Ricordi di scuola

blackboard

Sono seduto in un banchetto delle elementari con la sedia microscopica e non riesco a stare né dritto né appoggiato durante la riunione preliminare dei genitori della futura classe prima.

“E’ difficile stare a scuola?” – mi chiederà mia figlia. “Solo se hai le gambe troppo lunghe” – le risponderò – “ma le tue dovrebbero andare bene”.

Maestra Caterina ci parla a lungo delle prerogative della Scuola Primaria, e utilizza termini del gergo scolastico: ci dice che i nostri bimbi non avranno solo conoscenze ma dovranno sviluppare competenze e abilità. Con la fronte corrugata per la concentrazione, i genitori capiscono che “conoscenza” è sapere, ad esempio, dove si trovi Vercelli, mentre “competenza” è essere in grado di prendere un treno per Vercelli. (“Già – mi chiedo – “e l’abilità? E’ riuscire a viaggiare senza pagare il biglietto?”).

Ci viene mostrata la LIM – la Lavagna Interattiva Multimediale – che con i suoi pixel luminosi strappa un “oooh!” a qualche mamma e papà; e io penso al direttore della mia scuola elementare, il signor Burgio, che con la sua notoria austerità mostra ai miei genitori gli ultimi ritrovati della tecnica di cui è dotato l’istituto: “…e abbiamo anche una televisione: te-le-vi-sio-ne…”

Soprattutto, ci ricorda Caterina, è importante che i genitori non trasmettano ansia ai figli. Già, è proprio questo il problema: guardandomi attorno mi rendo conto che siamo un gruppo di persone spaventate. I nostri piccini entrano nel Sistema e niente sarà più come prima: finisce la tranquillità dell’Infanzia e si entra nel mondo del Dovere, dei compiti a casa, dello stare seduti, delle consegne da rispettare… piccole mutilazioni progressive della libertà dei bambini perché si abituino sempre di più alla bruttura del nostro mondo adulto.

La scuola – diceva il poeta Jacques Prévert – è quel posto dove si entra piangendo e si esce ridendo.

Forse anche noi siamo entrati con il nostro carico d’ansia e paura e adesso, seduti in questi microbanchetti scomodissimi, stiamo pensando ai nostri piccoli che vengono inquadrati in un’ Istituzione, con il loro grembiulino-uniforme, a passare giornate grigie come quelle che ognuno di noi trascorre in ufficio o in macchina o in officina.

Mi rendo conto che la mia paura di oggi è quella che avevo al mio primo giorno di scuola, quando ho incontrato la Maestra Gina.

La maestra Gina era un donnone enorme, che incuteva rispetto e timore anche al signor Burgio: era capace di sferrare pugni fortissimi sulla cattedra che venivano percepiti anche a qualche aula di distanza. A volte, accompagnava questi colpi tremendi sibilando qualcosa che riguardava Troni e Dominazioni. La sua specialità però era il “sarùcco” [1] che non lesinava di distribuire sulle nostre capoccelle per facilitarvi l’ingresso di tabelline o forme verbali particolarmente ostiche.

Che paura, la Maestra Gina! Eppure, dopo pochi giorni, quel donnone cominciò a fare magie: ci fece scoprire la scrittura e la lettura, anche attraverso i quotidiani, ci fece intuire come era complicato il mondo fuori dalla scuola, trasformò una lampadina in un micro-sistema solare, ci fece vedere della cartoline di Vercelli e fece comparire una scatola di riso… e, tutte le volte, queste cose strappavano un “oooh!” in noi bambini e ci riempivano allo stesso tempo di soddisfazione e ulteriore curiosità.

Se ero triste, la maestra Gina mi guardava e indicava la sua guanciona con le sue unghie laccate rosse: era un cenno per farsi dare un bacio. Io mi avvicinavo e mi sfregavo contro quelle guance leggermente barbute (era un po’ come baciare mio padre) che odoravano di colonia e di quelle sigarette lunghe che fumava in corridoio.

Ero tranquillo con la maestra Gina e posso dire che tutto quello che so, in un modo o nell’altro, risale agli anni della scuola elementare, compresi il Rispetto per gli altri, il senso del Dovere, la voglia di Sapere.

Forse aveva ragione Prévert: i bambini escono dalla scuola sorridenti perché lì è successo qualcosa di magico e il mondo che vedono fuori, quello grigio del mattino, quando i genitori ansiosi li scaricano in fretta davanti all’ingresso e li abbottonano imprecando nei loro grembiuli mentre loro piagnucolano, non è più lo stesso e si è trasformato in un universo colorato e complesso, da scoprire, capire e studiare.

Sono andato a salutare Maestra Caterina augurandomi che, al di là delle tecnologie, delle competenze trasversali e del Piano Educativo Integrato, possa essere per la mia piccola quello che la Gina è stata per me: la “mamma del mattino” che mi ha spiegato come è bello sapere delle cose.

Sono uscito dalla scuola ridendo.

[1] sarùcco [sa’ruk:o, pl. sarùcchi]: nelle zone del parmense indica uno sfregamento percussivo procurato con il pugno chiuso (dal quale sporge leggermente la nocca del dito medio) sulla testa di altri. In questo caso la nocca funge da pietra focaia e la cute del cranio da materiale combustibile: non è raro infatti che il cranio prenda letteralmente fuoco in caso di s. particolarmente forti.

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Come si disegnano le nuvole

Nuvole

 

Il rischio è poi quello di muoversi sempre su quello che ti hanno insegnato, senza chiederti davvero quanto ci sia di vero o di tuo in quelle cose.

Per esempio, voi lo sapete come si disegnano le nuvole?

Pensavo che ci dev’essere una sorta di convenzione o di accordo fra tutti gli asili del mondo, per cui ti insegnano che le nuvole si fanno come una specie di linea curva ondulata chiusa e la stessa sagoma, badate bene, la potete anche mettere in cima ad un comignolo (e in quel caso significa “fumo”) oppure sopra la testa di una persona (e in quest’altro caso significa “pensiero”).

Ora, può anche darsi che ci sia qualche nuvola effettivamente fatta così ma già per il fatto stesso che quella linea ondulata chiusa è buona per tutte le stagioni – nuvola, fumo, pensiero ma pure gas di scarico, se è il caso – si dovrebbe anche sottolineare bene che si tratta di semplificazioni, che non si può andare avanti sempre a disegnare così…

Eppure, quando ti chiedono di disegnare una nuvola, ci ricaschi e vai con quella linea ondulata lì, perché alla fine, a pensarci bene, disegnare una cosa significa mettere alla prova quello che sappiamo di lei.

E allora quando disegni un albero, di fatto metti sulla carta quello che sai dell’albero, ed è molto triste constatare – specialmente quando ti chiedono se sai disegnare una nuvola – che hai perso veramente molto tempo a disegnare linee ondulate chiuse e pochissimo invece a fare ciò che veramente avresti dovuto fare, ossia guardare le nuvole.

Guardare è il primo passo per conoscere le cose, per avere un’idea di come sono fatte: allora – caspita! – ti rendi conto che le nuvole, per fare un esempio stupido, sono una cosa veramente complicata da mettere sulla carta e che se davvero dovessi metterti lì a fare un ritratto credibile di quella roba mobile, là, nel cielo, dovresti passare un sacco di tempo col naso all’insù e fare tantissimi tentativi per ottenere un qualche risultato.

A volte la gente mi dice di scrivere di questo o di quell’altro argomento oppure, ancora peggio, alcuni mi chiedono di scrivere, che ne so, una bella canzone d’amore o dai risvolti sociali. In quei casi, mi rendo conto che forse non ci vuole poi molto per dare l’idea di certi argomenti: “vedi questa linea ondulata chiusa? Ecco: se la metti in cielo è una nuvola, se la metti sopra la testa è un pensiero”, ma che si rischia sempre molto di essere approssimativi… C’è una certa distanza fra le nuvole e le nostre teste e ci sono in giro un sacco di pensieri o immagini preconfezionati diffusi da questa lobby che controlla gli asili di tutto il mondo.

Scusatemi quindi se non sempre riesco ad accontentarvi o se, sempre più spesso, passo un sacco di tempo con il naso all’insù semplicemente a guardare le cose. Scusatemi poi se il più delle volte arrivo a parlare dei fatti miei come se questi importassero veramente a qualcuno: la realtà è che forse sono capace di scrivere o cantare solo delle cose che conosco veramente.

Nel tempo mi sono un po’ stancato di tracciare solo linee ondulate curve, buone per tutte le stagioni, che, magari, danno l’idea di quello che dovrebbero rappresentare ma con la cosa in sé non c’entrano niente. Preferisco fare questi disegni altrettanto approssimativi: con la consapevolezza però che, tutte le volte che si nominano cose tipo Amore, Odio, Vita, Morte o quisquilie del genere, lo si fa, credete, perché ci si è passati, anche se di sfuggita, o perché queste stesse cose le si è osservate con attenzione per molto tempo.

Allora, quando mi dicono di fare questo o quello, quando mi spiegano che un “artista” dovrebbe saper fare questo o quello, non posso fare altro che sospirare un po’ e rispondere: “sì, sì, vabbé: hai ragione… ma tu, per esempio, lo sai quanto tempo ci vuole per disegnare le nuvole?”

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Come un husky in agosto

ululato

Se passeggio davanti alla casa dei miei vicini mi seguono, per tutta la lunghezza della rete che recinta il giardino di casa loro, tre cani. Il più grosso è una specie di barbone meticciato, l’altro è un bastardo nero, il terzo, più in disparte e meno rumoroso, un husky. I primi due mi abbaiano contro con forza, perché oso percorrere il tratto di strada che costeggia il loro giardino, il terzo è un po’ spaesato, abbaia un po’, poi si ferma e, forse obbedendo a chissà quale istinto antichissimo, si mette ad ululare, esattamente come uno di noi si aspetta che ululi un lupo della steppa, con le zampe raccolte e il naso puntato per aria e il muso a fare un lunghissimo “uuuuuuuuuuuuuuhhhhhhh!”, come una specie di Buck o Zanna Bianca o robe del genere.

Io resto un po’ lì davanti alla rete e penso a cosa vuol dire sentirsi fuori posto.

Penso che magari quando l’husky era cucciolo la sua mamma husky gli ha passato tutta una serie di insegnamenti millenari, dei quali forse non era più tanto convinta neanche lei, cose del tipo: “quando devi dormire scava una buca nella neve, obbedisci sempre al capobranco, tira la slitta ordinatamente, esplora il territorio, nascondi gli escrementi…” e poi il nostro cucciolo si è ritrovato in un giardino sulle colline parmensi ad abbaiare a chi passa davanti alla rete.

Niente di male, per carità! Il clima è decisamente migliore della Siberia, per dormire non c’è bisogno di scavare… Solo che ti devi un po’ reinventare, ecco. Tutto quello che sapevi o che ti avevano insegnato non è poi molto utile alla fine: al posto del capobranco ho quel signore con la giacca, al posto dei compagni di slitta ho questi bambini che mi tirano la coda… Tutta una serie di cose, insomma. Andrà bene ululare davanti alla rete? No, perché io questo so fare: altrimenti questa cosa dell’ululato non so più quando giocarmela. Va bene se scavo un po’ in giardino? Magari sotto quei fiori che neanche si mangiano…

Insomma, sei sempre un po’ incerto: si vede così che non hai la convinzione del bastardo e del barbone, gente che, se vuole mandare via qualcuno dalla rete, sa come farsi rispettare.

In quel lunghissimo ululato dell’husky mi sono perso anch’io e, non so perché, mi sembrava di capirlo, in fondo, come se quell’ululato fosse un lentissimo lamento che ci accomunava.

Mi sono avvicinato alla rete e mi sono ricordato che ieri sera la televisione ha detto che il primo ucciso dai bombardamenti è un bambino di dieci anni e anche io adesso mi ritrovo a pensare quanto sono inadeguate tutte le cose che mi hanno insegnato rispetto alla situazione in cui mi trovo. Vorrei scrivere una serie di pensieri edificanti o moralmente utili e poi… e poi cosa? Condividerli sui social? Credo che “la situazione”, il mondo che mi circonda, ne sarebbero influenzati proprio come un passante davanti a questa rete potrebbe cambiare strada per l’abbaiare dei cani. Il mondo mi dice che non è il primo bambino che muore in questi reciproci bombardamenti e non sarà neanche l’ultimo. Che vuoi farci? Queste cose alla fine ci sono sempre state e scandalizzarsi tanto è solo un effetto collaterale di quel moralismo stantio che ti hanno propinato.

Fuori posto: ecco, mi sento proprio così: fuori posto. Esattamente come quel cane mi aggiro nel giardino e cerco di fare esattamente quello che fanno gli altri, senza troppa convinzione, abbaiando di tanto in tanto a chi sembra minacciare la rete, senza capire fino in fondo che cosa mi sta succedendo attorno. Mi avevano insegnato a difendere la Vita, a odiare la Guerra, e tutta una serie di Valori che credevo condivisi e che vengono puntualmente smentiti da quello che mi circonda.

Ho cominciato ad ululare un po’ anch’io, timidamente all’inizio, mentre lo fissavo nei suoi occhi azzurri, cercando di andare insieme a lui, io fuori dalla rete e lui dentro. Siamo andati avanti un po’, legati da questa stranissima sensazione, da questo leggero disagio che ci accompagna, di sentirsi fuori posto come un husky in agosto.

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Senza impegno

noperditempo

La mia personalissima crisi procede a volte anche su binari impensati, tipo gli impercettibili slittamenti semantici di certe nostre frasi quotidiane. Io ci bado a quello che diciamo, sapete?, e c’è un’espressione che veramente mi manda ai pazzi: “senza impegno”.

Facciamo un piccolo passo indietro. Per tutti gli anni ’80 e ’90 sono stato messo abbastanza sotto pressione dai piccoli annunci di vendita che recavano diciture misteriose tipo “no perditempo”. Quelli erano anni normativi e abbastanza rigidi da questo punto di vista. Potevi trovare cose tipo: «vendesi collezione di 6 bottiglie vuote di lambrusco senza etichetta, solo per amatori, no perditempo». Molti potrebbero sorridere di questa dicitura che, di per sé, esprimeva un chiaro non-senso, come se il “perditempo” che eventualmente avesse letto l’annuncio avesse realizzato: “Ah, be’ peccato… allora non fa per me, sono tagliato fuori!”. Chi scrive invece – e questo stesso post ne è una testimonianza – ha sempre avuto, insieme ad una pericolosa insicurezza di fondo, la chiara percezione di appartenere alla schiera dei perditempo, ragion per cui, dopo la lettura dell’annuncio, entravo abbastanza in crisi: “sarò mai degno di questa collezione di sei bottiglie? Che ne ho fatto della mia vita finora? Non sarà una perdita di tempo questa stessa lettura dell’annuncio?”. Entravo così in un loop dal quale riuscivo ad uscire grazie a molta meditazione e qualche aiuto farmacologico. Questo per dire che, a volte, tu credi che certe cose siano frasi fatte e invece ci sono persone che si sentono messe in discussione.

Non molto tempo dopo, dal mondo delle televendite, è uscita l’espressione “senza impegno” e, devo dire la verità, tutto è cambiato. In un primo tempo questa frase, pronunciata ad esempio dal Mastrota di turno, stava ad indicare che, essendo il prodotto venduto una potenziale sòla, tu potevi acquistarlo, valutarlo, rigirartelo un po’ per casa e poi rispedirlo al mittente, entro sette giorni, una volta ricevuta la conferma che trattavasi di una sòla.

Questa nuova ventata di faciloneria edonistica ha veramente cambiato le carte in tavola. Finalmente anche quelli come me si sono sentiti meno sotto pressione e anche per noi si sono aperte le porte dell’incauto acquisto. Potevo ordinare la batteria di pentole, la bici col cambio Shimano, il materasso in lattice anti-acaro, tutto “senza impegno”, con la leggerezza del perditempo per troppo tempo escluso da questo favoloso giro di sòle.

Quello di cui non ci siamo accorti subito è come queste espressioni del mondo commerciale penetrino, piano piano, nel nostro parlare comune, determinando, anche in questo caso, leggeri slittamenti di senso. Capita così la coppia di amici che ti invita per una serata da loro “senza impegno”. Ah, grazie! Perché, l’alternativa qual era? Mandavate un picchiatore a convincermi? Io capisco che questo, nella loro buona fede, sta a significare l’assoluta libertà che mi lasciano di accettare o meno l’invito, il diritto di recesso, qualora la proposta venga formulata con almeno otto giorni di anticipo, di dare buca al settimo giorno. Eppure, chi come me ha un perditempo in letargo in qualche angolo del suo spirito, non può fare a meno di figurarsi un invito “senza impegno”, in cui io mi posso permettere, alla Nanni Moretti, di mettermi in un angolo a sbadigliare senza interagire con gli altri, o di saccheggiare il frigo senza nessun riguardo oppure, con gesto avanguardista, di cacare sul divano dell’ospite.

“Ma come!?” – sbotterei, mentre vengo messo alla porta con tutto il divano da portare in discarica – “mi avevi detto che era un invito senza impegno!!” e, probabilmente, cadrei vittima dell’ennesima incomprensione.

Senza impegno, senza impegno… cosa vuol dire? Che posso non essere ben presente a me stesso mentre faccio una cosa? E se mi posso permettere la distrazione mentre mi metto in casa una batteria di duecentoventi pentole, cosa mi capiterà mai di combinare nel mondo reale, quando ho a che fare con la gente vera?

“Signora – dirà il chirurgo – dovrei asportarle un rene, tutto questo, ovviamente, senza impegno”. Oppure il ragazzo innamorato: “vuoi sposarmi? Senza impegno però. L’offerta formulata prevede un diritto di recesso entro sette giorni previa restituzione dell’anello consegnato nella confezione originale con i sigilli intatti”.

Davvero viviamo in anni così “disimpegnati”? Se prima credevo di avere acquistato una nuova forma di libertà, adesso mi rendo conto che si trattava di un acquisto senza impegno e stanno ricominciando le mie crisi: che senso ha essere un perditempo in un mondo senza impegno?

Vi prego: datemi una mano, spiegatemi come devo comportarmi, ditemi qualcosa di normativo che mi rimetta in riga.

Ovviamente, senza impegno.

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Dove le parole non arrivano

heart

A volte mi capita di trovare in casa dei biglietti colorati prodotti da mia figlia. Sopra ci sono scritte cose tipo “I nomi delle mie bambole” o “Cose che devo fare oggi pomeriggio” o “Quello che mi piacerebbe fare domenica”. Sono liste molto precise, redatte con molta cura. Ogni tanto ne trovo qualcuna e sorrido perché mi chiedo cosa la spinga a mettere per iscritto quasi tutto, quello che le piace o non le piace o tutti i suoi progetti. Forse, mi dico, è una forma di fiducia incondizionata nella scrittura, come se una cosa, per il solo fatto di essere scritta – diremmo “nero su bianco” – diventasse vera.

Probabilmente per gli adulti non è così: ci siamo un po’ ubriacati di parole e a volte ci rendiamo conto che quello che scriviamo è solo un guscio vuoto. Proprio così: ci scambiamo scatole vuote e dentro non solo non c’è quello che pensiamo, ma nemmeno crediamo che una cosa – per il solo fatto di essere scritta – possa mai diventare vera: “Vediamoci presto”, “mi manchi tanto”, “un abbraccio”. Ormai sappiamo che è un gioco ed è molto facile consegnare ad un altro una scatola vuota, magari con scritto sopra “ti voglio bene”, perché si tratta di una cosa leggera, dentro non c’è il peso di tutto quello che quella scritta implica.

Tutto questo è un po’ frustrante e mi sono trovato a fare questa esperienza molto di recente. Cosa si può dire ad una persona che ha subito un grande dolore (e quando dico “dolore” intendo proprio tutto quello che accade là fuori, nel mondo reale, e che va al di là della semplice parola “dolore”)? Forse cose tipo “ti sono vicino” o “conta su di me” corrono il rischio di essere solo scatole vuote, uguali a quelle che consegnano tutti gli altri, che vengono accatastate lì, insieme a quelle di tutti gli altri, senza che il contenuto possa davvero consolarci.

Eppure mi piacerebbe, a volte, riuscire a mettere in quel “ti sono vicino”, tutto quello che effettivamente non riesce ad arrivare con le parole: il sorriso di una persona che non c’è più, le parole di incoraggiamento ricevute da lei, quello che ha significato la sua presenza fissa nella sedia lì davanti al palco, tutte le volte che, con una telefonata dell’ultimo minuto, ci ha provvidenzialmente consegnato un cavo una spina una presa una pila una telecamera un trasformatore… Ecco, ci si rende conto che quella scatola che stavamo usando è un po’ troppo piccola e sicuramente tutta la vita non riesce a starci dentro. Le cose devono essere ripiegate un po’, accorciate, sfrondate, adattate alla forma della scatola. Quello che arriva, alla fine, non è poi granché…

Forse sono davvero molto lontano da quel “ti sono vicino”: c’è tutto un vuoto in mezzo che non riesco neanche ad immaginare e che provo a riempire con il rumore delle parole. Mi rendo conto che a volte mi metto a scrivere sperando che le cose si sistemino da sole. Non è poi molto diverso da quello che fanno i bambini, no?, da quello scrivere compulsivo per mettere ordine, per cercare di far funzionare tutto quel che non funziona più: conto quello che c’è, metto nero su bianco le cose come dovrebbero andare, faccio liste, dettaglio progetti, sperando che tutto si avveri.

Le cose poi non funzionano quasi mai come le scrivi…

Stavolta, se vuoi, me ne starò zitto e, se ci sarà bisogno di un abbraccio, te lo darò, e se invece ci sarà bisogno di starti vicino, cercherò di farlo. Magari ci troveremo e suoneremo o berremo qualcosa e a volte potrà capitare che ti venga in mente quel sorriso e quella persona su cui facevi sempre affidamento che adesso non c’è più. Capirò che stai fissando quel vuoto e mi metterò lì a fissarlo con te senza dire niente: mi siederò vicino a te in silenzio, perché saremo nel posto dove le parole non arrivano.

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Quando invecchierò

roots

Se per caso non conoscete When I’m sixty-four dei Beatles andatevela a sentire subito prima di proseguire (ad esempio, qui). E’ una delle mie canzoni preferite, una di quelle che ti girano in testa quando vai in bicicletta e c’è il sole oppure che ti canticchi come una sorta di training autogeno quando sei molto nervoso.

Secondo la leggenda, Sir Paul McCartney la scrisse molto giovane – tra i sedici e i vent’anni – e la dedicò al padre un po’ dopo, nel 1966 (l’album è Sgt. Pepper, e se non conoscete neanche questo… be’: che ve lo dico a fare?), quando, appunto, Jim McCartney compiva 64 anni. Il produttore, George Martin, la definì “la personale visione dell’inferno di Paul”. In effetti, se tu hai 24 anni e sei un Beatle, immaginare una tranquilla vecchiaia in qualche periferia inglese, con giardino, nipotini e tutto, dev’essere l’equivalente dell’inferno sulla terra.

Al giorno d’oggi invece, c’è gente che ammazzerebbe per l’inferno di Paul e questa canzone diventa quasi un panorama rasserenante per chi, come me, inserisce i discorsi sulla pensione solo in periodi ipotetici dell’irrealtà.

Allora, mi son preso la briga di tradurre e adattare la canzone del Baronetto per quanto questa risulti sicuramente un’operazione blasfema. Ne è venuta fuori una specie di messaggino che, adesso che ho doppiato i vent’anni di Paul, mando al me stesso sessantaquattrenne, sperando che, nel frattempo, avrò imparato a convivere con il mio inferno quotidiano e ad apprezzare il fatto che ci sono persone che lo condividono con me.

Ecco quello che volevo dire: all’inferno si è sempre da soli; in due o più è già una specie di paradiso.

Ve la allego qua sotto: potete divertirvi a cantarla con la base karaoke e farmi sapere cosa ne pensate: un giorno, se avrò voglia, la inciderò…

Quando invecchierò (libero adattamento da When I’m Sixty-Four – The Beatles)

Dentro allo specchio nel 2038
chissà che faccia avrò
Sicuramente in testa avrò più idee che capelli
e in tasca rimpianti di giorni più belli
chissà se sarai sul divano che dormi
se farò tardi un po’
chissà se ci sarai
se mi aspetterai
quando invecchierò

chorus 1:             Se ci sarai tu, tutto il mio tempo ormai non mi spaventa più

Mi renderò utile cambiando un fusibile
o almeno proverò
curerò le rose e tutto il nostro giardino
mentre tu fai la maglia per un nipotino
Avrò il buonumore leggendo per ore
la Gazza dello Sport
chissà se ci sarai
se mi sopporterai
anche quando invecchierò

chorus 2:             Passerò per strada e guarderò gli scavi comunali insieme ai miei uguali

penserò a quei vuoti
che rimangono dentro me
ed io non so perché

Mi mando un messaggio per farmi coraggio
così non scorderò
di quando andavo in giro a canticchiare canzoni
e ancora speravo di farci i milioni
Sarai al mio fianco anche se sarò stanco
e più non canterò?
Dimmi se ci sarai
e se mi ascolterai
anche quando invecchierò

Dimmi se ci sarai, se mi sopporterai…
Dimmi se ci sarai, se mi aspetterai…
quando invecchierò

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La diga della memoria

Potrebbe Piovere Kabaré Votaire

Ah, che nostalgia!

A volte ripenso a’ miei diciott’anni, a quegli anni controversi e gravidi di promesse… Mi ricordo tante cose: che c’era, per esempio, Luca Carboni in classifica con Mare, mare… E mi ricordo, forse quell’inverno, c’era Snow con Informer! Ah, che tempi! Ve li ricordate?

Nel febbraio di quell’anno – ma parliamo del secolo scorso, eh! Sarà stato… forse il ’92… – venne arrestato Mario Chiesa che amministrava la Baggina di Milano. Lui ve lo ricordate? Craxi lo definì un “mariolo isolato” (ah! La politica di un tempo! Che umorismo! Non so se avete capito… Mario – mariolo… Fantastico!) perché, disse, in tanti anni di amministrazione PSI nessuno aveva mai rubato nulla. Un caso isolato.

Era l’inizio dell’inchiesta Mani Pulite ed io, che diventavo maggiorenne e di lì a poco forse avrei dovuto votare, seguivo sui giornali il disgregarsi di una classe politica che sembrava cadere a colpi di denunce, arresti e avvisi di garanzia. I nomi dei protagonisti di quei mesi me li ricordo quasi tutti, come si può ricordare la cantilena zoff-gentile-cabrini: Mario Chiesa il mariolo, Severino Citaristi il recordman degli avvisi di garanzia (più di 70 se non sbaglio!), Primo Greganti il compagno G, Patelli il Pirla…!

Poco dopo, come dicevo, ho cominciato a votare. Ero convinto che fossero finiti i tempi di chi, come i miei genitori e i miei nonni, si era fatto abbindolare dal carisma di Mastro Lindo, dal politico di turno che davanti ti sorrideva e dietro ti fregava. Noi – mi dicevo – saremo una generazione più attenta: abbiamo visto che rubano e non li voteremo.

Il problema della nostalgia è che a volte viaggi indietro nel tempo con la memoria ma non riesci a ricostruire bene tutto quello che c’è stato in mezzo.

Domenica sfogliavo il giornale cercando di capire qualcosa dello scandalo Mose, cercando di recuperare informazioni sullo scandalo Expo, cercando di capire come cavolo è possibile che in ogni circolazione di denaro pubblico in Italia ci sia una qualche partita di giro, un qualche scambio di favori, una qualche percentuale da ridistribuire a Tizio o Caio…

Non ci ho capito molto in verità, ma a pagina 10 di Repubblica l’ho visto: Primo Greganti, coinvolto nell’inchiesta per gli appalti Expo. Era proprio lui. Certo un po’ imbiancato e invecchiato ma la didascalia della foto recitava orgogliosa: “già coinvolto nell’inchiesta Mani Pulite”. Caspita! Che nostalgia! Quanti ricordi! Poi sono cominciati a venirmi i dubbi… Certo non può essere stato mio nonno a votarlo stavolta. E sono quasi sicuro che non è stato mio padre… Vuoi vedere che…

Preso dal panico ho googolato il nome di Mariolo Chiesa e ho scoperto che anche lui non era stato ingoiato dall’oblio: è stato arrestato di nuovo nel 2009 con l’accusa di aver raccolto tangenti nell’ambito del traffico illecito di rifiuti in Lombardia. Nel 2009! Caspita: ma io ero già adulto! Votavo da anni! Nessuno si ricordava di Mario Chiesa!?! Voglio dire, se anche io sono stato distratto un attimo, ci sarà pur stato qualche altro che se lo ricordava…

Leggo dello scandalo Mose: Galan, Orsoni, Marco Milanese e, last but not least, Pio Salvioli (“il compagno Pio”: neanche la fantasia di inventare nuovi nomignoli…!) che distribuiva le tangenti in maniera bipartisan, cercando di rispettare la par condicio. Casi isolati, ovviamente… Tutti prendono le distanze: non è che tutto il sistema è così e poi l’obiettivo finale è quello di realizzare la Grande Opera!

Intanto questi nomi me li scrivo qui e me li appunterò da qualche parte, anche se, progressivamente, comincio a perdere un po’ di fiducia nella mia memoria.

Mi accorgo infatti che certamente è stata realizzata almeno una Grande Opera in questi anni, ed è questa strana diga mentale che ci protegge dalle ondate di memoria, una specie di enorme Mose che ci ripara da questo senso di riflusso e di già visto e ci lascia qui, tranquilli, a sguazzare nel nostro brodo.

Alla fine stiamo bene: quando stiamo per essere sommersi dalla memoria, quando sta per venirci un salutare dubbio o sospetto, si alzano le paratie e tutto torna come prima. Sono quasi sicuro che un giorno dirò ancora:

Ah, che nostalgia!

#PotrebbePiovere

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