Senza impegno

noperditempo

La mia personalissima crisi procede a volte anche su binari impensati, tipo gli impercettibili slittamenti semantici di certe nostre frasi quotidiane. Io ci bado a quello che diciamo, sapete?, e c’è un’espressione che veramente mi manda ai pazzi: “senza impegno”.

Facciamo un piccolo passo indietro. Per tutti gli anni ’80 e ’90 sono stato messo abbastanza sotto pressione dai piccoli annunci di vendita che recavano diciture misteriose tipo “no perditempo”. Quelli erano anni normativi e abbastanza rigidi da questo punto di vista. Potevi trovare cose tipo: «vendesi collezione di 6 bottiglie vuote di lambrusco senza etichetta, solo per amatori, no perditempo». Molti potrebbero sorridere di questa dicitura che, di per sé, esprimeva un chiaro non-senso, come se il “perditempo” che eventualmente avesse letto l’annuncio avesse realizzato: “Ah, be’ peccato… allora non fa per me, sono tagliato fuori!”. Chi scrive invece – e questo stesso post ne è una testimonianza – ha sempre avuto, insieme ad una pericolosa insicurezza di fondo, la chiara percezione di appartenere alla schiera dei perditempo, ragion per cui, dopo la lettura dell’annuncio, entravo abbastanza in crisi: “sarò mai degno di questa collezione di sei bottiglie? Che ne ho fatto della mia vita finora? Non sarà una perdita di tempo questa stessa lettura dell’annuncio?”. Entravo così in un loop dal quale riuscivo ad uscire grazie a molta meditazione e qualche aiuto farmacologico. Questo per dire che, a volte, tu credi che certe cose siano frasi fatte e invece ci sono persone che si sentono messe in discussione.

Non molto tempo dopo, dal mondo delle televendite, è uscita l’espressione “senza impegno” e, devo dire la verità, tutto è cambiato. In un primo tempo questa frase, pronunciata ad esempio dal Mastrota di turno, stava ad indicare che, essendo il prodotto venduto una potenziale sòla, tu potevi acquistarlo, valutarlo, rigirartelo un po’ per casa e poi rispedirlo al mittente, entro sette giorni, una volta ricevuta la conferma che trattavasi di una sòla.

Questa nuova ventata di faciloneria edonistica ha veramente cambiato le carte in tavola. Finalmente anche quelli come me si sono sentiti meno sotto pressione e anche per noi si sono aperte le porte dell’incauto acquisto. Potevo ordinare la batteria di pentole, la bici col cambio Shimano, il materasso in lattice anti-acaro, tutto “senza impegno”, con la leggerezza del perditempo per troppo tempo escluso da questo favoloso giro di sòle.

Quello di cui non ci siamo accorti subito è come queste espressioni del mondo commerciale penetrino, piano piano, nel nostro parlare comune, determinando, anche in questo caso, leggeri slittamenti di senso. Capita così la coppia di amici che ti invita per una serata da loro “senza impegno”. Ah, grazie! Perché, l’alternativa qual era? Mandavate un picchiatore a convincermi? Io capisco che questo, nella loro buona fede, sta a significare l’assoluta libertà che mi lasciano di accettare o meno l’invito, il diritto di recesso, qualora la proposta venga formulata con almeno otto giorni di anticipo, di dare buca al settimo giorno. Eppure, chi come me ha un perditempo in letargo in qualche angolo del suo spirito, non può fare a meno di figurarsi un invito “senza impegno”, in cui io mi posso permettere, alla Nanni Moretti, di mettermi in un angolo a sbadigliare senza interagire con gli altri, o di saccheggiare il frigo senza nessun riguardo oppure, con gesto avanguardista, di cacare sul divano dell’ospite.

“Ma come!?” – sbotterei, mentre vengo messo alla porta con tutto il divano da portare in discarica – “mi avevi detto che era un invito senza impegno!!” e, probabilmente, cadrei vittima dell’ennesima incomprensione.

Senza impegno, senza impegno… cosa vuol dire? Che posso non essere ben presente a me stesso mentre faccio una cosa? E se mi posso permettere la distrazione mentre mi metto in casa una batteria di duecentoventi pentole, cosa mi capiterà mai di combinare nel mondo reale, quando ho a che fare con la gente vera?

“Signora – dirà il chirurgo – dovrei asportarle un rene, tutto questo, ovviamente, senza impegno”. Oppure il ragazzo innamorato: “vuoi sposarmi? Senza impegno però. L’offerta formulata prevede un diritto di recesso entro sette giorni previa restituzione dell’anello consegnato nella confezione originale con i sigilli intatti”.

Davvero viviamo in anni così “disimpegnati”? Se prima credevo di avere acquistato una nuova forma di libertà, adesso mi rendo conto che si trattava di un acquisto senza impegno e stanno ricominciando le mie crisi: che senso ha essere un perditempo in un mondo senza impegno?

Vi prego: datemi una mano, spiegatemi come devo comportarmi, ditemi qualcosa di normativo che mi rimetta in riga.

Ovviamente, senza impegno.

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Dove le parole non arrivano

heart

A volte mi capita di trovare in casa dei biglietti colorati prodotti da mia figlia. Sopra ci sono scritte cose tipo “I nomi delle mie bambole” o “Cose che devo fare oggi pomeriggio” o “Quello che mi piacerebbe fare domenica”. Sono liste molto precise, redatte con molta cura. Ogni tanto ne trovo qualcuna e sorrido perché mi chiedo cosa la spinga a mettere per iscritto quasi tutto, quello che le piace o non le piace o tutti i suoi progetti. Forse, mi dico, è una forma di fiducia incondizionata nella scrittura, come se una cosa, per il solo fatto di essere scritta – diremmo “nero su bianco” – diventasse vera.

Probabilmente per gli adulti non è così: ci siamo un po’ ubriacati di parole e a volte ci rendiamo conto che quello che scriviamo è solo un guscio vuoto. Proprio così: ci scambiamo scatole vuote e dentro non solo non c’è quello che pensiamo, ma nemmeno crediamo che una cosa – per il solo fatto di essere scritta – possa mai diventare vera: “Vediamoci presto”, “mi manchi tanto”, “un abbraccio”. Ormai sappiamo che è un gioco ed è molto facile consegnare ad un altro una scatola vuota, magari con scritto sopra “ti voglio bene”, perché si tratta di una cosa leggera, dentro non c’è il peso di tutto quello che quella scritta implica.

Tutto questo è un po’ frustrante e mi sono trovato a fare questa esperienza molto di recente. Cosa si può dire ad una persona che ha subito un grande dolore (e quando dico “dolore” intendo proprio tutto quello che accade là fuori, nel mondo reale, e che va al di là della semplice parola “dolore”)? Forse cose tipo “ti sono vicino” o “conta su di me” corrono il rischio di essere solo scatole vuote, uguali a quelle che consegnano tutti gli altri, che vengono accatastate lì, insieme a quelle di tutti gli altri, senza che il contenuto possa davvero consolarci.

Eppure mi piacerebbe, a volte, riuscire a mettere in quel “ti sono vicino”, tutto quello che effettivamente non riesce ad arrivare con le parole: il sorriso di una persona che non c’è più, le parole di incoraggiamento ricevute da lei, quello che ha significato la sua presenza fissa nella sedia lì davanti al palco, tutte le volte che, con una telefonata dell’ultimo minuto, ci ha provvidenzialmente consegnato un cavo una spina una presa una pila una telecamera un trasformatore… Ecco, ci si rende conto che quella scatola che stavamo usando è un po’ troppo piccola e sicuramente tutta la vita non riesce a starci dentro. Le cose devono essere ripiegate un po’, accorciate, sfrondate, adattate alla forma della scatola. Quello che arriva, alla fine, non è poi granché…

Forse sono davvero molto lontano da quel “ti sono vicino”: c’è tutto un vuoto in mezzo che non riesco neanche ad immaginare e che provo a riempire con il rumore delle parole. Mi rendo conto che a volte mi metto a scrivere sperando che le cose si sistemino da sole. Non è poi molto diverso da quello che fanno i bambini, no?, da quello scrivere compulsivo per mettere ordine, per cercare di far funzionare tutto quel che non funziona più: conto quello che c’è, metto nero su bianco le cose come dovrebbero andare, faccio liste, dettaglio progetti, sperando che tutto si avveri.

Le cose poi non funzionano quasi mai come le scrivi…

Stavolta, se vuoi, me ne starò zitto e, se ci sarà bisogno di un abbraccio, te lo darò, e se invece ci sarà bisogno di starti vicino, cercherò di farlo. Magari ci troveremo e suoneremo o berremo qualcosa e a volte potrà capitare che ti venga in mente quel sorriso e quella persona su cui facevi sempre affidamento che adesso non c’è più. Capirò che stai fissando quel vuoto e mi metterò lì a fissarlo con te senza dire niente: mi siederò vicino a te in silenzio, perché saremo nel posto dove le parole non arrivano.

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Quando invecchierò

roots

Se per caso non conoscete When I’m sixty-four dei Beatles andatevela a sentire subito prima di proseguire (ad esempio, qui). E’ una delle mie canzoni preferite, una di quelle che ti girano in testa quando vai in bicicletta e c’è il sole oppure che ti canticchi come una sorta di training autogeno quando sei molto nervoso.

Secondo la leggenda, Sir Paul McCartney la scrisse molto giovane – tra i sedici e i vent’anni – e la dedicò al padre un po’ dopo, nel 1966 (l’album è Sgt. Pepper, e se non conoscete neanche questo… be’: che ve lo dico a fare?), quando, appunto, Jim McCartney compiva 64 anni. Il produttore, George Martin, la definì “la personale visione dell’inferno di Paul”. In effetti, se tu hai 24 anni e sei un Beatle, immaginare una tranquilla vecchiaia in qualche periferia inglese, con giardino, nipotini e tutto, dev’essere l’equivalente dell’inferno sulla terra.

Al giorno d’oggi invece, c’è gente che ammazzerebbe per l’inferno di Paul e questa canzone diventa quasi un panorama rasserenante per chi, come me, inserisce i discorsi sulla pensione solo in periodi ipotetici dell’irrealtà.

Allora, mi son preso la briga di tradurre e adattare la canzone del Baronetto per quanto questa risulti sicuramente un’operazione blasfema. Ne è venuta fuori una specie di messaggino che, adesso che ho doppiato i vent’anni di Paul, mando al me stesso sessantaquattrenne, sperando che, nel frattempo, avrò imparato a convivere con il mio inferno quotidiano e ad apprezzare il fatto che ci sono persone che lo condividono con me.

Ecco quello che volevo dire: all’inferno si è sempre da soli; in due o più è già una specie di paradiso.

Ve la allego qua sotto: potete divertirvi a cantarla con la base karaoke e farmi sapere cosa ne pensate: un giorno, se avrò voglia, la inciderò…

Quando invecchierò (libero adattamento da When I’m Sixty-Four – The Beatles)

Dentro allo specchio nel 2038
chissà che faccia avrò
Sicuramente in testa avrò più idee che capelli
e in tasca rimpianti di giorni più belli
chissà se sarai sul divano che dormi
se farò tardi un po’
chissà se ci sarai
se mi aspetterai
quando invecchierò

chorus 1:             Se ci sarai tu, tutto il mio tempo ormai non mi spaventa più

Mi renderò utile cambiando un fusibile
o almeno proverò
curerò le rose e tutto il nostro giardino
mentre tu fai la maglia per un nipotino
Avrò il buonumore leggendo per ore
la Gazza dello Sport
chissà se ci sarai
se mi sopporterai
anche quando invecchierò

chorus 2:             Passerò per strada e guarderò gli scavi comunali insieme ai miei uguali

penserò a quei vuoti
che rimangono dentro me
ed io non so perché

Mi mando un messaggio per farmi coraggio
così non scorderò
di quando andavo in giro a canticchiare canzoni
e ancora speravo di farci i milioni
Sarai al mio fianco anche se sarò stanco
e più non canterò?
Dimmi se ci sarai
e se mi ascolterai
anche quando invecchierò

Dimmi se ci sarai, se mi sopporterai…
Dimmi se ci sarai, se mi aspetterai…
quando invecchierò

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La diga della memoria

Potrebbe Piovere Kabaré Votaire

Ah, che nostalgia!

A volte ripenso a’ miei diciott’anni, a quegli anni controversi e gravidi di promesse… Mi ricordo tante cose: che c’era, per esempio, Luca Carboni in classifica con Mare, mare… E mi ricordo, forse quell’inverno, c’era Snow con Informer! Ah, che tempi! Ve li ricordate?

Nel febbraio di quell’anno – ma parliamo del secolo scorso, eh! Sarà stato… forse il ’92… – venne arrestato Mario Chiesa che amministrava la Baggina di Milano. Lui ve lo ricordate? Craxi lo definì un “mariolo isolato” (ah! La politica di un tempo! Che umorismo! Non so se avete capito… Mario – mariolo… Fantastico!) perché, disse, in tanti anni di amministrazione PSI nessuno aveva mai rubato nulla. Un caso isolato.

Era l’inizio dell’inchiesta Mani Pulite ed io, che diventavo maggiorenne e di lì a poco forse avrei dovuto votare, seguivo sui giornali il disgregarsi di una classe politica che sembrava cadere a colpi di denunce, arresti e avvisi di garanzia. I nomi dei protagonisti di quei mesi me li ricordo quasi tutti, come si può ricordare la cantilena zoff-gentile-cabrini: Mario Chiesa il mariolo, Severino Citaristi il recordman degli avvisi di garanzia (più di 70 se non sbaglio!), Primo Greganti il compagno G, Patelli il Pirla…!

Poco dopo, come dicevo, ho cominciato a votare. Ero convinto che fossero finiti i tempi di chi, come i miei genitori e i miei nonni, si era fatto abbindolare dal carisma di Mastro Lindo, dal politico di turno che davanti ti sorrideva e dietro ti fregava. Noi – mi dicevo – saremo una generazione più attenta: abbiamo visto che rubano e non li voteremo.

Il problema della nostalgia è che a volte viaggi indietro nel tempo con la memoria ma non riesci a ricostruire bene tutto quello che c’è stato in mezzo.

Domenica sfogliavo il giornale cercando di capire qualcosa dello scandalo Mose, cercando di recuperare informazioni sullo scandalo Expo, cercando di capire come cavolo è possibile che in ogni circolazione di denaro pubblico in Italia ci sia una qualche partita di giro, un qualche scambio di favori, una qualche percentuale da ridistribuire a Tizio o Caio…

Non ci ho capito molto in verità, ma a pagina 10 di Repubblica l’ho visto: Primo Greganti, coinvolto nell’inchiesta per gli appalti Expo. Era proprio lui. Certo un po’ imbiancato e invecchiato ma la didascalia della foto recitava orgogliosa: “già coinvolto nell’inchiesta Mani Pulite”. Caspita! Che nostalgia! Quanti ricordi! Poi sono cominciati a venirmi i dubbi… Certo non può essere stato mio nonno a votarlo stavolta. E sono quasi sicuro che non è stato mio padre… Vuoi vedere che…

Preso dal panico ho googolato il nome di Mariolo Chiesa e ho scoperto che anche lui non era stato ingoiato dall’oblio: è stato arrestato di nuovo nel 2009 con l’accusa di aver raccolto tangenti nell’ambito del traffico illecito di rifiuti in Lombardia. Nel 2009! Caspita: ma io ero già adulto! Votavo da anni! Nessuno si ricordava di Mario Chiesa!?! Voglio dire, se anche io sono stato distratto un attimo, ci sarà pur stato qualche altro che se lo ricordava…

Leggo dello scandalo Mose: Galan, Orsoni, Marco Milanese e, last but not least, Pio Salvioli (“il compagno Pio”: neanche la fantasia di inventare nuovi nomignoli…!) che distribuiva le tangenti in maniera bipartisan, cercando di rispettare la par condicio. Casi isolati, ovviamente… Tutti prendono le distanze: non è che tutto il sistema è così e poi l’obiettivo finale è quello di realizzare la Grande Opera!

Intanto questi nomi me li scrivo qui e me li appunterò da qualche parte, anche se, progressivamente, comincio a perdere un po’ di fiducia nella mia memoria.

Mi accorgo infatti che certamente è stata realizzata almeno una Grande Opera in questi anni, ed è questa strana diga mentale che ci protegge dalle ondate di memoria, una specie di enorme Mose che ci ripara da questo senso di riflusso e di già visto e ci lascia qui, tranquilli, a sguazzare nel nostro brodo.

Alla fine stiamo bene: quando stiamo per essere sommersi dalla memoria, quando sta per venirci un salutare dubbio o sospetto, si alzano le paratie e tutto torna come prima. Sono quasi sicuro che un giorno dirò ancora:

Ah, che nostalgia!

#PotrebbePiovere

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Perdere gli autobus

bianconiglio

Poi alla fine arriva maggio, così all’improvviso, con quel profumo di tigli che sembra consolarti di tutto mentre cammini, così come sempre, un sabato mattina che non hai voglia di far niente.

Le botteghe sono piene di signore di fretta e fra loro mi mescolo anch’io, che invece ho dormito fino a tardi e semplicemente sono uscito a far la spesa nell’ultima mezzora disponibile.

Alla fermata dell’autobus ci sono due ragazzi che si baciano.

Lui è un brufoloso che, preso da solo, rappresenta tutto quello che si può detestare in un adolescente – tipo le brache calate o il berretto storto da rapper de noantri – eppure le accarezza la faccia come se non ci fosse nient’altro al mondo da fare.

Lei è piccoletta e sta aspettando l’autobus, però non sta girata verso la strada ma verso di lui.

Ridono e si baciano e non guardano la strada.

Io però guardo loro, con la mia borsa della spesa e tutto e non posso fare a meno di notare che continuano a passare autobus. E mi viene un po’ d’ansia. Ma come?! Chissà da quanto sono lì ad aspettare… E gli autobus continuano a passare e a quest’ora lei avrebbe potuto essere…

E gli autobus continuano a passare e qualcosa dentro di me continua a dire che nella vita non bisogna perdere gli autobus perché adesso passa quello giusto e quello dopo non è detto che lo sia. Perché, insomma, quando invecchi impari che non si può perdere tempo, perché il tempo mica è infinito e gli autobus alla fine sono tante piccole occasioni e bisogna essere sempre pronti lì – zac! – a prendere al volo quello che arriva e spostarsi e mica stare lì imbambolati…

Eppure mi ritrovo a sorridere e sembro un vecchio guardone che fissa i due ragazzi che si baciano.

(Perché alla fine, forse, la giovinezza è tutta in questo sprecare tempo e occasioni. Che importanza possono avere queste cose quando si è immortali?)

Loro non hanno nessuna fretta e, adesso, neanche io. Tutto il tempo per loro potrebbe essere questa mattina di maggio, abbracciati alla fermata dell’autobus con l’odore dei tigli e tutto il resto, in mezzo a un sacco di gente che passa per i fatti suoi.

Voglio bene a maggio e da sempre è il mio mese preferito.

E’ il mese che mi ricorda, con il suo eccesso di primavera, la divina indifferenza della gioventù: cosa vuol dire stare abbracciati in mezzo al resto del mondo, baciarsi su una panchina del parco, camminare insieme senza una meta precisa, ridere forte anche se ci sono altre persone, avere la stessa arroganza, e insieme la stessa innocenza, di un fiore un po’ troppo profumato e colorato.

E’ il mese che ha insegnato anche a me, un po’ di tempo fa, il lusso di perdere gli autobus, perché tanto non ti potrebbero portare in nessun altro posto che ti interessi.

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Sei ore a San Vittore

sei ore a san vittore

Alla fine, dalle 11 e un po’ del mattino alle 3 e qualcosa di pomeriggio sono circa sei ore. Tutto qui.

Il tempo più lungo è quello per entrare: devi mostrare un documento, aspettare di venire riconosciuto, chiudere il cellulare spento in un armadietto, aspettare, passare le tue cose sotto il metal detector, aspettare, passare tu sotto il metal detector, aspettare. Soprattutto ci si abitua ad aspettare. Il tempo non sembra avere molta importanza quando si entra a San Vittore e sei ore possono sembrare un’eternità.

Dopo un po’ che aspetti qualcuno ti viene a prendere e ti porta dentro. Allora passi in tutti i corridoi: alcuni ti portano in ambienti ottocenteschi, con i cancelloni di ferro che arrivano fino al soffitto altissimo; altri si abbassano su pavimenti di linoleum, che ti portano fino al corpo centrale dei raggi che si dividono. Il nostro è il terzo raggio. Aspettare, poi altri corridoi. Ma in questi però ci sono anche loro.

Si accorgono subito che sei fuori posto mentre loro sono esattamente come te li aspetti: canottiere su braccia gonfie e tatuate, molti stranieri, pochi i sorrisi, anche se qualche sudamericano chiede informazioni sugli strumenti musicali.

Quando ci mettiamo a montare tutto incontriamo Andrea, incazzatissimo perché abbiamo messo le mani sulla sua attrezzatura. Sono quattro anni ormai che è dentro per colpa di una rissa capitata nel giorno sbagliato e si vede subito che è uno di quelli che è meglio non fare arrabbiare. Lui è il responsabile dell’attrezzatura musicale e, quando vede che stiamo smontando tutto, si passa la mano sulla faccia un paio di volte e sbuffa nervosamente. Ci mettiamo un po’ a scusarci, a promettere che rimetteremo tutto a posto esattamente come l’abbiamo trovato, a farci raccontare un po’ la sua storia e convincerlo ad aiutarci.

Quando mette le mani sugli strumenti, cambia tutto: ci dice che ha fatto 21 anni di chitarra, che è deejay e produttore, ci fa sentire qualche accordo, qualche base disco che ha programmato con la tastiera. Comincia a sorridere suonando il basso, srotola un po’ di cavi, monta un po’ di attrezzatura e poi torna da noi e ci stringe la mano: si scusa se prima era arrabbiato, dice che a volte perde un po’ il controllo, come quella sera che ha aperto la testa al tizio che l’ha provocato.

“La musica unisce” conclude.

E’ una frase che detta fuori da qui è talmente trita da non voler dire più niente ma la cosa strana di questo posto è che tutte le cose che dici sono un po’ più vere. Le persone sembrano non avere filtri perché non hanno motivo per essere fintamente gentili o non dirti esattamente quello che pensano.

Così, quando comincia il nostro spettacolo, un po’ di timore ce l’abbiamo. I ragazzi infatti sembrano divertirsi ma non sono un pubblico tradizionale: intervengono, commentano quello che gli piace o quello che li fa ridere, parlano con noi mentre stiamo recitando o suonando.

Tutto un po’ più vero. E quando racconti la storia del migrante vedi qualche africano annuire, quando parli degli errori che fanno le persone, quando parli di vari tipi di disperazione, di abbruttimento, quando racconti di videopoker o di alcolismo, capisci che loro sanno benissimo di cosa stai parlando e che le cose che dici non sono solo un modo per far sorridere o per far rima in una canzone.

Forse anche gli applausi, allora, sono un po’ più veri, perché qui non si regala niente. Ci accorgiamo che è finito lo spettacolo perché qualcuno dei ragazzi, ballando, è arrivato fino da noi a farci i complimenti. D’altra parte, qui non si ha la sensazione del tempo che passa: siamo in un corridoio seminterrato e senza finestre, illuminati dalla luce dei neon.

Che ore saranno? Da quanto tempo siamo qui dentro?

I ragazzi stessi devono mettere via le sedie e pulire il corridoio: è un’operazione che avviene in pochissimi minuti al cenno della guardia. Il tempo di togliermi la cravatta e il corridoio è vuoto, come se non fosse successo niente. Durante le pulizie sparisce anche la mia maschera (questa qui per intenderci) ma non la trovo in nessun cestino dei rifiuti.

Ripercorriamo al contrario il cammino dei corridoi. Ogni cinquanta metri ci fermiamo a un cancello e ci voltiamo a salutare la guardia. La guardia, al terzo “grazie e arrivederci!” che le rivolgiamo, ci spiega che nessuno può uscire da solo e quindi verrà con noi fino alla porta principale.

Alla porta principale, ripetiamo tutti i riti dell’ingresso e siamo fuori. Abbiamo il sole in faccia e la giornata ha un bellissimo profumo di primavera. A guardarci, siamo tutti un po’ sollevati che il tempo e lo spazio ricomincino a muoversi, che si possano fare dei percorsi lineari superiori ai cinquanta metri, che si abbia chiaramente la percezione dei minuti che scorrono.

Sono passate solo sei ore e non ho assolutamente idea di cosa voglia dire passarci tre anni.

“Ti rendi conto?” – mi dice Marcello – “ti rendi conto che si sono messi a ridere? Secondo me sono le persone che hanno meno voglia di ridere…”

Già. Eppure “la musica unisce” e hanno riso e ballato. Chissà se si ricorderanno di noi o se abbiamo cambiato soltanto qualche ora in una sequenza di giorni tutti uguali.

Mi piace pensare che un nostro sorriso sia rimasto lì, a San Vittore, e che magari, in qualche cella, sia rimasta la nostra maschera a ricordarglielo.

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Il segreto dello stercorario

milky-way

Gira e rigira, a volte ho la sensazione che mi tornino davanti agli occhi sempre le stesse piccole delusioni, le piccole frustrazioni che, evidentemente, non riesco a lasciarmi alle spalle.

Facile dire che ormai il passato è passato e che una cosa, una volta che è accaduta, non può più farti niente… Io invece quelle cose lì le porto sempre con me, e a volte mi diverto quasi a rigirarmele davanti agli occhi, come quando da bambino tormentavo le croste sulle ginocchia, giusto per vedere se fanno poi davvero male.

E gira e rigira mi sono accorto che con gli anni ho creato una specie di groppo impastato che diventa sempre più grande, perché anno dopo anno si aggiungono nuove piccole delusioni e frustrazioni. E gira e rigira diventa sempre più difficile da spingere avanti e da lasciarsi alle spalle.

Sono, insomma, una specie di stercorario. Avete presente quello scarabeo che spinge avanti la propria palletta di cacca? Ecco, quello lì. Comincia da piccolino, con la sua pallettina, e questa poco per volta gli cresce fra le zampette, fino a che lui non vede più dove va, tanto è grande l’accumulo di merda che porta con sé.

Possibile, mi sono chiesto, che in natura io e lo stercorario siamo le due forme di vita che non riescono a lasciarsi le cose alle spalle?

Preso da istintiva simpatia per il mio lontano cugino insetto, sono andato a leggermi un po’ di notizie su di lui. E’ un po’ la forma di consolazione di chi si sente depresso, cercare cioè di trovare qualcuno che sta peggio di te: mi chiedevo, infatti, se può esistere una vita così infame, come quella di chi è costretto a spingere la sua merda tutta la vita.

Ho scoperto così che, nelle pallette che spinge sempre, il nostro stercorario depone le uova, e poi seppellisce le pallette in terra ma, siccome – come capita a tutti – nella vita accumula più merda di quella che serve effettivamente, alla fine questo continuo seppellire pallette riesce a fertilizzare i terreni. Il colpo di grazia è stato poi scoprire che lo stercorario si orienta seguendo la Via Lattea… La Via Lattea, capite?! Siccome il livello della merda è tale da coprirgli la vista, il nostro si è abituato, fin da piccolino, a orientarsi guardando la luce delle stelle…

Lo ammetto: non ha aiutato molto la mia depressione ma, forse, il segreto dello stercorario può essere utile a me come a tutti quelli che rotolano la loro merda quotidiana… Intanto, l’inutile scarabeo mi insegna a non perdere la capacità di guardare in alto, anche quando la grandezza della palla che mi accompagna sembra essere riuscita a coprirmi la visuale, mi insegna a rivolgere lo sguardo a punti di riferimento che vanno al di là della mia strada quotidiana. Poi, mi insegna che quella palletta può avere la sua funzione e che, se solo avrò la forza di seppellirla – chennesò: in un post, una canzone o qualcosa del genere – potrebbe anche spuntarne, se non per me, magari per gli altri, qualcosa di buono.

“Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”

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