La leggenda del Santo Compratore

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Probabilmente io non li riceverò, ma mi sono immaginato che qualcuno magari si starà ponendo il problema di come spendere gli 80 euro di Renzi. Ho pensato che qualcuno fra voi – che magari ha già la certezza di godere di questa cifra – avrebbe potuto gradire qualche suggerimento, giusto per superare l’imbarazzo iniziale che la disponibilità di questa cifra potrebbe comportare. Chissà che quanto scrivo non possa poi suggerire a voi utilizzi magari anche migliori di questi!

Mi sono permesso di immaginare 12 scenari, uno per mese, per un anno completo di 80 euro. Sappiamo poi che, da un anno all’altro le cose potrebbero radicalmente cambiare e potremmo perdere anche queste opportunità.

Con i miei 80 euro potrei:

  1. Non spenderli. In fondo sono “di Renzi”. Questo però contraddice quanto dettomi dallo stesso Presidente del Consiglio che, appunto, ha consigliato di aumentare i consumi con questa cifra.
  2. Botta di vita! Tutti in pizzeria! La famigliola di quattro persone può permettersi un’uscita in più. Quattro coperti, quattro pizze margherita, due birre medie, due coche, 4 dolci, due caffè, un limoncello… Per un totale di circa 75 euro (senza ricevuta, è un conto scritto su un foglietto). Cinque euro di resto in tasca e la triste sensazione di aver bruciato il nostro bonus tutto in una sera.
  3. Ci vuole un investimento duraturo… La Divina Commedia con illustrazioni di Gustave Doré, commentata dal Camerini. Non è granché ma era l’unico libro da collezione sotto i 150 euro. Ne spendo 72 e la famiglia guarda il volume chiedendo delusa quando si va di nuovo in pizzeria…
  4. Uff! Costretto a ripiegare su qualcosa di più pop, compro almeno gli ultimi quattro album di Vasco Rossi (ché la discografia completa avrebbe richiesto ben altro investimento).
  5. Trovo ad una pompa “bianca” la benzina a 1,330! Investo gli 80 euro e ottengo circa 60,150 litri di benzina. Ne verso una cinquantina nel serbatoio della mia auto e utilizzo i rimanenti per dare fuoco alla discografia acquistata il mese precedente.
  6. Acquisto la Spada Laser di Luke Skywalker Ultimate FX e cerco di convincere tutta la famiglia che, non solo era assolutamente necessaria, ma ho così a cuore il rilancio dei consumi che non ho esitato ad aggiungere altri 9 euro agli 80 di Renzi…
  7. Cerco invano i miei 80 euro ma non li trovo. Nell’ingresso però è comparso il sospetto imballo di un noto mobilificio svedese. Comprendo immediatamente due cose: dove sono finiti i miei 80 euro e come passerò questo fine settimana…
  8. Per vendetta, compro il cofanetto delle ultime tre stagioni di “How I met your mother”.
  9. Deluso dal finale della serie, ripeto l’operazione del punto 5. Nel giro di 4 mesi però, la benzina è salita a 1,450…
  10. Siccome si sta avvicinando l’inverno, compro una gomma da neve per la mia auto. So che rischio, avendo aderenza solo da un lato, di girare come una trottola impazzita su un fondo nevoso, ma, con un po’ di pazienza, completerò tutto il treno.
  11. Cambio di programma! Siccome l’inverno è mite e non sembra nevicare, la famigliola di quattro persone decide di andare al cinema. In realtà vorrebbe andarci un paio di volte ma, essendo il film in 3D e avendo la malaugurata idea di comprare un hot dog, due popcorn medi e due bibite, constata tristemente che anche per questo mese il budget è finito…
  12. Mi appare Santa Teresina e, con un forte accento toscano, mi domanda dove sono andati a finire gli 80 euro. Io rispondo che non lo so, che probabilmente li ho spesi in cazzate, che non riesco mai a cambiare la mia vita e che la prossima volta li darò a chi ha più bisogno di me. Santa Teresina sorride. Io mi addormento e al risveglio mi ritrovo in tasca gli 80 euro. Sto per andare a versarli in una chiesa ma, lungo il tragitto, passo davanti ad una nota paninoteca parmigiana. Spendo tutto in 17 panini con il pesto di cavallo e poi svengo davanti al bancone. Ai clienti che accorrono per aiutarmi ho appena il tempo di dire “Signorina Teresa!” e morire1.

“Voglia Dio concedere a tutti noi, a noi Compratori, una morte tanto lieve e bella!”

 

1. http://it.wikipedia.org/wiki/La_leggenda_del_santo_bevitore_(racconto)

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I Kabaré vanno in galera

Salvador-Dali-The-Persistence-of-Memory

Il nostro prossimo spettacolo farà probabilmente il tutto esaurito.

Sicuramente nessuno potrà andarsene prima della fine.

E’ da un po’ di tempo che ci rassicuriamo con battutine tipo queste perché la nostra prossima esibizione avrà, in effetti, uno scenario un po’ particolare… Il 12 di aprile suoneremo dentro il carcere di San Vittore a Milano e ci esibiremo per i detenuti.

(So che a qualcuno di voi stanno venendo in mente altre battutine del tipo: “ma hanno commesso reati così gravi per avere anche questa pena aggiuntiva?” ma farò finta di non averle sentite…)

E’ una cosa un po’ strana entrare in un carcere per suonare e noi siamo molto emozionati. Non abbiamo nessuna idea di come funzionerà, nel concreto, la cosa… E se poi non piacciono le canzoni? O i monologhi? E se poi qualcuno si sente offeso per qualcosa che viene detto? Come sono le persone che sono dentro al carcere? Ridono come gli altri? Si emozioneranno come gli altri? Si emozioneranno come noi?

Alla fine poi, la cosa che più spesso viene fuori quando si parla di questa cosa è: “bello ma… perché?!” Ecco, di preciso preciso, il perché non lo so: in fin dei conti, penso, se mi fossi chiesto il perché tutte le volte, avrei fatto circa un terzo dei concerti che ho fatto. Non c’è un motivo preciso anche solo nel fatto che uno va in giro a suonare le sue canzoncine.

La cosa straordinaria però è quando qualcuno le ascolta. Allora, come ho ripetuto in più d’un’occasione, quella roba senza senso d’andare in giro a suonare trova immediatamente il suo “perché”.

Le canzoni fanno bella la vita: fanno bella la vita di chi le suona e, in casi eccezionali, fanno bella la vita anche di qualcuno di quelli che le ascoltano.

Portare le nostre canzoni in un carcere mi sembra un gesto bello come quello di chi ti porta un mazzo di fiori in ospedale. Non è che il malato si mette lì a dire: “Perché mi hai portato i fiori? Credi che mi facciano stare meglio? Pensi che i fiori facciano guarire? Ti sembro uno che ha tempo da dedicare ai fiori?” E’ ovvio – è ovvio – che si tratta di una roba inutile e senza senso ma è un gesto di gentilezza e la gentilezza è una cosa umana.

Ora, non sempre le carceri sono luoghi umani e a me piace molto l’idea di portare lì dentro un mazzo di canzoni. Una specie di “come va?” senza troppe pretese, un gesto di cortesia senza tanti pregiudizi, una gentilezza, insomma, fatta nei confronti di chi spesso si tende ad ignorare, infilato com’è in una “zona buia” di cui la nostra società non si occupa.

Certo non ce ne occuperemo noi… Entreremo in carcere alla mattina e nel primo pomeriggio saremo già fuori a darci pacche sulle spalle perché questa o quella cosa ha funzionato, a cazziarci per quello che non è andato e, soprattutto, a tornare veloci alle nostre case.

A scriverlo, ci si rende conto di quanto poco si farà.

Eppure spero che, come capita per gli inutili fiori in ospedale, qualche canzone possa restare lì, appoggiata al davanzale, a fare stare meglio qualcuno anche solo per qualche ora.

(Vi racconterò com’è andata nel post del 27 aprile… A presto!)

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Il volto delle donne

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Ogne lingua deven tremando muta / e li occhi no l’ardiscon di guardare (D.Alighieri)

 

Al liceo, quando stava per suonare l’ultima campanella della mattinata, mi giravo a sbirciare le mie compagne di classe che, curve sui banchi per non farsi vedere, si truccavano per l’uscita dalla scuola. Molte di loro avevano morosi o amici che le aspettavano fuori e allora si davano un piccolo ritocco a labbra e occhi per loro. Questa cosa mi faceva molto pensare: intanto al fatto che, per farsi vedere da me, non ritenevano necessario darsi la pena di truccarsi; poi, al fatto che io vedevo una faccia che loro non volevano far vedere ai loro morosi. Qual è la loro vera faccia, pensavo, quella “brutta” che riservano a me o quella “bella” che fanno vedere all’uscita della scuola alle persone a cui tengono?

Sul giornale di domenica c’è Lucia Annibali, la ragazza sfigurata con l’acido su mandato dell’ex fidanzato, alla quale Napolitano ha consegnato un’onorificenza in occasione dell’otto marzo. Ho avuto la fortuna di vedere di persona e di sentire parlare Lucia: ha una faccia brutta a cui nessuno bada e dice cose bellissime. Fra queste, parla della sua “nuova” faccia che ha soppiantato, con violenza, la vecchia. La sua vecchia faccia – quella “bella” per intenderci – era quella che lei aveva per gli altri, per piacere alla gente e al suo ex, che era ed è, un uomo malato. La nuova faccia invece è tutta sua: è una specie di mappa, dice, segnata com’è da profonde cicatrici, di quello che voglio essere e di quello che voglio fare, solo per me.

Guardarla in faccia richiede un certo coraggio: significa guardare negli occhi cos’è veramente una donna e vedere la stupidità a cui può arrivare un uomo, convinto che togliere una “bella faccia” sia togliere tutto a una donna.

Il vero volto delle donne è un grande mistero per noi uomini. E quando lo vediamo davvero, è qualcosa che ci toglie il fiato e ci impressiona per la sua forza. A volte lo vediamo prometterci amore, oppure lo vediamo bianco come le lenzuola in un reparto maternità, a volte vediamo gli occhi stanchi di chi ci dorme vicino, le pieghe che hanno lasciato le preoccupazioni o i pensieri, oppure vediamo un sorriso che riesce ad arrivare proprio lì, vicino alle debolezze che non fai vedere a nessuno.

Questa cosa non capita tutti i giorni: e quando veramente vedi il volto di una donna, capisci che il trucco e l’inganno quotidiano erano un modo per difenderti, per riservare solo a te questo privilegio.

A volte noi uomini ci fermiamo lì, a quel trucco appunto, a quello che ci fa piacere vedere e che ci rassicura.

A volte le donne stesse preferiscono nascondersi dietro una faccia che va bene per tutti.

Ripenso con un misto di nostalgia e tenerezza a quelle ragazzine di tanti anni fa che si truccavano per piacere ai loro morosi: spero davvero che quei ragazzi, che le aspettavano ansiosi fuori dalla scuola, abbiano avuto l’attenzione e l’amore necessario per riuscire col tempo a vederle veramente in faccia.

foto del famosissimo fotografo Steve McCurry
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Tutto normale

Dopo un po’ di tempo abbiamo pensato che la cosa normale per chi fa canzoni è di farle sentire in giro. Sull’onda sanremese – e, soprattutto, con la triste constatazione che non è certo la musica la priorità della rassegna – abbiamo deciso anche noi di pubblicare un po’ dei nostri pezzi… Così, giusto per non sottrarci alla critica generale su quanto sia morta e sepolta la musica italiana.

Intanto, lo facciamo anche per superare un po’ il vincolo del contenitore. Quelli della mia generazione sono abituati a pensare alle canzoni come ad una sequenza presente in un disco. Ormai, invece, la stessa parola “disco” non ha più molto senso e ci siamo resi conto che aspettare di completare un disco è, per una band senza grosse risorse, un tempo inevitabilmente lungo. Ci ritroviamo quindi con una specie di “album doppio” di canzoni più o meno inedite (più o meno nel senso che alcune di queste sono, più o meno, apparse nei nostri live o nei nostri spettacoli) che nessuno può sentire finché non finiamo “il disco”.

Come si fa nei saldi, abbiamo deciso di “svuotare tutto” e di farvi sentire lo stato di avanzamento lavori dei singoli pezzi. Il ché significa che le versioni che ascolterete non sono quelle definitive o ufficiali e che prima o poi verranno “messe in bella” in un disco o in un contenitore apposito in cui, forse, avranno più senso. O forse resteranno così, perché alla fine ci mancheranno sempre Tempo, Forza, Denaro e Pazienza per terminare tutto quello che vorremmo fare.

Per il momento, ve le facciamo sentire (non sappiamo con quale cadenza o ogni quanti post…) per avere un vostro feedback, per sapere cosa ne pensate, perché le condividiate il più possibile e, se vi piacciono, le facciate ascoltare ai vostri amici. Perché, insomma, in assenza di un “contenitore”, siate voi a dare senso a quello che facciamo ascoltando e diffondendo le nostre canzoni.

La prima canzone che presentiamo è quasi una cover. E’, in origine, un pezzo francese cantato in inglese: Monochrome di Yann Tiersen, che ho “tradotto” e adattato in italiano. Capisco che “traduzione” sia un termine ambiguo e rappresenti un’operazione che, di solito, dà esiti abbastanza deludenti. Si potrebbe però chiamare una specie di adattamento, che ha cercato di conservare – oltre a qualche parola – anche il senso della canzone originale. Paradossalmente, l’abbiamo più francesizzata dei francesi, come i cattivi attori che, quando devono interpretare un parigino, dicono parbleu! ogni piè sospinto.

Il testo ve lo incollo qua sotto, gli accordi son sempre quattro, come da nostra tradizione (Si min, Re, La, Sol… poi fate un po’ di prove per il ritornello). Buon ascolto e fateci sapere!

Tutto Normale
(da Monochrome di Y.Tiersen, adattamento di A.Bersellini, arrangiamento M.Ghizzoni e E.Iotti)

Sia come sia tutto scivola via normalmente anche senza di te
ed i giorni hanno tutti la stessa sequenza di gesti già fatti e di posti già visti
perciò vedi, no, non temere, è tutto normale ed uguale, sai… vado al lavoro con la vecchia bici che sai

Sai che mi piace anche uscire vedere gli amici per bere qualcosa con loro
a volte mi portano a casa, mi chiedono se voglio parlare ma dico di no
no non temere, è meglio se ho niente da dire sai… rispondo “bene” a chi chiede come mi va

tutto normale, tutto normale: anche quel vuoto vicino a me, anche il silenzio dentro di me

Tengo lì accanto al mio letto la pila dei libri che non vuole diminuire,
a volte ne prendo qualcuno ma penso che è bello che non tutto debba finire
no, non temere: è tutto normale ed uguale: ho il mio mestiere e la vecchia bici che sai

Sia come sia tutto scivola via normalmente anche senza di te
ed i giorni hanno tutti la stessa sequenza di gesti già fatti e di posti già visti
perciò vedi tu non temere, è tutto normale ed uguale, sai: rispondo “bene!! a chi chiede come mi va
Tutto normale, tutto normale: anche quel vuoto vicino a me, anche il silenzio dentro di me
tutto normale, tutto normale: niente è speciale senza di te, niente ha colore senza di te

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La prudenza di Superman

Superman!

I can’t do this all on my own / No I know I’m no Superman (Lazlo Bane)

Capisco che possa non risultare simpatico a tutti, ma Superman, a ben vedere, ha molto da insegnarci.

Qualche maligno – come Umberto Eco ad esempio – sostiene che Superman sia tutto sommato un eroe inutile, il cui unico scopo è mantenere le cose esattamente come sono. Potrebbe potenzialmente far cessare tutte le guerre o risolvere il problema della fame nel mondo o delle disuguaglianze sociali, invece si limita a fermare il rapinatore di banche, a recuperare il gatto dall’albero della vicina, a concedersi piccole eccentricità, come questa cosa di andare in giro con il mantello rosso o con gli slip sopra le braghe.

Il problema è che Superman è un eroe fuori posto. O meglio, è un eroe solo perché è fuori posto. Sul suo pianeta originario, Krypton, il nostro sarebbe probabilmente un pirla fra i tanti ma qui sulla terra – per un colpo di fortuna intergalattico – il suo corpo reagisce in maniera strana facendogli assumere poteri impensabili per gli indigeni. Ecco allora che la storia di Superman, vista così, ha tutto un altro senso: il nostro eroe, probabilmente, si rende conto che qualsiasi kryptoniano nelle sue condizioni sarebbe un Superman e decide saggiamente di non approfittarsi troppo della situazione e di farsi benvolere. Decide di non “sbragare” insomma: se volete, io sono qui per dare una mano ma niente di più, ecco.

Anche perché, in fin dei conti, c’è sempre la kryptonite.

La kryptonite è quella sostanza che ti fa tornare esattamente lo stesso pirla che eri su Krypton e allora lì sì che sono dolori. Quando tocchi con mano che basterebbe cambiare contesto un attimo e addio superpoteri, allora riconsideri un po’ tutto e capisci che sì, in questa situazione, è meglio che la gente ti voglia bene e che non ti veda soltanto come uno spocchioso superfortunato.

Io, purtroppo, non ho sempre avuto la saggezza di Superman.

A volte ho creduto di avere dei superpoteri perché le cose andavano particolarmente bene o perché – in condizioni particolari – mi sembrava veramente di poter camminare sollevato dal suolo. Poi però arriva il supercattivo di turno che ti fa nero e la cosa peggiore è vedere che agli altri non dispiace poi così tanto visto che tu eri quello coi superpoteri.

Allora ho capito l’importanza che ha veramente la kryptonite. La kryptonite sono tutte quelle persone che ti conoscono veramente, che ti conoscevano prima che tu ti divertissi ad andare in giro con il mantello rosso, quelle di fronte a cui non devi fingere perché loro sanno benissimo che in fin dei conti sei il figlio di Jor-El e conoscono tutte le tue paure. A quelle persone basta darti una pacca su una spalla e dirti che stai benissimo con gli slip sopra le braghe per farti capire che, forse, stai esagerando un po’.

Con il tempo fortunatamente ho capito quanto sono importanti queste persone e, tutte le volte che mi sembra di svolazzare un po’ troppo e l’aria comincia a diventare rarefatta, le cerco come cercherei la kryptonite.

La grande lezione della millenaria civiltà kryptoniana alla fine è tutta qui: sei solo una persona sul pianeta fortunato, cerca di non esagerare, cerca di fare in modo che il resto del mondo ti voglia bene… L’unica cosa in cui sei sempre stato davvero più veloce della luce è ritornare ad essere il solito pirla di sempre.

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La memoria del Furby

Furby

omaggio a Bret Easton Ellis

In un negozio di giocattoli ho incontrato il Furby. Approfittando della distrazione delle mie figlie – attratte da una famiglia di mucche frisone Sylvanian – mi sono avvicinato a lui e: “Come hai fatto, maledetto?!” – gli ho sibilato – “come hai fatto a sopravvivere tutti questi anni?”.

Doo boo dah-bo-bay?

“Non in furbish, stronzo, parla italiano! So che sei capace…”

“Dicevo: «perché sei spaventato»? Pensavi che fossi morto e sepolto? E invece eccomi qui. Fortunatamente la vostra società non fa mai morire niente del tutto. Siete degli inguaribili nostalgici… Accendi la radio e ascolti The rythm of the night… Apri il giornale e c’è un paginone per l’atteso ritorno del Winner Taco. In che anno siamo? Nel 1990? Nel ’95? Nel 2000? Cos’è che ti preoccupa tanto? Hai paura di restare giovane?”

“Il problema è che io non resto giovane … sono invecchiato! E non capisco perché ritornino le peggiori cose di quando ero giovane!”

“Ahahahaha! Ay-ay-lee-koo: quando le persone non sono capaci di immaginare il futuro, rimangono prigioniere del loro passato. Il problema non sono i giocattoli. Guarda Barbie, per esempio, ha 55 anni ma con un po’ di trucco e parrucco fa sempre la sua porca figura… Il problema è quando ritornano idee vecchie e te le presentano come se fossero nuove, facendo leva sulla tua nostalgia e sul tuo bisogno di essere rassicurato…”

“Rassicurato?”

Ee-tay, rassicurato … Le cose nuove fanno paura, mentre le vecchie ti danno sicurezza. A tutti manca il sapore delle merendine di quand’erano bambini, il Soldino del Mulino Bianco, i gelati di quand’erano adolescenti (Stefano Accorsi nella sua migliore interpretazione di sempre, ricordi?, du gust is megl che uan…!), la musica che già conoscono … Hai paura?”

“Certo che ho paura, pupazzo maledetto: questo significa vedersi riproporre sempre le stesse cose, leggermente variate e ridipinte. Ho paura perché anche le vecchie idee possono ritornare. Ho paura perché domani è il Giorno della Memoria e mi rendo conto che a volte siamo prigionieri della memoria e invece di pensare a cose importanti io sono qui a parlare con un pupazzo che credevo sepolto da quindici anni … Che cosa dovremmo fare? Smettere di ricordare? Non avere più memoria?”

Dah-boo! Semplicemente non dovreste confondere il ricordare con il vivere di ricordi. Se una persona sopravvive ad un incidente in cui si è rotto le gambe, sicuramente ricorderà per sempre quel giorno. Può decidere di ricordarlo restando seduto, oppure apprezzando il fatto che può ancora camminare … Nel primo caso sarà oppresso dal ricordo, nel secondo guiderà con prudenza.”

“Hai ragione … A volte siamo vittime delle nostre stesse celebrazioni. E’ importante avere dei ricordi, ma occorre superarli. Occorre riuscire ad usarli per vivere meglio. Forse il senso del Giorno della Memoria, ma anche dei ricordi in generale, dovrebbe essere questo: ricordare, paradossalmente, significa proprio non rimanere prigionieri del passato, per evitare che si ripresenti e…”

“Signore?” – interviene la commessa del negozio – “non ho potuto fare a meno di notare che è molto interessato al Furby…!”

“Già … vent’anni fa la sorella di mia moglie ne aveva uno uguale: ci divertivamo a fargli delle domande importanti e ascoltavamo le sue risposte casuali. Una cosa molto stupida in effetti… Quanto costa?”

“Le interessa? Costa cento euro… sa, interagisce con dispositivi Apple e Android e inoltre…”

“Non importa: lo compro per distruggerlo. Preferisco che rimanga un ricordo.”

“Come vuole… uno può fare quello che vuole con i suoi soldi. Lo impacchetto?”

“Sì, grazie”

Doo-oo-tye? Da-boo! Da-boo! Da-boo-bay! Da-boo-bay! Da-booooooooo!

“Oh, guardi … si è acceso improvvisamente e sembra spaventato! Sono proprio giocattoli molto sofisticati!”.

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Parlare di cucina

clerici

Secondo Sabina Guzzanti è cominciato tutto all’improvviso e silenziosamente. I telegiornali – al posto delle notizie – hanno cominciato ad inserire servizi di cucina e ricette.

Io ricordo che a un certo punto Gioachino Bonsignore – un giornalista del TG5 a me noto solo per il fatto che, rispetto agli altri colleghi, spuntava di pochissimo dal tavolo di conduzione – cominciò a girare l’Italia mostrando le varie specialità locali. All’interno del tg. Come se fosse una notizia, capite?

Premetto che non sono mai stato un fulmine a capire i fenomeni (ricordo, come vedete fra parentesi, alcune mie uscite storiche tipo “a chi può mai servire un telefono che fa anche le foto?!” – chiusa parentesi) e allora mi chiesi a chi potesse mai interessare un servizio sul formaggio di fossa al posto delle vere notizie.

Gli anni successivi hanno confermato almeno un paio di cose: 1. non sono mai stato un fulmine a capire i fenomeni (vedi paragrafo precedente); 2. la gente è mediamente molto più interessata al formaggio di fossa rispetto a quelle che vengono solitamente definite “notizie”. Non a caso, i Teorici del Complotto sostengono che ci fu, almeno all’inizio, un’enorme operazione di distrazione dai reali problemi, sviando l’attenzione della gente con aria di frittura, rumore di pentole e padelle, e fumi e arrosti a profusione.

Sia come sia, è però scattato qualcosa a un certo punto nella gente. Prima è stato l’incredibile successo di vari programmi di cucina pre-Tg, il cui elemento comune è una conduttrice un filino imbranata o inadeguata che cerca di arrabattarsi seguendo consigli di chef esperti o correndo per preparare una cena nel tempo in cui, solitamente, una donna normale riesce a sfilarsi le scarpe. Poi è stata la volta dei vari format stranieri, dei boss delle torte, dei ras del soffritto, delle varie forme e succedanei di Masterchef.

Allora sì che è cominciato tutto: la gente ha cominciato a parlare di cucina. Ma non in modo normale. La gente ha cominciato a parlare di cucina come se fosse una cosa fondamentale. Seri professionisti, che prima manco ricordavano quello che s’erano scofanati la sera precedente, parlavano con trasporto della consistenza della quenelle al nero di seppia che avevano realizzato. Compassati mariti pronunciavano frasi tipo: “Cara, questo bucatini non sono male… ma l’impiattamento, cribbio!” “Hai ragione caro! Ci lavorerò su…”.

Da quel momento, i camerieri delle trattorie hanno cominciato a sentirsi squadrare da clienti ipercritici, che sbuffavano per il solito antipasto di salume evidentemente tagliato – sacrilegio! – con un’affettatrice elettrica.

In un primo tempo io – che non sono mai stato un fulmine a capire i fenomeni – pensavo che tutto questo fosse una salutare ventata di ritrovato gusto estetico e di recupero della nostra ricca cultura enogastronomica.

Poi ho realizzato qual era la realtà delle cose.

Ho visto in televisione un ingegnere – umiliato da un giudice di Masterchef per un riso non troppo “all’onda” – autoflagellarsi e dire che il riso non riuscito gli ha fatto capire di avere fallito come uomo. Ho visto casalinghe disperarsi per un piatto di spaghetti servito con macchie di sugo sul bordo. Ho visto molti mangiare la stessa merda di prima, solo che tonno in scatola + purè è diventato “Sushi all’occidentale su letto di spuma di patate”.

Tutto è diventato molto “tecnico” e molto finto.

Parlare di cucina è diventato un modo per parlare di quello che vorremmo, di illuderci che la nostra vita di tutti i giorni possa guadagnarsi una stella Michelin, di sperare che un’attività banale come quella di “fare da mangiare” alla fine possa avere un senso più alto, rappresentare una via di fuga da una realtà che non ci piace.

Forse merito qualcosa di più e il mio è soltanto un problema di impiattamento, di come mi vedono gli altri, di ingredienti non sempre scelti con cura…

Sgridami Bastianich. Sgridami per i miei piatti che non sono puliti alla perfezione, sgridami per l’amatriciana fatta con la pancetta del Lidl a cubetti, sgridami per questa vita che non è all’altezza dei miei sogni.

Almeno quando cucino, posso immaginare che tutto sia diverso, posso concedermi un piccolo sogno casalingo, consapevole che tutto quello che faccio e poi mangio farà comunque una triste fine fra un giorno o due.

E quando finisco di cucinare – così, senza un motivo – alzo le braccia al cielo e comincio ad applaudire.

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