le ho depositate. E’ tutta roba mia ma dal teatro dicono che ci vuole comunque il permesso SIAE…» – «Certo che ci vuole: a noi non importa cosa fate dell’incasso, noi non c’entriamo con quello, ma bisogna pagare per l’esibizione pubblica… Lei è iscritto alla SIAE?» – «Sì, sono iscritto come autore musicale… ma questo spettacolo è un’altra cosa e nessuno dei brani dello spettacolo è depositato…» – «Non importa! Noi dobbiamo tutelare lei come autore…» – «Tutelare da chi, scusi? Le robe le ho scritte io, le rappresento io…» – «Noi dobbiamo tutelare il diritto d’autore: lei percepirà un compenso per le cose che ha scritto…» – «No, io percepirei un compenso ma, dato che i brani non sono depositati, se anche compilassi un borderò3, sarebbe inutile… sarebbe come se scrivessi titoli inventati!» – «E perché dovrebbe inventare i titoli?» – «Ma era un esempio!! E’ per dire che i brani NON sono depositati e quindi è come se non esistessero per voi!!» – «… E perché non li ha depositati?»

Vi risparmio il resto. La scena finisce con me che esco dall’ufficio urlando “siete un ente parassitario!!” (che, come insulto, concordo con voi, è un po’ da mammoletta…). Il giorno dopo va Eugenio a ricucire i rapporti diplomatici: il permesso costa 100 € e l’ingresso deve essere obbligatoriamente a offerta – nonostante avessimo già stampato i cartelloni pubblicitari indicando il prezzo di entrata – altrimenti ne paghiamo 180. Si vedrà poi se dobbiamo pagare altro dopo lo spettacolo. “Non possiamo fare altrimenti” – dice Eugenio – “oltretutto dicono che la SIAE è in crisi e non molla su niente. Poi considera che il presidente è Gino Paoli che è genovese…” Dico a Eugenio di non usare stereotipi potenzialmente razzisti: la genetica non c’entra niente.

The show must go on: compiliamo le pratiche, mettiamo un cartello all’ingresso che spiega che l’ingresso è a offerta. Però, ripensandoci un po’, mi chiedo: il teatro è della SIAE? I brani eseguiti sono della SIAE? Il pubblico che viene ad assistere è della SIAE? Con quale diritto la SIAE si intromette in questa cosa? Se dicessimo che voi, per aprire un’attività, dovete chiedere il permesso a Don Peppino che, “per proteggervi”, vi fa pagare una cifra e, dopo che avete aperto, dovete versare un’altra cifra a Don Peppino altrimenti passate i guai, come chiamereste Don Peppino e la sua associazione? No, perché i miei geni meridionali hanno un nome preciso per questa cosa ma non vorrei essere fuorviato dal DNA…

Controllo un po’ la normativa e scopro che la “posizione dominante” della SIAE è garantita da una legge del 1941 (L. 633 del 22/04/1941) ma che al cap. 180 comma 4, si prevede che “la suddetta esclusività di poteri non pregiudica la facoltà spettante all’autore, ai suoi successori o agli aventi causa, di esercitare direttamente i diritti loro riconosciuti da questa legge”. Io, che non sono uomo di legge, capisco che posso delegare la SIAE a tutelare i miei diritti ma posso anche decidere di tutelarli da solo e mandarla a quel paese, soprattutto per opere che non ho depositato. Ma allora, perché tutti i locali in cui ho suonato hanno sempre dovuto pagare la SIAE? La risposta è semplice: per abitudine. Perché altrimenti viene il controllore della SIAE e dà loro la multa (“Ci scusi Don Peppino! Non lo faremo più! Baciamo le mani!!”): d’altra parte noi siamo il paese in cui si pagavano inutilmente 5€ in più per fare le ricariche telefoniche, ricordate?

Ora, ripensando a tutte le volte in cui, invece di pagarmi, mi hanno offerto una birra e un panino adducendo come scusa che dovevano pagare 200€ solo di permessi e diritti, mi sale un leggero nervosismo4.

Il nervosismo aumenta dopo che Eugenio torna all’ufficio per pagare il nostro permesso: 120€, “e in più” – dice l’impiegata – “ho chiuso un occhio! Se fossi venuta a fare un’ispezione, vi avrei dovuto fare un verbale perché sui cartelloni era indicato un prezzo d’entrata…”. Sì, ok: ma non sei venuta… Ci hai controllato su internet? Non so, ma mi pare un avvertimento dal sapore vagamente donpeppinesco.

Tutta questa cosa, secondo me, non ha nessuna ragione d’essere e non credo che sia solo un’inclinazione ribellistica dei miei geni. In pratica, c’è un ente che campa sulle spalle dei gestori di locali, dei piccoli iscritti che hanno depositato tre pezzi5, di luoghi pubblici in cui avviene un’esibizione qualsiasi solo perché, per abitudine, dagli anni ’40 bisogna pagare la SIAE. “Perché?” chiediamo timidamente. “Perché sì” rispondono loro: e la gente ci crede. Praticamente dei geni.

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NOTE

Siccome questo post è un po’ tecnico, ho inserito delle note. Voi potete saltarle come avete sempre fatto nei libri.

  1. Spero, ovviamente, che la denuncia non sia nei miei confronti. Dato che so per certo che almeno quattro avvocati mi leggono, chiedo a loro un conforto non solo spirituale ma anche legale…
  2. La SIAE è la Società Italiana degli Autori ed Editori, l’ente cioè che tutela tutti quelli che producono qualche frutto del loro ingegno (musica, canzoni, testi, libri etc. etc.), sorveglia che nessuno copi queste cose o non le utilizzi per lucro personale o in pubblico senza corrispondervi un compenso. In pratica, se tu ascolti Vasco nella tua macchina lo puoi fare, ma se parcheggi e apri le portiere (e, magari, disgraziatamente, si forma un capannello di persone) devi pagare la SIAE, che poi verserà i dovuti diritti d’autore al rocker di Zocca, perché i suoi brani sono depositati alla SIAE. Bisogna poi distinguere se la gente fuori dalla macchina balla o beve (non scherzo!). Lo stesso vale per bar e palestre con la radio accesa o per la duplicazione dei dischi.
  3. Il borderò è il documento in cui vengono dichiarati i brani eseguiti e i detentori dei diritti. Io l’ho sempre compilato per i concerti in cui ho eseguito brani miei o di altri tutelati (per esempio, credo che Sergio Caputo mi debba almeno offrire un caffé…).
  4. D’altra parte penso anche a quei teatri in cui ti fanno firmare un foglio con scritto che eseguirai solo canzoni del patrimonio popolare tradizionale (per non pagare) o altri in cui ti danno un borderò pregandoti di lasciare liberi i primi tredici spazi (che poi il gestore riempirà con pezzi suoi!).
  5. Faccio notare che per ogni borderò incompleto, errato, contenente pezzi inesistenti o non tutelati, i soldi raccolti vanno – oltreché a mantenere l’ente stesso – in ordine decrescente, ai maggiori contributori SIAE, quindi gente come Franco Migliacci (ex presidente SIAE), Gino Paoli (attuale presidente SIAE) etc. etc.
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La corrente, il fango e gli angeli

fiori_nel_fango

Non so se avete presente i giovani. I giovani sono quella gente che trovate negli autobus la mattina presto o dopo l’una. Li riconoscete dallo sguardo un po’ perso dietro i finestrini, dalle cuffiette nelle orecchie e dal cellulare sempre in mano. Sulle spalle hanno degli zaini tutti uguali che, sommati a pantaloni con cavalli bassissimi, riducono al minimo la loro capacità di movimento.

Noi adulti sugli autobus di solito siamo in piedi appesi ai tubi di ferro e ci reggiamo a fatica. Questa posizione ci consente di guardare i giovani, accampati sui seggiolini, dall’alto in basso e, spesso, di scuotere la testa quando vediamo che continuano a spippolare sul telefono e quasi non si parlano o, se si parlano, non si guardano in faccia.

Noi adulti, penso, non sopportiamo tanto questi giovani. Forse perché ci tocca fare sempre il viaggio in piedi.

Poi, giusto quindici giorni fa, qui nella mia città, c’è stata una pioggia torrenziale e un piccolo torrentello si è gonfiato finché non ha trascinato con sé detriti e fango, ha sfondato un ponte secondario e si è riversato su alcuni quartieri, inondandoli. E’ una cosa che fa paura – mi hanno detto – e verso la quale si è completamente impotenti: arriva questa acqua fredda e grigia e copre tutto, entra nelle case, nelle cantine e nei garage, impastando fango e ricordi, oggetti cari e paccottiglia, cose a cui tenevi e spazzatura, infiltrandosi nei posti in cui passi la tua vita.

Io, fortunatamente, questa paura non l’ho vissuta. Ero lì, sul divano, e guardavo tutto questo –che accadeva a un paio di chilometri da casa mia – in televisione. Dovete sapere che noi adulti ormai di queste cose ne abbiamo viste tante e ci facciamo portare dalla corrente: si parte dallo stupore e dal dolore, si arriva alla legittima indignazione (che poi si sfoga in dibattiti accesissimi) e alla fine, il flusso ritorna alla normalità, nell’alveo della nostra consueta rassegnazione.

Bene, si erano già accesi i riflettori sulla mia città e già ero pronto, sul mio divano-zattera, a galleggiare su quell’acqua grigia fino alla rassegnazione, quando le telecamere hanno inquadrato loro, i giovani!, che spalavano fango tutti insieme. Niente cuffiette né brache calate: seri seri, spalavano il fango per dare una mano agli abitanti dei quartieri allagati. (Sembra addirittura che si siano messi d’accordo spippolando su quei loro cellulari…)

“Ma li vedi?” – dice mio padre, seduto sul divano di fianco a me – “non sanno neanche tenere in mano il badile come si deve!” Mi permetto di fargli notare che io e lui siamo tranquilli a guardarli in tv, mentre loro sono là a spalare… “Intendevo dire che vorrei essere là a insegnargli bene come si fa: farebbero meno fatica!”

La televisione li illumina e, per un attimo, esistono anche loro. I giovani in effetti esistono solo quando fanno parte di qualche categoria televisiva: “Neet”, “iGeneration”, “Nuove proposte”, “Under uomini” e via così… Questi vengono battezzati “angeli del fango” che, come categoria, non è neanche male.

Io però su questi flussi e riflussi ci sono già passato e so che, dopodomani, i riflettori si spegneranno. A noi adulti, persi nei nostri accesissimi dibattiti, forse non rimarrà neanche il cruccio di aver consumato il territorio, di non aver curato gli argini del torrente, di non aver creato casse d’espansione, di non aver badato alla manutenzione di quel ponticello (mentre ne abbiamo fatto un altro, coperto, nella zona nord della città, che sembra un’astronave parcheggiata nel posto sbagliato), di avere, alla fine dei conti, inondato i giovani con la grigia stagnazione di questi anni. Alla fine, gli errori che facciamo (o le disgrazie che capitano, per carità!) restano da spalare a loro, ai quali non abbiamo neanche insegnato bene a usare il badile.

Portato dalla corrente dei fatti miei, la settimana scorsa sono stato al quartiere Montanara. Per terra c’era una specie di fango finissimo, un tappetino morbido e appiccicoso che ricopriva di una patina sottile tutto il terreno. Ci vorrà un po’ prima che se ne vada via tutto e, sicuramente, è il segno tangibile che qualcosa è successo, anche se non sarà più la prima notizia del tg. Chissà – mi sono detto – che questa disgrazia e questo fango non possano far nascere anche una piccola speranza nei ragazzi: la consapevolezza che hanno la forza e gli strumenti per cambiare il flusso normale delle cose e intervenire sulla realtà che li circonda.

E chissà che non abbiano insegnato anche a noi adulti a guardarli con uno sguardo un po’ più benevolo, quando viaggiamo in autobus, e a ricordarci la responsabilità di insegnare loro delle cose utili.

Chissà. Sarebbe il fiore più bello da far spuntare su questo fango.

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Le spalle di Franco Fasano

22luglio

Dicono che a volte il Successo bussi alla porta ma che la maggior parte delle persone non se ne accorga. Be’, a me non è andata esattamente così ed ho un preciso ricordo di quando è capitato quel momento. In effetti io ho chiaramente sentito bussare, sono andato ad aprire e lì, sulla soglia, c’era Franco Fasano.

Ovviamente, a questo punto, dobbiamo fare un passo indietro e riprendere tutta questa cosa dall’inizio.

Diremo quindi che ci troviamo – noi Kabaré, dico – ad un concorso musicale nazionale pieno di ospiti importanti, durante il quale chi scrive, invece di intessere fondamentali relazioni per la propria carriera musicale e annotare furbescamente i recapiti di tutti i musicisti e produttori professionisti che incontra, preferisce gigioneggiare come un bimbo in un luna park, ridendo con Frizzi, scherzando con Lazzi, facendosi ritrarre in decine di foto sfocate con Tizio e Caio.

Orbene, va a finire che i Kabaré quel concorso lo vincono, il pezzo che portano piace, e, nell’euforia del dopo vittoria, mentre chi scrive cerca di importunare Roberto Chevalier (il doppiatore di Tom Cruise, bestie!), si avvicina a noi Franco Fasano.

“Il nome lo conosco – dice uno di noi – ma ricordatemi bene chi è”. Ma come chi è! Suona da quando aveva 12 anni, ha scritto canzoni per chiunque: Fausto Leali, la Oxa, Drupi, Flavia Fortunato e persino Plastic Bertrand!E’ stato a Sanremo un sacco di volte!! “Ah…! Quel Franco Fasano” – dice sempre il solito, mentre il Maestro, che nel frattempo è arrivato vicino a noi, ci sta facendo i complimenti e, con tutta la gentilezza di questo mondo, ci dice che il nostro pezzo gli è piaciuto e se, per favore, abbiamo un nostro cd da dargli.

Noi gli abbiamo risposto di no.

Non solo eravamo così sprovveduti da non segnarci un numero di telefono di un qualsivoglia addetto ai lavori, ma pure il pacco dei cd – preparati appositamente per essere distribuiti in quest’occasione – era inspiegabilmente rimasto nello zaino. Lo zaino, ovviamente, si trovava nella tenda del campeggio dove metà del gruppo era alloggiato, a circa 15 km di distanza.

Comunque, no… il cd non ce l’avevamo e ci siamo inventati un sacco di scuse per dire a Franco Fasano che gliel’avremmo dato il giorno dopo. “Domani. Non c’è problema!” sorride Franco e io già sento di volergli bene.

Metà del gruppo torna al campeggio, alcuni tornano a casa, io torno in albergo, nello specifico: nell’unico albergo della cittadina, quello in cui quasi tutti gli ospiti del concorso erano alloggiati.

Alla mattina mi sveglio, mi vesto e , dicevamo, sento chiaramente bussare alla porta. Sono andato ad aprire e lì, sulla soglia c’era Franco Fasano. Aveva gli occhiali come li ho io alla mattina e il trolley in una mano. Era in partenza e, secondo la mia ricostruzione mentale degli eventi, prima di partire era andato fino alla reception, aveva chiesto di me, si era fatto dare il numero della mia camera e adesso era lì di fronte a me.

“Buongiorno: hai il mio cd?” dice sorridendo. A questo punto il mio cervello decide che è troppo lungo stare lì a spiegare la storia dello zaino e del campeggio e che poi, alla fine dei conti, non è che sia una gran scusa e a Fasano, sicuramente, non gliene frega veramente niente, e opta per un più dignitoso e inarticolato farfugliamento che suona tipo così: “eeeeiiahahhaehiihaiahh….”

Fasano non aspetta neanche che io finisca di emettere quei suoni e si incammina lungo il corridoio: giuro di aver sentito in sottofondo, molto chiaramente, Ti lascerò cantata da Oxa e Leali.

Ecco: in quel momento mi sono reso conto che il Successo può anche bussare ma tu non devi solo essere pronto alla bussata, ma anche a tutto quello che può capitarti una volta aperta la porta.

“Massì!” – mi dicono gli amici – “ma poi non è mica detto che sarebbe successo qualcosa…” Già, dico io, però… “E poi” – dice mia figlia – “io mica lo conosco questo Franco Fasano!” Quando le dico che il signore di cui parlo è quello che ha scritto Il Katalicammello, mia figlia mi guarda con un misto di disgusto e compassione che significa qualcosa tipo: “non preoccuparti Pa’, appena possibile fuggirò con un motociclista drogato e disoccupato…”

Io, dopo tanti anni, non posso che rivolgere le mie scuse al signor Fasano e dirgli che quella camminata lungo il corridoio, che ha ufficialmente sancito la mia inadeguatezza al mondo musicale, mi è però servita molto. Tutte le volte che mi lamento troppo per non aver avuto l’occasione giusta o tutte le volte che sono eccessivamente contento per qualcosa che abbiamo realizzato, ripenso alle spalle di Franco Fasano che se ne va e tutto torna un po’ nei suoi ranghi.

Certo, a volte mi sveglio la notte e vorrei che le cose fossero andate diversamente, a volte penso che alcune delle cose che ho fatto dopo sono state un tentativo di inseguire Franco che se ne va in quel corridoio, a volte ho voglia di raccontare quella storia e riderci un po’ su.

A volte, semplicemente, succhio uno dei miei numerosi antiacidi e penso alle spalle di Franco Fasano.

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Nulla osta

L’ergastolo ostativo è una pena particolare (stabilita dalla legge 356/92) che esclude, per il detenuto che ha fatto parte di un’associazione a delinquere, qualsiasi beneficio penitenziario (permessi premio, semilibertà liberazione condizionale…) a meno che non si collabori con la giustizia per l’arresto di altre persone. In pratica, chi è condannato all’ostativo sconta fino all’ultimo minuto della pena che gli è stata comminata, anche se questa è molto superiore ai 26 anni di detenzione, che solitamente è il limite previsto per accedere alla libertà condizionale.

Di tutto questo io non ne sapevo niente, fino a che Beppe della cooperativa Sirio – cooperativa che, qui a Parma, si occupa di misure alternative alla pena e di alternanza carcere/lavoro – non me ne ha parlato a proposito di un progetto che vedeva coinvolti alcuni detenuti condannati all’ostativo.

Il progetto riguardava un cortometraggio, realizzato nell’ambito del progetto “Libera la bellezza – Fare cinema in carcere” promosso dalla Cooperativa Sirio, dall’Associazione Culturale Kinoki e dal Liceo Artistico “Toschi”, basato su una sceneggiatura stesa dai detenuti stessi. Il cortometraggio racconta una storia semplice semplice: quella di una famiglia che ha un padre in carcere e spera di rivederlo mentre questi, con l’introduzione della norma dell’ostativo, rischia di rimanere detenuto fino all’ultimo giorno.

Per questo cortometraggio, intitolato “Fuga d’affetto”, Beppe ci chiedeva una canzone. Un’altra gliel’avevano già data i 99 Posse, musicando un testo di Carmelo Musumeci, uno che all’ostativo ci sta passando la vita, ci ha scritto sopra un libro e ha promosso una petizione per l’abolizione di quella che chiama la “pena di morte viva”.

So cosa state pensando. Se uno l’hanno condannato un motivo ci sarà. E poi: perché non collabora? Insomma, quante volte abbiamo detto “questo dovrebbero chiuderlo in carcere e buttare la chiave”? Allora, già che ci siamo, vi invitiamo anche a pensare all’articolo 27 della Costituzione che nega ogni pena contraria al senso di umanità e non ammette la pena di morte; vi invitiamo a pensare al fatto che la Corte Europea dei Diritti Umani ha stabilito che ogni pena che, superati i 25 anni di detenzione, non preveda un’alternativa o un alleggerimento, è contraria ai diritti dell’uomo; vi invitiamo a pensare che la collaborazione non è il pentimento e che uno degli scopi del carcere dovrebbe anche essere quello del recupero e della rieducazione di esseri umani.

Noi a queste cose ci stiamo ancora pensando, nel frattempo abbiamo scritto una canzoncina per Beppe e Mario Ponzi, il regista. Per fare quella ci è bastato pensare invece alla situazione descritta nel corto: un padre che rischia di essere per la propria figlia un “sepolto vivo” e una figlia che deve fare i conti con quest’assenza. Alla fine dei conti, certi sentimenti si capiscono molto meglio dei cavilli legislativi.

La canzoncina si intitola “Ti aspetterò” e una mano a scriverla, stavolta, ce l’ha data la poesia 511 di Emily Dickinson. Potete ascoltarla qui sopra: fateci sapere se vi piace.

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Ricordi di scuola

blackboard

Sono seduto in un banchetto delle elementari con la sedia microscopica e non riesco a stare né dritto né appoggiato durante la riunione preliminare dei genitori della futura classe prima.

“E’ difficile stare a scuola?” – mi chiederà mia figlia. “Solo se hai le gambe troppo lunghe” – le risponderò – “ma le tue dovrebbero andare bene”.

Maestra Caterina ci parla a lungo delle prerogative della Scuola Primaria, e utilizza termini del gergo scolastico: ci dice che i nostri bimbi non avranno solo conoscenze ma dovranno sviluppare competenze e abilità. Con la fronte corrugata per la concentrazione, i genitori capiscono che “conoscenza” è sapere, ad esempio, dove si trovi Vercelli, mentre “competenza” è essere in grado di prendere un treno per Vercelli. (“Già – mi chiedo – “e l’abilità? E’ riuscire a viaggiare senza pagare il biglietto?”).

Ci viene mostrata la LIM – la Lavagna Interattiva Multimediale – che con i suoi pixel luminosi strappa un “oooh!” a qualche mamma e papà; e io penso al direttore della mia scuola elementare, il signor Burgio, che con la sua notoria austerità mostra ai miei genitori gli ultimi ritrovati della tecnica di cui è dotato l’istituto: “…e abbiamo anche una televisione: te-le-vi-sio-ne…”

Soprattutto, ci ricorda Caterina, è importante che i genitori non trasmettano ansia ai figli. Già, è proprio questo il problema: guardandomi attorno mi rendo conto che siamo un gruppo di persone spaventate. I nostri piccini entrano nel Sistema e niente sarà più come prima: finisce la tranquillità dell’Infanzia e si entra nel mondo del Dovere, dei compiti a casa, dello stare seduti, delle consegne da rispettare… piccole mutilazioni progressive della libertà dei bambini perché si abituino sempre di più alla bruttura del nostro mondo adulto.

La scuola – diceva il poeta Jacques Prévert – è quel posto dove si entra piangendo e si esce ridendo.

Forse anche noi siamo entrati con il nostro carico d’ansia e paura e adesso, seduti in questi microbanchetti scomodissimi, stiamo pensando ai nostri piccoli che vengono inquadrati in un’ Istituzione, con il loro grembiulino-uniforme, a passare giornate grigie come quelle che ognuno di noi trascorre in ufficio o in macchina o in officina.

Mi rendo conto che la mia paura di oggi è quella che avevo al mio primo giorno di scuola, quando ho incontrato la Maestra Gina.

La maestra Gina era un donnone enorme, che incuteva rispetto e timore anche al signor Burgio: era capace di sferrare pugni fortissimi sulla cattedra che venivano percepiti anche a qualche aula di distanza. A volte, accompagnava questi colpi tremendi sibilando qualcosa che riguardava Troni e Dominazioni. La sua specialità però era il “sarùcco” [1] che non lesinava di distribuire sulle nostre capoccelle per facilitarvi l’ingresso di tabelline o forme verbali particolarmente ostiche.

Che paura, la Maestra Gina! Eppure, dopo pochi giorni, quel donnone cominciò a fare magie: ci fece scoprire la scrittura e la lettura, anche attraverso i quotidiani, ci fece intuire come era complicato il mondo fuori dalla scuola, trasformò una lampadina in un micro-sistema solare, ci fece vedere della cartoline di Vercelli e fece comparire una scatola di riso… e, tutte le volte, queste cose strappavano un “oooh!” in noi bambini e ci riempivano allo stesso tempo di soddisfazione e ulteriore curiosità.

Se ero triste, la maestra Gina mi guardava e indicava la sua guanciona con le sue unghie laccate rosse: era un cenno per farsi dare un bacio. Io mi avvicinavo e mi sfregavo contro quelle guance leggermente barbute (era un po’ come baciare mio padre) che odoravano di colonia e di quelle sigarette lunghe che fumava in corridoio.

Ero tranquillo con la maestra Gina e posso dire che tutto quello che so, in un modo o nell’altro, risale agli anni della scuola elementare, compresi il Rispetto per gli altri, il senso del Dovere, la voglia di Sapere.

Forse aveva ragione Prévert: i bambini escono dalla scuola sorridenti perché lì è successo qualcosa di magico e il mondo che vedono fuori, quello grigio del mattino, quando i genitori ansiosi li scaricano in fretta davanti all’ingresso e li abbottonano imprecando nei loro grembiuli mentre loro piagnucolano, non è più lo stesso e si è trasformato in un universo colorato e complesso, da scoprire, capire e studiare.

Sono andato a salutare Maestra Caterina augurandomi che, al di là delle tecnologie, delle competenze trasversali e del Piano Educativo Integrato, possa essere per la mia piccola quello che la Gina è stata per me: la “mamma del mattino” che mi ha spiegato come è bello sapere delle cose.

Sono uscito dalla scuola ridendo.

[1] sarùcco [sa’ruk:o, pl. sarùcchi]: nelle zone del parmense indica uno sfregamento percussivo procurato con il pugno chiuso (dal quale sporge leggermente la nocca del dito medio) sulla testa di altri. In questo caso la nocca funge da pietra focaia e la cute del cranio da materiale combustibile: non è raro infatti che il cranio prenda letteralmente fuoco in caso di s. particolarmente forti.

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